Santo Mai: di uomini, ciclo e donne.

Io non lo che cosa vuol dire avere il ciclo.
Di certo non so di dolori e sangue che mi esce dal pene. Sverrei per cinque giorni al mese.

Ma a livello emozionale, di quello che senti e provi, anche solo livello sensoriale, boh, a volte penso di avere un vago sentore di quello che vuol dire stare nella testa di una donna una volta al mese.
Gli altri 25 e spicci non lo so eh, quello rimane un mistero ancor più misterioso.

Però ecco, qualche sera fa son passato dall’iperattività di non avere canne nel giorno di riposo, e quindi trovandomi a staccare e risistemare le foto sul muro, disfare e rifare l’armadio, uscire di casa e girare, alla voglia di morire sotto un piumone, mangiando cioccolata e facendomi mancare ogni singola ex mai avuta in vita mia. Ho lavorato, passando dall’essere super felice di servire gente, e arrivando a non vedere l’ora di andarmene per non ammazzare qualcuno a mani nude.
Volevo un taxi che, per miracolo, vedo arrivarmi incontro. La gioia, il tripudio di dopamina.
Rallenta, accosta, poi all’improvviso cambia la luce del tetto da verde a rossa, si reimmette in strada e tira dritto.

Rimango immobile a fissare il punto in cui si stava per fermare, tipo Giovanni quando trova “non una, tre!” righe sulla macchina. Inizio la discesa di Voz do Operaio che mi viene da piangere. Arrivo a metà che la lacrimuccia sta proprio lì lì. Poi faccio un respirone, mi monta la rabbia e poi, fulmine a ciel sereno, mi ricordo che non ho portafogli dietro. Il taxi lo avrei pagato col cazzo, immerso nella merda della figura grama che avrei fatto.

Mi rilasso.

Passo davanti Ti-Natércia, guardo dentro ma ovviamente è troppo tardi. Di acceso è rimasta solo la luce d’emergenza, che illumina il locale poco, di una sfumatura blu, che sembra quasi abbiano acceso gli ultravioletti dopo aver spruzzato il luminol, in cerca di tracce di un delitto appena compiuto. Passo, penso questo e mi dico che Tina è uno dei miei tanti luoghi del delitto di questa città. Di tutte le volte che ci sono stato, mi viene in mente subito quella con la mia famiglia e lei. Una delle migliori, poche serate da quando si stava insieme qui.

Tiro dritto.

Mi risale la tristezza, Lisbona è vuota come gli scaffali del mio reparto certezze. Incrocio solo una volante, da cui il passeggero mi guarda mentre cammino senza mascherina. So che non mi dirà nulla, ma comunque mi sale un po’ della classica tensione che arriva quando mi trovo a tiro di una guardia.
Li becco di nuovo di nuovo poco più avanti, incespico nei sanpietrini proprio mentre gli passo vicino. Sento il sangue affluire tutto insieme in faccia, con una botta di caldo inaspettata.

Mentre scendo da Santa Luzia, ripenso alla serata e per tutta una serie di cose mi viene in mente che, alla fine, le delusioni maggiori le ho avute da figure maschili. E non parlo di quelle fondanti, tipo mio padre, esempio perfetto di quanto una figura che più vicina di quella paterna c’è solo mamma, possa allontanarsi all’improvviso lasciandoti talmente basito che gli sceneggiatori di Boris perderebbero i sensi, per il colpo di GENIO! così de botto, senza senso.
Parlo anche di amici, semplici maschi che ho conosciuto e che dopo pochi mesi mi han fatto cascare ogni ottimo giudizio che mi ero fatto di loro, oltre che i coglioni con un gran tonfo.

Ma visto che non mi escludo mai dall’equazione di nessun giudizio che mi creo degli altri, ovviamente mi dico che anche io ho deluso uomini, donne e bambini eh.
Santo mai, stronzo a volte.

E penso che sì, certo, anche le donne mi hanno ferito tantissimo. Mi hanno straziato, sorpreso, usato, si sono approfittate di me ma anche qui. Santo mai.

Però se devo pensare a quali persone mi han lasciato a bocca aperta, la maggior parte aveva il cazzo. Ma non le palle.
Maschi che ci han provato con la mia ex fresca di un giorno, o che lo facevano con una con cui ero insieme in quel momento.
Maschi che per stare con la loro partner hanno pisciato in testa a tutto e tutti, provando pure a dire che fosse pioggia.
Maschi che nel momento del bisogno mi han voltato le spalle, maschi i cui silenzi mi hanno assordato, maschi le cui urla mi hanno ammutolito.

