“Sulla mia Pelle”

Mi ero ripromesso solo di consigliarlo, con poche parole, poche quelle nel film.
Ma non ce l’ho fatta.

“Sulla mia Pelle”, e in molti lo hanno già detto, era un film necessario.
Necessario per chi come me ancora non se ne fa una ragione, di quello che è successo, e che fin dal giorno zero sa benissimo cos’è successo e ha seguito tutto a distanza, ma senza distacco alcuno, montando una rabbia e un’impotenza difficili da descrivere.
Necessario per chi ha sempre pensate e detto che Stefano fosse solo un tossico, perché si sorprenderebbe e allo stesso tempo si sentirebbe una merda nel capire che ha sempre avuto ragione. Stefano era stato un tossico e come un tossico è stato trattato, se sei in un paese retrogrado, incivile e senza rispetto alcuno per la vita umana: Stefano aveva, al netto di tutto, dei problemi, e proprio per questo andava aiutato, supportato e accompagnato verso un iter democratico due volte di più.
Necessario per chi pensava che in Italia un film del genere non potesse farsi, e invece si ritrova davanti una gemma rara, un’ora e quaranta con più silenzi che frasi, e quelle poche sono sempre fredde, spigolose, da quelle che Stefano sussurra a quelle sibilate tra i denti di cani rabbiosi e ciechi di fronte alla sofferenza di un ragazzo.

Il filma squarcia il velo della cronaca e irrompe nell’intimità di una famiglia stanca delle cazzate del figlio, di una storia che ognuno di noi ha sentito se non vissuto nella propria cerchia: una madre che non si arrende e un padre stanco, due genitori che si trovano al centro di una serie di eventi dei quali in quel momento non sono nemmeno a conoscenza, e che gli verranno schiaffati in faccia con un foglio bollato dopo sette giorni di attese e rifiuti, ma soprattutto dopo sette giorni senza avere una singola notizia sulla situazione del figlio. Una sorella incazzata, una sorella il cui amore per il fratello esplode quando si rende conto che “ti voglio bene” non potrà più dirglielo. Una famiglia che, zavorrata da una burocrazia avvelenata dall’illegalità di quei giorni, a un certo punto ha paura che lui pensi che alla fine sia stato abbandonato anche da loro, e credo sia una delle sensazioni, da entrambe le parti, più brutte del mondo.
Ma soprattutto cala una sorta di ombra su Stefano e sul suo modo di ribellarsi che ti fa rabbia, che dentro ti fa gridare “dai Stè ti prego fatti aiutare” come se non sapessi già che quelle grida di aiuto, spesso celate dietro i suoi rifiuti e la sua strafottenza, rimarranno inascoltate per tutto il tempo.

Dall’altra parte un’istituzione che serve e protegge se stessa e il suo continuo infrangere anche la più semplice delle procedure: agenti in borghese fuori servizio che “danno una mano”, carabinieri più piccoli di Stefano che si fanno grandi dentro la divisa, la polizia penitenziaria che si preoccupa delle sue condizioni solo per mettere in chiaro che lui da loro, in quello Stato, ci è arrivato così. Uomini di servizio che si lavano le mani da un sangue che li sporca proprio nel momento in cui si assicurano che loro non c’entrano nulla.

Personalmente, due sono le cose che più mi hanno colpito: la prima è quell’immagine di Stefano rannicchiato su una tavola, mentre “l’assistente” gli sta andando a gridare che è arrivata l’ambulanza. Lui è lì, senza coperta, le mani spinte nelle tasche della giacca nera, una posizione scomoda per chiunque ma che a lui dà sollievo, un sollievo che però sparisce e lascia il posto a un dolore cieco, che mentre lo vedi ti pare di sentirlo, come muovere articolazioni scheggiate, un Cristo che viene preso di nuovo, caricato della sua croce, e portato verso la prossima Stazione.
La seconda cosa è la registrazione originale sui titoli di coda, quella dove Stefano viene interrogato dalla giudice. L’avevo già sentita, negli anni, ma ascoltarla dopo il film, a occhi chiusi, se si riesce a distaccarsi dalla voce annoiata della donna, se per un attimo riusciamo a non sentire lui che le parole le tira fuori soffrendo, a un certo punto si sente il respiro di Stefano. Fateci caso. Un respiro affannato, un respiro anomalo, un trattenerlo per non sentire dolore e un rilasciarlo veloce per provarne il meno possibile.
Un respiro che non c’è più.

“Sulla mia Pelle” è un film necessario e che secondo me, almeno per la prima visione, è necessario vedere da soli. Perché credo sia l’unico modo per sentirsi anche solo lontanamente, minimamente come lui.
Soli.

Lisbona – Parte Settima – Cosa mi manca?

Io continuo a pensarci.
Ci penso tutti i giorni.
Sono passati quasi cinque mesi e ci rimugino spesso.
Faccio liste mentali e depenno ogni riga neuronalmente, una dopo l’altra.
Mi guardo in giro per strada, in ufficio, ascolto la scuola di musica sotto casa mentre la sera provano jazz e a tutto ci sovrappongo la mia vita a Roma.
Cosa mi manca, di Roma?
Dopo 32 anni e 364 giorni passati nella Capitale escludendo i dieci mesi a Lecce, io ancora non lo so, cosa mi manca.
Direi niente, ma sarei un bugiardo come se dicessi che mi manca tutto.
Scrivo quest’ultima cosa e mi viene in mente Rebibbia e il murales di Zerocalcare

“Qui ci manca tutto. Non ci serve niente.”

e lo faccio mio.

Ma ci ripenso subito perché forse non mi manca niente ma mi serve tutto.
E ci ripenso di nuovo perché, appunto, manco lo so che mi manca.
E non parlo di persone, ché Lei ad esempio mi manca da incazzarmi con la geografia e le sue distanze.
Mi manca il mio ex collega di lavoro e il bene che ci siamo voluti in nemmeno un anno.
Mi mancano i miei amici, i pochi rimasti a Roma, e le poche volte che riuscivamo a vederci.
Mi manca la mia amica bionda dell’italico nordest, e il recuperare gli spritz persi in un mese in un’ora.
Mi mancano le miniature, tutte e tre.
Mi mancano i miei zii e le loro cene pantagrueliche.
Mi mancano Matre e Fratello pure se, sempre per colpa delle distanze, vedevo già poco.

Ma, dicevo, non parlo di persone, perché alcune ti mancano pure se ce le hai a venti centimetri.

