Quando Lei Va Via

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Foto di Chiara Bruni

La sveglia che ti apre gli occhi e ti fa rendere conto della netta divisione tra piumone e realtà. Un taglio preciso come la notte lunare che avanza gelida sulla superficie del satellite, ogni centimetro di piumone che si sposta scoprendoti sono centinaia di metri di crateri e polvere ferma che vengono gelati in un secondo.
Poi si fa di nuovo e improvvisamente caldo, con Lei che è attenta a non alzare il piumone mentre stanca si alza per andare a lavoro. Ho messo la sveglia anche io, per essere sicuro che si alzasse in tempo. Il mio

sono le cinque

esce fuori nero e profondo, sicuramente più ruvido di quanto vorrei. Ma esce direttamente dalla grotta del sonno, e non posso renderlo più luminoso di così.
Le chiedo di accendere i termosifoni, con la promessa che mi sveglierò presto per spegnerli e sistemare casa, disordinata dalle feste e dalle assenze e dal “lasciamo così che ci si pensa quando torniamo“.

Mi giro dall’altra parte e chiudo gli occhi. Un altro paio d’ore, penso, e trovo sotto alle coperte il coraggio che mi manca per uscirne. Gli occhi si aprono, provo a richiuderli ma sono distratto dai suoni che vengono da di là.

Il soft metal della macchinetta del caffè che sta preparando.
Il fruscio del pigiama che lancia sul letto.
Il leggero cigolio dell’armadio che apre velocemente, per non sentir troppo freddo.
Io che le sussurro che è la migliore.
La porta del bagno che non si chiude ma Lei ci prova lo stesso.
Il tintinnio del dentifricio che rimette nella tazza di vetro, e la leggera vibrazione dello spazzolino elettrico.
La zip del piumino mentre lo chiude.
Le coperte che si tirano mentre si siede piano sul bordo del letto e mi bacia attraverso gli strati di lenzuola, mi saluta e io mi giro e tutto puzzoso di notte e freddo le poggio veloce le labbra mie sulle labbra sue cercando di trasmetterle tutto l’amore che ho.

Si alza ed esce dalla stanza, e come sempre non chiude bene la porta.
Ma non fa niente. Anzi, pure meglio, perché così c’è un muro di meno a dividerci.

Mi saluta di nuovo mentre chiude la porta, le rispondo quasi strillando e per una volta ‘sti cazzi dei vicini, pure se sono le sei.

Mi giro di nuovo e chiudo gli occhi.

Li riapro, pensando che vorrei rimanere nel letto fin quando le coperte non si tireranno di nuovo un poco, con Lei a baciarmi attraverso gli strati di lenzuola e io ancora puzzoso di notte e freddo e immobilismo amoroso l’afferrerei con tutte le braccia che ho e la porterei sotto le coperte con me, abbracciarla e dirle che abbiamo tutto il tempo del mondo per fare tutto quello che vogliamo, dal sistemare casa a tirar su figli.

Alla fine mi alzo.
Mi preparo il caffè, metto il latte nella macchinetta crea-schiuma-da-cappuccino, accendo lo scaldino in bagno e mi metto a scrivere.

Lo rileggo e penso che alla fine l’amore è anche questo: svegliarsi presto insieme a Lei, seguirla con l’udito mentre si prepara, darle l’amore con un bacio e poi svegliarsi e sistemare casa.

Che sennò quando torna chi la sente.

 

(il titolo è liberamente ispirato a un di Lei progetto fotografico, che trovate qui)

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