Concerti

In fila

Sono qui fuori. Da sei ore sei. Sono arrivato alle due, stanotte. Sono uscito un po’ con i miei amici, ma quasi subito mi son mosso per venire qui, non potevo rischiare. ‘sti cazzi dei pub, delle sigarette, delle chiacchiere inutili, degli sguardi ai culi delle pischelle. Io qui, devo stare.

Insieme a me c’è un sacco di gente, ma tanta. Quando sono arrivato c’era già la fila, e nemmeno poca: una coppia di ragazzi, all’incirca della mia età, avevano portato sedie smontabili di Ikea e delle coperte che credo usino i pompieri, quelle tutte argentate iper isolanti. Più avanti un piccolo gruppo di signore sulla cinquantina chiocciano su quanto freddo faccia, le gambe gonfie e del perché tutta questa gente sia qui anziché a casa, senza accorgersi – o facendo finta di – che qui in mezzo ci sono pure loro e che chiunque, qui, potrebbe fargli la stessa domanda. Proprio dietro a me c’è un ragazzino, avrà quindici anni al massimo, con il suo NorthFace stretto e imbottito, i suoi occhiali da nerd con le lenti finte ed un tablet in mano. Legge le ultime notizie su questo posto, cerca di capire se davvero stanno per aprire i cancelli oppure rimanderanno ancora un po’. So che sta controllando queste cose perché quello dietro di lui non fa altro che affacciarsi dalle spalle del ragazzo per buttare giù un occhio, e quindi il ragazzo lo dice a voce alta, forse per evitare quell’alito caldo e sconosciuto nell’orecchio.

Io gli avrei spaccato direttamente la faccia.

Cosa che a quanto pare succede più avanti: dai movimenti irregolari delle persone più in là e dalle grida, è partita la rissa. Faccio un piccolo passo di lato, quello che mi basta per sporgermi dalla fila allungando il collo. Ma soprattutto il minimo indispensabile per non cedere nemmeno mezzo millimetro a ‘sto pischello rincoglionito, gli schioppasse ‘sto aipàd.
Comunque, più avanti due ragazzi si stanno spintonando, e da quello che si gridano (o che si capisce tra uno “stronzo!!” ed un “‘nnaggiallamadò t’ammazzo..” ) pare proprio che il motivo sia un tentativo di quello dietro di passare avanti. O forse solo uno spintone di troppo. Li capisco: non è la prima volta che faccio una fila qui.  Può essere estenuante, se non sei preparato: la folla, le transenne che ti obbligano a rimanere nel tuo centimetro, la testa fissa avanti, ad aspettare. Alcuni cedono, non arrivano nemmeno a due ore che si staccano dalla fila sfiniti. Ne ho visti cadere tanti, così.
Comunque alla fine arriva la sicurezza, e se li porta via allontanandoli e minacciandoli di non tornare.

All’improvviso, quel suono: è la sirena che preannuncia, di lì a pochi secondi, l’apertura dei cancelli. La folla si agita, vista dall’alto sembrerebbe un cobra irrigidito pronto ad attaccare la preda, a divorarla da dentro. Ecco il chiacchiericcio che per un attimo va via..
..il silenzio, un calma tanto improvvisa quanto surreale..
.. e poi l’urlo. È sempre una persona diversa, molto spesso una donna. Ho sempre pensato a chi urla in quel momento come al primo della fila, un Leonida pronto a scatenare l’inferno contro degli invasori alieni, mentre intorno imperversa una guerra termonucleare contro dei dinosauri robot.

E via tutti dentro.

Eccomi fuori.
È stata dura, ma ce l’ho fatta.
Il concerto, in blueray-HD-3D, di Laura Pausini all’Olimpico.
Ne è valsa la pena per tutto, dalla fila alla calca. Ne è valsa pure la pena cadere due volta mentre salivo al contrario la scala mobile, e l’aver scansato quella vacca incinta che stava per prendere l’ultima copia del concerto. Ma soprattutto aver sfruttato le mie rughe in eccesso (per uno di trentacinque anni) per far intenerire quel nerd coglioncello che stava dietro a me, quando me lo sono trovato in cassa con il suo nuovo oggettino digitale del cazzo, quando prima gli avevo pure schiacciato gli occhiali per entrare nel negozio di elettronica.

Sono al settimo cielo cazzo.
Ora chiamo mamma e le dico di prepararmi una bella cenetta. E che avvisi papà che oggi la tv tocca a me. E magari domani manco vado alle Poste per il turno allo sportello.

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