Lisbona – Parte Quarta – Ho rivisto Lost ed è stato bellissimo

Come i più svegli avranno capito dal titolo, a ‘sto giro Lisbona c’entra poco.
O forse c’entra tutto.

Sono arrivato qui e Netflix non l’ho toccato per due mesi, troppo preso da troppe novità, poco tempo da perdere e tanto da guadgnare. Giusto in ostello mi era capitato di usare quello comune, in TV, per vedere l’ultimo spettacolo di Ricky Gervais. Ci misi qualche giorno, lo vidi a spezzoni che comunque in mezzo c’erano cose da fare e sonno da recuperare.

Poi la vita si è calmata, ho trovato una casa, una connessione e le abitudini che mi hanno portato a ottimizzare il tempo e a tenermene parecchio da parte per evitare di spendere soldi e ricominciare a perdere un sonno ormai necessario per continuare a spaccare i culi sul lavoro.

E quindi ho deciso di rivedermi Lost.

Non tornavo sull’Isola dalla prima volta, un viaggio iniziato 14 anni fa e finito dopo sei.
Otto anni di terraferma se non per rare eccezioni: una serata di Lostalgia a rivedere il finale o qualche puntata di mezzo così, per non perdere proprio tutti i contatti con l’irrealtà.
Fu la serie che mi fece scoprire le serie, che mi aprì un mondo ma solo dopo essermi davvero immerso nel suo, fino all’ultimo lembo di pelle asciutto.
Vedevo solo Lost.
Ho imparato a cambiare le impostazioni di eMule per scaricarmi Lost.
Ho frequentato per la prima e (ultima) volta un forum (l’ei fu lost-italia.net), dove alla fine di ogni puntata mi andavo a scannare tra fotogrammi sgranati e ban in caso di spoiler nei thread sbagliati.
Ho ragionato a schermo spento, ho preso appunti, ho sognato scene e immaginato finali.
Sono stato al limite del maniacale, lungi da me negarlo, ma è stata una delle più grandi passioni virtuali che abbia mai avuto. Forse LA più grande, che a fare paragoni nemmeno Breaking Bad mi è entrata così dentro.

Lost è stata la serie che ha diviso e spezzettato e frantumato un pubblico abituato a cose lineari, autoconclusive, con un “The End” chiaro in pratica a ogni puntata. Gli intrecci non erano mai davvero così complicati, i personaggi definiti quel tanto che bastava per non farteli scordare del tutto.
È arrivata a gamba tesa con un pilota forte e con una direzione comunque già chiara: non fartici capire un cazzo il più possibile.
E alla fine perché biasimarli? E in Lost è fatto benissimo.

È intrattenimento allo stato puro, ma nei primi Duemila è stato anche un modo completamente nuovo di fare spettacolo.

Prima di tutto, tanti personaggi principali, e tutti definiti alla perfezione.
È  vero che la serie viene sporcata da personaggi utili come un culo senza buco: i leggendari Nikki&Paulo, ma anche il fastidiosissimo professor “Leslie” Aartz, l’arrogantissimo guardiano Dogen e quasi ci metterei in mezzo pure Mr. Ecko, inutilmente ridondante a un certo punto e improvvisamente inutile da un altro in poi e no, l’esser stato cacciato perché beone fuori dal set non giustifica una storia davvero solo fine al far cadere l’aereo pieno di eroina e Madonne.
Ma è anche vero che i protagonisti, quelli veri, sono sfumati fin nel minimo dettaglio, un concentrato di difetti e paure che nemmeno il miglior scrittore di romanzi potrebbe ricreare.
Seppure la serie sia palesemente Jack-centrica, da quando il vero Locke muore ti viene mostrato cosa sarebbe stato John senza quel terrore e quelle domande che gli riempivano gli occhi fin dall’inizio. Da quando Kate decide di tornare per Claire, si rivela per quello che non è mai stata, e cioè una persona premurosa, dolce e altruista. Da quando le muore Juliet tra le braccia, Sawyer trova il modo di essere un truffatore ma solo per il suo bene e quello degli altri che partono con lui, ingannando non-Locke più di una volta offrendogli finta fiducia.
L’unico che cambia poco, ma in modo fondamentale, è Hugo, che da buono e terrorizzato diventa buono e coraggioso, intraprendente e decisivo, il Candidato che serviva per proteggere l’Isola succedendo a quello che doveva morire, per farlo.

E poi c’è Ben e la sua redenzione finale, quell’essere onorato di diventare quello che poi sarà “a really good number two”, il suo realizzare quanto ha inutilmente sacrificato sull’altare di un atto di fede, il suo abbandonarsi completamente al fatto che molto probabilmente era sempre stato del tutto inutile.

O Desmond.
Ah!
Demond!
Che dopo l’Isola è il vero protagonista, la Costante che riallinea tutto e tutti riunisce, la livella che ridimensiona tutto quanto, col sorriso in un angolo della bocca e la consapevolezza finale di essere importante per dare pace ai suoi amici, quella pace che lui per primo ha sempre cercato.