Non siamo tutti uguali, sia chiaro.
Guardo ai miei amici, quelli che oltre un pene hanno anche le palle, quelli che nonostante li abbia delusi io mi han sempre preso per i capelli e tenuto lì con loro. Nonostante fossi da buttare perché già gettato da qualcun altro, loro mi hanno riciclato e dato nuova vita così tante volte che la plastica a confronto si consuma prima.

E le donne nemmeno, sono mai le stesse.
La teoria per cui, presi per genere, siamo tutti uguali tra di noi, non regge.
Con un minimo di consapevolezza di sé, non ci vuole molto a considerarsi diversi anche dal nostro amico più intimo, vicino, quello che ogni cosa si sia detta in sua presenza la si è detta insieme.
Nemmeno io e mio fratello che santiddio abbiamo lo stesso sangue, siamo poi così uguali.
Se mi fermo a pensarci, mi ritengo invece quasi più simile a tante mie amiche per stile di pensiero, modo di agire, ragionamenti.

In questo periodo mi ritrovo, e per fortuna, a confrontarmi con alcune donne completamente diverse tra loro per carattere, personalità, esperienze, età. Eppure più ci parlo e più vedo i punti in comune tra loro e me, ed è proprio questo il motivo: ci parlo. Il dialogo, il confronto anche duro. Le critiche.
Noi, tra uomini, non ci si critica. Al massimo si accentua il mostrare i propri pregi, le nostre capacità, ci si pavoneggia e ci si paragona agli altri. Ma va sempre comunque tutto bene (il capo è stronzo ma contento, la Roma vince, la tua ragazza ti aspetta a casa con la cena pronta) e quindi non c’è confronto, e senza confronto non ci si guarda poi nemmeno allo specchio.

Parlare con le donne invece ti mette spesso di fronte ai tuoi difetti. Magari sei lì che pensi che bello sarebbe star nudi tutti e due e invece ti ci ritrovi solo tu senza qualcosa addosso, spogliato di alcune certezze, e la cosa ci fa sentire un po’ di quel freddo da cui spesso, infatti, scappiamo.
Ma basta imparare a reggere le botte, una dopo l’altra.

Quando quella che poi sarebbe diventata la mia migliore amica mi ha rifiutato con una classe tale che quella in cui saremmo rientrati da lì a poco, dopo l’intervallo, sarebbe sembrata una baracca.
Quando mia madre mi ha guardata delusa per la mia ennesima cazzata adolescenziale, e ho sentito che qualcosa dentro di lei, anche se piccolo e molto in fondo, si era rotto.
Quando non mi si alzava per l’ansia e i pensieri, mi sono ritrovato a essere coccolato, ascoltato, compreso.
Quando trovo chi mi apprezza per quello che sono, mi fa dei complimenti e allo stesso tempo riesce a farmi stare coi piedi per terra, senza idolatrarmi o riempirmi di cazzate solo per riempire qualche silenzio.
Quando dentro mi rimangono i silenzi di donne che se ne sono andate per davvero, più che le parole di uomini ancora in vita.

Proprio qualche giorno fa, una donna con cui (e per fortuna di nuovo) ho la possibilità di confrontarmi, ha detto una cosa che mi ha fatto molto pensare.

“Le donne agiscono in base al contesto.”

Il discorso è poi andato avanti in modo sempre più interessante, ma questa frase mi è rimasta dentro.
Perché, semplicemente, è vero.
Per forza di cose, inteso come essere state forzate a comportarsi / agire / vivere in un certo modo a seconda di tempi e luoghi del mondo, le donne devono agire in base al contesto. E non parlo di quelle buffonate di paragoni tipo donne che non sanno parcheggiare o senza manualità per i lavori di casa, se state pensando a quello. Conosco donne che potrebbero guidare mentre montano una cassettiera Ikea senza istruzioni.
Poche eh.
Ma le conosco.