Parlo di una quotidianità che era diventata un inferno, di un’umanità inumana, di facce tristi quando non sono arrabbiate, di scontrini non emessi e controllori inesistenti.
Penso a una città che negli ultimi cinque anni mi ha pietrificato il cuore e sciolto il fegato.

Quindi, che potrebbe mai mancarmi davvero?

Mi ci devo impegnare un sacco, son sincero.
In questi mesi ci ho dovuto ragionare sopra. Mai una volta che così, d’istinto, ho provato un tuffo al cuore, mai mi si è annebbiata la vista, mai ho vacillato al pensiero di quanto mi mancasse qualcosa.
Che poi, sò pure celiaco, manco a dire che mi manca la pasta.

Allora, che cazzo mi manca?

Ecco, a proposito di, mi manca un pezzo di pizza e una Mikkeller fresca da Celiachiamo.
Il gelato da Andreotti prima di attaccare alle sei e mezza per il turno Cena.
Il tramonto da Ponte Garibaldi con lo spicchio di Cupolone in fondo.
Entrare d’inverno alla Feltrinelli di Largo Argentina senza comprare nulla, per scaldarsi e sbavare su quintali di libri che non posso permettermi e che tanto non leggerei.
Andare a vedere le finestre di casa di Nonna a San Saba.
I concerti al Monk, quelli dentro però, che si sente meglio e che deve esserci proprio casino per farmi sentire a disagio.
Leggere le mie cose acide al Blackmarket entrando a gamba tesa sui live delle miniature. E tenere la nipotina mia mentre loro suonano.
Il caffè di Sabatino la mattina prima di andare a lavoro, e le patate al forno del kebabbaro sotto l’ufficio.
I murales del Quadraro.
L’atmosfera anni ’70 che ti arrivava come un pugno sui fianchi entrando al bar di Mano Bianca, quando lavoravo a Cipro.
Bob Marley suonato dal ragazzo africano sotto la metro a Cornelia, che quando passavo senza lasciargli nulla comunque mi sorrideva.

Ecco.
Allora qualcosa mi manca.
Però ci ho dovuto pensare, e anche parecchio.
Nessun tuffo al cuore, manco di quelli che la giuria alza tutti dieci perché non è arrivato manco uno schizzetto d’acqua.
Nessun rimpianto, nessun rimorso, diceva Max “personificazione della nostalgia” Pezzali.

Proprio ieri parlavo con Matre che da brava Matre qual’è tutta orgogliosa dice alla gente che sto bene.
Che lo sente, che sto bene.
E chi mi conosce (mai come Matre, of course) lo sa che è vero.
Che nonostante comunque i soldi siano pochi, nonostante realizzo sempre poco che vivo di nuovo da solo dopo tre anni di convivenza, nonostante non sia facile perché comunque alla fine un cazzo di niente nella vita lo è, io non sto a Roma.
Di base questo, e il fatto che il lavoro mi regala grosse soddisfazioni, mi fanno stare bene.

Immaginate quando Lei sarà qui.

Lisbona – Parte Sesta – Grazia

Grazia come ogni mattina si sveglia con la suoneria del telefono.
L’ha impostata perché sa che dopo un po’ la odierà.
È la “loro” canzone.
Era.

Si trascina in bagno per togliersi i segni di un aperitivo a San Lorenzo della sera prima. Si passa l’ovatta sul viso come volesse scavarselo, come se invece di toglierlo volesse farsi simboli di un guerriero tribale.
E infatti nella giungla, a combattete, sta andando.
Come tutti i giorni.

Grazia lavora in un call center, in questi anni in cui non se ne parla più come quando sembravano la sala d’attesa per l’inferno.
I sindacati sono spariti e i diritti rimasti quelli, pochi e deboli.
La paga in una città come Roma le basta per qualche aperitivo di cui sopra, la vacanza in estate e un vestitino a fiori al mercato. Una volta al mese, se è andato bene.

Grazia entra in ufficio passando il badge rovinato da anni di zaino e botte contro la scrivania. Saluta i pochi colleghi a cui tiene, e che sono con lei da un po’, e come ogni volta si chiede i nomi dei nuovi, sempre di più, sempre più a tempo, bombe di precariato pronte ad esplodere.

Grazia accende il computer e inserisce le troppe password che il sistema le richiede, a lei che non ha mai chiesto nulla a nessuno.
Tira fuori le cuffie con le spugnette smangiucchiate dalle urla di clienti frustrati e dal sudore delle estati passate lì dentro con l’aria condizionata rotta.
Guarda l’orologio in basso a destra sullo schermo mentre posizione il mouse su Disponibile.
Alle 8:00 clicca, e ricomincia.

Grazia risponde a utenti che dicono che gli è stato addebitato troppo ma non sanno perché. Sorride triste mentre gli cancella gli abbonamenti ai video porno o al calcio scommesse, pensando a compagne e mogli che piangerebbero isteriche.
C’è il business man che fattura 100 euro al mese e pretende tariffe alla Montezemolo.
C’è la signora anziana a cui hanno allacciato la fibra ottica e non sa nemmeno come è fatto il modem.

Grazia risponde, piena dei cosiddetti “sorrisi telefonici”, sopporta molta ignoranza e qualche insulto.
Pochi istanti prima di ogni pausa comandata (quindici minuti ogni due ore) si prepara una sigaretta, raccoglie il tabacco che le cade sulla scrivania e mentre esce lo butta con cura in un cestino.

Grazia aspira dalla sigaretta e sbuffa via il fumo annoiata. Poggiata di schiena all’entrata dell’ufficio guarda la gente che si trascina fuori dalla palestra proprio lì davanti. Li vede stanchi, sudati e certa che su quei tapis roulant ci vanno non per correre, ma per avere la sensazione di scappare da qualcosa.

Grazia rientra e controlla il tempo di pausa che le rimane. Ha ancora 4 minuti, e decide di controllare la chat. Perché oltre al telefono, deve anche rispondere a chi attraverso il sito richiede assistenza.
Proprio in quel momento compare la scritta

“L’Utente FP80QH ha richiesto supporto”

Grazia clicca Accetta.

L’Utente FP80QH in realtà si chiama Jacopo, e un po’ bruscamente riporta che da più di 20 giorni la rete non va. Dice che ha provato di tutto, che ha spento/riacceso/resettato/toltoSIM/cercato antenne manualmente ma nulla, non ha modo di chiamare ed essere chiamato, e non può avere contatti col mondo esterno nemmeno attraverso Internet.
Jacopo riesce oggi per la prima volta in ventiquattro giorni a interagire davvero con qualcuno che lo stia a sentire.

