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"Il Penultimo dei Romantici" perché so che prima di me ce ne sono stati, e ce ne sono tutt'ora, di grandiosi, enormi e maestosi romantici. Ma so pure che c'è sempre almeno uno che sta peggio di me. Leggi il titolo e ti aspetti robe smielate sull’amore, le donne, i dolori da giovane Warter. E infatti è quello che trovi. Poi però ogni tanto sbrocco, e magari me la prendo con la mia Roma, stronza e irresistibile, e con i suoi mezzi pubblici, i suoi abitanti grotteschi, le sue dinamiche assurde. Poi mi calmo, scrivo della mia Lei, e aspetto il giorno dopo. E così via, che tanto ogni giorno è buono per amare, come per inveire.

Miles Away

Le cose strane della vita?

Qualche anno fa lessi un articolo su Miles Davis che mi è rimasto molto impresso. Raccontava dei suoi ultimi anni di vita, passati tra la depressione e la paranoia, mangiato dalla cocaina e da un blocco artistico spaventosamente grande. Tre episodi in particolare, di tutto il lungo e bell’articolo che ora non ritrovo, mi colpirono tantissimo.

Il primo era riferito ai problemi con se stesso, e alla sua paranoia che lo accompagnò per gli ultimi cinque, dieci anni di vita. Aiutato da un uso esagerato di cocaina, cominciò ad avere una generica paura degli spigoli, in particolare per quelli di casa sua: sedie, divani, soprammobili, scrivanie, persino gli stipiti di porte e finestre. Decise però non di trasferirsi, ma di cambiare cas. Da dentro. Tutto venne smussato, addolcito, arrotondato, tutto liscio come un piccolo scivolo di plastica per bambini.

Il secondo fatto parlava del suo rapporto col mondo esterno. Un giorno, in piena crisi di astinenza da polvere bianca, prese la sua Ferrari e andò di corsa al centro di Los Angeles in cerca del primo pusher per ricchi. Scese dalla macchina, salì su un ascensore di un hotel e ci trovò una signora imbellettata dell’alta, più finta società di quei plasticosi anni ’80. Convinto di essere ancora sulla sua Ferrari, tirò un pugno alla signora, intimandole di scendere dalla macchina prima di subito. Passò una notte al fresco, e la mattina dopo fece l’unica cosa per lui logoca: trovare la cocaina e sfondarcisi.

Il terzo e ultimo episodio riguardava invece il suo rapporto col suo grande amore, la musica, diventata ormai la cosa più difficile da affrontare. La scena prendeva spunto da un suo live, uno degli ultimi, quando ormai le sue produzioni erano diventate un delirio di elettronica, un qualcosa che come sempre nessuno aveva mai fatto e che ormai si era stancato anche lui di eseguire.
Il video lo immortalava già sudato a inizio concerto, curvo su se stesso, gli enormi occhiali da sole a coprirgli mezzo volto. La tromba in piedi su un tavolino nero, al centro, con la band che aveva iniziato il tappeto ritmico ma lui nulla: guardava lo strumento di una vita intera e non sapeva cosa farci. Si avvicinava per poi ritirarsi subito, la guardava da lontano, pareva fosse la prima volta che vedeva quell’oggetto sinuoso, una donna magra con una lunga e ampia gonna, il braccio sul fianco in attesa di essere presa e fatta sua. All’improvviso l’afferra, ma anche lì non inizia subito a suonarla. Avvicina le labbra, le poggia, le stacca, ci guarda dentro come se sperasse di trovarci l’ispirazione.
Alla fine suona, e inizia a fare Miles Davis. Quello si quegli anni, ma sempre Miles Davis era.

Le cose strane della vita?

Che uno che ha cambiato le regole della musica suonasse per tormento, per dolore, per espiare colpe mai avute, io lo ascolto per rilassarmi, godendomi la sua musica ma soprattutto pensando sempre a questi tre episodi. E facendone tesoro per non cadere nell’errore di pensare che i grandi talenti abbiano avuto una vita facile, agile, piena di gioie, perché altrimenti non avrebbero avuto nulla da dire.
I tormenti, i dolori, i sensi di colpe mai avute sono la vera benzina dell’arte, e gli incendi che tutto bruciamo e distruggono le opere finali più belle.

Roma

Credo di aver capito perché Roma piace così tanto. Perché ha almeno un posto del cuore di ognuno. Che tu ci sia nato e cresciuto, che tu ci abbia studiato, o che ci sia venuto una volta anni fa. Tutti hanno almeno un posto di cui ti raccontano, in cui hanno incontrato qualcuno, dove hanno visto un qualcosa che “guarda, ho girato tanto, ma solo a Roma l’ho viste queste cose”.

