Lisbona – Parte Quarta – Ho Rivisto Lost ed è stato Bellissimo

Come i più svegli avranno capito dal titolo, a ‘sto giro Lisbona c’entra poco.
O forse c’entra tutto.

Sono arrivato qui e Netflix non l’ho toccato per due mesi, troppo preso da troppe novità, poco tempo da perdere e tanto da guadgnare. Giusto in ostello mi era capitato di usare quello comune, in TV, per vedere l’ultimo spettacolo di Ricky Gervais. Ci misi qualche giorno, lo vidi a spezzoni che comunque in mezzo c’erano cose da fare e sonno da recuperare.

Poi la vita si è calmata, ho trovato una casa, una connessione e le abitudini che mi hanno portato a ottimizzare il tempo e a tenermene parecchio da parte per evitare di spendere soldi e ricominciare a perdere un sonno ormai necessario per continuare a spaccare i culi sul lavoro.

E quindi ho deciso di rivedermi Lost.

Non tornavo sull’Isola dalla prima volta, un viaggio iniziato 14 anni fa e finito dopo sei.
Otto anni di terraferma se non per rare eccezioni: una serata di Lostalgia a rivedere il finale o qualche puntata di mezzo così, per non perdere proprio tutti i contatti con l’irrealtà.
Fu la serie che mi fece scoprire le serie, che mi aprì un mondo ma solo dopo essermi davvero immerso nel suo, fino all’ultimo lembo di pelle asciutto.
Vedevo solo Lost.
Ho imparato a cambiare le impostazioni di eMule per scaricarmi Lost.
Ho frequentato per la prima e (ultima) volta un forum (l’ei fu lost-italia.net), dove alla fine di ogni puntata mi andavo a scannare tra fotogrammi sgranati e ban in caso di spoiler nei thread sbagliati.
Ho ragionato a schermo spento, ho preso appunti, ho sognato scene e immaginato finali.
Sono stato al limite del maniacale, lungi da me negarlo, ma è stata una delle più grandi passioni virtuali che abbia mai avuto. Forse LA più grande, che a fare paragoni nemmeno Breaking Bad mi è entrata così dentro.

Lost è stata la serie che ha diviso e spezzettato e frantumato un pubblico abituato a cose lineari, autoconclusive, con un “The End” chiaro in pratica a ogni puntata. Gli intrecci non erano mai davvero così complicati, i personaggi definiti quel tanto che bastava per non farteli scordare del tutto.
È arrivata a gamba tesa con un pilota forte e con una direzione comunque già chiara: non fartici capire un cazzo il più possibile.
E alla fine perché biasimarli? E in Lost è fatto benissimo.

È intrattenimento allo stato puro, ma nei primi Duemila è stato anche un modo completamente nuovo di fare spettacolo.

Prima di tutto, tanti personaggi principali, e tutti definiti alla perfezione.
È  vero che la serie viene sporcata da personaggi utili come un culo senza buco: i leggendari Nikki&Paulo, ma anche il fastidiosissimo professor “Leslie” Aartz, l’arrogantissimo guardiano Dogen e quasi ci metterei in mezzo pure Mr. Ecko, inutilmente ridondante a un certo punto e improvvisamente inutile da un altro in poi e no, l’esser stato cacciato perché beone fuori dal set non giustifica una storia davvero solo fine al far cadere l’aereo pieno di eroina e Madonne.
Ma è anche vero che i protagonisti, quelli veri, sono sfumati fin nel minimo dettaglio, un concentrato di difetti e paure che nemmeno il miglior scrittore di romanzi potrebbe ricreare.
Seppure la serie sia palesemente Jack-centrica, da quando il vero Locke muore ti viene mostrato cosa sarebbe stato John senza quel terrore e quelle domande che gli riempivano gli occhi fin dall’inizio. Da quando Kate decide di tornare per Claire, si rivela per quello che non è mai stata, e cioè una persona premurosa, dolce e altruista. Da quando le muore Juliet tra le braccia, Sawyer trova il modo di essere un truffatore ma solo per il suo bene e quello degli altri che partono con lui, ingannando non-Locke più di una volta offrendogli finta fiducia.
L’unico che cambia poco, ma in modo fondamentale, è Hugo, che da buono e terrorizzato diventa buono e coraggioso, intraprendente e decisivo, il Candidato che serviva per proteggere l’Isola succedendo a quello che doveva morire, per farlo.

E poi c’è Ben e la sua redenzione finale, quell’essere onorato di diventare quello che poi sarà “a really good number two”, il suo realizzare quanto ha inutilmente sacrificato sull’altare di un atto di fede, il suo abbandonarsi completamente al fatto che molto probabilmente era sempre stato del tutto inutile.

O Desmond.
Ah!
Demond!
Che dopo l’Isola è il vero protagonista, la Costante che riallinea tutto e tutti riunisce, la livella che ridimensiona tutto quanto, col sorriso in un angolo della bocca e la consapevolezza finale di essere importante per dare pace ai suoi amici, quella pace che lui per primo ha sempre cercato.

Lost è stata la prima serie in cui dovevi scegliere da che parte stare, se con la fede o la scienza, se con la civiltà o gli Altri, se con il progresso o il lasciare che sia così.
La prima a darti dei personaggi per cui tifare, e altri da insultare di continuo.
La prima che, dopo averti fatto scegliere, ti ribaltava tutto di nuovo, lasciandoti solo e perduto un’altra volta.

