Goodb iSteve

Fughiamo ogni polemica: Steve Jobs è stato uno che ha fatto i soldi, che ci stava seduto sopra ad una montagna di soldi, ad osservare altri soldi che entravano da bocchettoni fatti di soldi. Su questo non ci piove.
Ma i soldi non sono stati, almeno non sempre, l’obiettivo finale di Jobs.

Steve Jobs ha sempre avuto sogni. Non idee, non intuizioni, ma sogni. E ha fatto sempre di tutto per realizzarli, per vederli prender vita, per veder funzionare nel mondo vero quello che prima era davanti ai suoi soli occhi. Vi risparmio l’ormai nota (nota perché  perché è morto e Wiki ha riaperto, quindi parecchi saranno andati a leggere la sua bio) storia del garage, di Wozniak, dei soldi che finivano e di computer che non si vendevano. Voglio giusto dirvi quello che so, su Jobs, e condividerlo, magari per farvi vedere sotto un’altra luce quello che da molti è visto come “uno che ha fatto solo una bordata di soldi”.

Jobs, ad esempio, ha creduto nel sogno di un certo Mark Zuckeberg, tanto da essere stato con la Apple, il primo a chiudere un contratto simbolico con il creatore di Facebook: ogni “Mi Piace” sulla pagina ufficiale della compagnia di Cupertino, avrebbe fatto guadagnare un dollaro al social network. Risultato? Un milione di dollari in zero.

Jobs è stato inculato ancora e ancora da Satana aka Bill Gates: vuoi per plagio, per concorrenza sleale, per imposta supremazia. Fatto sta che Gates, a livello di mercato, ha sempre dato in culo al povero Jobs. Ma lui non si è mai arreso, non si è mai fermato a piangere (come spesso, invece, ha fatto Gates negli ultimi anni). Jobs si è rialzato, sempre, è ha stravolto i suoi stessi sogni per averne di più grandi, di rari, di unici. Nel 1997, quando ancora ci facevamo rincoglionire da Windows ’95 in attesa del ’98 (uguale e peggiorato), la Apple mette sul mercato il primo iMac, il primo desktop computer “alli-in-one”. Schermo con dentro lettore cd con dentro hard disk con dentro processore e così via. Un pezzo unico, in tutti i sensi. E mentre c’è ancora gente che aspetta la versione definitiva di Windows, il Mac OS (Tiger, Snow, Lion) ha subito evoluzioni su evoluzioni, creando si una cerchia che diventa sempre più “isolata”, ma sempre più grande. E i pochi possono diventare i molti.
Proprio questa è stata forse la più grande mossa di Steve Jobs, e di conseguenza della Apple: cominciare un processo di pensiero “out of the box”, di lasciare tra le mani dell’utente finale un prodotto suo e basta, che pur sapendo che sempre più persone ce l’hanno, quello è comunque, unicamente suo. Quando nel 2001 venne lanciato sul mercato il primo iPod, come per quasi tutti i precedenti prodotti (i primi Macintosh, la prima macchinetta fotografica digitale -1994!!-) il mercato reagì male: costoso, troppo unico nel suo genere, senza sbocchi immediati. Dieci anni dopo, l’iPod ha il 94% del mercato MONDIALE dei riproduttori musicali portatili. Ma tutt’ora, il mio iPod è il mio iPod. Nessuno ha le stesse canzoni che ho io, ne gli stessi graffi sulla scocca, ne le stesse cuffie rovinate.
La fortuna di Jobs, quella vera, quella che ti proietta nell’Olimpo della storia moderna, è arrivata negli ultimi 10 anni. Prima dell’iPod, la Apple era per pochi. Erano strani, diversi, “isolati”. Su un Macintosh non potevi giocare (ed in pratica nemmeno ora, almeno in parte). Ma nel post iPod, vuoi all’inizio per mere ma fondamentali questioni di compatibilità, la famiglia si è allargata. Anche in Italia il mercato dei Mac è cresciuto in maniera esponenziale, soprattutto tra i giovani ed i professionisti, che sono il mercato base per la tecnologia. Ma pian piano chiunque ha avuto modo di conoscere il mondo Apple, risultato del genio puro di Jobs. A qualunque età, di qualunque estrazione sociale. Poi, può piacerti o no. Ma molto spesso ti piace.

Per chiudere e dare un finale a quello che potrebbe, e sta diventando, un cosiddetto pippone apocalittico, Jobs è stato un personaggio che passerà alla storia per aver cambiato il modo di avvicinarsi al futuro, a volte quasi superandolo. È caduto tante volte, tantissime, a volte in un modo che nessun’altro al mondo avrebbe mai trovato la forza di rialzarsi. Lui, però, l’ha fatto. E se lasciamo da parte, anche solo per un attimo, i soldi, l’immenso potere economico tale da sostenere in parte l’economia di uno stato, la fama, a volte anche l’arroganza, scopriamo che Steve Jobs ha fatto quello che ognuno di noi vorrebbe poter fare nella vita: è vissuto di sogni, ha basato ogni cosa sul sogno, spesso ci ha rimesso la faccia, per i suoi sogni. Ma li ha realizzati, uno dopo l’latro, con calma, costanza, impegno. A dispetto di tutto, e di tutti, lui ce l’ha fatta.

Ciao Steve, oggi è stata una brutta giornata. Come dicevo ad un mio amico oggi, non ti piango come una bimbaminchia a cui muore il cantante dei Tokio Hotel. Ti piango perché hai fatto, in un ambito in cui ormai vivo e baso il mio quotidiano, quello che per me Michael Jordan ha fatto per lo sport, I Red Hot per la musica e Koontz per la letteratura. Hai cambiato il mio concetto di tecnologia, condivisione, interesse per il mondo, uso del computer. Mi hai reso, e ne sono orgoglioso, un Nerd.
Non mi hai reso la vita migliori, ma più semplice, bella e colorata.

Mi mancherai.

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