Il mio posto preferito di Roma, dove ho visto e fatto e detto cose importanti, è Ponte Sisto.
Ponte Sisto unisce Trastevere alla parte più centrale di Roma. Trastevere che “quann’ero pischello” era ancora un piccolo avamposto popolare, dove la (mo)vida era più semplice, meno bacchettata da chi comandava e più rispettosa da chi la faceva. Si beveva, camminava, si ribeveva senza troppe ansie, senza i fasci che ti danno le spallate per litigare e senza carabinieri ammazzati per strada.
Ponte Sisto non lo attraversavamo quasi mai. Ci passeggiavamo sopra, si brindava con le pannocchie arrostite e la musica (quasi sempre demmerda) suonata da qualche disperato e via, verso la notte fonda che ci portava al giorno dopo, tra i banchi del liceo, senza manco l’ombra di un hangover.
Ponte Sisto mi ha visto ridere e piangere, lanciare anelli nel Tevere e gridare tutta la gioia di avere vent’anni. Non c’è un angolo di quei 50 metri scarsi che io non abbia calpestato, lato da cui non mi sia affacciato, catena che non abbia scavalcato.

Questo forse è il mio angolo preferito di Roma, dove tutti si fermano a far foto ma forse solo pochi, pochissimi, hanno di che spartire con lui.

A me Roma non manca, non ho visto niente di nuovo e anzi, ho rabbrividto ancora vedendo alcune cose. Sentendo la puzza ad ogni secchione, che magari è ora svuotato ma che non è stato lavato, igienizzato. Roma puzza di umido e vecchio, e l’odore acre sembri percepirlo anche con gli altri sensi. I muri sporchi di scritte al limite del nazismo, i sorrisi spenti della gente, i clacson rabbiosi in strada, i sostegni ingrassati dei bus, gli adesivi su Bibbiano (giuro, ma ne parleremo poi).

Roma è lo specchio di un paese allo sbando, barcollante sotto i colpi di una politica fatta di slogan e mazzate, con il negro guardato male e il nero accolto a braccia aperte. Con le bestemmie dei quindicenni e la dislessia degli adulti.

Ma ognuno a Roma ha il suo posto del cuore. E se ci vai, e ti concentri tantissimo, allora sembra quasi che sia tutto molto bello.

Generazione d’Emergenza

Siamo la generazione della merda.
Siamo quelli a cui da piccoli han detto che potevamo lanciarci da un palazzo che tanto sotto ci sarebbe stato un camion di materassi ad attutire la caduta. Ed era vero.
Ci siamo lanciati, siamo atterrati sui materassi che però ci han rimbalzato via facendoci precipitare in un fosso di vetri rotti e lamette arrugginite. E quando abbiamo rivolto lo sguardo in alto, al bordo della buca, non abbiamo visto mani a tirarci su, ma piedi a spingerci in basso mentre a calci in culo buttavano dentro i nostri genitori e tutte le loro promesse. Ci siamo trovati a piangere abbracciati, con loro a chiederci scusa ché speravano sarebbe andata diversamente e noi a loro per non essere stati quelli che speravano.
Ma non è colpa loro, non del tutto almeno.
La colpa è pure nostra che abbiamo scambiato la nostra anima per una bevuta la sera, per le fiere su tatuaggi e barbe, per riuscire a beccare lo spaccino e farsi una serata senza pensare. Ma senza pensare a che?
I pensieri veri ci sono arrivati tutti insieme in faccia nel momento in cui abbiamo iniziato a cercare lavoro, casa, un posto dove avere entrambi e ci siamo ritrovati precari con un affitto improponibile in una città che l’unica comunità in cui puoi sperare di entrare a far parte è quella di recupero.

Ci hanno mischiato i piaceri familiari con i doveri della vita, ci hanno privato di ore intere da passare insieme a loro, a cui crollava il mondo del lavoro sotto i piedi e noi a dovercelo creare. Chi si è fatto subito furbo ha capito cosa fare e ha sfruttato ogni occasione possibile, mentre la maggioranza di noi è rimasta in attesa di un mezzo miracolo che non è mai arrivato.

Ci hanno fatto maledire il berlusconismo mentre i nostri genitori abbracciavano i condoni, ultima soluzione di anni infami e magnerecci. Ci hanno fatto odiare venti anni della nostra vita, i migliori, portandoci in piazza a beccarci (come minimo) gli insulti, ci hanno sparato addosso a Genova con Carlo, ci hanno pestato a morte insieme a Stefano e Federico, hanno fatto scappare Giulio per poi ammazzarlo lontano dagli occhi, lontano dagli affari. Ci hanno pisciato in testa dicendoci che pioveva mentre capivamo che fare con la scuola, l’amore, le passioni.