Parlo di contesti sociali, di quelli che ci mettono decenni a formarsi e che devono poi essere modificati, aggiornati, se non abbattuti del tutto. Contesti quotidiani di molestie fisiche, di sottomissione salariale, di torture psicologiche.
Mentre per noi uomini le cose son state sempre abbastanza facili (io non me la ricordo mica, l’ultima volta che mi han pagato meno di una donna, o quand’è stato che qualcuno si è tirato fuori il cazzo per strada davanti a me), le donne un poco han dovuto reagire in base a quello che succedeva loro intorno, no?
Il #metoo non è (stato?) solo un movimento di denuncia contro decenni di silenzi autoimposti per mantenere una carriera, una famiglia o anche solo la cazzo di dignità. Ma ha aperto un discorso più ampio su quanto sia effettivamente diverso il contesto in cui viviamo noi uomini e quello in cui vivono le donne. Anche se siamo nello stesso ufficio, o strada.

Io non lo so che cosa vuol dire avere il ciclo.

Mi sa che alla fine di ‘sto discorso che avevo in testa da giorni, non so manco minimamente che voglia dire essere donna. Nemmeno di striscio.
Però so come loro fanno sentire me, e non solo nel momento in cui ci si ritrova a interagire in qualunque modo. Ma nel modo in cui mi lasciano qualcosa su cui pensare, riflettere, magari cambiare. Gli strascichi di un discorso, l’odore su una felpa, un capello sul letto o un messaggio incazzato. C’è sempre margine di ragionamento, anche se a volte risulta davvero tanto, tanto difficile starvi dietro.

Però siete l’altra metà del cielo, e pure quando piove alla fine è sempre un bel vedere.

Una Cosa Stranissima

“Insomma, quella settimana era già stata parecchio strana, a partire dal Martedì prima.
I giorni avevano fatto il loro sette passi, e io mi trovavo all’una di notte, dopo due turni di lavoro, a fumare a casa di un amico, dopo che i giorni precedenti erano stati pieni di presenze e assenze, e io stavo bene.
Stavo.
Bene.

Capito?

E non è che lo dici perché tu ti ci voglia sentire, o perché devi darti un tono in un mondo in cui tutti fingono di stare bene. Di questi problemi, io, non me ne sono mai fatto, me lo leggi in faccia quando mi rode il culo, nell’essere teso, distratto. E me lo vedi addosso pure quando sono felice, anche solo per mezza giornata, di quella felicità spensierata che cammini sulle punte, hai una battuta per tutto e sei talmente brillante che se piove l’acqua evapora prima di toccarti.

Ecco, io quella sera stavo bene.
Non ero triste, non ero felice.
Stavo.
Bene.

Ero così preso bene, quella sera che quando sono uscito da casa del mio amico, dopo aver fumato una singola canna ma delle dimensioni del Belgio, che ho deciso di tornare a casa a piedi. E per la prima volta in due anni e mezzo a Lisbona, che nemmeno i primi mesi che nonstante la pioggia me ne andavo alla cazzo ma comunque, sempre, trovavo la strada dell’ostello, ecco mai come quella sera io mi son perso.
Ma proprio della serie che a un certo punto, tutto fatto e mentre

stavo

bene

ho anche controllato Maps e niente, il vuoto. Attivo la posizione e oh, niente di niente.
Il fatto è, oltre ad essere io, era che continuavo a camminare perché

stavo

bene

e quindi cazzomene di perdermi un po’?

Dopo dieci minuti di dolcissimo panico, mi ritrovo al Miradouro da Penha da França.
Mai stato, manco per sbaglio, manco apposta, manco per il cazzo.
E appena alzato lo sguardo e capito dove fossi, m’è successa una cosa stranissima.

Ho come sentito la sua presenza.
Come se lì ci fosse stata spesso, come se lì le fosse successo qualcosa di bello ma, ovviamente, senza di me.
Ma non è stata questa, la cosa stranissima.
Quella è stato il fatto che io, dopo ‘sta botta allo stomaco, io

stavo

bene.

Ancora.
Senza dubbio o finzione.
Continuavo a fregarmene e anzi, mi sono aperto ancora di più e mi sono preso tutto, mi son preso i fantasmi di morti che non conoscevo, mi son preso la sua figura aggirarsi spensierata, mi son preso la luce fioca di Lisbona delle due di notte, con la luna grande e i lampioni piccoli.
Mi son preso bene, mi son visto da fuori ed ero bello, con gli occhietti gonfi e il cuore ancora di più.

