Di Energia Solare E Di Amori A Batteria

[non essendo stato selezionato per un concorso, pubblico quello che era stato il mio inedito. secco e senza modifiche.]

Fino all’altro giorno non ci avevo mai pensato.
Era Sabato scorso ed ero alla fermata dell’autobus e c’era questo gran bel sole e finalmente dio bono si poteva stare senza una giacca addosso. Le cuffie nuove mi suggeriscono un Miles Davis di quelli classici, e mentre vado per alzare un po’ il volume mi vibra il telefono. Miles continua a soffiarsi via l’anima nella tromba ed io cerco di capire se quel “vrrrr” è un messaggio, una whatsappata o chissà quale altro maledettissimo social di stocazzo. E provo a capirlo ma non ci riesco chè il sole mi si spara proprio sul display. Allora mi giro un poco, ma la luce sulla felpa rossa fa effetto ascensori di Shining sullo schermo. E allora faccio una cosa che sicuramente avrò fatto mille volte ma che ‘sto giro mi rimane addosso.
Do le spalle al sole.
Pur di star lì a fissare un rettangolo di plastica do le spalle al sole.
Invece di godermi quello che neanche troppo tempo fa era adorato come un dio lo ignoro, me lo dimentico, che in fondo pochi secondi prima il mio è stato un gesto di fastidio, quasi di disprezzo.
Niente di aulico eh. Non che mi sia messo a piangere in ginocchio ad implorare perdono.
Ma con tutta la grandine di casini che ogni tanto questo periodo scarica il fatto di ignorare una cosa presente, innata come il sole mi disturba.
Cos’è successo da quando il sole era il motivo per cui da piccoli si usciva in giardino a giocare a pallone con gli amici, usando il cancello come porta e litigando sulle regole della tedesca?
Da quando non è più motivo per prendere dieci euro di fumo ed andarsi a stendere a Villa, a perdersi nei pensieri più seri e stupidi del mondo?
E poi dare le spalle in generale non è carino. Perché fra la grandine di questi mesi, in cui paradossalmente il mio unico ombrello è il lavoro, ci sono proprio persone che ti voltano le spalle.
Magari non sempre, ma spesso capita nei momenti in cui sei più debole ed un abbraccio caldo sarebbe sicuramente più gradito di una fredda schiena.
A volte è difficile pensare che una persona così vicina possa sparire nel tempo di un freddo discorso nella sua camera, altre che per una tua cazzata si possano bruciare anni di relazioni e vite intrecciate, altre ancora che il rancore possa aver portato ad anni di silenzio quando c’era solo bisogno di parlarne all’inizio.
Mi rendo conto di pensare tutto questo mentre sono con le braccia distese lungo i fianchi, con il collo disteso ed il viso rivolto al sole, finalmente. Staccare gli occhi da quell’affare maledetto fa bene, e ce lo dimentichiamo.
Come io mi sto per dimenticare che sto aspettando l’autobus e infatti eccolo, giusto in tempo per far scattare il braccio che il cellulare mi parte dalla mano, finisce in strada in linea con la ruota anteriore sinistra del mezzo che ci si ferma praticamente sopra. Lo prende di striscio all’angolo, il che fa sì che il telefono schizzi sull’asfalto, scivoli verso la banchina della fermata e con un rumore stranissimo si spezza in mille pezzi. Me lo ritrovo a poche decine di centimetri dalla faccia, e mentre l’autista apre la porta faccio in tempo a raccogliere quello che rimane: batteria, sim e micro scheda di memoria. Il resto, il lavoro di un minorenne asiatico sottopagato buttato al cesso. Metto il tutto in tasca e vado per salire.
Ovviamente la lista di bestemmie che si crea istantaneamente nel mio cervello non può essere espressa a parole, mentre salgo attonito con l’autista che mi guarda trattenendo la miglior risata della sua misera carriera, con aneddoto annesso da raccontare ai capolinea mentre ritarda di secoli la partenza. Lo odio, di un odio viscerale.