Hanno preferito vederci fuori schema, fuori controllo, fuori dal paese pur di non guardarci in faccia e chiederci scusa, o almeno tenderci una mano.

Io mi ricordo ancora che nei ‘90 avevo la TV grande come quelle di oggi (anche se era un cassone pesante come un post di Fusaro), almeno una vacanza all’anno durante l’estate e il Natale pieno di regali. E lo so che la maggior parte son cose che si perdono negli anni come lacrime nella pioggia, ma non è nemmeno possibile che dopo vent’anni ci si ritrovi senza la speranza di una pensione o a mandare tu i soldi a mamma e papà.

Ci hanno dato i contratti a sei mesi in pompa magna, le nostre prime firme su pezzi di carta validi come un rotolo di scottex nuovo che ti cade sotto il rubinetto aperto.

Ci hanno fatto firmare le dimissioni il giorno del contratto (“Ma quali contratti: passione ci vuole, passione!”, diceva Sergio in Boris), ci hanno dato lavoro come se fosse un favore, ci hanno fatto pagare per lavorare. E per pagarci si sono inventati i voucher, i buoni pasto, a dirti che l’importante è mangiare e magari se sei fortunato per portare a cena fuori la tua ragazza, all’all you can eat giapponese che è più rischioso mangiarlo che andarlo a pescare, quel pesce. Hanno fatto della sopravvivenza la vita normale, hanno aumentato tutto dandoci sempre meno ma dicendoci che era giusto così.
Abbiamo gioito per il primo stipendio a metà con occhiolino annesso, che “il resto fuori busta”, contenti di quei contanti che finivano vaporizzati nell’alcool e nei viaggi chilometrici per andare dalla tua ragazza a 600km, 12 ore di sofferenza spacciate per lusso, mentre smantellavano piano piano chilometri di binari spezzando il paese in due.

Ma abbiamo sbagliato pure noi eh.
Ci siamo convinti che sarebbe bastato scendere in piazza, che Berlusconi e la Moratti e Mediaset e il conflitto d’interesse e il Lodo Mondadori e le opa alle banche e la Bossi-Fini e tutta quella merda coi nomi grossi ma le scritte piccole, incomprensibili, le avremmo potute spazzare via con i cartelli e i balli e i sassi e le camionette.
E invece ci hanno risposto con Carlo, Federico, Stefano, Giuseppe. Ci hanno detto che il problema era Er Pelliccia e per colpa sua ci han chiuso le strade davanti, sigillato i cassonetti e piombato i tombini. Poi da quei tombini abbiam permesso alle zoccole di uscire, impestare le città e arrivare fino ai palazzi di potere. Abbiamo barattato 20 anni di mani bianche e girotondi e Nanni Moretti per i fascisti al governo.

Ci siamo illusi che un Ryanar a venti euro ci avrebbe permesso di viaggiare davvero e invece andiamo sempre nelle stesse città a mangiare negli stessi posti a ballare negli stessi locali perché quella città ci fa sentire davvero a casa, ché a casa non ci hanno mai fatto sentire davvero. Ci hanno detto che potevamo viaggiare tanto a poco, e poi abbiam visto i nostri fratelli africani affogare per un viaggio breve a tanto. Ci hanno dato i TreniOK per toglierceli subito dopo, e invece di rompergli il culo ci siamo presi i Frecciammerda, abbiamo guardato mentre prendevano i binari al sud e li spostavano al nord, abbiamo osservato Roma essere coperta di rifiuti de monnezza e rifiuti umani. Abbiamo accettato di essere meno rivoltosi dei nostri genitori perché tanto avevano già fatto loro, con evidenti risultati. Ci siamo comprati “Come Te Nessuno Mai” come film generazionale e due anni dopo ci hanno rotto le gambe a Genova. Abbiamo occupato i licei per farci le canne e i workshop sul surf. Siamo scappati sempre davanti ai poliziotti, perché le manganellate le abbiamo lasciate a quelli dei centri sociali, che loro stavano lì anche per quello, oltre che per occupare i posti dove andavamo a farci le canne e i workshop sulla birra. Ci hanno venduto i CSOA come ultimo forte di resistenza contro il capitalismo, la mercificazione dell’uomo, per la dignità lavorativa e umana, e siamo andati nei loro luoghi con le Vans nuove, fatti ammerda, le Domeniche pomeriggio in ansia ché il giorno dopo si lavorava, e chissà ancora per quanto.
Ci siamo fatti piegare così tanto che dal culo ci vedi le tonsille, ma non ci siamo spezzati, non abbiamo avuto nemmeno il coraggio di fare “a 27 come Amy”, buttandoci dal ponte d’Ariccia o sparandoci l’ago nel braccio. Non siamo riusciti a morire, ma non riusciamo a vivere, e questo non è nemmeno sopravvivenza però, non prendiamoci per il culo: abbiamo cose, ne compriamo altre senza cambiare le vecchie, ci compriamo il fumo, l’erba, la sangria, un libro ogni tanto per fingerci liberi, vestiamo bene, possiamo lavarci il culo e la testa in una casa che per quanto costi comunque ci sta intorno, sopra, sotto, e non dobbiamo stare come chi ha perso tutto, o ha deciso di abbandonarlo per sempre.
Ci siamo fatti abbindolare dalla sicurezza della laurea e nel frattempo nel suo contrario, che averla era inutile, che era meglio lavorare, e allora vai di vendemmie, magazzini, call center, uffici, telefoni, rinnovi di contratto firmati l’ultimo giorno.