Sarebbe una cazzata dire che non ha difetti, Lost.
Lost è piena di difetti, da quelli di continuità su schermo (una cosa che va beh, io noto sempre, quei piani e contropiani in cui un attore sta girato in un modo e nel taglio dopo in un altro, va beh mi manda ai matti), a un paio di bei buchi di trama: come il non sapere perché Libby fosse in manicomio nella vita reale (si ricordava dell’Isola anche lì? ci stava sotto copertura? avrebbero dovuto spiegarlo ma poi l’han sacrificato sull’altare dell’anima de li mortacci loro?), o Walt che è tanto speciale e rapiamolo e continuiamo a dire quanto cazzo è speciale ma poi non diciamo in che minchia di senso, è speciale. E poi la malattia che fa tenere Desmond chiuso dal buon Kelvin che poi malattia non era? O i bambini che se concepiti sull’Isola muoiono ma se si è trombato fuori no, ne vogliam parlare?

No.
Perché come loro siamo stati un po’ protagonisti anche noi, e quindi ci è stato richiesto un atto di fede.
Un “fìdete brotha”, un prendere la mano e farsi portare giù.

RivederLost tutto di seguito, senza pause interminabili di una settimana per non parlare tra una stagione e l’altra che aprono la botola e io come ho fatto a vivere quasi un anno aspettando di capire se e come ci avrebbero fatto vedere cosa c’era dentro, è qualcosa che dovrebbero fare tutti quelli che l’hanno amato, e forse ancor di più che l’ha lasciato lì, magari dopo la morte di Charlie perché tutto stava andando troppo alla deriva, o quando hanno visto che era tutto troppo irreale.
Rivederlo senza pause, quando si vuole, permette di non perdersi pezzi che all’epoca sicuramente sono andati sbriciolati col tempo. È stato assurdo rendermi conto di quanto ricordavo meglio le prime tre stagioni, impresse nella memoria perché uniche, fondamentali, e come invece le ultime due mi siano risultate quasi nuove, che all’epoca ero troppo preso dal cercare risposte per fermarmi un secondo a leggere tra qualche riga di dialogo.
Sarebbe melenso e incredibilmente triste, forse, dire che mi sono ritrovato tra vecchi amici, ma se ci penso Lost mi ha accompagnato in sei anni in cui ho visto arrivare e partire tanta gente, e sapere che il Lunedì sera invece avrei trovato sempre loro mi rincuorava. Poi lo vedevo con mamma, occasione per soffrire insieme davanti allo schermo e poter avere qualcuno accanto a cui chiedere

“Ma cosa cazzo ho appena visto?”

E ringrazio che all’epoca non ci fosse Facebook, dove sparpagliare commenti del cazzo e spoiler infami, ma un solo posto dove accadevano cose assurde, commenti dettagliatissimi e discussioni infinite.

Lost ha insegnato a usare i flashback, a gestire i tempi dei cliffangher facendo finali pazzeschi e puntate successive che quel finale manco se lo cacavano di striscio, a dettagliare la vita di un personaggio e a incastrarla con quello di un altro che mai ti saresti aspettato.
Lost ha saputo fare cose che prima c’aveva provato giusto Lynch, ma lui è lui e il mondo che crea non ha paragoni. Ma i vari Abrams prima, e Lindelof/Cuse poi, hanno portato la scrittura di una serie a un livello che tutto quello che è venuto dopo può accompagnare solo.
Lo hanno fatto con eguali misure di stile, genialità e paraculaggine, ovvio, che sono sempre americani e che comunque i soldi li devi guadagnare da qualche parte. E poco altro come Lost ha prodotto DVD e gadget e libri e tesi di laurea, forse appunto Breaking Bad e Game of Thrones.
Prodotti enormi, prodotti commerciali, prodotti veri e proprio ma di livelli superiori. Il giusto incrocio fra arte e marketing, il pop al suo massimo splendore.

Però Lost è venuto prima, e tutto il resto dopo.
Ispirando (rivedendo come muore Jack, ho pensato solo ed esclusivamente a come muore Walter White in Felina), attirando critiche, spezzando cuori e promesse, ma soprattutto rendendo chiaro che una serialità diversa era possibile, e necessaria.

Lost, a livello di importanza seminale per la TV, ha un solo collega: i Sopranos.
Due cose completamente diverse, ma uguali nella loro idea: cambiare il linguaggio della televisione.
E se ora parliamo di streaming, Netflix, account condivisi e 10€ al mese, lo dobbiamo a quelle due serie lì.

Se non lo avete fatto, fatevi questo favore.
Fatevi questo viaggio.

Concedetevi un po’ di tempo sull’Isola, e capirete un sacco di cose che avete visto negli anni.

Lisbona – Terza Parte – Il Camion della Monnezza

Da casa si vedono un sacco di tetti, da un lato.
Dall’altro solo un paio, perché poi tutto si apre e c’è un campanile e per quasi metà, proprio in fondo e in alto, si vede il Castelo de São Jorge, che da lì dicono ci sia una vista incredibile della città, giardini immensi, interni pazzeschi solo che costa otto euro e cinquanta entrarci e quindi con certezza posso solo dire che almeno le mura esterne son molto belle.
E tra i pochi tetti di questo lato, in mezzo, ci sono un sacco di alberi da frutto pieni di colore.

Su questo lato di casa, questo del campanile e del Castello e delle arance e dei limoni coloratissimi, c’è la veranda.
La mattina mi ci porto la tazza di caffè, mi siedo al tavolo in fondo e mi guardo il cortile dell’unico palazzo che c’è davanti.
C’è il tipo che esce col suo bulldog tutto nero che se avesse una coda vera sarebbe una frusta, per quanto è contento della vita ma soprattutto di avere un padrone così buono da meritarsi sguardi di un amore che vanno oltre l’umana comprensione.
C’è la signora anziana tutta curva, un manico di ombrello vivente che passetto dopo passetto si trascina dentro il portone, che sembra spingere come fosse l’entrata di una delle fortezze da Signore degli Anelli.
C’è lo sciame d’api del tipo sotto la veranda, con un balcone per tre quarti è foresta amazzonica e per un quarto alveare, con tanto di arnia e nuvola scura che entra e esce, altro piccolo condominio che non dorme mai.
E poi c’è il gatto, che praticamente ogni volta lo sento miagolare sperduto sul tetto di fronte, lo vedo fare avanti e indietro, ogni mattina sempre più spaesato, e mi chiedo se per caso non si svegli ogni giorno in una delle sue tante vite, dimentico di cosa sia successo la notte prima.

