Quel Gran Genio del mio Amico

“Una volta un mio amico mi disse di non prendere sul serio tutto quello che diceva.
Era uno simpatico, il mio amico.
Ci siamo conosciuti da piccoli e ancora ci sentiamo spesso.
In pratica con ‘sto mio amico io ci ho fatto un sacco di cose insieme, dalle cene alle vacanze alle ore passate a parlare della vita. Si parlava di amicizia, famiglia, sesso, si è discusso di impegno politico e sociale, di manifestazioni, droghe, dividendoci una boccia di Merlot da due soldi nei centri sociali, o andando a un concerto solo io e lui, a goderci il gruppo senza troppe distrazioni.
Abbiamo intervistato gente insieme, e insieme abbiamo sbobinato l’audio.

Non è che sia sempre andata benissimo eh, sia chiaro.
Come in ogni rapporto umano ci siamo scannati, strillati contro, ci siamo odiati per giorni ma alla fine i conti con noi stessi li abbiamo sempre fatti.
Abbiamo idee diverse che cambiano ancora di più col tempo, che non riusciamo ad incastrare, che sono a volte diametralmente opposte l’una dall’altra, ma troviamo sempre una quadra su cui ragionare e poter discutere normalmente.

Insomma, ‘sto mio amico mi dà spesso dei consigli. Non perché abbia più esperienza di me, visto che abbiamo la stessa età e abbiamo fatto un sacco di cose insieme, ma ha un punto di vista tutto suo e questo mi aiuta a vedere le cose da diverse prospettive. Lui in realtà di quelli che non pensa siano consigli, ma solo le cose che gli vengono in mente. Filtra i suoi pensieri in base al suo stato d’animo e li butta fuori, parlando di quello di cui si sta parlando senza troppi giri di parole, in modo molto diretto.
Esempio: se si sta tra amici, e si parla di donne e delusioni e tragedie varie, lui avrà sempre qualcosa da dire, che sia serio o faceto, lui sta lì e qualcosa la dirà sempre. Oh, non è che poi dica sempre cose intelligenti, o illuminanti. Alla fine è un coglione, come me, e ci siamo trovati anche per quello.
Ma lui saprà comunque darti un punto di partenza su cui ragionare, discutere, confrontarsi. Poi non si risolve mai un cazzo, ovviamente, che quello lo devono fare le parti coinvolte e non è che stia qui a far miracoli.
Nessuno li sa fare.

La cosa che però mi ha sempre detto, la cosa più importante per lui che sottolinea sempre, e che son sicuro non smetterà mai di fare, è di non prendere sul serio tutto quello che dice, perché lo dice sempre filtrando con la sua testa. E, boia, siamo sette miliardi e passa su ‘sta palla verdazzurra, avoja a essere diversi tutti.
Lui però lo dice con la stessa trasparenza con cui poi mi dice di buttarmi, di fare, di chiedere, di dire, e dopo settimane mi dice che forse si sbagliava, che magari sono accecato dalla forte luce del periodo di solitudine che (ne sono certo) devo farmi, che fermarmi a respirare un secondo è sempre cosa buona e giusta. O di mollare il lavoro, e ritrovarmi poi a sentirmi dire che “aspetta, meglio aspettare un attimo”, che ‘sta situazione del cazzo non si risolve da sola e subito e mosse avventate equivalgono a un suicidio.

A volte non lo capisco, lo ammetto.
Spesso si sbilancia in consigli estremi da un giorno all’altro, a volte pure da un’ora all’altra. Per carità, persona instabile attira persona instabile, e mi trovo benissimo con lui.
Gli manca giusto un po’ di coerenza e costanza nel mantenere i suoi punti. Perché, sono onesto, dice un sacco di cose interessanti ma non è che sia così fermo nel mantenerle. Insomma, è bravo a parlare per gli altri ma parlare di lui gli fa sempre un sacco di fatica.