Ci svaghiamo con l’arte che paghiamo cara, da un concerto a un museo, da un disco a una semplice serata. Ci fradiciamo di alcool, ci inzuppiamo di musica, ma ci sentiamo aridi e asciutti come i nostri portafogli a metà mese. Balliamo sulle pensioni che non avremo mai, su figli che vorremmo “ma poche je damo da magnà?”, ci fumiamo su ai nostri genitori che non hanno case da comprarci, al fatto che non abbiamo “nessuna ricchezza da erodere”, come dice Galimberti. Facciamo gare continue a chi ce l’ha più’ lungo senza manco tirarcelo fuori, perché tutti pensano di non poter manco competere. E chi lo fa è un alieno, un arrivista, un pazzo che pensa di riuscirci in questo mondo di merda e magari, alla fine, ci riesce pure. Il dialoghista depresso su Facebook, la shopping addicted su Instagram, il satiro su Twitter: tutti quanti si prendono i loro 15 minuti di gloria e a noi rimane una vita di gloryhole, a infilarci le mani sperando di trovare il cazzo giusto, tastandone centinaia di sbagliati.

Ci hanno pisciato sulla schiena dicendoci fosse pioggia, ok, ma l’abbiamo mai annusata? L’abbiamo toccata, odorata e capito che era piscia? Davvero non ci siamo mai accorti che fosse urina, e siam stati lì a pagare l’ennesimo ombrello dai bangla, indubbio prodotto utile solo al riciclo di denaro visto che si sfonda dopo due secondi? L’ombrello eh, non il bangla.

Siamo quelli che ci interessa tutto ma non partecipiamo a niente. Altri stanno ovunque ma non gli frega un cazzo di nulla. Siamo quelli della metà strada, del compromesso, del crisitanissimo senso di colpa per tutto e della cattiveria su niente. Ce la prendiamo con noi stessi perché le colpe degli altri ci sembrano anche le nostre. Ci incazziamo sulle stronzate me non sappiamo mai come gestire le cose serie. Ci spaventiamo, ci tiriamo indietro, ci sentiamo meno degli altri, si disperiamo, ci lamentiamo ma stiamo sempre qui, con la password di Netflix salvata che mica possiamo ricordarcele tutte, queste parole chiavi. Memorizziamo la nostra sicurezza virtuale e fingiamo quella di tutti i giorni, quella reale. Pensiamo di essere salvi, al sicuro, ma siamo più nudi degli invasori di campo nel calcio. Pensiamo di non poter far nulla per cambiare il mondo e alla fine non facciamo nulla nemmeno per cambiare il nostro. Barattiamo privacy per pubblicità, diventiamo prodotti di noi stessi, brand senza logo, comunicazione senza un piano preciso. Diciamo cose di cui ci pentiamo e ce ne risparmiamo tante che dovremmo tirare fuori.

Siamo stanchi senza faticare, abbiamo sonno senza perderlo davvero, stiamo fiorendo e il mondo intorno comincia ad appassire.
Abbiamo sbagliato i tempi fin dall’inizio, e nessuno ci ha dato il la per riprendere il ritmo.
Abbiamo sbagliato tutto senza fare niente, e ne pagheremo le conseguenze per sempre.

