Mi Piace Vivere In Italia

Mi piace vivere in Italia.
Ci sono nato, qui.
Ci sono cresciuto, e ci morirò.
In Italia ho tutto quello che mi serve: ho totale rispetto di tutte le leggi, per altro giustissime, le forze dello stato mi proteggono, ed ogni mio diritto di cittadino uguale agli altri mi viene pienamente riconosciuto.
Ho cinquantasei anni, faccio il barista da venticinque e la mia vita non potrebbe essere migliore: sono sposato, ho due bambine bellissime e tra poco arriva il maschietto. Mia moglie mi ama, così come io amo lei.
Cosa posso chiedere di più?
Vi faccio un esempio, così forse capirete quanto si possa amare il proprio paese: la settimana scorsa sono andato a fare la visita per questa brutta tosse che ho, così a solo un anno e mezzo da quando l’ho richiesta sono andato al San Fazio, l’unico ospedale rimasto a Roma dopo la grande privatizzazione del 2026. Negli altri hanno costruito i primi casinò. Ogni tanto ci andiamo, io e mia moglie: tre mesi fa abbiamo vinto quasi diecimila euro, e finalmente ci sino potuti permettere quella cena fuori in che non riuscivamo a farci da anni.
Ma sto divagando.
Dicevo, mi hanno visitato, e mi hanno dato subito le analisi. Purtroppo mi hanno diagnosticato un tumore ai polmoni, ma non posso lamentarmi: i medici hanno detto che mi rimangono circa sei mesi di vita, e considerando che ormai l’età media è al massimo di cinquant’anni per tutti, posso ritenermi un privilegiato. Quasi mi stavo preoccupando.
Con mia moglie abbiamo già deciso di aspettare un po’ per dirlo alle bambine, e se davvero resisterò sei mesi avrò anche la fortuna di veder nascere mio figlio, che abbiamo deciso di chiamare Silvio, come me.
In realtà non mi chiamavo Silvio, ma da quando c’è stato l’obbligo di cambio nome durante la guerra bancaria con la Svizzera, per confondere le transazioni a tutti gli uomini fu imposto di usare il nome di quello che era il Presidente della Repubblica in carica. All’inizio molti (non me) si erano lamentati, ma ormai ci avevano fatto l’abitudine, e soprattutto non volevano seguire l’iter per cambiare di nuovo nome. Ci volevano solo quattro anni, e la richiesta doveva essere correttamente compilata, dal riempimento del modulo alle prove pratiche: ad esempio, per due mesi consecutivi ma senza regolarità, chi aveva fatto richiesta veniva chiamato a gran voce per strada, per vedere se si sarebbe girato. Dicevano che non fosse facile non voltarsi quando al grido di “Silvio!!” si giravano praticamente tutti gli uomini per strada. Insomma, c’era chi si lamentava di questo. Ma il mio motto è: se davvero vuoi fare una cosa, falla. E non rompere le scatole.
Comunque, il mio tempo stringe, ma sono sereno. Mi godo anche le più piccole cose, che magari prima mi sfuggivano. Dovete sapere che ora, essendo malato di grado 7b, la mia assicurazione mi copre le aspirine, le fialette di morfina per l’aerosol e la possibilità di sospendere la cura obbligatoria di valium. Sarà per questo che mi sembra di avere un poco più di attenzione nelle cose, per esempio l’altro giorno mi figlia è rientrata dall’asilo con la sedia che si deve portare da casa ed è cosa difficile, perché mancano da quando i soldi vanno per la sicuramente più giusta causa dei sottobanchi condizionati delle scuole private e diventano merce rara per i bambini degli zingari, che per carità, tutto il rispetto, ma da quando sono liberi di entrare nelle nostre scuole non se ne può più. Per fortuna il Ministro della Fu Giustizia Renzo Bossi sta studiando una cura obbligatoria che impedisca loro di procreare. Speriamo bene.

Insomma, nonostante tutto, la mia vita scorre tranquilla: mi sento protetto, al sicuro, e già mi godo il momento in cui andrò a riposare accanto a mio padre e mia madre, nella fossa comune di Ostia Antica.
Ora torno a vedere un po’ di televisione neurale, ho bisogno di distrarmi un po’ con qualche dibattito apolitico tra il figlio di Bersani e  Bersani.
Buona notte.

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