Per fortuna di qua ci sto io, insieme a lui, a farlo distrarre un po’ dalla sua finta serietà.
Ripeto, non è mai facile, ma non lo è per nessuno star lì a discutere con sé stessi per oltre trent’anni.”

Cade Tutto

“Guarda bene ‘sto pezzo:

Ecco, riguardalo prima di continuare a leggere.
Lo so, lo so che il film lo conosci bene, al DVD ci son venute le righe sotto.
Però riguardalo ora, dopo tutto quello che è successo.

Cade tutto.

E lo sai no, che a me le coincidenze fanno impazzire. E mica parlo di pensare a una cosa da mangiare che poi trovi in una tasca.
Parlo di numeri che si ripetono, fatti che accadono a distanze esatte tipo un anno spaccatissimo, canzoni che escono fuori dopo anni quando due giorni prima le avevi anche solo vagamente pensate.
Beh, questo tipo di coincidenza non mi era mai capitata, perché mentre si era lì, dopo due minuti di discussione, ecco che comincia ad avvicinarsi la bufera.

Era impressionante.
Dietro al Cristo Rei i fulmini si aprivano come crepe nei cuori durante un infarto.
Guardavi il cielo verso Setúbal e sembrava solo nero senza stelle, ma bastava un lampo dentro la nuvola per darti un secondo di realtà. Come in un sogno, come se non tutto quello che stava succedendo fosse vero per davvero, capisci? Sembrava di stare a guardare dentro il buio più nero della notte e poi BAM!, botta di reale per farti capire che sei vivo. Che ci sei.

Pure se intanto cade tutto.

La coincidenza più incredibile comunque è quando mi sono ritrovato, per pochi secondi, nella scena del video. Certo, un po’ diversa, come se fosse un sogno di quella scena ma, dio mio, per un momento sembra di essere lì, col vento così forte che ha cominciato a tirare giù le piccole sculture di sassi sul lungo Tejo. Quelle messe in equilibrio, che di solito non cadono mai ma era proprio impossibile resistere a quel vento.
E quindi, mentre si passava lì, ma proprio letteralmente mentre si passava davanti a quelle colonne di sassi, ecco che vengono giù. Una dopo l’altra. Rumori di pietre su pietre, la cassetta in legno messa a sostegno di altri sassi che cadono.

Cade tutto, a ogni passo.

E seriamente, ha continuato per quattro, cinque passi. Ogni volta, cadeva una piccola scultura.
Il tipo di solito le fa davanti Praça do Commercio, ma ci sono i lavori da qualche mese e si è spostato un poco più verso Cais. Sono proprio a due palmi da te, subito dopo il muretto che separa la passeggiata dal fiume. Nonostante il vento e i tuoni, quindi, quel rumore di cose che rotolano e poi si silenziano era assordante.

Non so quali altri segnali uno debba avere onestamente.
Ha iniziato anche a piovere, di quelle piogge a gocce grosse e fredde mentre fuori c’è l’afa, ma mentre in altra vita uno si sarebbe riparato sotto quei portici, in quel momento erano semplici ombrelli in marmo sotto i quali passare per andarsene al più presto, il più velocemente possibile.

Cade tutto.

Ma tutto può essere rimesso in piedi.”

Uno Con Due Spalle Così

“Io, in vita mia, ho avuto la possibilità di stare con delle ragazze.
Lo so, lo so.
Sounds incredible.
Comunque non tante eh, rispetto ai racconti degli amici dai quindici anni in poi, che è tutto uno scopare e dimenticarsene.
Quando mai.
Però ecco, nonostante non sia un adone pare almeno io sia simpatico, e questo si dice porti a metà dell’opera. Solo che non suono in un orchestra e quindi ‘sta seconda parte dell’opera mi torna spesso difficile. La maggior parte delle volte son state loro a fare un primo passo, almeno per farmi capire che se si erano appena tolte il reggiseno da sotto la canottiera, non era perché faceva caldo (true story!).