E questo è un lato.

In mezzo c’è il fatto che io possa scrivere da casa, nel senso fisico e letterale del termine.
Perché almeno per un po’ una casa da cui scrivere, e da cui guardare cosa scrivere, ce l’ho.
E questo ha significato dire addio allostello, e a tutta una serie di situazioni che in realtà mi stavano già facendo sentire a casa.
Una casa piena di gente, incasinata, rumorosa quasi tutto il giorno, ma comunque il primo posto che mi ha accolto e fatto sistemare abbastanza da cominciare a capirci qualcosa.
Poi però devi rifarti quei due bagagli che sono diventati una casa nella casa, coi tuoi vestiti e i tuoi due libri, i quaderni, quello che si è aggiunto in due mesi di corsi di formazione e inizi di documenti per la tua nuova vita manco fossi sotto protezione testimoni.

E dentro questi due mesi e mezzo, dentro giornate tutte diverse, variazioni sul tema “ommioddio cosa sta succedendo”, ci sta una settimana in cui arriva Lei e tutto si sospende, si ferma, si cristallizza.
Momenti che avevamo lasciato in sospeso si materializzano qui: svegliarsi insieme la mattina, Lei che prepara la cena mentre carico una puntata de “La Casa di Carta” su ‘sto tablet che è diventato ormai un confessionale, io che scendo nella pausa pranzo e me la ritrovo lì, con la pasta con le zucchine e tutta la normalità del sedersi su una panchina, uno accanto all’altra, col sole che finalmente si è deciso a farle vedere la città per quant’è davvero bella e colorata.
Una settimana spezzettata da turni di lavoro e stanchezza da emozioni, di quella che scarichi l’adrenalina di giornate con le mani strette per strada e i baci rubati a metà dell’ennesima salita, che almeno per una volta non la sola colpevole del fiatone e del cuore ammille.
Una settimana di me a mio agio con la nuova vita che mi si presenta davanti e nella quale mi sono appena affacciato, che porto Lei nei posti che ho già nel cuore e ne scopro altri che ci si vanno a sistemare subito. Che di spazio ce n’è sempre.
Una settimana che sembra un mese ma nella realtà dei fatti non è che un sette giorni da montagne russe, ché il tempo di capirci che già dobbiamo separarci un’altra volta ancora, per chissà ancora quanto tempo.

E mentre Lei prende la sua valigia e viene portata via piano dalle scale mobili verso il gate, io prendo le mie e mi sposto di nuovo, per salire scale immobili e faticose verso la porta.
Di casa.

E a casa c’è il lato dei tetti, quell’altro, opposto alla quiete della veranda, il lato dei rumori di città.
Un sacco di sirene col suono che sembra stiano tenendo premuto triangolo a GTA, i neri che si strillano qualcosa dagli angoli delle stradine, le vecchiette che si parlano da marciapiede a finestra, il pianoforte suonato la mattina al primo piano. La chiamo la Torpigna Ripulita, ché piena di razze e profumi e puzze e lingue e cibi diversi, ma per terra e ai secchioni c’è molta meno merda.

E infatti ogni sera sento il rumore del camion della monnezza.
Tutte le sere.
Che sia Mercoledì o festivo, o un Mercoledì festivo, il camion della monnezza passa sempre.
Intorno a mezzanotte, se sono in camera, qualunque cosa io stia facendo, se sento il cigolio prima e il fracasso poi, guardo l’ora e posso star sicuro fino a un secondo prima di saperla davvero che o è mezzanotte meno un quarto, o non è più tardi di una mezz’ora dopo.
La parte semplice della mia mente, quella un po’ meno sveglia e un po’ più benaltrista, associa questo momento a quelli a Roma: il camion dell’AMA che non ha regolarità alcuna, che passa poco e male, bloccando strade, lasciandosi una scia di rifiuti e fetore che nemmeno a seguire il tour elettorale di Adinolfi.

La parte razionale, invece, il lato oscuro della mi testa mi ferma e mi fa ragionare che qui a Lisbona poche volte son stato in una macchina e quindi ancor meno, ma forse zero, mi è capitato di rimanere bloccato come sicuro succede ance qui. Mi dice che magari, che ne sai, pure qui mischiano tutto anche se fai la differenziata. E poi oh, tutto il mondo è paese e pure qui, a un sacco di chilometri daa Capitale der Monno ‘nfame, il rumore del camion della monnezza rompe i coglioni.

Solo che il risultato di questi due pensieri è comunque che vuoi le novità, vuoi il lavoro in cui ti fiondi a testa bassa perché ogni tanto (spesso) uno stronzo che ti dice bravo lo trovi, vuoi il distacco da una serie di input negativi diventati routine (sveglia-caffè-barba-bidet), vuoi che sei sicuro che Lei arriverà presto e sarà una nuova vita ancora, insomma alla fine il camion della monnezza diventa indispensabile come metro di attenzione e sopportazione.

Fino a che mi accorgerò che sta passando, e la cosa non mi disturberà, saprò che è un nuovo giorno che merita di essere affrontato proprio per quello che è e cioè mai vissuto, imprevedibile, anti-routine e fuori scala anche per un solo dettaglio.