Grazia gira gli occhi al cielo quando capisce che il suo essere brusco non è nemmeno più dovuto al guasto, ma al fatto che nessuno è riuscito ad aiutarlo. Sa bene come lavora lei, e cerca di pensare solo a quello, ma troppo spesso si è ritrovata a dover sturare cessi intasati da colleghi annoiati e incompetenti. Da settimane nella chat su Facebook gli dicono solo che stanno gestendo una pratica di cui ancora non si sa nemmeno il numero. Jacopo è all’estero per lavorare, scrive, per fare un lavoro come quello di lei, dice.

Grazia decide di prenderla come una sfida. L’ennesima.
Vuole aiutarlo ma trova difficile farsi rispondere senza una punta di sarcasmo classica di chi è frustrato e allo stesso tempo è protetto da un monitor e chissà quanti, e quali, chilometri di distanza.
Lei deve fare le domande che la procedura richiede, sapendo già come può rispondere dopo un mese senza rete un utente alla domanda “Sei mai riuscito a chiamare prima del guasto?”. Lo chiede mentre vede che Jacopo è cliente dal 2010.
Come non aspettarsi una risposta piccata?

Grazia però non cede, avanza a colpi di domande che le sa benissimo essere banali, ma il Grande Fratello che tutto vede e tutte le chat legge pare sia un parente sensibile e scrupoloso, e lei esegue, banalità dopo banalità, frase fatta dopo frase fatta. Lo fa scrivendo la domanda successiva mentre aspetta la risposta alla precedente.
Vuole arrivare al succo, sa che Jacopo ha sete e il bicchiere di arance spremute è proprio lì, a portata.

Grazia però a un certo punto si ferma. Jacopo è sempre più piccato e le sue rispose sono sempre più condite da rabbia e rancore. Ed è in quel momento che Grazia pensa di cedere, di premere quella X bianca su sfondo arancione, il colore della compagnia che è ovunque in ufficio: sugli sfondi dei PC, sui portachiavi regalati dopo un anno di lavoro, i bicchieri per l’acqua nei barili a testa in giù sono arancioni, come a una festa delle medie a cui nessuno voleva andare ma il festeggiato è ricco, quindi perché no.
E mentre pensa di cliccare su quella bianca ics, capisce che in realtà la vorrebbe dipingere su ogni cosa arancione che si trova intorno, una X per ogni giorno passato lì dentro, una per ogni insulto ricevuto, una per ogni lacrima scesa sul suo volto da quando lui se ne è andato perché non è più come prima.

“Si è connessa!”

Grazia è ancora con il dito a mezz’aria, pronto a scendere violento su una ics che è come fossero mille.

“Grazia, non se che hai fatto, ma la rete si è connessa!”

Grazia sembra sentire la gioia di Jacopo attraverso quell’infinità di pixel, la gioia di chi si è tolto un peso, di chi ha risolto qualcosa.
E la cosa bella è che lei, qualcosa, non lo ha fatto.
Semplicemente è stata lì quasi un’ora, a fare domande stupide con risposte scontate, a far scrivere un ragazzo a cui piace scrivere e che forse proprio per la fretta di farlo, smanettando tra PC e telefono con cui fare screenshot da inviarsi al computer da inviare a lei, ha premuto qualcosa. Ed eccoli lì, con Jacopo che gli scrive

“Mi viene da piangere!”

e Grazia che risponde

“Devi ridere invece!”

e lui che

“Ma che ci stai a fare lì sorella, scappatene via, ci metti troppo cuore e so bene che lì non se lo meritano. O sbaglio?”

Grazia non risponde subito, aspetta, ci pensa, e mentre le dita stanno per partire sui tasti Jacopo la saluta, e la chat si chiude.
Ma lei, pur rimanendo con quella risposta ferma sui polpastrelli, finalmente sorride.
La prima volta nella giornata.
Forse la prima volta da un sacco di tempo.

Grazia spegne tutto, arrotola il filo delle cuffie intorno al microfono e le infila nello zaino. Lo fa automaticamente, guardandosi intanto in giro, le facce stanche di colleghi anonimi illuminate da schermi tutti uguali. I suoi occhi si fermano sui bicchieri arancioni, proprio mentre sistemando le cuffie sente la sua penna preferita, quella a pennarello ma con la punta fine, nero che si asciuga subito. Lo impugna mentre si avvicina alle cisterne d’acqua, prende un bicchiere e scrive il suo nome su un bicchiere. Lo riempie e lo lascia lì, pieno, sulla cisterna che borbotta bolle d’aria.
La sua festa delle medie è appena finita.

Grazia esce dall’ufficio per l’ultima volta, anche se ancora non lo sa davvero.
Nella palestra la gente continua a far finta di scappare dai suoi fantasmi, chiusa dentro un acquario senz’acqua, e senz’aria.
Rientrata a casa a malapena si spoglia: si siede di fronte al PC, digita qualcosa velocemente e dieci minuti dopo ha pronto un biglietto di sola andata.

Grazia come ogni mattina si sveglia con la suoneria del telefono.
L’ha impostata perché sa che dopo un po’ la odierà.
È la “loro” canzone.
E oggi la odia un po’ meno.

Lisbona Parte – Quinta – Piccolo, Spazio, Pubblicità

Incappo in questo post che prende come scusa le canzoni uscite 20 anni fa per riassumere un po’ quello che successe nel 1998, e rimango affascinato dal fatto che, oh, sto invecchiando.
Ma proprio affascinato.
Solo per un attimo penso che, cazzo, venti anni son tanti e se tutto va bene altri quaranta e via a guardare i fiori dalla parte delle radici, “dimentichi del mondo, dal mondo dimenticati” [semicit. che se me la prendete vvb].

Ma poi ricordo mia madre che mi porta al cinema a vedere The Truman Show e due file dietro c’era un mio compagno delle medie che quando Jim Carrey sbatte i pugni sul muro di cielo in lacrime fa alla madre

“Perché piange?”

dandomi la conferma del coglione che era e che sempre rimase.

Ricordo sempre mia madre, verso la quale mi giro durante Salvate il Soldato Ryan, dopo che il nazista infila una lama intera nel cuore di uno di loro e subito dopo risparmia il porta munizioni terrorizzato. La guardo e con un volume di voce fin troppo alto le dico

“Ammazza oh, un nazista buono!”

rischiando di fare la figura del coglione di cui sopra, ma sapendo di essere semplicemente sotto shock per quello che stavo vedendo: ancora ora quel film mi mette incredibilmente a disagio, se pure non riesca a staccargli gli occhi di dosso.