Ma si sa, certe cose o le impari o non saprai mai come fare in alcune situazioni.
O meglio, lo sai pure, però poi ti scatta un turbinio di pensieri e dubbi e paura del rifiuto o della denuncia e quindi non ci provi mai.
E così, più o meno, da sempre.

Poi va beh, cresci e fai cose e conosci gente e piano piano ti ritrovi a 35 anni single e con delle domande. Che uno li chiamerebbe complessi ma, di nuovo, non suonando strumenti non mi piace catalogare ‘ste cose in ‘sto modo pesante. Però ecco, uno ce pensa a certe cose.
Mi spiego meglio.

Nella fascia d’età 12 – 18, giocando a basket e avendo ancora un po’ di massa muscolare prima di trasformarmi in Christian Bale ne L’uomo senza Sonno (ma ovviamente meno fregno), stavi fisicamente messo bene. Di nuovo, non ero un adone, per la maggior parte del tempo le pischelle erano già viste come amiche e quindi pure l’altroieri si scopava ieri.
Però ho mantenuto un fisico asciutto ma con una forma decente per qualche anno.
Poi il lento declino della terza età che arriva a vent’anni, tra uffici, sedie scomode, voglia di vivere pari a quella di Monicelli in ospedale, poco sesso discreta droga e rock’n’roll mi ha portato ad avere un fisico diverso.

Qui la premessa però devo fartela: a me, di avere il fisico o un po’ di muscoli o cose del genere, non me n’è mai fregato un cazzo, sia chiaro. Ho sempre accettato il mio corpo, ci ho lavorato sicuramente poco ma non posso dire di star peggio di tanta altra gente. Diciamo che mi è sempre andato bene così e non ho mai sentito la pressione di doverlo scolpire. Non ho manco mai passato più di cinque minuti allo specchio in vita mia. Prendere o lasciare insomma.
Poi è successo qualcosa.

In tutti ‘sti mesi pesanti come un post di Fusaro, ho cominciato a guardarmi con occhi diversi. Tra tutti i vari pensieri che rimbalzano nel mio cranio enorme, alcuni tornano veloci e taglienti. Anni di battutine sulle mie spalle, sulla panzetta, sul fatto che stavo gobbo. Ammiccamenti a uomini con schiene più dritte, culi più sodi, barbe più folte. Sia chiaro eh, anche io ci scherzo e anzi, spesso mi son ritrovato a invidiare genuinamente uomini più attraenti di me. O forse è solo la mia latente omosessualità, ma pure qui è un’altra storia.

Fatto sta che ogni tanto riaffora una frecciatina, una battuta, e tutto finisce nei miei occhi quando mi guardo allo specchio. E lo schema è simile ogni volta: appena mi guardo in faccia mi dico che alla fine, così brutto non sono. Poi scendo, e subito le spalle mi rimettono coi piedi per terra. Le tiro su, comincio a ripetermi che anche solo stare così potrebbe aiutarmi ma dopo dodici secondi sono di nuovo Quasimodo che suona le campane a morte.
Arrivo alla zona panza e lì la cosa si fa strana.
C’ho i fianchetti, sempre avuti e giustificati con il termine maniglie dell’amore anche se, a memoria, non è che ci si sia aggrappata poi tanta gente. C’è quel sottile strato di grassetto sulla vita, e la cosa strana è che ci son giorni in cui mi dico che ci sta, e altri in cui mi sembra di non riuscire manco a vedermi l’uccello.
E poi il gran finale: un culo più assente di me quando andavo al liceo.