Ho passeggiato intorno alla chiesa, illuminata da un faro così piccolo e potente da sembrare una piccola astronave, paralizzata dinnanzi a cotanta incomprensibile bellezza, che ne esamina la facciata con una luce fortissima e non riesce proprio a spiegarsi come, e perché. Mi sono ritrovato davanti a una torre enorme, un incrocio tra un silos e un castello in miniatura, pieno di graffiti, proprio dietro alla chiesa. Chissà cosa ne penserebbe la piccola astronave, se solo sporgesse un poco di più la sua luce-scandaglio, di questa torre con le feritoie, alta poco meno della chiesa, un sacro e un profano, stato e chiesa, casa e bottega ma che sto dicendo? mi son detto.

Mi son poggiato con le gambe al muretto che apre sul panorama, il busto un po’ sporgente e la sigaretta in bocca. È passato un rider di Glovo, lento, una mano sul manubrio e l’altra a provare ad ingrandire il percorso che stava facendo per la consegna. Se n’è andato lento per la discesa in curva, la luce rossa dello stop che già era fioca si è spenta piano come un bel sogno.

Se ho pianto, chiedi?
Una lacrimuccia m’è scesa, lo ammetto.
Ma oh, alla fine

stavo

bene

e piangere non dico di gioia ma ecco piangere di star bene non fa mica così schifo.
Soprattutto se hai pianto di non star bene manco per il cazzo per mesi.

Sono tornato indietro e ho finalmente capito dove fossi.
Minchia, se ero lontano da casa.

Ho chiamato un Bolt, è stato veloce, ho guardato The Office e mi sono messo a dormire.
E il giorno dopo, sai come stavo?

Stavo

meglio.”

Trecentosessantasei Giorni Fa

“Era un anno fa spaccato.
Sedici Agosto Duemiladiciannove.
Che lo so che le date andrebbero scritte a numero, ma mi pare che qui poche cose vanno come dovrebbero quindi chi sono io per non rompere qualche regola?
Ti dicevo, trecentosessantasei giorni fa (che quest’anno non fosse abbastanza demmerda ha pure un giorno in più), avevo preso un treno la mattina. Ero al paese della mia ex ragazza, e dovevo tornare qui a Lisbona per ricominciare a lavorare.
Le premesse per quello che è successo poi c’erano tutte eh, e suoneranno male ma quello era.
Non andava bene da un po’ di tempo, e i giorni della scorsa estate erano passati lenti e male. I tentativi dei mesi precedenti erano stati un buco nell’acqua, di quelli che fanno mulinello e cominciano a tirarsi dentro tutto quello che incontrano: giorni, notti, parole, approcci.
Son passati trecentosessantasei giorni, da quel Sedici Agosto Duemiladiciannove, e io di colpe me ne son fatte almeno il doppio. Colpe espiate, o per lo meno esplicitate.
Ché lo sai, mi conosci, sono duro di capoccia quando mi ci metto. Sto zitto, ho lo sguardo torvo, aspetto la prima mossa sbagliata del prossimo per incazzarmi ancora di più e sto ancora più zitto e così via. E quel periodo ero davvero antipatico.
Non cerco giustificazioni, non ne ho, ma sentirmi incompreso (perché non ci si riesce a spiegare, perché la foga di voler risolvere preso brucia ogni soluzione) e sentirmelo appiccicare addosso per tanto tempo mi ha fatto pensare che non fossi più in grado di spiegarmi per davvero. Solo che poi, quando tutto il resto del mondo ti capisce, qualche dubbio che non sia solo tu il problema ti viene.
Insomma, quei giorni passarono tra finte risate a cena con altri, e cupi silenzi quando si rimaneva da soli. Faceva caldissimo, quei giorni, e alla sofferenza di non riuscire ad avere un contatto con lei si univa un affaticamento fisico incredibile. Ricordo interi pomeriggi passati a provare a dormire tra finestre aperte e ventilatori. I passagi in cucina per prendere l’acqua, ignorandosi a vicenda quando ci si incrociava. Se potessi tornare indietro e prenderci entrambi a schiaffi giuro lo farei, perché in quei giorni stavamo decidendo di non fare nulla per provare a recuperarci e non lo volevamo capire. Ci andava bene, ecco quale è il punto. Ci andava bene andasse così, sapevamo di andare contro un muro su una macchina senza freni lanciata a folle velocità guidata da me, che nemmeno ho la patente. Solo che questa consapevolezza l’assumi un sacco di tempo dopo, e lì per lì ti pare tutto giusto quello che fai e tutto sbagliato quello che fanno gli altri. E un sacco di tempo dopo ancora, tipo settimane o mesi, non solo devi riuscire a guardarti dentro abbastanza da saper chiedere scusa, ma anche prepararti al fatto che probabilmente dall’altra parte non arriverà nulla. Sempre per il discorso che non ti fai capire, e tu non capisci perché giustamente come fai a far capire a chi non si fa capire, come farsi capire? Soprattutto se pure tu non hai il Nobel in spiegazionismo.