Ricordo Matrix come uno dei primi film visti da solo con gli amici, al Cinema Reale di Trastevere e sì, ricordo pure che sul viale una volta usciti son stato un’ora a fare

“Swiiisssshhhh! Fiiiiiiii! Conosco il Kunf Fu!”

schivando proiettili e provando a saltare sui muri.

Ricordo che quando Sinatra morì ero a casa del mio migliore amico, e dalla madre sentii per la prima volta il soprannome, “The Voice”, perché lei disse

“Si è spento The Voice.”

e ripensare a questa scena, io e lei da soli in cucina, dopo pranzo, mi fa immaginare per una delle poche volte in vita mia un paradiso, quello classico solo cielo e nuvole, con un palco bianco e soffice dove Sinatra canta “Come Fly with Me” e il pubblico è formato solo da lei.

E la morte di Battisti invece mi fa pensare alla mia, di madre, quando la chiamo perché avevo appena saputo la notizia e la immaginavo devastata: mentre il segnale di linea libera andava mi passavano davanti i viaggi in macchina con Lucio che gridava “e guidare come un pazzo a fari spenti nella notte” e mamma faceva la finta pazza al volante e ci scherzavamo un sacco su, su quanto fosse ironico sentire quei versi in automobile, e il tutto si riassumeva con io che le dicevo

“Ah Mà, e famme grattà!”.

Mi ricordo sul muro dietro la porta di camera mia il poster verticale di Michael Jordan fotografato da dietro, a mezz’aria, mentre sgancia il suo ultimo tiro della sua carriera con i Bulls, ovviamente contro Utah, uno di quei duelli da far diventare bianchi tutti i giocatori di Cleveland e Golden State.
Il timer sul tabellone fermo sei secondi e sei decimi, la palla appena rilasciata dalle mani, il pubblico dietro il canestro che già sa: il ragazzo con le mani nei capelli, la donna con un’espressione di rabbia e stupore, il tipo seduto immobile, impassibile, morto dentro (sì, si giocava a Salt Lake City) (e poi va beh, ode a Jordan e a quel tiro e alla sua carriera e alla sua persona IO LO AMO ma dopo quei 6.6 secondi Stockton ebbe il tiro della vittoria e ci andò così vicino che fosse entrata sarebbe cambiata la storia del mondo così come la conosciamo).

E poi la musica.
Mettere su MTV e stare ore a vedere videoclip su videoclip, aspettando quello che mi piaceva di più, perdendo tempo quando passavano quelli che mi facevano cacare. Videoclip col volume sparato se nel frattempo mi scappava la cacca, videoclip con appena due tacche verdi se stavo in camera ed era tardi e non volevo farmi beccare.
E le pippe sulle Spice Girls, Alexia, Anouk (madonna Anouk quanto mi ha cambiato i connotati ormonali). Tutto era ancora confuso e sfocato, le t.A.T.u. non avevano ancora portato la loro calda corrente lesbo dalla fredda Russia, e tutto quello che vedevo erano tette.

Mi ricordo la sigla di Fifa ’98 con i Chumbawamba che “parlavano a vanvera” e il galletto francese mascotte dei Mondiali che sgambettava un pallone in giro per i posti simbolo del paese. I demo dei giochi comparti con le riviste in edicola, le sessioni frenetiche con mouse e tastiera cercando di ammazzare quei poveracci di nazisti in Commandos, (“hai capito qual è il vero eroe di questi giochi qui? Da una parte ci sei tu, che appena ti sparano puoi recuperare subito i punti vita, e dall’altra questi poveracci che sono pure dei nazisti, però sta di fatto che è gente senza alternativa!”, altra cit. che vvb se), Abe Exoddus e la grazia di essere un gioco bellissimo e con un sacco di significati. E poi perché c’erano le chicche tipo lui che ruttava e scorreggiava.
Mamma, sempre lei, che dopo aver fatto la spesa al supermercato sulla Pisana mi comprava un gioco pirata per la Playstation, comprata e modificata nello stesso momento con i miei soldi, paghette su paghette messe da parte per un sacco di tempo. Ricordo ancora che insieme mi diedero due giochi per provarla: uno di macchine e una specie di Resident Evil. Facevano cacare.
Poi va beh, un giorno comprai i due cd che componevano Metal Gear Solid: il trucco di spostare il joypad sul giocatore due per impedire a Psycho Mantis di copiare le tue mosse, la morte ululata, straziante di Sniper Wolf, la rottura della quarta parete quando le istruzioni su cosa fare venivano da normali conversazioni nel gioco

– Ehi Snake.
– Dimmi Otacon.
– Mi raccomando, non farti notare quando entri nel capannone.
– Ok.
– Devi essere silenzioso nei movimenti, trattenere il respiro ed evitare di lasciare impronte sulla neve.
– Ok Otacon. Ma come cazzo faccio?
– Premi di seguito L1, L2, Cerchio, Triangolo, Quadrato, Quadrato, Quadrato, Ics, Quadrato, Quadrato, L1, Ics.
– Aspè ripeti che me lo segno. Otacon? OTACON?

Alla fine, se mi è venuta in mente tutta ‘sta roba da un elenco di cose successe nel 1998, le cose sono due: che ancora mi ricordo le cose e che quell’anno, considerando quello che ho scritto, è stato una sorta di punto di rottura. Forse è lì, in quei mesi, che ho cominciato a farmi un’idea, a capire di essere un qualcosa con i suoi pensieri, i suoi gusti, i suoi giudizi e i suoi pregiudizi. Credo sia in quel periodo che ho cominciato e mettere il naso, la curiosità vera e propria fuori di casa, annusando il mondo e cercando di capirne gli odori, che ancora oggi non distinguo e che so non riuscirò mai completamente.

Forse è nei miei tredici anni, che ho cominciato a diventare adolescente.

E la cosa fica è che non ho mai smesso.

Lisbona – Parte Quarta – Ho rivisto Lost ed è stato bellissimo

Come i più svegli avranno capito dal titolo, a ‘sto giro Lisbona c’entra poco.
O forse c’entra tutto.

Sono arrivato qui e Netflix non l’ho toccato per due mesi, troppo preso da troppe novità, poco tempo da perdere e tanto da guadgnare. Giusto in ostello mi era capitato di usare quello comune, in TV, per vedere l’ultimo spettacolo di Ricky Gervais. Ci misi qualche giorno, lo vidi a spezzoni che comunque in mezzo c’erano cose da fare e sonno da recuperare.

