Monotonia

Jacopo.

Jacopo è uno come tanti. Ha 27 anni e come molti, forse troppi, non ha un lavoro. E come molti, ma forse non troppi, non ha una laurea. L’ultimo vero impiego l’ha lasciato lui, con grande sorpresa di tutti. Dopo quasi quattro anni è scappato da un call center, con un contratto a tempo indeterminato e mille euro al mese. Una follia, in un 2011 in piena crisi economica e sociale, una tempesta che abbatte tutto quello che trova. Lì la crisi c’era, ma interna, diversa. Poteva sicuramente tenere duro, ma le troppe notti insonni, il bruciore di stomaco che lo svegliava ormai da mesi ed una dirigenza disastrosa, quando non assente, lo portano a mollare tutto. Dimissioni, e via verso un futuro che dura un giorno, tutti i giorni.

Per mesi Jacopo se la cava: un minimo di sussidio lo percepisce, si gode un più che meritata vacanza in camper con gli amici e la compagnia di una ragazza.
Poi affronta il ritorno a Roma, una città che diventa ogni giorno sempre più difficile da capire, da vivere. Il sussidio finisce, le donne passano, e la pressione lo schiaccia sempre di più. Lo chiamano per dei colloqui, sempre nell’ambito delle comunicazioni. Alcuni sono senza speranza fin dall’inizio, altri si protraggono per settimane per finire in una bolla di sapone. Settimane appeso ad un telefono che non squilla mai.

Quando Jacopo decide che non ce la fa più, approfitta della sua famiglia divisa per andare in Salento dove la madre ed il fratello più piccolo quasi si sono dimenticati la sua faccia. Ne ha bisogno: la capitale ormai è in mano a fascisti più o meno eletti, gli amici sono sempre amici ma con altro per la testa e la sua, di testa, non riesce più a ragionare come prima. E quindi parte.
Arrivato in Salento, Jacopo rinasce: vuoi la cucina di mamma, vuoi l’orgoglio di veder crescere splendidamente il fratello, vuoi le facce accoglienti e sorridenti della gente del posto.. insomma Jacopo sorride di nuovo.
E dopo un po’ trova anche un lavoro. Giusto per tenersi impegnato, ma sono soldi. E visto che non li ha..
Si tratta di accoglienza in un lido di lusso: deve solo stare dentro un gabbiotto, dire si a gente ricca e stare attento che non si sovrappongano abbonamenti e prenotazioni dei lettini. Questa è gente che paga, che non ha mai lavorato e che si lamenta facilmente. Jacopo già sa che dei suoi princìpi dovrà fare un bel rotolo e metterseli proprio lì.

Ma non credeva che quel rotolo potesse diventare così grande.

Anziché stare in affiancamento a chi dovrà poi sostituire per evitare di avere (e creare) problemi, dopo tre giorni Jacopo ha: svuotato più volte i posacenere di tutti lo stabilimento; tolto i sacchi dell’immondizia (pieni senza criterio di carta, plastica ed umido tutti insieme) per portarli in strada in attesa del camion; messo i sacchi nuovi; ha caricato e scaricato casse su casse di liquori e champagne; ha aiutato un collega a sistemare un filo immerso nella fogna del lido, senza mascherina; si è massacrato i piedi di vesciche e calli che ancora oggi, dopo un mese, non scompaiono; visto una cameriera sentirsi male per il caldo perché assegnata alla pedana assolata nonostante si sapesse di suoi problemi al cuore; ha sorvegliato i bagnanti (in pratica ha fatto il bagnino) nonostante la mareggiata e la bandiera rossa, solo perché i clienti erano incazzati per il fatto di non poter entrare in acqua, e quando si è rifiutato per paura di vedere gente farsi male è anche stato etichettato come “polemico”; è stato chiamato Giuseppe per i primi tre giorni perché la cocaina parlava al posto dei padroni del lido; è stato chiamato col fischio da un cliente; ha subito quotidianamente sfoghi di trentenni viziati, sfociati in un “tu non sai chi sono io” solo perché ha chiesto, come era previsto in quel caso, uno spostamento di lettino.
Il tutto gli ha impedito, ovviamente, di fare il lavoro per cui era stato chiamato, con risultati disastrosi nel momento in cui è rimasto solo, senza più “tutor”. E per Jacopo sbagliare sul lavoro è una cosa terribile, per cui si è sempre sentito in colpa.

Ma soprattutto, Jacopo ha visto ragazzi sfruttati fino al midollo, è stato pagato con 30 euro al giorno per (minimo) undici ore di lavoro senza mai aver firmato un foglio, ha visto dichiarati 90 euro su oltre 1000 di incasso. In un giorno. Solo di lettini. E quel posto ha anche un bar ed un ristorante.

Alla fine Jacopo si è tolto il rotolo di principi dal didietro e se n’è andato, perché le crisi di pianto e le notti insonni le aveva già affrontate, perché i conati di vomito e la paura di svegliarsi la mattina (sempre che avesse dormito) gli erano già venuti.

E quando pensa che c’è stato chi ha detto che il posto fisso è monotono, ride. Di un riso amaro, perché di contro pensa a quanti Jacopo tutti i giorni affrontano le stesse cose.
E per quanto sa di essere stato fin troppo perseverante, si sente quasi in colpa a lamentarsi. Ma Jacopo è uno come tanti che il lavoro lo trova, a volte, ed è così poco monotono che lo lascia.
E che per il lavoro, adesso, deve di nuovo cambiare vita, e tornare lì da dove era scappato.

Tutto quello che avete letto è vero. Verissimo. Non faccio nomi perché di posti come questo, purtroppo, ne è piena l’Italia. Spero solo che tutti gli Jacopo che esistono, che vivono questa situazione lavorativa che sfiora lo schiavismo, possano un giorno trovare la loro strada solo grazie al merito ed all’impegno. Un impegno che venga riconosciuto, pagato e tassato.

Spero.

2 thoughts on “Monotonia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.