Non È Un Paese Per Superman

Un chiaro esempio di rivalutazione non italiana.

Un chiaro esempio di rivalutazione non italiana (fonte wakeupnews.eu).

Clark Kent cammina in strada, quando il suo super udito capta l’urlo di una donna. “Aiuto!! Lasciami stare, manigoldo!!”
Clark si blocca, alza leggermente il capo e stringe gli occhi: deve intervenire.
Si guarda intorno in cerca di una cabina ma.. non c’è. Attende un attimo di distrazione dei passanti per spiccare il volo in abiti civili, perlustra dall’alto la zona.
Niente. Deve cambiarsi, non può intervenire vestito da giornalista.

Ma è troppo tardi.

La donna viene sopraffatta e sottoposta ad una maratona di 16 ore de “I menu di Benedetta”, cosa che le fa rivalutare il risultato di anni di lotte per l’emancipazione femminile.
Poi muore.
Clark Kent cade in depressione, comincia a mischiare Xanax con articoli di Luca Telese. Una sera, in un delirio di onnipotenza, al grido di “dove sei quando abbiamo bisogno di te, Superman?!?!”, uccide due persone a caso: i genitori di Bruce Wayne. Il resto è storia.
E tutto questo perché non ci sono più cabine telefoniche a Roma. La storia, che per chi dovesse aver votato Grillo (perché lui avete votato) sottolineo essere inventata, ha luogo tra dieci anni, a termine di una campagna di demonizzazione della cabina telefonica ormai inutile.

Mentre i Supermen di altri paesi ancora hanno la possibilità di avere il loro camerino a disposizione, a Roma rischiano il suicidio. Nelle altre capitali mondiali, le vecchie cabine sono state rivendute a collezionisti, trasformate in centraline di ricarica per macchine elettriche o in punti di informazione digitali, con wifi e mappe e la tuta rossa e blu appesa al tetto.

Lo ammetto, ho preso spunto da questo articolo di repubblica.it, ma spesso grandi pezzi letterari si basano su tragedie. Basti leggere i libri di Moccia. Ma se l’ho fatto (dico, prendere spunto e foto) (sì lo so mi perdo spesso, è che la testa mi viaggia veloce come i dialoghi in “Newsroom”, e allo stesso modo non la capisco) è anche per il fattore nostalgia.
Insomma, puoi anche farci un cesso pubblico o un heroin point, l’importante è che l’aspetto esteriore rimanga quello. Sarebbe come smantellare i nasoni di Roma invece di rivalutarli e trasformarli in sgorga birra. Eddai.

Che è anche vero che non si usano più come prima, ma io negli ultimi anni mi ci son ritrovato a doverle usare. Il mio status non certificato di semi indigente mi ha portato a raccogliere tutti gli spicci che avevo e trovare il modo di comunicare.
Le ultime due volte che ricordo molto bene sono legate a momenti semi tragici, se  contestualizzati al coglione che ero in quei periodi.

La prima fu per lasciare una ragazza con cui mi frequentavo da poche settimane, con cui iniziai il filone #lascioleiperlamiaex che ci fosse stato Twitter sarebbe stato trend topic per buoni dieci anni. La cabina era sotto casa di mia nonna, a San Saba. Le mandai un SMS, e vi assicuro che è come usare il cellulare di un amico che non avete mai toccato (il cellulare, non l’amico), ma molto peggio. Ogni tasto ha la consistenza di un dente da latte attaccato ad un esile filo di carne, lo schermo dove compaiono le parole è grande come la lente per guardare dentro le MicroMachine ed ogni volta eri sicuro che sarebbe arrivato a destinazione come quando sei certo che questa è l’ultima volta che Antonio Razzi cambia partito.
Penso finì così, con lei. Fui stronzo, ma ero piccolo.
Se mi stai leggendo, ciao Clelia. I tuoi capelli mi facevano sballare.

La seconda e, a memoria, anche ultima volta che ho usato una cabina fu non più di  tre anni fa. Zona Piazzale della Radio. Ero senza credito, ma anche senza batteria. Nervoso: era l’ennesima giornata di litigate con l’ex preceduta da altre giornate di litigate con l’ex. Cioè, non era l’ex all’epoca ma lo era già stata e ancora non capivo i chiari segnali che mi davano la stessa speranza di continuare con lei di quanto possa averne ora e per sempre nel vincere il Pulitzer. E quindi mi c’incazzavo e quel giorno mi era salito uno sterminio che fermatemi. Rischiai la rissa con un ragazzetto che mi guardava male. Io, che al massimo dico “grazie” a testa bassa dopo che uno mi ha mandato affanculo.
E quindi sfogai tutta la mia rabbia su quel povero telefono che probabilmente subito dopo esalò gli ultimi “tu tu tu tu” della sua vita. Premevo i tasti come se ognuno fosse un di lei punto debole, come se il telefono fosse una versione moderna e non compresa di una bambola vudù. Spiegai la situazione al mio amico (“mannaggialclerosudatogiurosuddiocheprendoilprimoaereoperporcoddioecerimango”), attaccai la cornetta con la stessa violenza con cui spaccherei la testa ad un zombie e mi aggrappai ai lati del telefono.
Lo strinsi talmente forte che mi uscì il sangue dal naso.
Se mi stai leggendo, proprio.

Insomma, non facciamo morire morire i nostri Supermen, ma soprattutto non facciamo i nostri ricordi. Ognuno di noi avrà un ricordo legato ad una chiamata da una cabina, un momento che in un modo o nell’altro ha cambiato un po’ la nostra percezione sul mondo: una nascita, un lutto, un “non sono partito sto tornando” da una stazione dei treni, un “addio” lasciato in segreteria.
Ché i nostri genitori erano abituati, i nostri fratelli più piccoli non sanno nemmeno da che parte si entra in una cabina. Probabilmente noi siamo quelli che l’hanno usata, in età intermedia, per motivi precisi e necessari.

Ci hanno tolto i luna park, ci hanno tolto la vera estate romana, ci tolgono i quartieri e ne fanno altri. Checcazzo, almeno le cabine del telefono.

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