Poi la vita si è calmata, ho trovato una casa, una connessione e le abitudini che mi hanno portato a ottimizzare il tempo e a tenermene parecchio da parte per evitare di spendere soldi e ricominciare a perdere un sonno ormai necessario per continuare a spaccare i culi sul lavoro.

E quindi ho deciso di rivedermi Lost.

Non tornavo sull’Isola dalla prima volta, un viaggio iniziato 14 anni fa e finito dopo sei.
Otto anni di terraferma se non per rare eccezioni: una serata di Lostalgia a rivedere il finale o qualche puntata di mezzo così, per non perdere proprio tutti i contatti con l’irrealtà.
Fu la serie che mi fece scoprire le serie, che mi aprì un mondo ma solo dopo essermi davvero immerso nel suo, fino all’ultimo lembo di pelle asciutto.
Vedevo solo Lost.
Ho imparato a cambiare le impostazioni di eMule per scaricarmi Lost.
Ho frequentato per la prima e (ultima) volta un forum (l’ei fu lost-italia.net), dove alla fine di ogni puntata mi andavo a scannare tra fotogrammi sgranati e ban in caso di spoiler nei thread sbagliati.
Ho ragionato a schermo spento, ho preso appunti, ho sognato scene e immaginato finali.
Sono stato al limite del maniacale, lungi da me negarlo, ma è stata una delle più grandi passioni virtuali che abbia mai avuto. Forse LA più grande, che a fare paragoni nemmeno Breaking Bad mi è entrata così dentro.

Lost è stata la serie che ha diviso e spezzettato e frantumato un pubblico abituato a cose lineari, autoconclusive, con un “The End” chiaro in pratica a ogni puntata. Gli intrecci non erano mai davvero così complicati, i personaggi definiti quel tanto che bastava per non farteli scordare del tutto.
È arrivata a gamba tesa con un pilota forte e con una direzione comunque già chiara: non fartici capire un cazzo il più possibile.
E alla fine perché biasimarli? E in Lost è fatto benissimo.

È intrattenimento allo stato puro, ma nei primi Duemila è stato anche un modo completamente nuovo di fare spettacolo.

Prima di tutto, tanti personaggi principali, e tutti definiti alla perfezione.
È  vero che la serie viene sporcata da personaggi utili come un culo senza buco: i leggendari Nikki&Paulo, ma anche il fastidiosissimo professor “Leslie” Aartz, l’arrogantissimo guardiano Dogen e quasi ci metterei in mezzo pure Mr. Ecko, inutilmente ridondante a un certo punto e improvvisamente inutile da un altro in poi e no, l’esser stato cacciato perché beone fuori dal set non giustifica una storia davvero solo fine al far cadere l’aereo pieno di eroina e Madonne.
Ma è anche vero che i protagonisti, quelli veri, sono sfumati fin nel minimo dettaglio, un concentrato di difetti e paure che nemmeno il miglior scrittore di romanzi potrebbe ricreare.
Seppure la serie sia palesemente Jack-centrica, da quando il vero Locke muore ti viene mostrato cosa sarebbe stato John senza quel terrore e quelle domande che gli riempivano gli occhi fin dall’inizio. Da quando Kate decide di tornare per Claire, si rivela per quello che non è mai stata, e cioè una persona premurosa, dolce e altruista. Da quando le muore Juliet tra le braccia, Sawyer trova il modo di essere un truffatore ma solo per il suo bene e quello degli altri che partono con lui, ingannando non-Locke più di una volta offrendogli finta fiducia.
L’unico che cambia poco, ma in modo fondamentale, è Hugo, che da buono e terrorizzato diventa buono e coraggioso, intraprendente e decisivo, il Candidato che serviva per proteggere l’Isola succedendo a quello che doveva morire, per farlo.

E poi c’è Ben e la sua redenzione finale, quell’essere onorato di diventare quello che poi sarà “a really good number two”, il suo realizzare quanto ha inutilmente sacrificato sull’altare di un atto di fede, il suo abbandonarsi completamente al fatto che molto probabilmente era sempre stato del tutto inutile.

O Desmond.
Ah!
Demond!
Che dopo l’Isola è il vero protagonista, la Costante che riallinea tutto e tutti riunisce, la livella che ridimensiona tutto quanto, col sorriso in un angolo della bocca e la consapevolezza finale di essere importante per dare pace ai suoi amici, quella pace che lui per primo ha sempre cercato.

Lost è stata la prima serie in cui dovevi scegliere da che parte stare, se con la fede o la scienza, se con la civiltà o gli Altri, se con il progresso o il lasciare che sia così.
La prima a darti dei personaggi per cui tifare, e altri da insultare di continuo.
La prima che, dopo averti fatto scegliere, ti ribaltava tutto di nuovo, lasciandoti solo e perduto un’altra volta.

Sarebbe una cazzata dire che non ha difetti, Lost.
Lost è piena di difetti, da quelli di continuità su schermo (una cosa che va beh, io noto sempre, quei piani e contropiani in cui un attore sta girato in un modo e nel taglio dopo in un altro, va beh mi manda ai matti), a un paio di bei buchi di trama: come il non sapere perché Libby fosse in manicomio nella vita reale (si ricordava dell’Isola anche lì? ci stava sotto copertura? avrebbero dovuto spiegarlo ma poi l’han sacrificato sull’altare dell’anima de li mortacci loro?), o Walt che è tanto speciale e rapiamolo e continuiamo a dire quanto cazzo è speciale ma poi non diciamo in che minchia di senso, è speciale. E poi la malattia che fa tenere Desmond chiuso dal buon Kelvin che poi malattia non era? O i bambini che se concepiti sull’Isola muoiono ma se si è trombato fuori no, ne vogliam parlare?

No.
Perché come loro siamo stati un po’ protagonisti anche noi, e quindi ci è stato richiesto un atto di fede.
Un “fìdete brotha”, un prendere la mano e farsi portare giù.

RivederLost tutto di seguito, senza pause interminabili di una settimana per non parlare tra una stagione e l’altra che aprono la botola e io come ho fatto a vivere quasi un anno aspettando di capire se e come ci avrebbero fatto vedere cosa c’era dentro, è qualcosa che dovrebbero fare tutti quelli che l’hanno amato, e forse ancor di più che l’ha lasciato lì, magari dopo la morte di Charlie perché tutto stava andando troppo alla deriva, o quando hanno visto che era tutto troppo irreale.
Rivederlo senza pause, quando si vuole, permette di non perdersi pezzi che all’epoca sicuramente sono andati sbriciolati col tempo. È stato assurdo rendermi conto di quanto ricordavo meglio le prime tre stagioni, impresse nella memoria perché uniche, fondamentali, e come invece le ultime due mi siano risultate quasi nuove, che all’epoca ero troppo preso dal cercare risposte per fermarmi un secondo a leggere tra qualche riga di dialogo.
Sarebbe melenso e incredibilmente triste, forse, dire che mi sono ritrovato tra vecchi amici, ma se ci penso Lost mi ha accompagnato in sei anni in cui ho visto arrivare e partire tanta gente, e sapere che il Lunedì sera invece avrei trovato sempre loro mi rincuorava. Poi lo vedevo con mamma, occasione per soffrire insieme davanti allo schermo e poter avere qualcuno accanto a cui chiedere

“Ma cosa cazzo ho appena visto?”

