Passeggiare

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[premessa: questa è una cosa prettamente soggettiva e soprattutto maniacale, lo riconosco. non è di certo un perno su cui baso il conoscere una persona, ma è una cosa che ho notato a distanza di un mese uscendo con due persone diverse. la prima senza averlo mai fatto in precedenza, la seconda dopo averci condiviso anni della mia vita]

Usciamo insieme per la prima qualche giorno prima del mio compleanno. Ci diamo appuntamento vicino alla metro a Bologna, che da lì a piedi per San Lorenzo è una passeggiata, e le passeggiate servono a prendersi le misure. O almeno questo è quello che ho sempre pensato: più dei gusti musicali, più dei film che hai visto, camminare fianco a fianco è una delle prove più difficili da superare al primo appuntamento. Capire se i passi si sincronizzano, chi-passa-dove quando un palo ti sbarra la strada, chi-aiuterà-chi a dare eventuali informazioni ai turisti.
Arrivi che leggo immerso nelle cuffie, ci salutiamo e cominciamo a camminare, e dopo nemmeno cento metri capisco che con te si passeggia bene, ma tanto. I passi son quasi speculari, ai pali ci si divide senza esitazioni per poi ritrovarsi dall’altra parte, i turisti chiedono a te e completo le informazioni io.
Ogni tanto, senza che ci siano buche o persone o cani o macchine parcheggiate alla cazzo, ci troviamo a sbattere leggermente le spalle, e per pochi passi a volte rimangono unite, senza che questo rallenti od ostacoli il passeggiare. Come se ci fosse un piccolo magnete attivato di tanto in tanto, che ci appiccica i lati.
Ci incastriamo e ci facciamo passare e ci alterniamo ed alla fine arriviamo per l’aperitivo che si è camminato manco fosse una coreografia studiata e provata per giorni e giorni.
Anche per prendere da mangiare finiamo stipati in un angolo ma anche lì ci giriamo e ruotiamo senza mai intralciarci e finiamo sempre al tavolo, col piatto pieno di cibo e le bocche piene di racconti.
Quello che ci diciamo non rientra nella storia, posso solo dire che non è stato da meno, per precisione e coordinazione, al camminare insieme.

Usciamo insieme per l’ultima volta qualche giorno fa. L’appuntamento è fuori la metro a Cavour, il posto lo decideremo camminando. Arrivi che leggo, senza cuffie, ci salutiamo ed iniziamo a camminare. Dopo pochi passi, capisco che non sarà una passeggiata facile.
Ognuno di noi sembra inciampare, e sembrano esserci due magneti dello stesso polo impiantati nei nostri fianchi che non ci fanno avvicinare ed anzi ci respingono, ogni volta che le nostre spalle si svvicinano. Ogni palo dei cartelli stradali sembra una colonna del Partenone, da circumnavigare facendo il giro più largo possibile, ognuno da un lato diverso.
Che ci siano buche o persone o cani o macchine parcheggiate alla cazzo, ogni volta ci blocchiamo a pochi metri indecisi su chi passerà, si crea un secondo di imbarazzo che basta a silenziare ogni discorso che muore lì e che non si concluderà mai, ché ne ricomincia un altro subito dopo.
Il posto ci mette un po’ ad essere scelto, tra miei errori di orientamento e tue pause davanti ad un paio di vetrine.
Passiamo comunque una bella serata, ma è stato faticoso arrivarci.

Insomma so che i punti su cui basare il rapporto con una persona sono ben diversi rispetto al farsi due passi insieme, ma dopo anni e svariati tentativi so che non sono neanche i posti che hai visitato, che ne pensi del Jobs Act e se credo nell’omeopatia.
Una coppia, o quello che può formarsi dall’incontro di due persone, è fatto anche dell’accettazione di un altro essere nella tua vita. Anche se solo per due settimane, e non per forza due anni. E quindi anche il muoversi, l’occupare lo spazio, cambia.
Cambia su un marciapiede come la notte a letto, cambia in un locale come in cucina: non sei più solo, ed insieme a qualcun altro, per certi versi, ricominci a camminare.

C’è qualcuno con cui riesci a coordinarti subito, e qualcun altro con cui non riuscirai più a far più di venti metri assieme.

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