Maschio, Bianco, Morto

Io penso che forse, probabilmente, credo eh, non lo so che su ‘ste cose io, però ecco vedendo in giro direi ma, ripeto, dall’alto di un cazzo, comunque dico che se a un’età compresa tra i 25 e i 99 anni a ogni morto famoso la prima premura che hai e’ pubblicare uno status su (in ordine):

quanto era maschio

quanto era bianco

quanto già solo per questo era stronzo

quando quella volta al supermercato l’hai beccato e guardare con passione la cassiera che secondo te non sapeva come reagire perché si sentiva minacciata / aggredita / molestata ma in realtà perché il 99% della gente davanti a un* famos* non sa che fare

quanto nonostante la sua arte (musicale, fotografica, letteraria, cinematografica e così via) sia riconosciuta in tutto il mondo come almeno “importante” se non “fondamentale”, alla fine era ‘nammerda solo perché non rientrava nei tuoi personalissimi, oggettivi gusti

(se italiano) quanto al netto dell’immagine grandiosa del nostro paese che per una volta ogni tanto uno porta in giro per il mondo comunque no, perché la tua visione è quella universale e quindi oltretutto è il mondo che non capisce un cazzo, e non te che ti devi dare una calmata

quanto l’oltraggioso, vergognoso, schifoso atteggiamento di produttori cinematografici e comedian e attori e registi e giornalisti e maschi comuni in preda all’essere semplicemente degli uomini di merda, serve da caprio espiatorio per condannare ogni comportamento avuto di ogni maschio da quando il primo bipede col pisello ha messo piede in terra

quanto a maggior ragione ora che è morto è il momento di ricordare che brutta, brutta, brutta persona sia stata, quella che ha dato un minimo cazzo del contributo a ‘sto mondo mentre noi manco eravamo nati e mentre le opere dell’ora morto X all’epoca continuavano a fare storia ci siamo accontentati di leggere di Frida Kahlo e qualche saggio per dirci femministi e andare a spulciare la biografia di ognuno per trovare il modo di sputtanarlo

ecco, se avete queste e più esigenze di dimostrare quanto uno che non respira più e che di conseguenza non puo’ rispondervi (ma che probabilmente non l’avrebbe fatto manco da vivo, visto che non avreste avuto il coraggio di dirglielo in faccia), allora direi che dovreste rivedere un attimo i vostri termini di propaganda del femminismo perché donne mie, così facendo fate lo stesso gioco di chi percula gli elettori della Lega perché non hanno la terza media: non insegnate nulla e, anzi, azzerate un possibile dialogo con chi, come me, è davvero molto interessato ad avere un mondo uguale per tutti.

(nel frattempo, sapevate che da un paio di anni nelle università americane censurano anche Shakespeare -su imposizione de* student*- rimuovendo omicidi di donne e violenze di genere perché oh, checcazzo, come si permetteva questo di scrivere quella roba 500 anni fa?)

La Scritta

Paolo cammina furtivo su Via dei Perroni, a Lecce.

Correndo attraverso Porta San Biagio è quasi rimasto incastrato con la felpa larga nelle colonnine anti macchine. Si è liberato veloce, approfittando per guardarsi in giro alla ricerca di eventuali passanti. La sua parte cosciente sa che alle 3 di notte è difficile che passi qualcuno, ma le scuole sono finite ed i liceali non impegnati con la maturità cominciano a far tardi già molto presto.
Il tintinnio della pallina lo accompagna ad ogni suo passo, scandendo i momenti in cui corre a quelli in cui si ferma dietro agli angoli. Arriva in prossimità della chiesa di San Matteo, illuminata per metà dai faretti e per metà da una luna piena che così piena non si vedeva dai tempi dei lupi mannari. Si appoggia con le spalle al muro all’inizio di Piazzetta Regina Maria, accovacciato per non sbattere la testa al balconcino sporgente del piano terra. Ha il fiatone, ma più che per la corsa per il momento che lo aspetta ora: dovrà essere veloce e pulito, e soprattutto silenzioso.

Ma ha calcolato tutto.

Il lampeggiante arancione comincia a lanciare i suoi lampi dalla fine della strada. Arriva il camioncino dei rifiuti. E questo vuol dire che può agire.

Parte verso il muro di fronte a lui. Mentre avanza a passi veloci, toglie la bretella sinistra dello zaino che scorrere davanti a lui. Apre la zip e tira fuori la bomboletta. Si ferma per un secondo solamente all’angolo, controlla che i flash arancioni siano ancora a debita distanza. Aspetta che il rumore di vetri che si frantumano cominci a riempire l’aria, ed inizia a premere la valvola.
Con movimenti dritti e precisi imprime la vernice blu sul muro. Sono pochi secondi, agita la bomboletta solo una volta, fa due passi veloci all’indietro per controllare il risultato.
Sorride.
È soddisfatto.

In quel preciso momento il rumore di vetri finisce, i lampeggianti si avvicinano.
Paolo rimette tutto nello zaino e così com’è venuto, sparisce nella notte.