E ringrazio che all’epoca non ci fosse Facebook, dove sparpagliare commenti del cazzo e spoiler infami, ma un solo posto dove accadevano cose assurde, commenti dettagliatissimi e discussioni infinite.

Lost ha insegnato a usare i flashback, a gestire i tempi dei cliffangher facendo finali pazzeschi e puntate successive che quel finale manco se lo cacavano di striscio, a dettagliare la vita di un personaggio e a incastrarla con quello di un altro che mai ti saresti aspettato.
Lost ha saputo fare cose che prima c’aveva provato giusto Lynch, ma lui è lui e il mondo che crea non ha paragoni. Ma i vari Abrams prima, e Lindelof/Cuse poi, hanno portato la scrittura di una serie a un livello che tutto quello che è venuto dopo può accompagnare solo.
Lo hanno fatto con eguali misure di stile, genialità e paraculaggine, ovvio, che sono sempre americani e che comunque i soldi li devi guadagnare da qualche parte. E poco altro come Lost ha prodotto DVD e gadget e libri e tesi di laurea, forse appunto Breaking Bad e Game of Thrones.
Prodotti enormi, prodotti commerciali, prodotti veri e proprio ma di livelli superiori. Il giusto incrocio fra arte e marketing, il pop al suo massimo splendore.

Però Lost è venuto prima, e tutto il resto dopo.
Ispirando (rivedendo come muore Jack, ho pensato solo ed esclusivamente a come muore Walter White in Felina), attirando critiche, spezzando cuori e promesse, ma soprattutto rendendo chiaro che una serialità diversa era possibile, e necessaria.

Lost, a livello di importanza seminale per la TV, ha un solo collega: i Sopranos.
Due cose completamente diverse, ma uguali nella loro idea: cambiare il linguaggio della televisione.
E se ora parliamo di streaming, Netflix, account condivisi e 10€ al mese, lo dobbiamo a quelle due serie lì.

Se non lo avete fatto, fatevi questo favore.
Fatevi questo viaggio.

Concedetevi un po’ di tempo sull’Isola, e capirete un sacco di cose che avete visto negli anni.

Lisbona – Parte Terza – Il Camion della Monnezza

Da casa si vedono un sacco di tetti, da un lato.
Dall’altro solo un paio, perché poi tutto si apre e c’è un campanile e per quasi metà, proprio in fondo e in alto, si vede il Castelo de São Jorge, che da lì dicono ci sia una vista incredibile della città, giardini immensi, interni pazzeschi solo che costa otto euro e cinquanta entrarci e quindi con certezza posso solo dire che almeno le mura esterne son molto belle.
E tra i pochi tetti di questo lato, in mezzo, ci sono un sacco di alberi da frutto pieni di colore.

Su questo lato di casa, questo del campanile e del Castello e delle arance e dei limoni coloratissimi, c’è la veranda.
La mattina mi ci porto la tazza di caffè, mi siedo al tavolo in fondo e mi guardo il cortile dell’unico palazzo che c’è davanti.
C’è il tipo che esce col suo bulldog tutto nero che se avesse una coda vera sarebbe una frusta, per quanto è contento della vita ma soprattutto di avere un padrone così buono da meritarsi sguardi di un amore che vanno oltre l’umana comprensione.
C’è la signora anziana tutta curva, un manico di ombrello vivente che passetto dopo passetto si trascina dentro il portone, che sembra spingere come fosse l’entrata di una delle fortezze da Signore degli Anelli.
C’è lo sciame d’api del tipo sotto la veranda, con un balcone per tre quarti è foresta amazzonica e per un quarto alveare, con tanto di arnia e nuvola scura che entra e esce, altro piccolo condominio che non dorme mai.
E poi c’è il gatto, che praticamente ogni volta lo sento miagolare sperduto sul tetto di fronte, lo vedo fare avanti e indietro, ogni mattina sempre più spaesato, e mi chiedo se per caso non si svegli ogni giorno in una delle sue tante vite, dimentico di cosa sia successo la notte prima.

E questo è un lato.

In mezzo c’è il fatto che io possa scrivere da casa, nel senso fisico e letterale del termine.
Perché almeno per un po’ una casa da cui scrivere, e da cui guardare cosa scrivere, ce l’ho.
E questo ha significato dire addio allostello, e a tutta una serie di situazioni che in realtà mi stavano già facendo sentire a casa.
Una casa piena di gente, incasinata, rumorosa quasi tutto il giorno, ma comunque il primo posto che mi ha accolto e fatto sistemare abbastanza da cominciare a capirci qualcosa.
Poi però devi rifarti quei due bagagli che sono diventati una casa nella casa, coi tuoi vestiti e i tuoi due libri, i quaderni, quello che si è aggiunto in due mesi di corsi di formazione e inizi di documenti per la tua nuova vita manco fossi sotto protezione testimoni.

E dentro questi due mesi e mezzo, dentro giornate tutte diverse, variazioni sul tema “ommioddio cosa sta succedendo”, ci sta una settimana in cui arriva Lei e tutto si sospende, si ferma, si cristallizza.
Momenti che avevamo lasciato in sospeso si materializzano qui: svegliarsi insieme la mattina, Lei che prepara la cena mentre carico una puntata de “La Casa di Carta” su ‘sto tablet che è diventato ormai un confessionale, io che scendo nella pausa pranzo e me la ritrovo lì, con la pasta con le zucchine e tutta la normalità del sedersi su una panchina, uno accanto all’altra, col sole che finalmente si è deciso a farle vedere la città per quant’è davvero bella e colorata.
Una settimana spezzettata da turni di lavoro e stanchezza da emozioni, di quella che scarichi l’adrenalina di giornate con le mani strette per strada e i baci rubati a metà dell’ennesima salita, che almeno per una volta non la sola colpevole del fiatone e del cuore ammille.
Una settimana di me a mio agio con la nuova vita che mi si presenta davanti e nella quale mi sono appena affacciato, che porto Lei nei posti che ho già nel cuore e ne scopro altri che ci si vanno a sistemare subito. Che di spazio ce n’è sempre.
Una settimana che sembra un mese ma nella realtà dei fatti non è che un sette giorni da montagne russe, ché il tempo di capirci che già dobbiamo separarci un’altra volta ancora, per chissà ancora quanto tempo.

