La Banda Dei Fuochi D’artificio

[Seconda Parte]

Il dolore era insopportabile, lancinante. La fitta gli partiva da dove era stato colpito, come se al centro del foro causato dal proiettile ci fosse un tizzone ardente, che bruciava la carne viva. Un piccolo sole di dolore al centro della pancia.
Era fuggito ormai da quasi un’ora, passata ad arrancare partendo dall’appartamento del sindaco, sino ad arrivare sul luogo dell’appuntamento, un piccolo casolare abbandonato che avevano ribattezzato “Cesarini”, perché ci dovevano andare solo in extremis, solo nel caso in cui, all’ultimo, non fossero riusciti a portare a casa il bottino. Era dalla parte opposta di un campo di spighe secche, da cui si accedeva dalla città.
Forse per gli spasmi, forse perché era scivolato a forza di essere sommerso di sangue, il proiettile era venuto via quasi subito, ma il dolore che aveva provato era comunque andato oltre ogni sua immaginazione. Ma almeno era riuscito a percorrere più della metà del tragitto un po’ più velocemente.

Ora doveva solo aspettarlo, anche perché aveva bisogno di cure ma soprattutto aveva lasciato troppe tracce dietro si sé, una lunga scia di gocce di sangue, per non parlare nel corridoio che aveva formato passando attraverso l’erba alta.
La notte era immobile, silenziosa. Ancora si sentiva l’odore di zolfo lasciato dai fuochi, e nemmeno un soffio d’angelo smuoveva le fronde degli alberi circostanti. Lui ci credeva agli angeli, ci credeva eccome. Si ricorda di quando la madre, mentre gli rimboccava le coperte d’inverno e spalancava le finestre d’estate, per farlo addormentare gli raccontava la storia di un angelo di nome Clarence, che mostrava alle persone che si sentivano inadatte a questo mondo, o che venivano prese in giro perché brutte o poco attente, insomma questo Clarence gli faceva vedere come sarebbe stato il mondo senza di loro, ed era un mondo pieno di cose brutte, perché alla fine tutti erano importanti e tutti dovevano capire che il mondo aveva bisogno di loro. Quando era più grande, e la mamma ormai non c’era più, vide un film su questo Clarence, e fu contento perché voleva dire che la mamma aveva ragione sugli angeli. Se ci fanno i film, sono cose vere.
Ma tutto questo pensare sugli angeli fu interrotto da un’altra fitta, ancora più forte, e dovette stringere i denti e serrare le labbra per non urlare. Riusciva a sentire l’odore del sangue, del proprio sangue. Un conato lo avvolse, ma riuscì a trattenersi. Era passato troppo tempo, ormai sarebbe dovuto essere già qui.
Pensò prima all’ipotesi di andare via, tornare a casa e cercare delle bende, qualcosa che potesse fermare quel fiume rosso. Il problema sarebbe stato non dare nell’occhio, ma un tizio vestito di calzamaglia nera che sanguina come un porco sgozzato, forse un po’ si nota.
Poi valutò l’idea di fermarsi, magari riposarsi dentro il Cesarini e trovare un modo di andare fuori città il mattino dopo, magari saltando su di un treno in fondo alla piccola vallata. Ma il rischio di addormentarsi, e risvegliarsi direttamente in braccio agli angeli, quello proprio no.
Decise di prendersi il rischio di tornare a casa, ma doveva stare attento a non farsi vedere, a passare nei vicoli che sin da piccolo faceva ad occhi chiusi.
Lo diceva sempre anche lui, “se beccano uno, trovano subito anche l’altro”.
E sperava proprio che anche lui fosse al sicuro, magari solo stordito o leggermente ferito, ma vivo e libero.
Con un’altra, terrificante fitta, cominciò a zoppicare verso casa, curvo dal dolore e sempre più stanco.
[fine seconda parte]

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