Lisbona – Seconda Parte – Allostello

Oggi fanno trentasette giorni che sto a Lisbona.
E fanno trentasette giorni che sto allostello.
Non lo stesso, ché al primo dopo tre giorni sono andato via per cose che non sto qui a.
Solo che dopo tre giorni io non è che ci stessi capendo un granché, a guardare all’una di notte posti che mi sembravano ancora più sconosciuti di quando stavo a Roma.
Allora Alessia, una ragazza che ha iniziato il corso con me, mi dice di provare ad andare allostello dove stava lei.
Scherzando mammanco troppo ancora oggi le dico che così facendo mi ha salvato la vita.
Il 21 Febbraio a sera mi son rifatto le valigie e me le sono accollate per quella mezz’ora che aveva previsto Maps.
Previsto.
Perché poi ci son le salite e Maps è solo un mucchio di codici e algoritmi e mica lo sa, il bucio di culo che mi son fatto per arrivare allostello.
Però alla fine ci sono arrivato: sudato, con le braccia così atrofizzate che penzolavano come quelle di Ace Ventura colpite dalla cerbottana e un bella scia di bestemmie dietro di me, ma ci sono arrivato.

Il Back to Lisbon è molto carino.
Paragonato al primo è un altro mondo, ma parlo pure che prima di Lisbona allostello io ci son stato solo da ragazzino, a quelli dellaggioventù, con i miei che mi portavano in giro per la Scandinavia e quei dormitori mi sembravano ancora più grossi di quanto non fossero davvero. Ogni volta che ci penso mi vengono in mente quelli di Full Metal Jacket, ma senza torture a colpi di sapone e omicidi-suicidi notturni.
Quindi non ho molti paragoni in merito, ma è un palazzone di tre piani con colori pastello in ogni stanza, scritte pop alle pareti tipo “I’m not your mama, clean your own mess” e una gestione allegra. A volte fin troppo, ma questa è un’altra storia ancora, fatta di un perenne ritmo alla Despacito in sottofondo e racconti in porto-brasiliano strillati così forte che pare di stare in mezzo a una rissa continua, ma fatta di baci e abbracci.

Però non posso dire di stare male, allostello.
Perché stando in fissa con l’osservare la gente, qui ho materiale infinito che ho aspettato a tirar giù, e che forse non ho ancora assimilato del tutto.
Io che come uno stronzo al massimo ho parlato con qualche turista al centro di Roma, e un po’ di gente in quei sempre troppo pochi viaggi fuori, qui mi trovo a parlare in inglese con una cilena che parla in spagnolo con un portoghese che parla in brasiliano con un altro brasiliano perché alla fine mi pare di capire che si possono capire solo tra di loro, e certe volte manco quello.
Che poi tantissimi sono passati, ci siamo spaccati di chiacchiere in inglesi storpi per una sera e la mattina dopo non li trovi più.
Altri invece rimangono per abbastanza tempo che ci prendi confidenza e ci scherzi e ci esci e quando sei allostello speri di beccarli per farsi due chiacchiere e migliorare un po’ ‘sto cazzo de inglese che all’inizio mi sentivo Totò a Milano.

Elio è stato il primo che ho incontrato qui.
Anzi no, il primo primo è stato Paolo, di Roma pure lui, che sapeva del mio arrivo da Alessia e io del fatto che stava allostello sempre tramite lei ma pure perché i romani comunicano telepaticamente e si connettono a livello neuronale dove stanno stanno e quando ho girato l’angolo per la reception l’ho visto a capotavola sotto la tv con un piattone di pasta e lui ha visto me e ci siamo visti e si è alzato e mi ha guardato e mi ha detto

“Te sei Jacopo vè?”

e io

“E te sei Paolo!”

e ci siamo sorrisi e mi ha presentato Elio, eccolo, che da dietro il banco della reception sorride quando Paolo lo chiama il Boss.

Elio è un signore sui cinquanta, che ci ho messo un sacco ma alla fine ho capito che mi ricorda Ricky Gervais, per la somiglianza e la comicità. Cioè, di Gervais ce ne sta uno solo ma pure di Elio, che ha un inglese sopraffino, è educatissimo e spesso piazza battute tra il cinico e il bastardo che ti uccidono.
Elio si è presentato, in un peraltro ottimo italiano, come “Elio! Ma non quello delle Storie Tese!”, ha riso e ha finito di farmi il giro allostello.
È quello con cui parlo anche molto bene di cose serie, con i suoi discorsi sull’amore e sulle donne e sulle scelte che ha preso e quelle che no.
Ora Elio non c’è e non ci sarà per un po’, che alla fine è un attore e quando mi ha detto che per due settimane andava a fare una cosa nuova con un nuovo gruppo di teatro, gli brillavano gli occhi.

Poi c’è Josh, che è australiano ma vive a Londra da anni e sta pianificando di trasferirsi qui. Josh, a mio modesto parere, è una delle persone più simpatiche che abbia mai conosciuto.
E io stesso sono una delle persone più simpatiche che abbia mai conosciuto, quindi immaginatevi.
Josh ha un umorismo tra Louis C.K. in splendida forma ed un ubriacone da bar, e in effetti è roscio come il primo e alcolista come il secondo.
Scherzo, ovviamente, ma da buon britannico ama la birra e le chiacchiere brille ma allo stesso tempo lavora, sta in mezzo alla ristorazione e parla di aprire paninerie all’aragosta, gestire crêperie e bere birra.
Che se non lo fa, ne parla.
Ha la barba lunga e curata, un cappellino con visiera che appende fuori dal letto e la capacità di farti ridere un sacco.

