Vabbè Questa E’ Vecchia!!

[DI SEGUITO UN POST VECCHIO. MA VECCHIO SERIO, SI PARLA DI ALMENO 3 ANNI FA. CHE POI NON E’ NEMMENO UN POST: E’ UNO STRALCIO DI QUELLO CHE SAREBBE DOVUTO DIVENTARE UN QUALCOS’ALTRO, CHE NON SAREBBE DOVUTO RIMANERE SOSPESO NEL WEB. E INVECE..]

UNO
Il rumore era strano, come di foglie secche che scivolano su una tenda. Un costante fruscio, un’ininterrotta corrente che sembrava scorrergli sulla pelle. Tutto intorno nebbia, quasi foschia densa che lo avvolgeva e lo ingabbiava. Non riusciva a vedere bene oltre, il paesaggio oltre quella cortina di nebbia era confuso: oltre poteva scorgere vecchie colonne, ma potevano anche essere tronchi di vecchi alberi abbandonati a loro stessi da troppo tempo.
E poi c’era lei. A pochi metri da lui, poteva solo vederle la schiena, ma era lei, ne era certo. E tentò una prima volta di allungare la mano, riuscì a sfiorarle il vestito rosso, ma non era sicuro del colore, perché la nebbia cominciava a farsi acqua e a bagnarli gli occhi. Continuava a sentire il fruscio, l’unico rumore oltre a quello del suo respiro che si faceva sempre più pesante ed irregolare. Era quasi riuscito a pizzicare con due dita il vestito, ma cadde a terra inciampando in una radice, o una sasso, o chissà cosa. Si rialzò frettolosamente, facendo qualche metro a gattoni. Ma per quanto veloce era riuscito a rialzarsi su due piedi, lei aveva guadagnato troppi metri. Cominciò a correre, come da tanto tempo non correva, la rincorse mentre lei accelerava il passo: nonostante non si fosse mai voltata, sembrava avvertire la sua vicinanza, e per ogni metro da lui guadagnato, lei ne vinceva il triplo. La nebbia trasformatasi in acqua cominciò a mescolarsi al sudore. Tentava inutilmente di asciugarsi, correva e si passava il dorso delle mani sulla fronte, ma ormai era bagnato come se piovesse e correva, correva, fino a quando non tentò di lanciarsi in avanti, come se si stesse tuffando: tese le mani in avanti in modo disperato, agitandole, quasi stingendole ad artigli e la raggiunse, la graffiò, la buttò giù. Ci si ritrovò sopra, sulla schiena: si alzò e la prese per le spalle, l’acqua mista a sudore gli bruciò gli occhi, mischiandosi a lacrime di gioia e paura che adesso uscivano come un piccolo ruscello. Le guardò per un secondo la nuca, il fruscio che ormai era costante, poi tirò un respiro a la voltò. Ma tutto quello che si trovò di fronte era ancora la sua nuca. Incredulo la voltò di nuovo e di nuova vide solo la sua nuca. La scosse, batté i pugni a terra, urlò….. E si svegliò.
Sogno. Maledetto, fottuto, bastardissimo sogno. Era da tempo che non ne faceva di così brutti. E l’unica cosa che gli lasciavano questi sogni, oltre ad una fortissima rabbia, era una sensazione di impotenza. Ed il sudore: cazzo se era sudato. Stavolta però c’era qualcosa di più: il fruscio. Le cose erano due, o aveva bevuto troppo la sera prima (e lo aveva fatto, in abbondanza) o stava ancora sognando. No, nessuna delle due, era semplicemente il giradischi che continuava a girare a vuoto. Piano piano la nebbia si stava dissolvendo, e faceva riemergere i ricordi della sera prima: era andato a trovare Andrea al suo locale, e come al solito lo aveva riempito di battute e cocktails fino a fargli girare la testa come se stesse su un taxi guidato da un pilota di rally più ubriaco di lui. Era tornato a casa ed aveva raggiunto il letto, forse a quattro zampe, forse sulle mani, forse strisciando. E con le ultime forze aveva messo il live di Hendrix  a Monterey, addormentandosi a metà di Foxy Lady. Poi il buio.
Ed ora il buio era solo nella testa, e l’unico bisogno impellente era quello di un caffè. Lo sforzo per alzarsi dal letto era immenso, quello per aprire le persiane il doppio. In compenso era una bella gironata, le solite cazzate: uccelli che cantano, sole che scalda, i vicini di casa a lavoro. Disperata ricerca delle ciabatte e di una felpa (freschetto, per essere Aprile). E poi l’apertura della porta della camera, il primo vero gesto di ritorno quotidiano alla civiltà. La luce che filtrava dai lucernai in salotto  salotto era forte, come tutte le mattine. Con gli occhi socchiusi si trascinò in cucina, dove preparò la macchinetta del caffè in uno stato così confusionale che giusto 10 minuti si sarebbe dimenticato di averla fatta. Nel frattempo pipì, sguardo veloce nello specchio (quello si, che avrebbe voluto dimenticarlo) e ricerca disperato di capi d’abbigliamento il più puliti possibile, o almeno non fastidiosi se annusati. Il suono della macchinetta che cominciava a far eruttare caffè era il secondo segno che un’altra giornata stava cominciando.
Tazza.
Zucchero.
Caffè.
Latte.
Cazzo, il latte.
Poteva comprare decine di euro di DVD al mese, qualche maglietta ed un paio di libri, ma mai che si ricordasse di spendere soldi per latte o qualcosa di davvero commestibile.
Bevuta lenta ma decisa di caffè bollente, pantaloni, maglietta, controllo veloce del contenuto della borsa (badge, portafogli vuoto e cavo per l’iPod) e via verso un nuovo giorno. Inforcò i finti Rayban, si chiuse la porta alle spalle e alzò la testa ad occhi chiusi giusto per assaporare la giornata. In quel momento capiva sempre come sarebbe stata e che umore avrebbe avuto rientrando la sera. Un pensiero gli attraversò la mente: sole scaldami, terra sostienimi.
Anche l’aria fresca delle sette di mattina non scherzava però. Rientrò veloce in casa e prese la prime felpa che gli capitò a tiro.
Freschetto, per essere Aprile.
[OVVIAMENTE, E’ COME SE L’AVESSI SCRITTO ORA: NIENTE REVISIONI, NIENTE CORREZIONI.]
Namaste.
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