Ora, io lo so che sta roba è personale, però penso pure che vada condivisa perché in un periodo di movimenti per la parità, il confronto, l’eguaglianza tra uomini e donne ci si scorda spesso che se da una parte le donne han passato gli ultimi millemila secoli a doversi sentire in costante gara col resto del mondo, negli ultimi anni molti uomini tipo me, che sbagliano tanto ma cercano sempre di correggersi, che non sono nati imparati, che provano a stare sul pezzo di tutto quello che succede nel mondo in questi ambiti, hanno difficoltà a rapportarsi sotto questo aspetto.
Ci sentiamo fuori luogo, fuori tempo, inferiori rispetto a chi fa del suo corpo un piccole tempio. Non è un pianto, il mio, non è una critica, non è la speranza di sentirmi dire

– Ma che dici dai, sei bellissimo!

(grazie Matre)

Questo non è nulla se non un pensiero grosso come il culo che non ho e che mi pesa molto in questo periodo.

So bene, benissimo che tutto è dovuto a quello che è successo negli ultimi mesi, alla rabbia, alle delusioni, e che verrà il momento in cui nella testa scatterà qualcosa e mi ritroverò di nuovo ad apprezzarmi per come sono.

Simpatico.”

Una Manciata di Minuti

“L’altro giorno ero in un parco e a un certo punto dal cielo sono arrivati versi sguaiati e gracchianti, dal nulla. Era l’ora del tramonto, e i colori di ‘sta città a quell’ora raramente sono anonimi. Quella sera c’era tutta la scala di rosso e blu senza nemmeno l’appoggio di una nuvola in cielo. Solo rifrazione su quella che sarà stata l’umidità folle di queste sere.
Insomma, son lì a provare a non pensare quando uno stormo di pappagalli mi passa sopra la testa, in formazione, per poi dividersi senza senso (per me, stupido umano) e alcuni poggiarsi su un paio di alberi, e altri tirare dritto verso altri posti.
Sia chiaro, non è la prima volta che vedo i pappagalli in città. A Roma anni fa li vedevi solo nelle zone dei parchi, ma ormai è facilissimo trovarseli a volare sopra le macchine, per le strade, sempre al tramonto.

In quel momento però sono arrivati un po’ a squarciare il silenzio di quell’attimo, e pure i pensieri non pensieri che stavo cercando di avere. E un po’ a ricordarmi che alla fine c’è un sacco di roba, a Lisbona. Son cazzate eh, poi tu mi conosci e lo sai bene, ma son quelle cazzate che mi fan fare tutta una serie di associazioni mentali e mi portano a pensare ad altre cose, magari più importanti, magari meno, ma che arrivano sempre al punto (almeno in questo periodo) di farmi arrivare a un qualche tipo di conclusione.

Provo a spiegarti: vedere quei pappagalli così, all’improvviso, mentre ero lì a cercare di non pensare che alla fine mi pare sempre tutto uguale, ha spezzato quel non pensiero e mi son detto

– Oh, anvedi i pappagalli!

Non me li aspettavo, capito? Ché non è che sto lì a pensare tutto il tempo che alla fine, dopo piccioni, gabbiani, passeri, papere, oche, cigni e pavoni, puoi vedere pure i pappagalli.
E allora ho pensato

– Cazzo, sarebbe fico vedere i delfini, pare si facciano notare spesso nel fiume ultimamente!

Che la gente racconta di averli visti, vedi le foto sui social degli account ufficiali della città ne promuovono il ritorno, insomma cazzo i golfinhos a duecento metri da macchine e smog e umani è roba che fa impressione.

E poi ti ricordi che ‘sta città ha un sacco di cose. Ti ricordi, e allo stesso tempo lo scopri per la prima volta davvero. Scopri che c’è gente che non conoscevi e con cui all’improvviso ti ritrovi a chiacchierare per ore. Gente simpatica, gente meno, gente anonima e gente che ti rimane impressa sulel retine. Ci sono locali e posti in cui mangiare dove non eri mai stato, che ora poi per bere dopo le 20 devi per forza mangiarci qualcosa e allora andiamo allo spiedinaro, mi ritrovo in un Capoverdiano, la sera dopo in un messicano a mangiare nachos.
Ti ricordi di gente bella che è sempre stata qui, ne scopri tante cose nuove e capisci che se quella gente bella ti piaceva prima beh, adesso la ammiri e la stimi ancora di più.
Capisci che hai fatto bene qualcosa (anche se non so cosa, quando, come) e ti ritrovi invitato a casa dei tuoi amici a berti tanti bicchieri e a parlare di altrettante cose, a sentire la musica e a raccontargli delle tue decisioni.