Poi c’è la cricca di quelli che lavorano qui o che sono semplicemente volontari.
Oltre al già citato gruppo che fa risse con l’amore, c’è Gonzalo, piccolo e con la faccia perennemente tra il sorpreso e il divertito, un po’ appesa che mi fa pensare a Marco Marzocca quando faceva l’aiutante del venditore di quadri di Teleproboscide.
C’è Bernardo, un ragazzone di ventun’anni che ne dimostra trenta, grosso come un armadio di pietra e con la faccia buona che sorride ancora di più da quando ha cominciato a chiamarmi “JacoLoco!” e me lo strilla al citofono quando mi vede arrivare dalle telecamere.
Belal invece è un ragazzo afghano cresciuto in qualche ghetto della California. Positivo da fare schifo, una delle prime volte chiacchierando qualcuno gli chiese cosa voleva fare da grande, ora che stava per compiere 31 anni. E lui ha risposto

“Essere felice. Avere la mia fattoria, fare il mio formaggio con il latte delle mie mucche, tirar su famiglia. Essere felice.”

e io dentro di me mortacci tua ma poi continui a parlarci ed è così schifosamente positivo che a volte ci credi che tutto sia facile, detto da uno che pesava centottanta chili e ora è un quarto di manzo niente male, ‘sto cazzo di Belal.

Paolo va beh, l’ho già citato, ma lo cito ancora perché è un grande vero, perché risentire parlare romano seppure dopo solo tre giorni mi ha aperto il cuore e mi ha forse fatto capire per la prima volta davvero quanto stracazzo ero lontano da casa, per quanto tempo, perché.
E poi Paolo fa delle battute che fermatevi tutti.

Alla lista si aggiungono Atif, il ragazzo bosniaco in Erasmus che i primi giorni studiava e basta e poi gli ho consigliato Santa Catarina e da quel momento è stato tutto sì uno studiare ma pure lui che torna ringraziandomi del consiglio e che aveva trovato il fumo e dio se era contento; c’è Paulo, o Pavlo, non so, è lituano e lavora da remoto per non so cosa quindi viaggia un botto ma anche lui sta fermo qui allostello da un po’, col suo cappuccio in testa e la tisana in mano, una sigaretta ogni tanto e una certa freddezza nel parlare, che si è sciolta un po’ uscendo tutti insieme, ma che gli rimane come un velo dietro il volto; c’era Carole che poi era Caroline e quando ce l’ha detto è arrossita, Carole l’angioletto polacco, sempre leggera, dolce nel chiederti qualunque cosa e nel raccontarti tutto, pure della serata techno di due giorni prima dalla quale si sta ancora riprendendo, che diceva di non fumare mentre fumava e di non partire mentre stava con le valigie in mano, che ci ha lasciato i cookies senza glutine fatti da lei al burro di arachidi e cioccolato.

E poi c’è Alessia, quella tipaccia che mi ha salvato la vita e a cui devo un sacco di risate e forse anche soldi. Ma lei dice che poi si vergogna a chiederli indietro.
Io a ridarli, quindi stiamo apposto.
Però lei va oltre allostello, ché si va a lavoro assieme come due amichette del cuore, si tornassieme e assieme ci si va a bere “giusto una cosa al volo”, che il volo poi lo fai sbronzo marcio alle otto di sera.

Insomma, allostello ci sto bene.

Però è ora di crescere di nuovo, e di trovarsi un posto per conto proprio.
Che bello tutto eh, bello il condividere, le chiacchiere, il “mi presti quello”, “prendi quest’altro”, le scorregge senza silenziatore mentre pisci, i tappi nelle orecchie la notte che ti ritrovi in bocca la mattina, le risse di allegria e le chiacchiere sulla vita.
Bello tutto davvero.

Ma non sono più quel bambino piccolo in quei dormitori enormi.
Non c’è più mio padre da un sacco di tempo, non c’è mamma pure se c’è sempre coi suoi messaggi e le sue premure. Non c’ho nessuno a tenermi la mano se mi perdo, e Maps non è umano abbastanza da farmi davvero ritrovare.
Sono più alto più grande più cresciuto e ora qualcosa mi va stretto e tocca mettersi roba comoda, che ‘st’altra vita è appena cominciata e c’è un sacco da camminare.

Soprattutto in salita, diocàro.

Lisbona – Prima Parte

Sono due settimane che cammino con la schiena dritta.
Lei me lo dice sempre, che cammino gobbo. Che dovrei tirar fuori le spalle e fare l’uomo erectus.
Solo che in certi momenti girare per la mia città mi pesava troppo, che i pensieri facevano gruppo e mi schiacciavano il collo. E nonostante io mi guardi molto intorno, mentre cammino, a Roma ormai lo facevo dal basso verso l’alto.

Ora son due settimane, che cammino con la schiena dritta.
Prima di tutto perché mi sento un turista e come ogni turista che si rispetti, guardare ogni angolo di una nuova città è un dovere morale.
E poi perché in realtà mica son venuto qui per fare il turista. Son qui per provarci e provarci significa anche rischiare di fallire, e proprio per questo devi prendere e assimilare e vedere tutto quello che puoi.
Te lo devi godere.

E allora rubo con gli occhi, con le orecchie, ascolto questa lingua che sembra difficilissima e ne rimango affascinato. Obrigado, bom dia, aberto, fechado, tudo bem, non sapere dove vanno gli accenti, sbagliare, riprovare, sbagliare di nuovo, riderne assai.

Il Barrio Alto ti spezza il fiato sia perché per arrivarci, ovviamente, devi salire, ma anche perché ti giri ed è Berlino e poi ti ritrovi a San Lorenzo con gli spacciatori a ogni angolo ma meno rompicoglioni, giri la testa ed è Pigneto coi murales fichissimi e i murales che sfottono i murales. I localacci con la Capirinha a due euro si rincorrono con quelli puliti con la musica dal vivo, con le porte a vetri leggere per attirare la tua attenzione mentre cammini, che vedi i suoni e senti le persone. La birra a poco e i cocktail complicati, lo Ze Dos Bois che ha tre piani praticamente spogli se non fosse per le sedie tutte diverse, un grosso divano e un terrazzo che appena ti affacci pare Trastevere e senti il cuore che vola alto.