Trecentosessantasei e un giorno fa si banchettava per Ferragosto. Tavola immensa, finalmente una giornata di sorrisi veri e luminosi discorsi. Vino, cibo, vino, piscina, vino, caffè, vino, amaro, piscina, amaro. A fine giornata mi sentivo come si deve essere sentito James Gandolfini dopo cena in quell’hotel a Roma.
La mattina dopo, trecentosessantasei giorni fa, il Sedici Agosto Duemiladiciannove, mi sveglio affannato e stanco, e ovviamente è colpa della sequenza vino, cibo, vino, piscina, vino, caffè, vino, amaro, piscina, amaro che, dovrebbero saperlo tutti e  Gandolfini per primo, finisce con morte. Devo prendere il treno per andare a Roma e poi prendere l’aereo di ritorno. Mi accompagna alla stazione, e insieme a noi viene un’ombra enorme che oscura un sacco tutto quanto. Io fumo e non dovrei: non riesco nemmeno ad aspirare decentemente ma nonostante tutto fumo. Lei guida in silenzio, la mano destra che si nasconde tra le gambe quando non deve cambiare le marce. Entrambi sappiamo che il non aver affrontato nulla, in quei giorni, ci porterà a dover fare doppia fatica una volta che lei sarà rientrata a Lisbona. Sappiamo tutto benissimo ma facciamo gli ignoranti. Arrivati alla stazione aspettiamo il treno insieme, come sempre, come se nulla fosse. Di nuovo ci sono il distanziamento sociale prima del Corona, e pochissimi tentativi di approccio. Il treno arriva più stanco di noi, stancamente apre le porte e il caldo dentro è la prima cosa che mi disturba, il primo indizio che non colgo: sembra di camminare dentro la marmellata, sudando un sacco provandoci. Ci salutiamo mestamente, e mestamente mi siedo a uno dei primi posti che trovo. Non mi va di girare a vuoto per vedere il vuoto che c’è intorno. Nello scompartimento ci siamo io, un ragazzo con gli auricolari che dorme e una signora intenta a fare *bling bling* col giochetto sul telefono.
La seconda cosa che mi disturba è il fatto che non ci sia segnale di aria condizionata: metto la mano sotto il bocchettone come farei per vedere se una persona respira ancora, e spero che in quel caso il risultato sia ben diverso dal momento che aria, da lì, non esce. Mi tolgo zaino e borsa, li metto sulla rastrelliera e mi siedo. L’ultimo indizio, che a questo punto trasforma il tutto in una prova, è il fatto che i finestrini siano chiusi ermeticamente.

Vado in tilt.

Il mio cervello non riceve più segnali utili tipo “Jacopo se non qui, magari da un’altra parte c’è aria, o un finestrino aperto” no, lui cerca la soluzione immediata, sente che qualcosa non va e pensa alla sopravvivenza di tutto il sistema corpo. Quindi riprendo zaino e borsa, che in quel momento pesano come tutti i sensi di colpa della mia vita, e imbocco il corridoio direzione capotreno. I vagoni sono vuoti, lunghissimi e caldi come la febbre, non finiscono mai, mi sembra il treno più lungo del mondo, i battiti impazziti del mio cuore mi stanno trapanando le orecchie e vorrei solo che alla fine ci sia un capotreno fatto di ghiaccio, ossigeno e con la voce di Elodie che mi abbraccia e mi sussurra che andrà tutto bene. La capotreno invece, che trovo dopo quattordici chilometri, non ha voce di Elodie né sembianze rinfrescanti, e quando mi guarda per rispondermi che al massimo può provare ad alzarla un po’ fa una faccia che non mi piace per niente.

“Si sente bene?”