E mentre Lei prende la sua valigia e viene portata via piano dalle scale mobili verso il gate, io prendo le mie e mi sposto di nuovo, per salire scale immobili e faticose verso la porta.
Di casa.

E a casa c’è il lato dei tetti, quell’altro, opposto alla quiete della veranda, il lato dei rumori di città.
Un sacco di sirene col suono che sembra stiano tenendo premuto triangolo a GTA, i neri che si strillano qualcosa dagli angoli delle stradine, le vecchiette che si parlano da marciapiede a finestra, il pianoforte suonato la mattina al primo piano. La chiamo la Torpigna Ripulita, ché piena di razze e profumi e puzze e lingue e cibi diversi, ma per terra e ai secchioni c’è molta meno merda.

E infatti ogni sera sento il rumore del camion della monnezza.
Tutte le sere.
Che sia Mercoledì o festivo, o un Mercoledì festivo, il camion della monnezza passa sempre.
Intorno a mezzanotte, se sono in camera, qualunque cosa io stia facendo, se sento il cigolio prima e il fracasso poi, guardo l’ora e posso star sicuro fino a un secondo prima di saperla davvero che o è mezzanotte meno un quarto, o non è più tardi di una mezz’ora dopo.
La parte semplice della mia mente, quella un po’ meno sveglia e un po’ più benaltrista, associa questo momento a quelli a Roma: il camion dell’AMA che non ha regolarità alcuna, che passa poco e male, bloccando strade, lasciandosi una scia di rifiuti e fetore che nemmeno a seguire il tour elettorale di Adinolfi.

La parte razionale, invece, il lato oscuro della mi testa mi ferma e mi fa ragionare che qui a Lisbona poche volte son stato in una macchina e quindi ancor meno, ma forse zero, mi è capitato di rimanere bloccato come sicuro succede ance qui. Mi dice che magari, che ne sai, pure qui mischiano tutto anche se fai la differenziata. E poi oh, tutto il mondo è paese e pure qui, a un sacco di chilometri daa Capitale der Monno ‘nfame, il rumore del camion della monnezza rompe i coglioni.

Solo che il risultato di questi due pensieri è comunque che vuoi le novità, vuoi il lavoro in cui ti fiondi a testa bassa perché ogni tanto (spesso) uno stronzo che ti dice bravo lo trovi, vuoi il distacco da una serie di input negativi diventati routine (sveglia-caffè-barba-bidet), vuoi che sei sicuro che Lei arriverà presto e sarà una nuova vita ancora, insomma alla fine il camion della monnezza diventa indispensabile come metro di attenzione e sopportazione.

Fino a che mi accorgerò che sta passando, e la cosa non mi disturberà, saprò che è un nuovo giorno che merita di essere affrontato proprio per quello che è e cioè mai vissuto, imprevedibile, anti-routine e fuori scala anche per un solo dettaglio.

Lisbona – Parte Seconda – Allostello

Oggi fanno trentasette giorni che sto a Lisbona.
E fanno trentasette giorni che sto allostello.
Non lo stesso, ché al primo dopo tre giorni sono andato via per cose che non sto qui a.
Solo che dopo tre giorni io non è che ci stessi capendo un granché, a guardare all’una di notte posti che mi sembravano ancora più sconosciuti di quando stavo a Roma.
Allora Alessia, una ragazza che ha iniziato il corso con me, mi dice di provare ad andare allostello dove stava lei.
Scherzando mammanco troppo ancora oggi le dico che così facendo mi ha salvato la vita.
Il 21 Febbraio a sera mi son rifatto le valigie e me le sono accollate per quella mezz’ora che aveva previsto Maps.
Previsto.
Perché poi ci son le salite e Maps è solo un mucchio di codici e algoritmi e mica lo sa, il bucio di culo che mi son fatto per arrivare allostello.
Però alla fine ci sono arrivato: sudato, con le braccia così atrofizzate che penzolavano come quelle di Ace Ventura colpite dalla cerbottana e un bella scia di bestemmie dietro di me, ma ci sono arrivato.

Il Back to Lisbon è molto carino.
Paragonato al primo è un altro mondo, ma parlo pure che prima di Lisbona allostello io ci son stato solo da ragazzino, a quelli dellaggioventù, con i miei che mi portavano in giro per la Scandinavia e quei dormitori mi sembravano ancora più grossi di quanto non fossero davvero. Ogni volta che ci penso mi vengono in mente quelli di Full Metal Jacket, ma senza torture a colpi di sapone e omicidi-suicidi notturni.
Quindi non ho molti paragoni in merito, ma è un palazzone di tre piani con colori pastello in ogni stanza, scritte pop alle pareti tipo “I’m not your mama, clean your own mess” e una gestione allegra. A volte fin troppo, ma questa è un’altra storia ancora, fatta di un perenne ritmo alla Despacito in sottofondo e racconti in porto-brasiliano strillati così forte che pare di stare in mezzo a una rissa continua, ma fatta di baci e abbracci.

Però non posso dire di stare male, allostello.
Perché stando in fissa con l’osservare la gente, qui ho materiale infinito che ho aspettato a tirar giù, e che forse non ho ancora assimilato del tutto.
Io che come uno stronzo al massimo ho parlato con qualche turista al centro di Roma, e un po’ di gente in quei sempre troppo pochi viaggi fuori, qui mi trovo a parlare in inglese con una cilena che parla in spagnolo con un portoghese che parla in brasiliano con un altro brasiliano perché alla fine mi pare di capire che si possono capire solo tra di loro, e certe volte manco quello.
Che poi tantissimi sono passati, ci siamo spaccati di chiacchiere in inglesi storpi per una sera e la mattina dopo non li trovi più.
Altri invece rimangono per abbastanza tempo che ci prendi confidenza e ci scherzi e ci esci e quando sei allostello speri di beccarli per farsi due chiacchiere e migliorare un po’ ‘sto cazzo de inglese che all’inizio mi sentivo Totò a Milano.