Se non fosse che piove da quasi una settimana, il sole a Lisbona è prepotente e colora tutto.
Che io non ci ho mai davvero fatto caso, a quanto i colori fanno bene alla testa, e per fortuna ‘sta città te lo ricorda, con i muri rosa e verdi e gialli e le maioliche che riflettono la luce che si apre e arriva dove quella diretta del sole proprio non potrebbe. I coperchi gialli dei cassonetti e il verde/rosso della bandiera sul parlamento che l’altra sera c’era il vento forte e dava certe schicchere che faceva rumore fino in strada, nonostante se ne stia lì in alto a prendersi tutta l’aria del mondo.

Eh.
Il vento.
Il vento qui è quella cosa che un po’ senti sempre, soprattutto quando il sole ha dominato la giornata e se ne va, lasciando spazio all’aria fredda dell’oceano. O almeno, mi piace pensare che sia così, ma non sono un meteorologo e quindi potrebbe pure essere uno che lascia sempre aperta una porta gigantesca, da qualche parte. Però il vento c’è e con la pioggia a pulviscolo (gnagnarella©) che non smette di scendere ti combina un macello, ti fracichi come se passassi sotto a quelle doccette da festival che ti bagnano a trecentosessanta°. Gli ombrelli si rigirano come pedalini in lavatrice, i binari dei tram diventano degli scivoli in miniatura e le discese si fanno nemiche, tra sanpietrini e pozze agli incroci.

Lisbona è quella città dove hanno deciso di mettere una sede di questa compagnia di telecomunicazioni che è stata abbastanza matta da assumermi, e dove l’aria che si respira è un po’ quella che speri di trovare in una multinazionale, a partire dal prefisso multi: multiculturale, multirazziale. Insomma, una canzone degli Ska-P. Uno di quei posti dove per forza di cose alleni il tuo inglese e conosci un sacco di persone così diverse da te che alla fine ci trovi un sacco di cose in comune. Quei posti in cui il rapporto umano c’è per forza e quindi viene valorizzato. Che almeno ci si confronti alla pari, sempre, ché nessuno sta sopra di te perché è bello, né tu stai sotto perché sei una merda.

Son due settimane che cammino con la schiena dritta.
Mi sento un turista in Erasmus, uno che qui ci sta per sbaglio e allo stesso tempo non poteva far altro che venire qui, come se fosse stato scritto da qualche parte.
Sento cose ora, a trentatré anni compiuti il giorno che sono atterrato qui, che mi chiedo se avrei dovuto provare prima, se magari è la cosa giusta all’età sbagliata.
Poi mi dico che meglio tardi che mai non ha mai avuto più senso che in questo momento e allora ben vengano le paure, i pensieri, ben venga questa enorme amplificazione di sentimenti che ti fa amare il mondo e ti spalanca il cuore e le braccia e la testa.

Ben venga tutto, che è il momento di prenderselo e sorridere se un giorno me lo perderò per strada.

Kahbum – la Musica Oltre la Musica

Ci sono alcuni giochi di società, di quelli in cui le parole sono il cuore di tutto, in cui devi indovinare la risposta avendo meno informazioni possibili, dove devi usare un numero minimo di parole fino al classico gioco dei mimi, in cui al titolo del film devi arrivarci guardando un tuo compagno di squadra che gesticola come uno scemo: una volta, per far indovinare «Qualcuno volò sul Nido del Cuculo», disperato dopo l’ennesimo tentativo andato a vuoto, arrivai a mettere i cuscini del divano in cerchio e, imitando un volatile enorme, planavo sopra questo nido improvvisato. E indovinarono.

Poi ci sono altri giochi in cui ci parti, da una parola, e arrivi a creare un mondo. Anche la semplice associazione di idee, in cui magari parti da una cosa che vedi sul momento, chessò, «mouse», e finisci dopo un bel po’ a nominare Gasparri.

Ecco, Kahbum è più vicino a questa seconda forma di gioco, anche se poi proprio gioco non è.
La regola è semplicissima: prendi due cantanti/cantautori/cantastorie, gli fai portare il loro strumento (chitarra, loop station, batteria, una volta un’arpa, o anche solo la propria voce) e li metti in una stanza dandogli una busta con un titolo e un’ora e mezza di tempo per scriverci una canzone sopra.
I risultati di cui tutti possono usufruire tutti quanti sono dei meravigliosi video in bianco e nero su Youtube, con titoli come -tra i tanti- «Adotta un Fascista» (Lucio Leoni & Giancane), «Mi si è slogato il cervello» (Le Sigarette & Underdog), «Ctrl – Z» (Davide Shorty & Daiana Lou) e la più recente e nonché la più Natalizia di tutte «Palle di Natale» (The Niro & Lucci).
Nel video, la canzone vera e propria è preceduta da una sintesi di quei novanta minuti in cui, appunto, si crea il gioco.

Ed io ho avuto la fortuna di assistere e diciamo anche partecipare a una delle partite della seconda stagione. Partite che non fanno scontrare gli artisti ma li fanno incontrare: citando il sito di Kahbum, «non è un talent, non è un concorso, non ci sono vincitori né giudici».
Premetto subito: per ovvie ragioni di spoiler, non potrò dirvi chi sono i due artisti che hanno giocato, né il titolo della canzone. Posso giusto dire che uno dei è stato una conferma, e l’altro una piacevolissima scoperta.
E il titolo è una bomba.

