Lo Conoscete?

BIT da giovane.

Si chiama biglietto dell’autobus.
B.I.T. per gli amici.
Ora vi racconterò una storia su di lui.

Siamo a Roma, nel 2012. BIT è appena cresciuto, ora costa un euro e cinquanta ma quando si parla di lui fa mettere le foto di quando costava solo un euro, dice che lo fa più giovane. Molti non lo conoscono perché non prendono i mezzi, oppure perché li prendono ma fanno finta di non conoscerlo. Eppure BIT, almeno sulla carta, è quello che ti permette di prendere praticamente tutti i mezzi e le due metro all’interno della Capitale. Basta prenderlo, timbrarlo, e lui per un’ora e quaranta ti regala quella magnifica avventura che sono i trasporti pubblici romani, un’avventura diversa ogni giorno, piena di suspense e sorprese.

Insomma BIT ormai è grande, indipendente anche se in alcune zone proprio non sa andare. Ad esempio, per entrare a Fiumicino fa storie, dice che è timido e manda suo cugino, che è più grande e costa otto euro. Ed anche per andare oltre alcune stazioni manda altri suoi amici, ma in finale lui se la comanda su Roma. Può anche permettersi di delegare.

Il problema di BIT, però, è uno solo: ha pochi amici. A partire dai pendolari. E le cause principali sono due: o lui non si vuol far trovare, o il pendolare fa finta di non conoscerlo.

Nel primo caso, solitamente si entra in un posto autorizzato alla vendita di BIT, e si chiede in questo modo:
-Salve, vorrei un biglietto dell’autobus.
Qui dovete stare attenti ad una delle due reazioni del rivenditore: se vi trovate nell’edicola della stazione Trastevere, gestita da una simpatica coppia che mi ha visto comprare sicuramente più Ratman che BIT, molto probabilmente vi porgerà l’amico BIT, darete l’importo dovuto a lui/lei che vi restituiranno l’eventuale resto. Sorrisi, buona giornata, stop.
Se doveste trovarvi invece in una sperduta tabaccheria lontana da ogni segno di civiltà, alla vostra domanda di scambio moneta-BIT il simpatico omino dei sali, non abituato a tale richiesta, diventerà rosso peperone, occhi sgranati e persi a fissare violentemente un oggetto non ben definito posto all’orizzonte della sua follia, e vi chiederà:
-Che ce devi fà?
-Beh, simpatico tabacchino, debbo prenderci i mezzi pubblici.
-E perché?
-Perché non ho la patente, signor tabacchino.
-E all’età tua nun c’hai la patente? Ma quant’anni c’hai?
-Mah, grazioso tabacchino un po’ invadente, non credo siano suoi interessi, gradirei un biglietto. Grazie.
-Vabbè nun ce l’ho comunque.
-Ma l’adesivo qui fuori dice il contrario.
-Eh ma nun me conviene più prendeli, tanto nun se li compra nìsuno.
Nìsuno, pensate voi.
Esatto: vi ritroverete a parlare con un omino sull’orlo dell’aneurisma perché proprio non si spiega come voi possiate anche solo immaginare di acquistare un BIT. Cosa siete? Un turista? Un marziano? Un addetto dell’ATAC in borghese?
Niente da fare. Niente biglietto. Si passa al lato oscuro della civiltà.

