Una Cosa Stranissima

“Insomma, quella settimana era già stata parecchio strana, a partire dal Martedì prima.
I giorni avevano fatto il loro sette passi, e io mi trovavo all’una di notte, dopo due turni di lavoro, a fumare a casa di un amico, dopo che i giorni precedenti erano stati pieni di presenze e assenze, e io stavo bene.
Stavo.
Bene.

Capito?

E non è che lo dici perché tu ti ci voglia sentire, o perché devi darti un tono in un mondo in cui tutti fingono di stare bene. Di questi problemi, io, non me ne sono mai fatto, me lo leggi in faccia quando mi rode il culo, nell’essere teso, distratto. E me lo vedi addosso pure quando sono felice, anche solo per mezza giornata, di quella felicità spensierata che cammini sulle punte, hai una battuta per tutto e sei talmente brillante che se piove l’acqua evapora prima di toccarti.

Ecco, io quella sera stavo bene.
Non ero triste, non ero felice.
Stavo.
Bene.

Ero così preso bene, quella sera che quando sono uscito da casa del mio amico, dopo aver fumato una singola canna ma delle dimensioni del Belgio, che ho deciso di tornare a casa a piedi. E per la prima volta in due anni e mezzo a Lisbona, che nemmeno i primi mesi che nonstante la pioggia me ne andavo alla cazzo ma comunque, sempre, trovavo la strada dell’ostello, ecco mai come quella sera io mi son perso.
Ma proprio della serie che a un certo punto, tutto fatto e mentre

stavo

bene

ho anche controllato Maps e niente, il vuoto. Attivo la posizione e oh, niente di niente.
Il fatto è, oltre ad essere io, era che continuavo a camminare perché

stavo

bene

e quindi cazzomene di perdermi un po’?

Dopo dieci minuti di dolcissimo panico, mi ritrovo al Miradouro da Penha da França.
Mai stato, manco per sbaglio, manco apposta, manco per il cazzo.
E appena alzato lo sguardo e capito dove fossi, m’è successa una cosa stranissima.

Ho come sentito la sua presenza.
Come se lì ci fosse stata spesso, come se lì le fosse successo qualcosa di bello ma, ovviamente, senza di me.
Ma non è stata questa, la cosa stranissima.
Quella è stato il fatto che io, dopo ‘sta botta allo stomaco, io

stavo

bene.

Ancora.
Senza dubbio o finzione.
Continuavo a fregarmene e anzi, mi sono aperto ancora di più e mi sono preso tutto, mi son preso i fantasmi di morti che non conoscevo, mi son preso la sua figura aggirarsi spensierata, mi son preso la luce fioca di Lisbona delle due di notte, con la luna grande e i lampioni piccoli.
Mi son preso bene, mi son visto da fuori ed ero bello, con gli occhietti gonfi e il cuore ancora di più.

Ho passeggiato intorno alla chiesa, illuminata da un faro così piccolo e potente da sembrare una piccola astronave, paralizzata dinnanzi a cotanta incomprensibile bellezza, che ne esamina la facciata con una luce fortissima e non riesce proprio a spiegarsi come, e perché. Mi sono ritrovato davanti a una torre enorme, un incrocio tra un silos e un castello in miniatura, pieno di graffiti, proprio dietro alla chiesa. Chissà cosa ne penserebbe la piccola astronave, se solo sporgesse un poco di più la sua luce-scandaglio, di questa torre con le feritoie, alta poco meno della chiesa, un sacro e un profano, stato e chiesa, casa e bottega ma che sto dicendo? mi son detto.

Mi son poggiato con le gambe al muretto che apre sul panorama, il busto un po’ sporgente e la sigaretta in bocca. È passato un rider di Glovo, lento, una mano sul manubrio e l’altra a provare ad ingrandire il percorso che stava facendo per la consegna. Se n’è andato lento per la discesa in curva, la luce rossa dello stop che già era fioca si è spenta piano come un bel sogno.

Se ho pianto, chiedi?
Una lacrimuccia m’è scesa, lo ammetto.
Ma oh, alla fine

stavo

bene

e piangere non dico di gioia ma ecco piangere di star bene non fa mica così schifo.
Soprattutto se hai pianto di non star bene manco per il cazzo per mesi.

Sono tornato indietro e ho finalmente capito dove fossi.
Minchia, se ero lontano da casa.

Ho chiamato un Bolt, è stato veloce, ho guardato The Office e mi sono messo a dormire.
E il giorno dopo, sai come stavo?

Stavo

meglio.”

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