Ilaria si sveglia che il sole fa capolino dietro le antenne sui tetti. Ed è comunque in ritardo.
Il bar apre tra dieci minuti, deve arrivare fino a Piazza Sant’Oronzo ma come al solito non vuole correre.
Ma dovrà.

Prende i vestiti del giorno prima, lasciati sulla sedia dopo l’aperitivo con le amiche passato principalmente a parlare male di lui, delle sue assenze e della sua gelosia.
Mentre infila la gonna sorride per un attimo, ricordando di quando la comprarono insieme al mercato di Natale. Erano solo pochi mesi fa, ma il tempo si è dilatato al punto che le sembrano passati secoli.
Dopo un brevissima sosta al bagno, camminando in corridoio afferra cellulare, chiavi e rossetto, tutti strategicamente lasciati in sequenza come le briciole di Pollicino. Infila tutto in borsa, tranne il rossetto. Scende veloce le scale per fermarsi davanti al portone, dove grazie al riflesso comincia a dipingersi le labbra. Ed in un momento in cui mette a fuoco l’esterno e non il suo viso, la vede.

Riconosce subito la sua calligrafia, anche se la scritta è grande, su un muro, e non piccola sui post-it che le lasciava sulla scrivania dopo una notte passata insieme.
Rimane così, con le labbra schiuse e gli occhi grandi che scorrono sulle quattro grandi parole blu.
Apre il portone e, con il rossetto ancora stretto in mano, si avvicina al muro.

Paolo infila il cellulare in tasca velocissimo.
Ha appena letto il suo messaggio, e non gli sembra vero.

“Ti ho risposto”, ha scritto Ilaria.

Esce dalla porta del negozio come un fulmine, il capo che gli grida dietro ma lui è già lontano, già perso nei pensieri e nelle speranze di quella risposta.
Passa di nuovo per San Biagio, a quest’ora affollata di turisti e liceali che sanno di sale.
Corre, corre veloce.
Vede la sua scritta in lontananza e due parole scritte in rosso subito sotto.
Tra la corsa ed il sudore non le distingue e allora corre ancora più veloce.

Quasi sbatte contro il muro, fermandosi allungando le mani per attutire il colpo. Si trova con il viso di fronte alla sua scritta blu

“Ilaria io ti amo”

e spingendosi con le braccia all’indietro amplia la visuale e riesce a leggere le due parole sotto, rosse come le sue labbra, dense di rossetto con alcuni grumi ancora attaccati.
Legge, e si mette a piangere, di un pianto disperato.

“IO NO”.

A Bologna

A Bologna c’è un fatto che se non sei di Bologna non conosci.
A Bologna, che il cielo sarà pure color latte per la nebbia ma che è rossa come il sangue freddo, c’è ‘sto fatto qui.
A Bologna se tu dai del fascista a qualcuno che non lo è (e a Bologna di fascisti ce ne son ben pochi), anche solo per scherzare, anche dopo avergli insultato nell’ordine

– la madre
– la nonna
– entrambe nella stessa frase

beh ecco il fatto è che mentre la tua lingua sta infilata tra gli incisivi per passare dalla esse alla di fascista, ti arriva un camion chiuso in pugno dritto in faccia. E prima che la punta della tua lingua, ormai mozzata e in caduta libera sotto i bei portici di Bologna, beh prima dello splat! sul pavimento liscio ti sono arrivati altri camion in faccia, e in pancia, e alla fine cadi prima tu della punta della lingua. E questo è il trattamento base, a Bologna, se ti azzardi a dare del fascista a uno.
Perché poi c’è il Bambi.

Il Bambi è un omone di due metri e passa per un 150 chili buoni. Non è definibile, il Bambi, non è che sia mai andato in giro a dire altezza e peso alle persone, ma dopo averlo frequentato per un po’ e visto come alza facilmente la gente, diciamo che è una buona stima.