La seconda causa di solitudine del buon Biglietto Integrato a Tempo: il pendolare vago. Quel Nìsuno che avete già sentito nominare, questo enorme gruppo di persone che salgono sull’autobus come se fosse l’ascensore del loro condominio, che pretende un grande cambiamento civile quando sono i primi a non alzarsi nemmeno nel caso in cui salga una settantenne incinta con un altro neonato in braccio. Gente con diritto di voto.
Non volete farne parte, e vi dirigete verso una di quelle macchinette che da non troppo tempo fanno la loro porca figura sugli autobus. Meglio tardi che mai. Questi blocchi gialli di plastica e metallo sono l’ultima speranza per chi, come voi, vuole provare a riempire le ormai esigue fila della società civile, sono lo scrigno dei BIT. Arrivi davanti all’ultimo baluardo dell’educazione civica, e ti rendi conto che non prende monete. Rotta. Chiedi quindi all’autista, che come risposta alza la testa dal giornale, ti fissa con lo stesso sguardo del tabacchino e si rituffa tra le pagelle del Lunedì. Inizi a chiedere ai tuoi simili, magari qualcuno, qualche veterano ha con sé un BIT in più, un reperto bellico. Ma tutti ti guardano come un essere infetto, come il paziente zero di un’epidemia da debellare: la civiltà. L’autobus parte, e ti tieni stretto alla maniglia che pende dall’alto, con il suo cinturino ormai logoro e con una coltura di germi addosso da far invidia a Jabba the Hutt. Con l’altra mano cerchi nella tracolla, magari ne è rimasto uno, un povero BIT dimenticato ma che ora può risollevare le sorti dell’umana stirpe. Mentre cerchi, eccoli che salgono: si credevano persi tra le piazze di Roma dopo uno sciopero. C’è a chi sono comparsi in sogno, immagini ormai sfocate di vite che furono. Addirittura, c’è chi li ha visti fermando al momento giusto “The Blair Witch Project”.
I controllori dell’ATAC.
Li riconosceresti persino senza la loro divisa: non più di tre, borsello, età media 60 e l’aria di gente che è stata tutto il giorno a guardare i lavori in corso, parlando di calcio e politica.
Salgono parlando di calcio e politica, e all’improvviso il brusio, la gente che parla con voce troppo alta al cellulare, persino il neonato della settantenne ecco, tutto si ferma. Come quando in classe a scuola si faceva un bordello dell’anima al cambio ora, e appena entrava la prof tutti seduti e zitti, così veloci da viaggiare nel tempo.
In questo silenzio irreale, fatto di sguardi sudati e bisbigli terrorizzati, i tre dell’ATAC Maria ti puntano. Vedono il tuo ravanare nella tracolla, il tuo sguardo perso per cercare quel BIT maledetto. Si avvicinano sempre più, ignorano chiunque altro e puntano solo te, mano al borsello che contiene l’arma che segna l’inizio della fine per il tuo amico biglietto: la pinzatrice, l’estrema untrice del BIT. Questo maledettissimo BIT che non trovi, dov’è, loro si avvicinano sempre più, arrivano al rallentatore, vogliono il sangue, sentono l’odore della paura, e quando ormai sono a due passi..
..sfoderi il miglior sorriso della tua vita, sembri Syd de “L’Era Glaciale” mentre dalla tracolla tiri fuori con gesto epico lui, il BIT, che sembra splendere di vita propria. Lo tiene proprio davanti a te, manco fosse un posto di blocco a cui mostri i documenti.
I controllori arrivano, ti fissano. Rimangono fermi, tu sei pronto a giustificarti per la mancata vidimazione quando il capo controllore, quello davanti a tutti, ti guarda dritto negli occhi e ti dice:

-Scusi, che si toglie che dobbiamo scendere?

Rimani per un attimo fermo. Ti sposti tenendo un piede come perno, aprendoti come una porta.
Mentre scendono dal mezzo, li senti ridere:

-Aò ma quello che me voleva fà vedè er bijetto? Ahahahahahah!! Oddio me sto a sentì male, io manco c’ho la pinzatrice!!

Risate colossali. Risate ovunque. Ridono i controllori, l’autista è piegato in due tanto che non riesce a premere i pulsanti per richiudere le porte. Ride la settantenne incinta, ride il neonato, ride quello che pensa di stare nell’ascensore del suo condominio.

E capisci perché il BIT si sente solo: questa gente non lo vuole, non sa nemmeno chi sia. Se già prima era quasi un mito, una leggenda, tra i pendolari, ora che è aumentato se ne parla come di un ricordo lontano, come una favola.
Io la tramando, ma spero che l’uomo riscopra quei piccoli gesti di civiltà che permettano di far conoscere BIT a tutti, di persona, in carta e banda magnetica.

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