Non mi sembrasse di stare per essere colpito da un acuto attacco di morte, mi offenderei per quel lei.
Invece non me ne frega un cazzo, potrebbe pure darmi del merda ma io voglio solo l’aria e poi giuro poi sto bene davvero. Anche se sento che mi serve altro, ma non so cosa.
Lei riprende il suo giro dopo che io declino la sua proposta di farmi scendere alla prossima, chiamando intanto un’ambulanza.
Comunque scendo.
Sono passate solo quattro fermate ma mi sembrano due giorni di viaggio ormai.
La chiamo.

“Sto male.”

Tutto quello che c’era stato fino a quella mattina, quell’ombra nera sopra di noi, sparisce.
Mi tiene compagnia mentre non so cosa fare.
Sono fermo alla banchina nel punto dove sono sceso e non so che fare.
Sudo, ho il cuore a mille, il respiro più corto del mio pene e

non
so
che
fare.

Grazie a dio lei è lucida e mi consiglia di prendere il primo treno per tornare indietro, e saremmo andati insieme al pronto soccorso.
Bisbiglio qualcosa, va bene ecco il treno per tornare, sono salito, mi tieni compagnia?

Salgo e mi fermo subito tra due vagoni, davanti alle porte, dove un mamma nera enorme e bellissima tiene in braccio una bimba, con l’altra mano tiene il passeggino e con gli occhi severi guarda il più grande, che mi fissa. Quei due occhietti teneri aggiungono ansia all’ansia all’ansia all’ansia e adesso non riesco a pensare ad altro che alla morte, alla morte dietro l’angolo, dietro il corrimano curvo che porta al secondo piano del vagone. La morte che mi fa rodere il culo, mi prenda così, che non sono felice, che non so come risolvere delle cose che però voglio provare a.
Solo che, sarà perché sto su un treno in Italia, la morte non arriva quando te l’aspetti.

Solo ansia.

Sudo tantissimo.
Lei mi consiglia di prendere qualcosa con dello zucchero, che chiedo alla mamma davanti a me. Mi guarda come se fossi un tossico e solo ora mentre lo scrivo mi rendo conto che in quel paese di merda che è l’Italia, a lei quello sguardo lo rivolgeranno cento volte al giorno.
Lascia il passeggino e fruga nella borsa, mentre con la coda nell’occhio tiene sotto controllo i tre figli e me, che sudo tantissimo e sto letteralmente facendo cadere a terra zaino e borsa. Mi dà una mou, la ringrazio, mi metto in un angolo e la mangio.
Mi fa schifo, mi viene la nausea, la sputo senza farmi vedere ma non ci riesco, perché me la sputo malamente sulla mano e la mamma se ne accorge, aggiungendo orrore al suo sguardo.
Sudo tantissimo.
Nel frattempo lei è ancora al telefono con me, telefono che mi scivola da mani e orecchie perché sudo tantissimo.

“Non ce la faccio, scendo alla prossima, se vuoi vieni qui.”

Scendo e non ci penso due volte, anche perché è l’unico pensiero che ho: vado sparato verso la guardiola della polizia. Balbetto qualcosa a lei e attacco.
Appena entro, dimentico dell’erba legale e non nella tasca del mio zaino, uno di loro mi guarda e capisce.
“Siediti, chiamiamo un’ambulanza.”

Da lì solo terrore e disperazione: la faccia dell’infermiera appena scesa dall’ambulanza, la sua faccia ancora più contrita quando vede i battiti di cui non mi dice il numero, ma solo “dai andiamo a farci un giro va”.
E da lì l’orrore mentre capisco che mi vuole mettere la cannula della flebo (ancora ricordo il punto esatto di dov’era infilata nel mio braccio), l’essere portato dentro il Pronto Soccorso, la caposala severa e gentile che mi fa l’elettrocardiogramma, la dottoressa severa e stronza che dopo un paio d’ore di attesa, senza farmi entrare nello studio, annuncia davanti a tutti che quell’ECG non le piace proprio, e quindi sta me dimettermi o rimanere per tre prelievi, uno ogni sei ore. Anche qui non ci penso su troppo, e le dico che rimango.

