Ottantapercento

Comunque sembra fatto apposta, ma da quando in Portogallo han rimesso le super mega restrizioni c’è un tempo che definirlo demmerda sarebbe come dire ad Adinolfi che è “leggermente sovrappeso”: un eufenismo. È grigio, fa freddo, spesso piove. Pare di essere riuscito a entrare nel cuore di una mia ex.

Ho cambiato la mia stanza già due volte in tre settimane, ho comprato una nuova pianta carnivora, sto accumulando panni sporchi ché tanto lavarli significherebbe lasciarli in umido appesi in mezzo alle intemperie, sto preparandomi all’ennesimo cambio di vita da tre anni a questa parte ma soprattutto non ci sto capendo UN CAZZO di quello che NON succede ultimamente. Tutto sembra cristallizzato in un singolo, lunghissimo momento der cazzo che non si smuove da mesi.

“Mettendo in pausa al momento giusto si può vedere il momento esatto in cui gli si spezza il cuore realizza che sta nella merda peggio di prima!”

Ecco: mi sento Ralph, adulto, ma con gli stessi identici problemi cognitivi. Non capisco. “Continuo a non capire”, avrebbe detto la mia migliore amica in classe al liceo.
Perché io lo so, che il mondo ci sta provando a darmi dei segnali per farmi stare se non meglio, almeno tranquillo.

“Dimentica di pensare!”
“Ricorda di fare!”
“Perché, invece di, tu non?”

Ma io ti ignoro, supido mondo. Anzi, faccio come nonno Simpson, e urlo a una nuvola in cielo. Senza motivo apparente, direbbero i giornali il giorno dopo. Perché se non appare non esiste, ecco perché stiamo in fissa col condividere le cose. Siamo arrivati al punto in cui le cose devono apparire per essere reali. Si diceva così della felicità, in quel filmetto da nulla in cui il tipo molla tutto e va nei boschi a morire avvelenato. Si diceva che fosse reale solo se condivisa, la felicità. Adesso pare reale tutto: le dirette di gente che si sfracella ai videogiochi, le ricette sul pane, la propria opinione sull’ultimo fatto politico, la propria decisione sul vaccino, i corsi di yoga, fitness, meditazione, apicoltura, cinema, scrittura creativa, fotografia, musica.

Questo stramaledetto virus del cazzo ha amplificato i nostri miseri ego, fingendo di costringere la gente a trovare un’alternativa al proprio essere che pure senza Covid non è che brillasse di luce propria. Ha stroncato chi aveva davvero qualcosa, e ha riempito di cazzate chi non aveva nulla. Ci ha fatto credere che bastasse una telecamera e una connessione decente per poter mantenere i contatti. E invece la gente ci manca sempre di più e siamo convinti che una volta finito tutto (ma quando? come? per chi?) torneremo ad abbracciarci come se nulla fosse successo, perché intanto avremo reimpito le distanze.
Ma perché, prima che facevamo?

Prima passavamo le notti negli stessi letti ognuno col nostro cellulare.
Prima ci mettevamo in posa per una foto che dimostrasse che si fosse proprio lì, in quel momento.
Prima fotogravamo birre, piatti, cocktails, prati, palazzi.
Prima costruivamo su un muro digitale tra noi e gli altri con un messaggio su Whatsapp, un check-in in un ristorante, una foto da un concerto.

Ecco.
Ora immaginatevi il dopo.
Una volta finito tutto.

Pensate a quanto velocemente tutti, me compreso, metteremo su un baraccone di stories e recensioni e boomerang di posti e luoghi e live e roba reale, vera, che ci sentiremo di dover condivdere perché sì, cazzo. Sì.
Saremo convinti di essere giustificati, di avere il diritto anzi ma che cazzo, il dovere di far vedere cosa stiamo facendo. Arriveremo a condividere dove stiamo andando, ancora prima di arrivare.
Lo stiamo facendo già ora: non appena l’Italia ha cambiato colore vi siete fiondati ovunque, avete preso macchine motorini aerei treni, avete preso Uber per andare a farvi una birra, per godere di un meritato aperitivo fin troppo rimandato. Ed è giusto, cristo. È la natura umana aggiornata al 2021. Siamo animali sociali pure se non vogliamo ammetterlo.
Ma farlo vedere non vuol dire essere felici. Condividere non significa rendere reale l’essere felici.
Se mi guardo indietro, anche solo di settimane, l’ottantapercento delle volte in cui condivido cose è quando me rode er culo. Raramente lo si capisce del tutto, spesso lo si intuisce ma è sempre, sempre reale. L’altro ventipercento son botte di endorfine digitali che scemano presto.
Ma er giramento de cazzo è reale anche quando condiviso, la felicità è invece di solito mascherata quando la facciamo apparire.

La nostra nuova vita, la nostra nuova passione, la nostra nuova fiamma, la nostra nuova casa, la nostra nuova professione.
Tutto è nuovo ma tutto puzza già di vecchio che però chiamiamo vintage e allora va bene, si può condividere, usare, far vedere. Tutto può finire in un bel calderone che tanto qualcosa esce fuori sicuro. Nuovi followers, nuovi messaggi, nuovi contatti. Ora è ancora più facile farsi degli amici, ricevere complimenti, sentirsi gratificati.

Beati voi.

Io rileggo fino a qui e capisco che capisco sempre meno di qualcosa e sempre più di altro. Capisco ogni giorno di più me stesso e non capisco voi.
Capisco sempre più cosa conta e cosa no.
Capisco che riesco a non capire e non capisco come voi facciate, ogni volta, a farmi credere che avete capito tutto.

Rileggo fino a qui e capisco che anche questo pezzo qui fa parte di quell’ottantapercento di cui parlavo prima.

Per il ventipercento che manca, aspetto una volta finito tutto e vi aggiorno nelle stories di Insta.

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