Meglio I Matti Che I Testimoni Di Geova

matti

Aspetto un bus da così tanto tempo che non mi ricordo più che anno è.
Fa freddo e poi fa caldo, il sole se ne sta nascosto tra nuvole grigie come materia cerebrale ma quando spunta picchia come un ictus.
Sono carico di cibo senza glutine, frutto dell’ultima razzia legalizzata da Celiachiamo a Magliana. Una tracolla e un trolley pieni fino a scoppiare, come i miei polmoni ogni dieci passi, appesantito come un mulo da soma.
Dopo un saluto veloce a mio zio, a casa e pieno di barattoli di robe buonissime fatte in casa da mamma, che contribuiranno nell’immediato ad appesantire la borsa, e nel futuro prossimo ad ostruire le mie arterie.
Non mi va nemmeno di fumare, ma una signora mi chiede una sigaretta e devo prendere il tabacco. Le chiedo se vuole che gliela faccia io, e chiedendomi scusa mi dice che «sì, magari, che dopo tutto quel tempo in ospedale non riesco più a farle».

In quel momento vari sensi si attivano nella mia testa: in primis quel che definirei «il senso di Spaziani per i matti», una sorta di magnetismo caratteriale che porta il primo scocciato nel raggio di 100 metri a venire da me. Diretto, senza esitazioni. A questo si accoda il «senso di repulsione» che tutti, anche i Santi, hanno nel momento in cui capiamo che sta per partire il pilotto («pezza» a Bologna, «ciacarone» a Ravenna*). Parte poi il «senso di pietà», che fa dei santi i Santi, e si finisce con «il Sesto Senso». Proprio il film. Perché ieri ho visto l’anteprima di Split, il nuovo di Shyamalan, che oltre a essere molto bello fa anche vedere come approcciare chi ha più di un disturbo, e cioè assecondarli sempre.
Chiude il tutto la mia continua, inarrestabile voglia di sapere i cazzi di tutti.

La prima cosa che mi colpisce di questa signora, che inizio a guardare mentre le faccio la sigaretta, sono le occhiaie.
Lunghissime, morbidissime occhiaie che dall’occhio scendono piano per almeno tre centimetri, formando due piccole onde rosa scuro che finisco per infrangersi a metà guancia, in un dosso che ora sembra schiuma che si infrange sulla sabbia, ora tutti i sogni di una vita persi in fondo al mare.
Nonostante le occhiaie, è magrissima. Mentre parla vedo che le mancano i denti da poco dopo l’incisivo fino in fondo, sia sotto che sopra. Gli altri sono grandi e dritti, e sembrerebbero sanissimi se non fosse per una costante patina gialla a ricoprirli.
Il naso è lungo e con la punta tonda, e su un lato ha un piccolo punto nero che sembra quasi un tatuaggio, di quelli fatti in carcere con un ago bollente e l’inchiostro della penna.
I polsi ossuti sembrano cedere sotto bracciali tanto pesanti quanto economici, un ammasso di finto argento annerito e grosse pietre azzurre. La mano trema quando porta la sigaretta alle labbra secche, e va a calmarsi sull’altra quando torna giù. La borsa, piena di finti loghi di marche famose, è logora, piena di fazzoletti e portamonete in cuoio, tintinna di chiavi mentre cerca l’accendino che ogni volta è diverso, come la luce che ha negli occhi azzurri mentre mi racconta cose assurde.

Dice che ha 51 anni, che da poco è in pensione e che il suo lavoro è sempre stato nei Servizi Segreti. Che non vieni assunta, nè sei tu a candidarti. Lei, come altri, è stata rapita da piccola e indottrinata. Le sono stati portati via amanti, uccisi davanti ai suoi occhi per non interferire col suo lavoro. È stata rapita di nuovo, sedata, picchiata. Quando le dico che vivo a Casilina mi dice che «un sacco di anni fa.. madonna, trent’anni fa! Trent’anni fa mi ci sono nascosta lì vicino.. oddio, mica mi ricordo dove.. va beh. Stavo con questo ragazzo tedesco, e io stavo scappando un’altra volta dalla Polizia. Stavamo in una specie di magazzino, e lui aveva una signora attrezzatura, tutto quello che serviva per ascoltare la radio dei poliziotti. Erano giorni che andavamo in giro così, evitandoli, solo che poi ci hanno trovato. A me mi hanno portato via e lui.. non lo so, lui, che fine ha fatto».

Mi dice pure che ha collaborato con Obama.
«Un signore!», mi risponde, con gli occhi illuminati. «Il primo afroamericano presidente dell’America! Ma ti rendi conto? Ed è gentile, educato, con un grandissimo non.. non.. nonchalnce», dice, e anche se voleva dire «charme» io annuisco e sorrido.

Mi accorgo mentre arriva il suo bus e mentre dovrò ancora attendere il mio, che ho ascoltato davvero. Che le ho sorriso sinceramente. Che alla fine lo faccio sempre, in realtà, ma questa volta ero con lei mentre camminava tra due file di militari sull’attenti, pronta a ricevere un’onoreficenza da un generico «capo di Stato». Le tenevo la mano mentre era sola, in cella, pensando che magari era un letto di ospedale, ma che sola lo era davvero. L’ho abbracciata quando finalmente è tornata a casa, dopo mesi di prigionia in chissà quel grotta di chissà quale deserto.

Mentre le porte si richiudono, si gira e mi grida un “Al Pigneto! Con il tedesco stavo al Pigneto” e lo dice sorridendo, come se quel momento lo stesse vivendo di nuova, in fuga da tutti, forse soprattutto da se stessa.

Ma alla fine è cento volte meglio dare retta a quelli che crediamo matti, invece di perdere tempo dietro a quelli che pensiamo sani. L’esperienza di chi viaggia, anche solo con la mente. vale mille volte più di chi rimane fermo, da solo, in una stanza.
*grazie a Lucio Leoni e al suo continuo curiosare dentro i più oscuri anfratti della lingua italiana, tra un concerto e l’altro

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