Norway Road Trippin’ – Parte Tre – Di Balene, Porti e Finte Interviste A Me Stesso

Vedete quel puntino al centro?
No?
Bene, quella è la coda della balena.

[Abbiamo visto una balena. Ho le prove.
Le foto son venute male, nel senso che era troppo lontana per farle una foto.
Ma l’abbiamo vista.
Quando l’operaio che ci ha fermato per far passare altra macchine ci ha detto di averla vista passare nell’insenatura che si vedeva dalla strada, e che stava andando nella nostra stessa direzione, non gli abbiamo creduto.
E invece c’era.
Ed è stata una cosa davvero emozionante.]

Tromsø, dove potresti annoiarti ma alla fine ti diverti.
Tromsø è un isoletta che si pronuncia con la “ou” finale, ma non è che diventa “Tromsou”, la o e la u devono quasi unirsi ma rimanendo staccate, come un dittongo a metà, che ti fa lasciare la bocca aperta come un pesce lesso.
È un porto di mare, dove le navi mercantili rimangono ormeggiate giorni, dove la puzza di mare arriva ovunque appena il vento soffia verso la città, forse anche sulle collinette da dove tutte le case più colorate e graziose si affacciano come a voler controllare che sotto vada tutto bene. Il panorama di fronte la città è un misto di montagne con ghiacciai perenni, il ponte che collega terra a isola, qualche capannone industriale ed una chiesa inutilmente enorme e fintamente moderna: un incastro di triangoli bianchi uno dietro all’altro, con una gigantesca croce sul davanti, quasi a voler sostenere tutto l’edificio. Cristiani, valli a capire.
Insomma, sembra un paesino americano da film in cui tutti si conoscono, con falegnami che guidano pick-up e ragazzi che si ribellano agli stereotipi della società con due piercing e mezza testa rasata e mezza viola, ma con gli abitanti di una città di medie-grandi dimensioni, dove la vita si svolge intorno al centro commerciale, un piccolo giardino ed i troppi pub.
Uno si potrebbe tranquillamente annoiare, cullato dal mare e la birra.
Solo che ieri era il primo giorno di un evento lungo undici giorni, in cui gli studenti di Tromsø e dintorni si riuniscono per ubriacarsi e ballare -considerando comunque che la prima delle due attività è molto in voga sempre- e quindi la situazione era molto, ma molto più fattibile. Oltre al fatto che le cose, in questo caso birre o cocktails,  costano l’ira di Buddha (come dappertutto in Scandinavia, con un’inflazione che fa più su e giù ogni giorno di quanto il sangue sale e scende nella testa di Sgarbi), i ragazzi sanno divertirsi: discoteca gratis, d(onna)j con batterista live e due tizie assurde in maschera a ballare sul palco, negri folli che sembrano Steve di “Otto sotto un tetto” che ti ballano intorno, e poi lui, Cristopher, il salvatore di cinque disperati perché.. vabbé ne parliamo a voce, del perché. Diciamo solo che il rapporto qualità prezzo è andato più che bene, ed in più ci ha illuminato con un discorso sul perché in Norvegia tutto costa molto: perché c’è la crisi. “Ma va?”, direte voi? Lo so, ma sentirlo da un Tromsiano ubriaco ed amichevole è stato come se fosse la prima volta.
Reminder: se passate da Tromsø, indossate un cappello ed incontrate una certa Kaisa (credo si scriva così), una tipina capelli corti sul rosso ed occhi azzurri, tutta pepe ed alcol, smilza ed agile come una gazzella.. statele lontani. Tenterà di rubarvelo per indossarlo, per poi scappare a gambe levate se tentate di riprenderlo. Il tutto causato dal fatto che ci siam lasciati convincere a fare un “massaggio a catena”, che consiste nello stare seduti per terra uno dietro l’altro e massaggiare le spalle di quello davanti, mentre a te le massaggia quello dietro. Ovviamente, a me è capitato Checco dietro ed il Vin Diesel norvegese davanti, che si è anche girato ed in italiano mi ha gridato “Va bene!!”, riferendosi al massaggio.
La cosa mi ha preoccupato non poco.
Però è grazie a Kaisa se abbiamo capito cos’era questa specie di folla di ragazzi che venivano a frotte con gli autobus, e come si pronuncia Tromsø rimanendo con la faccia da pesce lesso.

“Come  procede la ricostruzione?”, chiede il giornalista immaginario che siede di fronte a me sul camper, posando il registratore sul tavolo dopo avere premuto REC.
“Devo dire bene, poca fa sono giunto ad una piccola conclusione: forse mi piace vivere vivere nel passato, immaginare situazioni future con esperienze però già vissute, perché così mi sento più sicuro. Guardarmi indietro, magari pensare ad errori fatti tanto, troppo tempo fa, e a come poterli correggere ora, è folle.
Folle.
Ma sicuro.
Solo che si tratta di una falsa sicurezza: come si fa volersi creare un futuro, se si pensa al passato? È come voler fare retromarcia per andare avanti.
Quindi ho già qualcosa su cui lavorare.
Si possono buttare le fondamenta. Piano piano, senza fretta.
Per costruire case buone e che durino nel tempo, ce ne vuole.”

(adoro come “For What It’s Worth” di Buffalo Springfield sia divisa perfettamente in due, specialmente se ascoltata con le cuffie. Lui che ti canta a sinistra, e la base ed il coro a destra. Bello.)

[e quello stralcio di nuvola attaccato alla montagna, rimasto indietro per osservarci, o forse perché voleva solo stare un po’ da solo]

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