Il Bambi è grosso tutto: ha la piega di grasso sulla nuca, che ogni tanto per scherzo ci si striscia il bancomat o ci si incastra la tessera ARCI. Davanti la testa sembra infilata in mezzo alle spalle, senza collo. Non è che riesca a tenere le braccia stese sui fianchi, che non ha, e anche le gambe camminano storte, piegate da anni di peso da sostenere. Il Bambi pare sia sempre stato ingombrante, anche da piccolo, tanto che il suo soprannome lo si deve proprio alla sua stazza. Pare avesse circa quindici anni quando, in sella alla bici dalla mattina, era andato con gli amici al Parco dei Gessi. Avevano portato il pranzo, l’acqua, un paio di riviste porno con le pagine appiccicate e tre sigarette, una per uno. Mentre in fila sfrecciavano veloci per un sentiero dritto poco dismesso, con gli alberi che scorrevano sfocati ai lati, un cucciolo di daino che scappava da chissà tagliò loro la strada dalla destra. Il Bambi, che era al centro della fila, fece in tempo giusto a strillare “Bambi! BAMBI!” spaventando il primo che cadde a terra. Il cucciolo, spaventato a sua volta da quella figura che rovinava davanti a lui, virò all’ultimo e colpì in pieno il fianco di Bambi. Non ci furono altre urla, né rumore di schianti. La scena presentava il primo e l’ultimo della fila a terra, con qualche graffio su gambe e braccia. Il Bambi ancora in sella, il piede sinistro piantato nel terreno e la mano a tenersi la spalla destra, vagamente dolorante. Accanto a lui, immobile, il cucciolo di daino. Il collo rotto e gli occhi spalancati rivolti verso il suo innocente assassino. Il silenzio rimase loro appiccicato per ore durante le quali avevano spostato il corpo, fumato la loro sigaretta a testa guardandolo e girato le spalle per riprendere le biciclette e pedalare verso casa.
Parlarono solo alla fine, i suoi due amici, mentre si staccava dal gruppo per tornare a casa.
“A domani Bambi!”, gli gridarono dietro senza malizia, senza scherno.
Ormai di spalle, alzò il braccio per salutarli e la spalla per un secondo, con una piccola fitta, gli ricordò quanto appena successo.

Pianse un po’, ma non per il dolore.

Insomma il Bambi è grosso tutto, pure di cuore. Tutti al Pratello lo conoscono. A dire il vero al Pratello tutti conoscono tutti, ma Bambi ha un posto speciale nei giorni di chi abita e lavora nella zona.
Il Bambi era a dare una mano a ricostruire la facciata della sede della radio, devastata da una bomba carta: con la porta nuova da montare sulle spalle, il Bambi camminava sulla via senza una goccia di sudore in fronte, come stesse portano dei semplici cartoni schiacciati. Il Bambi era a fare la spesa per la Giulia, la vedova del 24 che non usciva più di casa dalla morte del marito e che un giorno, davanti gli occhi sgranati di tutti, fu vista passeggiare sottobraccio al Bambi, con un sorriso in faccia che abbagliava il sole. E sempre il Bambi tirò fuori i primi 20 euro per pagare le spese legali al compagno che aveva respinto un gruppo di nazi accompagnato solo dalla sua pistola.

Il Bambi è un buono, gentile e disponibile fino a che, anche per scherzo, non gli dai del fascista. Pare che un paio di volte sia successo, ma mai nessuno aveva assistito alla sua reazione. Il Bambi incassava, aspettava il momento buono e il giorno dopo chi lo aveva insultato zoppiccava, aveva occhiali da sole e diceva di esser caduto in piazza, ubriaco.
Nessuno aveva mai visto o raccontato nulla, tantomeno una denuncia era mai stata sporta nei suoi confronti. L’unico che disse qualcosa fu una sua stessa vittima, invitata dallo stesso Bambi a raccontare perché la si smettesse anche solo di pensarla, quella parola davanti a lui.

Successe una sera di qualche anno fa.
Il Bambi aveva messo, come ogni anno, il suo gazebo di birra al Pratello R’esiste. Era la vigilia della Liberazione e Bologna era una città in festa. Già libera da tre giorni, si riempiva nei portici e nei vicoli e nelle piazze che vista da sopra, quella marea libera in festa, sarebbe sembrato un sistema di arterie piene di sangue inarrestabile, vivo.
Al Pratello Bambi spinava birre e regalava sorrisi, salutava vecchi e nuovi compagni tutti per nome, senza sbagliarne uno. Tutti ricambiavano un abbraccio, un pacca e quei due euro in più che “dai che fan comodo, per la causa!” e il Bambi che sorrideva e diceva di no, che bastavano i soldi per la birra, che magari quei due euro facevano comodo a un altro banco, o a qualcuno di ancor più bisognoso. Il Bambi spillava e sorrideva, e così fino a fine serata, col Pratello che ricominciava a respirare piano, gli ubriachi a cantare e i primi banchi che smontavano tra una canna e una bestemmia.
Il Bambi contribuiva alla raccolta di blasfemia corale del momento, in ginocchio a terra intento a staccare la spina dai barili, quando sente bussare sul banco di legno sopra di lui. Si alza piano, una mano ancorata al bancone per tirarsi su, già innervosito dal fatto che qualcuno si fosse presentato bussando, senza annunciarsi a voce.
Davanti gli si parano due ragazzi poco più che ventenni, uno completamente rasato e l’altro con una cacata di capelli sopra e la colata ai lati. Maglia nera, pantaloni idem, anfibi anche.
Il Bambi non accenna il minimo cambio di espressione, rimanendo con la stessa faccia corrucciata che aveva un secondo prima, in ginocchio a bestemmiare contro i barili. La mano è ancora piantata sul bancone, che lancia un paio di scricchiolii sofferenti stretto sotto la morsa.
Il pelato, con gli occhi azzurri come una lama di ghiaccia, se lo guarda e fa

“Oh, Bambi, allora ce la dai una birra o no?”