Lost è stata la prima serie in cui dovevi scegliere da che parte stare, se con la fede o la scienza, se con la civiltà o gli Altri, se con il progresso o il lasciare che sia così.
La prima a darti dei personaggi per cui tifare, e altri da insultare di continuo.
La prima che, dopo averti fatto scegliere, ti ribaltava tutto di nuovo, lasciandoti solo e perduto un’altra volta.

Sarebbe una cazzata dire che non ha difetti, Lost.
Lost è piena di difetti, da quelli di continuità su schermo (una cosa che va beh, io noto sempre, quei piani e contropiani in cui un attore sta girato in un modo e nel taglio dopo in un altro, va beh mi manda ai matti), a un paio di bei buchi di trama: come il non sapere perché Libby fosse in manicomio nella vita reale (si ricordava dell’Isola anche lì? ci stava sotto copertura? avrebbero dovuto spiegarlo ma poi l’han sacrificato sull’altare dell’anima de li mortacci loro?), o Walt che è tanto speciale e rapiamolo e continuiamo a dire quanto cazzo è speciale ma poi non diciamo in che minchia di senso, è speciale. E poi la malattia che fa tenere Desmond chiuso dal buon Kelvin che poi malattia non era? O i bambini che se concepiti sull’Isola muoiono ma se si è trombato fuori no, ne vogliam parlare?

No.
Perché come loro siamo stati un po’ protagonisti anche noi, e quindi ci è stato richiesto un atto di fede.
Un “fìdete brotha”, un prendere la mano e farsi portare giù.

RivederLost tutto di seguito, senza pause interminabili di una settimana per non parlare tra una stagione e l’altra che aprono la botola e io come ho fatto a vivere quasi un anno aspettando di capire se e come ci avrebbero fatto vedere cosa c’era dentro, è qualcosa che dovrebbero fare tutti quelli che l’hanno amato, e forse ancor di più che l’ha lasciato lì, magari dopo la morte di Charlie perché tutto stava andando troppo alla deriva, o quando hanno visto che era tutto troppo irreale.
Rivederlo senza pause, quando si vuole, permette di non perdersi pezzi che all’epoca sicuramente sono andati sbriciolati col tempo. È stato assurdo rendermi conto di quanto ricordavo meglio le prime tre stagioni, impresse nella memoria perché uniche, fondamentali, e come invece le ultime due mi siano risultate quasi nuove, che all’epoca ero troppo preso dal cercare risposte per fermarmi un secondo a leggere tra qualche riga di dialogo.
Sarebbe melenso e incredibilmente triste, forse, dire che mi sono ritrovato tra vecchi amici, ma se ci penso Lost mi ha accompagnato in sei anni in cui ho visto arrivare e partire tanta gente, e sapere che il Lunedì sera invece avrei trovato sempre loro mi rincuorava. Poi lo vedevo con mamma, occasione per soffrire insieme davanti allo schermo e poter avere qualcuno accanto a cui chiedere

“Ma cosa cazzo ho appena visto?”

E ringrazio che all’epoca non ci fosse Facebook, dove sparpagliare commenti del cazzo e spoiler infami, ma un solo posto dove accadevano cose assurde, commenti dettagliatissimi e discussioni infinite.

Lost ha insegnato a usare i flashback, a gestire i tempi dei cliffangher facendo finali pazzeschi e puntate successive che quel finale manco se lo cacavano di striscio, a dettagliare la vita di un personaggio e a incastrarla con quello di un altro che mai ti saresti aspettato.
Lost ha saputo fare cose che prima c’aveva provato giusto Lynch, ma lui è lui e il mondo che crea non ha paragoni. Ma i vari Abrams prima, e Lindelof/Cuse poi, hanno portato la scrittura di una serie a un livello che tutto quello che è venuto dopo può accompagnare solo.
Lo hanno fatto con eguali misure di stile, genialità e paraculaggine, ovvio, che sono sempre americani e che comunque i soldi li devi guadagnare da qualche parte. E poco altro come Lost ha prodotto DVD e gadget e libri e tesi di laurea, forse appunto Breaking Bad e Game of Thrones.
Prodotti enormi, prodotti commerciali, prodotti veri e proprio ma di livelli superiori. Il giusto incrocio fra arte e marketing, il pop al suo massimo splendore.

Però Lost è venuto prima, e tutto il resto dopo.
Ispirando (rivedendo come muore Jack, ho pensato solo ed esclusivamente a come muore Walter White in Felina), attirando critiche, spezzando cuori e promesse, ma soprattutto rendendo chiaro che una serialità diversa era possibile, e necessaria.

Lost, a livello di importanza seminale per la TV, ha un solo collega: i Sopranos.
Due cose completamente diverse, ma uguali nella loro idea: cambiare il linguaggio della televisione.
E se ora parliamo di streaming, Netflix, account condivisi e 10€ al mese, lo dobbiamo a quelle due serie lì.

Se non lo avete fatto, fatevi questo favore.
Fatevi questo viaggio.

Concedetevi un po’ di tempo sull’Isola, e capirete un sacco di cose che avete visto negli anni.

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