Arrivo allo studio di registrazione «La Strada», tanto lontano (almeno per un cretino spatentato come me), quanto bello: poco fuori dal GRAGrande Ricordo Anulare», Tommaso di Giulio & Emanuele Colandrea) , arrivato dopo un nemmeno tanto travagliato viaggio su sedici linee diverse e una passeggiata tra campagna e cavalcavia sopra il raccordo, lo studio è immerso in una villa con giardino rigogliosissimo nonostante sia metà Dicembre, una vasca per i pesci, una piccola cappella privata, un paio di gatti e un cane, se non erro, sordo. Mi accoglie Ulisse, il mio insider all’interno della Necos, la società di comunicazione che ha inventato, creato e prodotto Kahbum. Ci sono tutti i soci, ognuno dei quali ha generalmente un ruolo preciso ma che nel giorno delle riprese fa un po’ di tutto, dal preparare un numero imprecisato di caffè a sistemare i microfoni, avanti e indietro prima della prima (e unica) scena del video.
Ulisse mi accompagna verso il resto del gruppo, che chiacchiera subito fuori dallo studio, in cerchio sulla ghiaia bianca.
Saluto in modo fin troppo confidenziale uno dei due artisti, e mi presento per la prima volta con l’altro, nonché con praticamente tutto il resto del team che gira intorno ai due.
Tra sigarette e bicchierini di plastica usati come posacenere, arrivo che si parla, ovviamente, di musica. Mi sento subito, estremamente a mio agio, rimanendo comunque in bilico tra l’inserirmi nella conversazione e guardarmi intorno.
Noto anche una certa elettricità nell’aria, un’atmosfera da prepartita, appunto, e ne ho conferma quando tra i due inizia uno scambio di domande sulle reciproche influenze artistiche, politiche, racconti sul quotidiano tra figli, ex ragazze e genitori.
Capisco che i due si conoscono solo per quello che fanno, e che si piacciono anche parecchio. Ma non si erano mai nemmeno visti da lontano, e questo mi sembra l’unico muro che gli rimane da abbattere: quello della fisicità della musica, il suonare insieme e anzi, il creare musica insieme.

Cominciamo ad entrare nello studio.
La stanza principale, il cervello di tutto, mi si apre appena varcato l’ingresso. Un pannello di controllo fatto di schermi, mixer grandi come un letto e casse grosse come comodini.
L’attività è frenetica: persone con cavi, microfoni, fari e faretti sfrecciano avanti e indietro, tra il cervello e quello che è il cuore, di Kahbum, e cioè la stanza dove i due artisti rimarranno per quei 90 minuti e da dove pomperanno idee, sensazioni, accordi (uno dei due, in questo caso, ha una chitarra), rime (lo strumento dell’altro) fino a creare una canzone.
Nei momenti successivi si calma la squadra tecnica, e cominciano ad agitarsi i due artisti: è una sensazione positiva, ovviamente, la classica, dovuta e necessaria scarica di adrenalina prima di una cosa che non hai mai fatto e a cui già tieni moltissimo.
Ulisse spiega brevemente le poche e semplici regole: dal momento in cui scoccherà il «ciak!», avranno due taccuini, penne, acqua e un’ora e mezza in cui le comunicazioni tra i due organi saranno ridotte al minimo, gli interventi della squadra nel cuore ancora meno e solo per questioni tecniche [durante la registrazione ci sono state effettivamente rarissime interferenze dal cervello, dovute a problemi tecnici, per alcune foto ai due o per annunciare la fine del tempo].

Respirone da parte di tutti, i due entrano, il ciak! scocca.
Si tira il telo tra cuore e cervello (da quel momento, seguiremo tutto dai monitor).
Le porte si chiudono.
Silenzio, si gira.

Ecco, spiegare senza poter dettagliare non è facile, ma fa più o meno così: la busta, il titolo (e che titolo!), le risate, la discussione sul farne o meno un pezzo cazzone, la virata verso il pezzo «serio», la ricerca di un accordo, un suono, associare dei ricordi in base al titolo e trovare le prime parole, discutere su quali, quante, riesaminarle, eliminarne alcune e scovarne di altre. I lunghi silenzi, i click delle penne, il fruscio leggero delle sfere sulla carta che lasciano una scia di parole, e la pressione frenetica delle linee che le cancellano. Le prime rime, i consigli, come dividersi strofe e ritornello. Altri silenzi, l’accordo ripetuto all’infinito, la calma prima di una piccola tempesta di dubbi, ripensamenti, il tempo che passa («manca mezz’ora!»), la certezza di averne sempre meno («si può bestemmiare?»), iniziare-sbagliare-ricominciare-sbagliare di nuovo.
La quiete che arriva dopo, la conferma di avere un buon pezzo tra le mani, gli ultimi aggiustamenti, pochi minuti in più per recuperare i pochi interventi che ci son stati, proprio come in una partita.

Tempo scaduto.

Almeno per quanto riguarda il gioco.
Adesso il risultato deve essere ripetuto un po’ di volte, così da dare la possibilità al cervello di registrare le versione migliore della canzone.
Esce fuori una gran bella traccia, un perfetto equilibrio tra blues e rap, chitarra e voci, parole e sensazioni.
Poi breve intervista post partita, i due che con noi ascoltano più volte le varie versioni, le ultime sigarette, i loro curiosi «beh, allora, com’è andata?» e i nostri sinceri «una bomba!», le strette di mano, lo scroccare un passaggio all’artista appena conosciuto e scambiare più di una chiacchiera sulla scrittura, la creatività, il poterci o meno campare, con queste cose.