Ti ritrovi pure a fare piani che poi non rispetti, perché vuoi un po’ di anarchia e perché trovi di meglio da fare, che rispettare i dogmi della routine pure quando stai in ferie. Monti e smonti, giri e ti fermi, capisci che intorno a te c’è sempre stata un sacco di roba che ti darebbe da fare per i prossimi decenni.

Che poi oh, son momenti eh.
Roba di giorni fa, durata una manciata di minuti.
Passa subito, veloce come uno stormo di pappagalli.”

Che sarà stato?

“Che sarà stato? Il duemilaundici?
Ho avuto ‘sto flash di noi in macchina, e lei che mi faceva sentire per la prima volta ‘sti tipi qui:

Li ho trovati subito banali, dai testi fintamente ricercati, la sua voce l’ho trovata immediatamente fastidiosa. E pure non siamo riusciti a smettere di sentirli per giorni. Io ci andai sotto a un treno. Il pop perfetto: scanzonato, romantico, coi soliti quattro accordi e melodie fatte apposta per entrarti nel cervello e scavarlo fino allo sfinimento.

Che sarà stato?
Lo abbiamo scoperto un sacco di tempo dopo, anni dopo quella sera in macchina.
Ci abbiamo messo un sacco di quel famigerato tempo, lo abbiamo messo tra noi e quella sera, e mille altre sere in cui era tutto e niente.
Questo leggendario tempo, quello che scorre così piano, certe volte, da farti sembrare tutto immobile, statico, con i battiti strani del tuo cuore come unica cosa a scandirlo.
Guarda che mica è facile far passare il tempo. Ci vuole tempo anche per quello.

Che sarà stato?
Hai sentito ‘sto rumore?
No?
Boh. Io sono un paio di sere che sento rumori strani, e non capisco cosa siano.
Dure rumori diversi in due notti diverse eh, mica robetta.
La prima sera sembrava il gocciolare di qualcosa. Lento, irregolare, che non mi dava nemmeno modo di scandire il tempo. Stavo lì cercando di dargli una regola, un logica ma niente, era proprio fuori sincro con il mio ritmo.

Non ho capito cosa fosse, ma la logica ha dovuto collegarlo alle mie cose senza glutine nell’armadio, con cibo di ogni tipo messo in confezioni di plastica di ogni genere, che magari messe di sbieco stavano scivolando una sull’altra.
La seconda sera (che sarà stato? ieri?) mi sembrava invece di sentire le onde del mare.
Per la prima volta avevo chiuso la finestra, invece di accostarla, perché stamattina volevo dormire. E a un certo punto, giuro, io ho sentito le onde infrangersi piano sul bagnasciuga.
E poi mi sono sognato una donna nuda.
Non sognavo del nudo da un po’, anche se ultimamente ho vaghi ricordi di sogni confusi e zozzetti. Ma questa è un’altra storia.

Che sarà stato?
Ma che ne so.
Più ci penso, più mi dico che è stato quello che doveva essere.
Non è che questo dia più senso alla cosa, anzi.
Per uno come me, e tu mi conosci, lo sai che la mancanza di logica mi manda fuori di testa. La mancanza di basi, di informazioni, la riempio con un flusso di pensieri che fossero visibili avrebbero la forma del fumo nero di Lost. Fulmini, rumore e omicidi inclusi.
Però evidentemente doveva andare così, de botto, senza senso.”