Una Teoria del Cactus

New Girl, stagione 1, episodio 14.

Nick Miller, colui il quale riesce a rappresentare tutte e cinquanta le sfumature dei maschi trentenni bianchi, etero e soprattutto cazzoni, si frequenta con una ragazza bellissima.  Avvocatessa, impegnatissima con il suo lavoro, riesce comunque a dedicarsi a Nick, colui il quale lavora in un bar, sogna di diventare scrittore e che io ancora non ho capito perché gli autori non lo abbiano chiamato Jacopo.

Insomma Julia, la ragazza di Nick, parte per un viaggio di lavoro e gli invia un cactus, come regalo. Nick, che non sa prendersi cura nemmeno dei suoi vestiti, immagina sia un segnale che lei voglia finire la loro storia.

“È un test”, pensa Nick.
Un test per vedere se so prendermi cura di una pianta e, sapendo già che non sono in grado, per arrivare a lasciarmi.
E in tutto questo, mentre formula questa teoria solo dopo pochi minuti aver ricevuto il cactus, comincia ad annaffiarlo pesantemente per poi farlo cadere a terra, spezzandolo in più parti.

Ora, già solo questo rende perfettamente l’idea di quanto un uomo come Nick (come me, come la maggior parte dei trentenni cresciuti a metà, quelli che hanno una bustina di plastica come portafogli e nessuna idea di come si paghino le tasse) possa autodistruggersi nel giro di due minuti. Far implodere una storia bella, con solide basi solo perché non riesce a smettere di pensare a quanto tutto non gli spetti. A quando arriva la gioia e tu non sai cosa fartene, che sembra un meteorite rovente caduto tra le tue mani e ne rimani abbacinato dalla luce per tre secondi, e poi le mani ti si sciolgono e muori di radiazioni soffocato dal tuo stesso sangue.

Nick soffre della sindrome dell’impostore: quando ti capita qualcosa di bello (una relazione, un nuovo lavoro, un progetto in cui ti includono) godi della luce riflessa di quella gioia. Lo specchio su cui sbatte la luce, però, ti acceca il giusto per non farti vedere la tua immagine per quella che è e cioè degna, meritevole di quel calore. Vedi poco, male, e ti pare di non meritare di essere lì. Non realizzi che basterebbe girarsi, mettersi un bel paio di occhiali da sole e godersi quel bello direttamente, avendo la giusta dose di orgoglio per meritarsi quella luce.
E quindi Nick, che sono io e blablabla, di impanica così tanto che comincia a lasciare a Julia una serie di messaggi in segreteria uno più imbarazzante dell’altro, partendo dal primo che dopo una serie di frasi sconclusionati (tra una supplica di non lasciarlo e un passivo-aggressivo mettere le mani avanti) conclude con un “I love you”.
Da lì, a cascata, altri messaggi pieni di insicurezza, disagio, incapacità di saper gestire le proprie emozioni traducendole in mugugni e scuse e paura.

A fine puntata, quando Julia ritorna all’appartamento nemmeno entra, lasciandosi sulla soglia con la valigia: spiega a Nick che il cactus era semplicemente un regalo, che le faceva piacere inviargli, ma che la sua reazione l’ha spaventata al punto che adesso sì, forse è il caso di finire la loro storia in quel momento.
E se ne va.

La reazione di Nick è quasi cartoonesca, con una finta calma esterna che comincia a creparsi dopo pochi minuti fino a terminare in un pianto disperato.

In sostanza Nick sono davvero io, è davvero la maggior parte dei trentenni cresciuti a metà, quelli che hanno una bustina di plastica come portafogli e nessuna idea di come si paghino le tasse.
Nick non riesce a tradurre un suo sentimento in questo caso positivo, come la reazione che ti provoca il ricevere un regalo. Ma visto che il regalo è qualcosa che si crede non essere in grado di gestire, allora è un messaggio. Ovviamente negativo. E le emozioni diventano molte di più, e molto più complicate da tradurre.
Mandando tutto in merda, auto-distruggendosi fino all’ultimo atomo rimasto. Riuscendo a trasformare una cosa decente in una montagna di merda che il Triceratopo di Jurassic Park in confronto era stitico.

Lo so, è una Teoria del Cactus, ma a trentacinque anni per un maschio bianco, etero, cis e con la paura delle altezze e dei ragni, è già qualcosa.

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