Sempre con lo sguardo fisso dietro gli occhiali da sole mi siedo, che di scelta di posti ce n’è assai: c’è una sola ragazza, molto carina tra l’altro, che non è la prima volta che vedo. Piccola e mora, con occhi neri neri ed un viso dolce come zucchero e miele. Se non sbaglio scende davanti la stazione come me, e come me prende il treno. Non ricordo a che fermata scende, altrimenti potrei auto denunciarmi per stalking.
È impegnata in una telefonata al cellulare, leggermente concitata e chiaramente infastidita.
Guardo il suo cellulare mi siedo, qualche posto dietro di lei. Guardo il cellulare e poi lo specchietto più vicino all’autista, che ogni tanto butta un occhio verso di me e sembra ancora divertito.
Maledetto.
La ragazza continua a parlare, sento frasi tipo perché dici così? mischiate a sospiri, un ma io ti amo stroncato ed alla fine l’urgenza, la paura di non riuscire ad arrivare ad un compromesso perché la batteria sta finendo dai vienimi a prendere.. pronto.. pronto?.. ma vaff.. ed il braccio piomba veloce giù verso le gambe coperte da una gonna leggera con dei fiori astratti e coloratissimi ricamati sopra. La mano stringe ancora il telefono, non lo vedo ma lo immagino. Quello che non devo immaginare sono le lacrime che scendono dagli occhi, perché anche se vedo solo la nuca sento distintamente dei singhiozzi, che non riesce proprio a trattenere.
Infilo la mano in tasca e prendo il pacchetto di fazzoletti. Ne sfilo uno e mi alzo, e quando sono poco dietro di lei glielo porgo. Inizialmente non mi vede, con lo sguardo fisso davanti a lei e gli occhi gonfi di lacrime. La punta del naso è già rossa, e gli angoli della bocca piegati e tremolanti.
Mi scoppia il cuore, e mentre sono lì con il braccio teso verso di lei, con il fazzoletto stretto tra pollice ed indice, da dietro i miei occhiali iniziano a scendere lacrime.
Tante lacrime.
Al mio primo singhiozzo lei si gira, guarda prima quel pezzetto di carta e poi me, che bisso il naso rosso e gli angoli tremolanti.
Non riesco a dirle nulla, e mentre prende il fazzoletto e quasi accenna un sorriso noto che ha il mio stesso modello di cellulare, ancora stretto in mano.
Sorrido.
Mentre mi giro per non fissarla mentre si soffia il naso, che a me da un fastidio raro che mi si guardi mentre son tutto gonfio e rosso e probabilmente con del muco sui baffi, cautamente metto la mano in tasca e con le dita, tra display sbriciolato e scocca spezzata, riconosco e prendo la batteria.
Come con il fazzoletto, gliela porgo.
Appena solleva lo sguardo dalla tasca dove stava riponendo il fazzoletto, un grazie le si ferma in gola e scoppia di nuovo a piangere. Questa volta, però, lo fa ridendo.
Le s’illumina il volto.
Io sorrido, mentre le prende la batteria ed io posso finalmente soffiarmi il naso.
Lo faccio ovviamente dandole le spalle.
La sento frenetica togliere la scocca, un leggera imprecazione mentre le cade dalle mani e poco dopo il suono d’accensione del telefono.
Tasti che si premono, quasi sento il segnale di libero.
Inizia a parlare, ed io rimango in piedi visto che siamo praticamente arrivati alla stazione.
Lei si alza, e vedo sorriderla. Dai su lo so che passi, ti aspetto alla stazione, sono arrivata ora.., è piena di speranza che sembra ben riposta visto che non appena scesi dall’autobus la vedo correre verso un macchina parcheggiata in doppia fila, senza doppie frecce, con al volante il classico rappresentante di quello strato sociale comunemente chiamato coatto perso.
Sale, sorridendo radiosa, e si lancia su di lui che all’inizio è restio ma poi ricambia e, dopo un lungo abbraccio, mette in moto e mi superano, lei con la testa appoggiata sulla spalla di lui.
Mi superano e se ne vanno, verso il tramonto.
Che bello, fare del bene all’amore.
Amore che però se ne va, dandoti le spalle.
E fregandoti pure la batteria del cellulare.

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