Trecentosessantasei giorni fa, il Sedici Agosto Duemiladiciannove, ho avuto il mio primo attacco di panico e ho passato diciassette ore al Pronto Soccorso, facendo tutti e tre i prelievi, conoscendo fin troppa gente col mio stesso cognome (persino l’ospedale, aveva il mio stesso cognome), facendo amicizia con i pazienti e andando ogni tanto a rubare un po’ di pietà da lei, che delle diciassette ore se ne fece parecchie aspettandomi, preoccupata almeno quanto me.
Non ho niente, sto bene e ho imparato a gestire quei momenti, per fortuna rari, dove capisco che c’è qualcosa che non va.
Ci ho ragionato tanti dei trecentosessantasei giorni che son passati e fin da subito era chiaro che fosse tutto nella mia testa. Che la situazione non poteva essere (non)gestita in quel modo. Che bisognava tirare via un respiro profondo e un sacco di cose dalle spalle.

Oggi, Sedici Agosto Duemilaventi, dopo trecentosessantasei giorni da quel giorno in cui morire era l’opzione migliore, in questi dodici mesi in cui son successe mille e mille altre cose son qui, vivo, comunque vegeto, con l’ansietta che fa parte della mia quotidianità e le spalle un poco più leggere.
Le colpe sono state esposte, le conseguenze son state naturali come artificiose erano le cause.
Io mi ascolto un poco di più, anche se ancora vado in palla e mi sembra di non capirci nulla.
Ho vissuto giorni peggiori, tipo quello di trecentosessantasei giorni fa.
Dovranno passare almeno altri trecentosessantasei giorni, e poi trecentosessantasei ancora prima di fare davvero i conti con quello che è successo nel frattempo. Ma il tempo è l’unica cosa che abbiamo, e farlo passare in qualche modo la miglior cura per capire ccome cazzo ci siamo ritrovati così.

Al momento so che potevamo fare di meglio, questo è certo, ma almeno ci abbiamo provato.”

Quel Gran Genio del mio Amico

“Una volta un mio amico mi disse di non prendere sul serio tutto quello che diceva.
Era uno simpatico, il mio amico.
Ci siamo conosciuti da piccoli e ancora ci sentiamo spesso.
In pratica con ‘sto mio amico io ci ho fatto un sacco di cose insieme, dalle cene alle vacanze alle ore passate a parlare della vita. Si parlava di amicizia, famiglia, sesso, si è discusso di impegno politico e sociale, di manifestazioni, droghe, dividendoci una boccia di Merlot da due soldi nei centri sociali, o andando a un concerto solo io e lui, a goderci il gruppo senza troppe distrazioni.
Abbiamo intervistato gente insieme, e insieme abbiamo sbobinato l’audio.

Non è che sia sempre andata benissimo eh, sia chiaro.
Come in ogni rapporto umano ci siamo scannati, strillati contro, ci siamo odiati per giorni ma alla fine i conti con noi stessi li abbiamo sempre fatti.
Abbiamo idee diverse che cambiano ancora di più col tempo, che non riusciamo ad incastrare, che sono a volte diametralmente opposte l’una dall’altra, ma troviamo sempre una quadra su cui ragionare e poter discutere normalmente.

Insomma, ‘sto mio amico mi dà spesso dei consigli. Non perché abbia più esperienza di me, visto che abbiamo la stessa età e abbiamo fatto un sacco di cose insieme, ma ha un punto di vista tutto suo e questo mi aiuta a vedere le cose da diverse prospettive. Lui in realtà di quelli che non pensa siano consigli, ma solo le cose che gli vengono in mente. Filtra i suoi pensieri in base al suo stato d’animo e li butta fuori, parlando di quello di cui si sta parlando senza troppi giri di parole, in modo molto diretto.
Esempio: se si sta tra amici, e si parla di donne e delusioni e tragedie varie, lui avrà sempre qualcosa da dire, che sia serio o faceto, lui sta lì e qualcosa la dirà sempre. Oh, non è che poi dica sempre cose intelligenti, o illuminanti. Alla fine è un coglione, come me, e ci siamo trovati anche per quello.
Ma lui saprà comunque darti un punto di partenza su cui ragionare, discutere, confrontarsi. Poi non si risolve mai un cazzo, ovviamente, che quello lo devono fare le parti coinvolte e non è che stia qui a far miracoli.
Nessuno li sa fare.

