Lisbona – Terza Parte – Il Camion della Monnezza

Da casa si vedono un sacco di tetti, da un lato.
Dall’altro solo un paio, perché poi tutto si apre e c’è un campanile e per quasi metà, proprio in fondo e in alto, si vede il Castelo de São Jorge, che da lì dicono ci sia una vista incredibile della città, giardini immensi, interni pazzeschi solo che costa otto euro e cinquanta entrarci e quindi con certezza posso solo dire che almeno le mura esterne son molto belle.
E tra i pochi tetti di questo lato, in mezzo, ci sono un sacco di alberi da frutto pieni di colore.

Su questo lato di casa, questo del campanile e del Castello e delle arance e dei limoni coloratissimi, c’è la veranda.
La mattina mi ci porto la tazza di caffè, mi siedo al tavolo in fondo e mi guardo il cortile dell’unico palazzo che c’è davanti.
C’è il tipo che esce col suo bulldog tutto nero che se avesse una coda vera sarebbe una frusta, per quanto è contento della vita ma soprattutto di avere un padrone così buono da meritarsi sguardi di un amore che vanno oltre l’umana comprensione.
C’è la signora anziana tutta curva, un manico di ombrello vivente che passetto dopo passetto si trascina dentro il portone, che sembra spingere come fosse l’entrata di una delle fortezze da Signore degli Anelli.
C’è lo sciame d’api del tipo sotto la veranda, con un balcone per tre quarti è foresta amazzonica e per un quarto alveare, con tanto di arnia e nuvola scura che entra e esce, altro piccolo condominio che non dorme mai.
E poi c’è il gatto, che praticamente ogni volta lo sento miagolare sperduto sul tetto di fronte, lo vedo fare avanti e indietro, ogni mattina sempre più spaesato, e mi chiedo se per caso non si svegli ogni giorno in una delle sue tante vite, dimentico di cosa sia successo la notte prima.

E questo è un lato.

In mezzo c’è il fatto che io possa scrivere da casa, nel senso fisico e letterale del termine.
Perché almeno per un po’ una casa da cui scrivere, e da cui guardare cosa scrivere, ce l’ho.
E questo ha significato dire addio allostello, e a tutta una serie di situazioni che in realtà mi stavano già facendo sentire a casa.
Una casa piena di gente, incasinata, rumorosa quasi tutto il giorno, ma comunque il primo posto che mi ha accolto e fatto sistemare abbastanza da cominciare a capirci qualcosa.
Poi però devi rifarti quei due bagagli che sono diventati una casa nella casa, coi tuoi vestiti e i tuoi due libri, i quaderni, quello che si è aggiunto in due mesi di corsi di formazione e inizi di documenti per la tua nuova vita manco fossi sotto protezione testimoni.

E dentro questi due mesi e mezzo, dentro giornate tutte diverse, variazioni sul tema “ommioddio cosa sta succedendo”, ci sta una settimana in cui arriva Lei e tutto si sospende, si ferma, si cristallizza.
Momenti che avevamo lasciato in sospeso si materializzano qui: svegliarsi insieme la mattina, Lei che prepara la cena mentre carico una puntata de “La Casa di Carta” su ‘sto tablet che è diventato ormai un confessionale, io che scendo nella pausa pranzo e me la ritrovo lì, con la pasta con le zucchine e tutta la normalità del sedersi su una panchina, uno accanto all’altra, col sole che finalmente si è deciso a farle vedere la città per quant’è davvero bella e colorata.
Una settimana spezzettata da turni di lavoro e stanchezza da emozioni, di quella che scarichi l’adrenalina di giornate con le mani strette per strada e i baci rubati a metà dell’ennesima salita, che almeno per una volta non la sola colpevole del fiatone e del cuore ammille.
Una settimana di me a mio agio con la nuova vita che mi si presenta davanti e nella quale mi sono appena affacciato, che porto Lei nei posti che ho già nel cuore e ne scopro altri che ci si vanno a sistemare subito. Che di spazio ce n’è sempre.
Una settimana che sembra un mese ma nella realtà dei fatti non è che un sette giorni da montagne russe, ché il tempo di capirci che già dobbiamo separarci un’altra volta ancora, per chissà ancora quanto tempo.

E mentre Lei prende la sua valigia e viene portata via piano dalle scale mobili verso il gate, io prendo le mie e mi sposto di nuovo, per salire scale immobili e faticose verso la porta.
Di casa.

E a casa c’è il lato dei tetti, quell’altro, opposto alla quiete della veranda, il lato dei rumori di città.
Un sacco di sirene col suono che sembra stiano tenendo premuto triangolo a GTA, i neri che si strillano qualcosa dagli angoli delle stradine, le vecchiette che si parlano da marciapiede a finestra, il pianoforte suonato la mattina al primo piano. La chiamo la Torpigna Ripulita, ché piena di razze e profumi e puzze e lingue e cibi diversi, ma per terra e ai secchioni c’è molta meno merda.

E infatti ogni sera sento il rumore del camion della monnezza.
Tutte le sere.
Che sia Mercoledì o festivo, o un Mercoledì festivo, il camion della monnezza passa sempre.
Intorno a mezzanotte, se sono in camera, qualunque cosa io stia facendo, se sento il cigolio prima e il fracasso poi, guardo l’ora e posso star sicuro fino a un secondo prima di saperla davvero che o è mezzanotte meno un quarto, o non è più tardi di una mezz’ora dopo.
La parte semplice della mia mente, quella un po’ meno sveglia e un po’ più benaltrista, associa questo momento a quelli a Roma: il camion dell’AMA che non ha regolarità alcuna, che passa poco e male, bloccando strade, lasciandosi una scia di rifiuti e fetore che nemmeno a seguire il tour elettorale di Adinolfi.

La parte razionale, invece, il lato oscuro della mi testa mi ferma e mi fa ragionare che qui a Lisbona poche volte son stato in una macchina e quindi ancor meno, ma forse zero, mi è capitato di rimanere bloccato come sicuro succede ance qui. Mi dice che magari, che ne sai, pure qui mischiano tutto anche se fai la differenziata. E poi oh, tutto il mondo è paese e pure qui, a un sacco di chilometri daa Capitale der Monno ‘nfame, il rumore del camion della monnezza rompe i coglioni.

Solo che il risultato di questi due pensieri è comunque che vuoi le novità, vuoi il lavoro in cui ti fiondi a testa bassa perché ogni tanto (spesso) uno stronzo che ti dice bravo lo trovi, vuoi il distacco da una serie di input negativi diventati routine (sveglia-caffè-barba-bidet), vuoi che sei sicuro che Lei arriverà presto e sarà una nuova vita ancora, insomma alla fine il camion della monnezza diventa indispensabile come metro di attenzione e sopportazione.

Fino a che mi accorgerò che sta passando, e la cosa non mi disturberà, saprò che è un nuovo giorno che merita di essere affrontato proprio per quello che è e cioè mai vissuto, imprevedibile, anti-routine e fuori scala anche per un solo dettaglio.

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