Alla fine dei giochi -mi dico ora che ne scrivo dopo più di un mese- penso che se anche non ci mangi, con lo scrivere e cantare o far creare le canzoni, se sei arrivato al secondo anno di produzione della serie più innovativa e divertente della scena musicale italiana, allora ne vale la pena in ogni caso.
Quando crei un contatto, un incontro, rendendolo possibile grazie alla musica ma facendolo poi andare oltre, rompendo più di una parete tra arte e pubblico, allora hai comunque vinto.

E allora viva Kahbum, viva la musica che non c’era e che grazie a un’idea semplice e geniale, ora c’è.

E c’ho le prove.

A Te e Famiglia

Sai quelle cose tipo buoni propositi?

Ecco.

Non farle.

I buoni propositi servono solo a perdonarti le cazzate fatte nell’anno che si chiude sperando di non ripeterle in quello che arriva.

Ed è qui che sbagli.

Perché le cazzate vanno fatte, però doverse. Devi prenderti nuovi rischi se non vuoi far sempre le stesse puttanate. Devi sbagliare per correggerti ma se sbagli sempre le stesse cose, a ‘sto punto accettale come vengono ed esplora nuovi anfratti, scivola su macchie fresche, sbatti la testa su angoli appena costruiti.

Accetta il fatto che un no come risposta a volte è meglio di un (o comunque di un ‘sto cazzo).

Abbraccia l’idea che ci sarà sempre più ignoranza intorno a te, e che ti rimane solo la gentilezza per combatterla.

Ricordati che il prossimo tuo è diverso da te su un sacco di cose, ma chr siete pure uguali in un modo che non hai nemmeno idea.

Fatti stare sul cazzo qualcuno perché uno non è mai davvero buono, perché “l’odio è un carburante nobile e hai scoperto che non è così male”, perché un po’ di rancore aiuta a tenerti sveglio e vigile.

Ché se non sei stronzo tu, lo è un altro.

Chiama mamma ogni volta che ti viene in mente.

Fai quello che ti piace e tieni al minimo quello che ti serve per vivere.

Non ti dimenticare degli amici.

Pensali, scrivigli, non far scordar loro di te.

Sii il più sincero possibile ma se serve ogni tanto dì una cazzata.

Amati un sacco.

Amala di più.

Sii cauto nell’accettare consigli, ma sii paziente con chi li dispensa. I consigli sono una forma di nostalgia. Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio, ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte e riciclarlo per più di quel che valga.

Ma accetta il consiglio, per questa volta!

Here I Come to Save the Day!

Avevo 14 anni quando andai al cinema per vedere “Man on the Moon”.
Jim Carrey fino a quel momento lo conoscevo per i film per i quali lo conoscevamo tutti: Ace Ventura, Scemo + Scemo, le facce, le smorfie, il volto di gomma.
Quel giorno al cinema ricordo che i primi minuti io e mia zia Anna eravamo piegati in due, nel vederlo sbucare da vari lati dello schermo, muto, con gli occhi sgranati e un giradischi degli anni ‘50 che gracchiava una canzone ancora più vecchia.

Poi la rivelazione: Carrey è un attore vero. Di quelli seri, potenti, e soprattutto bravi.
Ricordo un peso enorme all’uscita dalla sala, gli occhi lucidi, nella testa l’eco delle risate del pubblico nel film e le grida silenziose di Andy Kaufman, Tony Clifton, il dolore degli incompresi, la sofferenza degli unici.

Ieri sera ho visto “Jim & Andy – The Great Beyond”, un’altra epifania: Jim Carrey non va perso. Non va lasciato in mezzo ai suoi demoni, tra gli incompresi, tra le perle rare. Carrey per quel film ha fatto qualcosa che non sapevo e che non mi sarei mai aspettato, qualcosa di pazzesco, ma nel senso proprio di pazzia, follia, da rimanerci secco o comunque disidratata nell’anima, nel sapere chi sei, chi eri prima del ciak numero uno e chi sei diventato nel momento in cui le luci di quel set si sono spente per l’ultima volta.

Un Giano Bifronte, quello del documentario.
Un ragazzone con la barba e qualche anno più in faccia rispetto alla carta d’identità, compare in mezzo a una giovane di nemmeno trent’anni che una volta entrato nel personaggio, non ne è più uscito. Ma diversamente dal dio greco Carrey guarda indietro e al presente, senza curarsi del futuro.
Si guarda alle spalle, lontano, ricorda quei giorni senza mai un velo di tristezza (tutto sta in quei “NO” alle domande se gli mancasse Andy, o Tony), senza mai rimpiangere nulla né scusarsi per i grandi casini combinati sul set. Parla della sua carriera fino a quel momento, tira già qualche numero su quello che è ora, e nulla più.

Ma in quell’ora e mezza c’è, e passatemi la frase fatta, “il Jim Carrey come non l’avete mai visto”.
Quello che ha provato a togliersi The Mask dalla faccia provando ad essere se stesso.
Solo che per riuscirci, o anche solo tentare, sì è dovuto calare nei panni di qualcun altro.

L’unico consiglio che posso darvi è quello di vedere “Man on the Moon” prima, di “Jim & Andy – The Great Beyond”, anche e soprattutto se lo avete già visto, anche e soprattutto se non avete idea di chi sia stato Andy Kaufman, di quanto abbia dato al mondo dello spettacolo e quanto questo stesso mondo lo abbia rigettato, mai capito, fino a deriderlo e abbandonarlo.
Solo così è possibile capire che cosa ha fatto Jim Carrey in quel film, cosa hanno dovuto sopportare i vari Danny de Vito e Paul Giamatti, scoprirete che Courtney Love è simpatica e che Milos Forman ha rischiato più volte l’esaurimento.

Da vedere se Carrey lo amate, lo odiate, o semplicemente se lo avete considerato sempre una macchietta.
Sarà una scoperta incredibile.