La cosa che però mi ha sempre detto, la cosa più importante per lui che sottolinea sempre, e che son sicuro non smetterà mai di fare, è di non prendere sul serio tutto quello che dice, perché lo dice sempre filtrando con la sua testa. E, boia, siamo sette miliardi e passa su ‘sta palla verdazzurra, avoja a essere diversi tutti.
Lui però lo dice con la stessa trasparenza con cui poi mi dice di buttarmi, di fare, di chiedere, di dire, e dopo settimane mi dice che forse si sbagliava, che magari sono accecato dalla forte luce del periodo di solitudine che (ne sono certo) devo farmi, che fermarmi a respirare un secondo è sempre cosa buona e giusta. O di mollare il lavoro, e ritrovarmi poi a sentirmi dire che “aspetta, meglio aspettare un attimo”, che ‘sta situazione del cazzo non si risolve da sola e subito e mosse avventate equivalgono a un suicidio.

A volte non lo capisco, lo ammetto.
Spesso si sbilancia in consigli estremi da un giorno all’altro, a volte pure da un’ora all’altra. Per carità, persona instabile attira persona instabile, e mi trovo benissimo con lui.
Gli manca giusto un po’ di coerenza e costanza nel mantenere i suoi punti. Perché, sono onesto, dice un sacco di cose interessanti ma non è che sia così fermo nel mantenerle. Insomma, è bravo a parlare per gli altri ma parlare di lui gli fa sempre un sacco di fatica.

Per fortuna di qua ci sto io, insieme a lui, a farlo distrarre un po’ dalla sua finta serietà.
Ripeto, non è mai facile, ma non lo è per nessuno star lì a discutere con sé stessi per oltre trent’anni.”

Cade Tutto

“Guarda bene ‘sto pezzo:

Ecco, riguardalo prima di continuare a leggere.
Lo so, lo so che il film lo conosci bene, al DVD ci son venute le righe sotto.
Però riguardalo ora, dopo tutto quello che è successo.

Cade tutto.

E lo sai no, che a me le coincidenze fanno impazzire. E mica parlo di pensare a una cosa da mangiare che poi trovi in una tasca.
Parlo di numeri che si ripetono, fatti che accadono a distanze esatte tipo un anno spaccatissimo, canzoni che escono fuori dopo anni quando due giorni prima le avevi anche solo vagamente pensate.
Beh, questo tipo di coincidenza non mi era mai capitata, perché mentre si era lì, dopo due minuti di discussione, ecco che comincia ad avvicinarsi la bufera.

Era impressionante.
Dietro al Cristo Rei i fulmini si aprivano come crepe nei cuori durante un infarto.
Guardavi il cielo verso Setúbal e sembrava solo nero senza stelle, ma bastava un lampo dentro la nuvola per darti un secondo di realtà. Come in un sogno, come se non tutto quello che stava succedendo fosse vero per davvero, capisci? Sembrava di stare a guardare dentro il buio più nero della notte e poi BAM!, botta di reale per farti capire che sei vivo. Che ci sei.

Pure se intanto cade tutto.

La coincidenza più incredibile comunque è quando mi sono ritrovato, per pochi secondi, nella scena del video. Certo, un po’ diversa, come se fosse un sogno di quella scena ma, dio mio, per un momento sembra di essere lì, col vento così forte che ha cominciato a tirare giù le piccole sculture di sassi sul lungo Tejo. Quelle messe in equilibrio, che di solito non cadono mai ma era proprio impossibile resistere a quel vento.
E quindi, mentre si passava lì, ma proprio letteralmente mentre si passava davanti a quelle colonne di sassi, ecco che vengono giù. Una dopo l’altra. Rumori di pietre su pietre, la cassetta in legno messa a sostegno di altri sassi che cadono.

Cade tutto, a ogni passo.

E seriamente, ha continuato per quattro, cinque passi. Ogni volta, cadeva una piccola scultura.
Il tipo di solito le fa davanti Praça do Commercio, ma ci sono i lavori da qualche mese e si è spostato un poco più verso Cais. Sono proprio a due palmi da te, subito dopo il muretto che separa la passeggiata dal fiume. Nonostante il vento e i tuoni, quindi, quel rumore di cose che rotolano e poi si silenziano era assordante.

Non so quali altri segnali uno debba avere onestamente.
Ha iniziato anche a piovere, di quelle piogge a gocce grosse e fredde mentre fuori c’è l’afa, ma mentre in altra vita uno si sarebbe riparato sotto quei portici, in quel momento erano semplici ombrelli in marmo sotto i quali passare per andarsene al più presto, il più velocemente possibile.

Cade tutto.

Ma tutto può essere rimesso in piedi.”