Elio è stato il primo che ho incontrato qui.
Anzi no, il primo primo è stato Paolo, di Roma pure lui, che sapeva del mio arrivo da Alessia e io del fatto che stava allostello sempre tramite lei ma pure perché i romani comunicano telepaticamente e si connettono a livello neuronale dove stanno stanno e quando ho girato l’angolo per la reception l’ho visto a capotavola sotto la tv con un piattone di pasta e lui ha visto me e ci siamo visti e si è alzato e mi ha guardato e mi ha detto

“Te sei Jacopo vè?”

e io

“E te sei Paolo!”

e ci siamo sorrisi e mi ha presentato Elio, eccolo, che da dietro il banco della reception sorride quando Paolo lo chiama il Boss.

Elio è un signore sui cinquanta, che ci ho messo un sacco ma alla fine ho capito che mi ricorda Ricky Gervais, per la somiglianza e la comicità. Cioè, di Gervais ce ne sta uno solo ma pure di Elio, che ha un inglese sopraffino, è educatissimo e spesso piazza battute tra il cinico e il bastardo che ti uccidono.
Elio si è presentato, in un peraltro ottimo italiano, come “Elio! Ma non quello delle Storie Tese!”, ha riso e ha finito di farmi il giro allostello.
È quello con cui parlo anche molto bene di cose serie, con i suoi discorsi sull’amore e sulle donne e sulle scelte che ha preso e quelle che no.
Ora Elio non c’è e non ci sarà per un po’, che alla fine è un attore e quando mi ha detto che per due settimane andava a fare una cosa nuova con un nuovo gruppo di teatro, gli brillavano gli occhi.

Poi c’è Josh, che è australiano ma vive a Londra da anni e sta pianificando di trasferirsi qui. Josh, a mio modesto parere, è una delle persone più simpatiche che abbia mai conosciuto.
E io stesso sono una delle persone più simpatiche che abbia mai conosciuto, quindi immaginatevi.
Josh ha un umorismo tra Louis C.K. in splendida forma ed un ubriacone da bar, e in effetti è roscio come il primo e alcolista come il secondo.
Scherzo, ovviamente, ma da buon britannico ama la birra e le chiacchiere brille ma allo stesso tempo lavora, sta in mezzo alla ristorazione e parla di aprire paninerie all’aragosta, gestire crêperie e bere birra.
Che se non lo fa, ne parla.
Ha la barba lunga e curata, un cappellino con visiera che appende fuori dal letto e la capacità di farti ridere un sacco.

Poi c’è la cricca di quelli che lavorano qui o che sono semplicemente volontari.
Oltre al già citato gruppo che fa risse con l’amore, c’è Gonzalo, piccolo e con la faccia perennemente tra il sorpreso e il divertito, un po’ appesa che mi fa pensare a Marco Marzocca quando faceva l’aiutante del venditore di quadri di Teleproboscide.
C’è Bernardo, un ragazzone di ventun’anni che ne dimostra trenta, grosso come un armadio di pietra e con la faccia buona che sorride ancora di più da quando ha cominciato a chiamarmi “JacoLoco!” e me lo strilla al citofono quando mi vede arrivare dalle telecamere.
Belal invece è un ragazzo afghano cresciuto in qualche ghetto della California. Positivo da fare schifo, una delle prime volte chiacchierando qualcuno gli chiese cosa voleva fare da grande, ora che stava per compiere 31 anni. E lui ha risposto

“Essere felice. Avere la mia fattoria, fare il mio formaggio con il latte delle mie mucche, tirar su famiglia. Essere felice.”

e io dentro di me mortacci tua ma poi continui a parlarci ed è così schifosamente positivo che a volte ci credi che tutto sia facile, detto da uno che pesava centottanta chili e ora è un quarto di manzo niente male, ‘sto cazzo di Belal.

Paolo va beh, l’ho già citato, ma lo cito ancora perché è un grande vero, perché risentire parlare romano seppure dopo solo tre giorni mi ha aperto il cuore e mi ha forse fatto capire per la prima volta davvero quanto stracazzo ero lontano da casa, per quanto tempo, perché.
E poi Paolo fa delle battute che fermatevi tutti.

Alla lista si aggiungono Atif, il ragazzo bosniaco in Erasmus che i primi giorni studiava e basta e poi gli ho consigliato Santa Catarina e da quel momento è stato tutto sì uno studiare ma pure lui che torna ringraziandomi del consiglio e che aveva trovato il fumo e dio se era contento; c’è Paulo, o Pavlo, non so, è lituano e lavora da remoto per non so cosa quindi viaggia un botto ma anche lui sta fermo qui allostello da un po’, col suo cappuccio in testa e la tisana in mano, una sigaretta ogni tanto e una certa freddezza nel parlare, che si è sciolta un po’ uscendo tutti insieme, ma che gli rimane come un velo dietro il volto; c’era Carole che poi era Caroline e quando ce l’ha detto è arrossita, Carole l’angioletto polacco, sempre leggera, dolce nel chiederti qualunque cosa e nel raccontarti tutto, pure della serata techno di due giorni prima dalla quale si sta ancora riprendendo, che diceva di non fumare mentre fumava e di non partire mentre stava con le valigie in mano, che ci ha lasciato i cookies senza glutine fatti da lei al burro di arachidi e cioccolato.

E poi c’è Alessia, quella tipaccia che mi ha salvato la vita e a cui devo un sacco di risate e forse anche soldi. Ma lei dice che poi si vergogna a chiederli indietro.
Io a ridarli, quindi stiamo apposto.
Però lei va oltre allostello, ché si va a lavoro assieme come due amichette del cuore, si tornassieme e assieme ci si va a bere “giusto una cosa al volo”, che il volo poi lo fai sbronzo marcio alle otto di sera.

Insomma, allostello ci sto bene.

Però è ora di crescere di nuovo, e di trovarsi un posto per conto proprio.
Che bello tutto eh, bello il condividere, le chiacchiere, il “mi presti quello”, “prendi quest’altro”, le scorregge senza silenziatore mentre pisci, i tappi nelle orecchie la notte che ti ritrovi in bocca la mattina, le risse di allegria e le chiacchiere sulla vita.
Bello tutto davvero.

Ma non sono più quel bambino piccolo in quei dormitori enormi.
Non c’è più mio padre da un sacco di tempo, non c’è mamma pure se c’è sempre coi suoi messaggi e le sue premure. Non c’ho nessuno a tenermi la mano se mi perdo, e Maps non è umano abbastanza da farmi davvero ritrovare.
Sono più alto più grande più cresciuto e ora qualcosa mi va stretto e tocca mettersi roba comoda, che ‘st’altra vita è appena cominciata e c’è un sacco da camminare.

Soprattutto in salita, diocàro.