Bambi è impassibile.

“Ho chiuso.”

Il pelato si guarda un po’ intorno, ispezionando prima il gazebo, poi la ghiacciaia in un angolo, i bicchieri puliti di plastica riciclabile dentro le scatole. Gli occhi guizzano improvvisamente su Bambi, e un

“Serio? Dai su, non rubarci il lavoro. Non fare il fascio e dacci un birra.”

Bambi è sempre impassibile.
Ma il termometro di quello che ha dentro lo dà il legno, ormai quasi piegato sotto la mano di Bambi, sempre più sofferente.

“Ho detto ho chiuso.”

Il pelato sbotta in una risata sibilata, di scherno, si gira verso Cacatina in testa e si sospirano qualcosa. Il Bambi è sempre impassibile, il legno sul punto di sbriciolarsi.
Il pelato si gira e da sopra le spalle lancia un

“Ma vai a caghèr, camerata.”

Il Bambi, sempre impassibile, fa guizzare velocemente gli occhi intorno. Gli ultimi banchi stanno smontando, sono quasi le 2 di notte e nel giro di mezz’ora la via si sarebbe svuotata completamente. Con la calma di un santo, il Bambi si ripiega sotto il banco e attacca di nuovo la spina al barile. Si alza piano e, sempre lentamente, comincia a girare intorno al bancone per uscire. Mentre supera la soglia del gazebo, allunga una mano e slaccia uno dei due nastri che tengono la copertura frontale legata in alto. Arriva dietro ai due, che ancora ridacchiano per la scenetta di poco prima. Il Bambi prende ognuno con una mano, stretta sul colletto delle maglie nere che indossano. Tutto succede in pochi secondi: il Bambi gira di 180 su se stesso, sollevandoli quanto basta per girarli insieme a lui, direzione gazebo. Arrivato a pochi passi dall’entrata, li scaglia entrambi dietro il bancone e senza fermarsi entra, slegando il secondo laccio e srotolando la quarta parete dietro di sé, chiudendo completamente il gazebo.
Dai volti dei due è sparita ogni spocchia. Hanno la bocca serrata, i denti stretti ma gli occhi non mentono: hanno paura. Nemmeno quelli del Bambi dicono bugie: vuole divertirsi. Li guarda dall’alto dei suoi due metri e passa, ancora stesi in terra, gli steli d’erba ingialliti attaccati alle maglie nere, i segni sui palmi delle mani tenuti premuti su piccoli sassolini.

Il Bambi indica cacatina.

“Tu. Immobile. Tu, pelatino. Hai ancora sete?”

Il pelato lo guarda e non risponde. Un guizzo di rabbia gli passa negli occhi ma al

“Mi sa che sì. Hai ancora sete. Siediti va.”

che il Bambi sospira indicando la sedia vicino alla spina, torna di nuovo a cagarsi sotto.

“Ho detto siediti.”

Senza fare un fiato, il pelato gattona per un metro e si aggrappa alla sedia di plastica bianca, che il Bambi in realtà usava solo per poggiare i bicchieri, ché mai avrebbe retto quel cristiano. L’esile fascistello si aggrappa alla sedia, si trascina su e si schianta sullo schienale, esausto come avesse scalato una montagna. Ma è la montagna ad andare da lui, con un bicchiere in mano che posiziona sotto la spina e che riempie in pochi secondi. La schiuma straborda, cade sulle mani del Bambi, sul banco.
La porge al pelato.

“Bevi.”

Il fascistello oppone un po’ di resistenza, Cacatina da dietro accenna un

“Dai Bambi scusa, noi..”

ma il Bambi lo interrompe semplicemente girando la testa e fissandolo. Cacatina si rannicchia in un angolo, braccia lungo i fianchi con le mani piantate in terra, teso come uno sfilaccio di carne secca.

Il Bambi si gira di nuovo verso la sua vittima.

“Ho detto: bevi.”

Il fascistello rimane immobile. Fissa il bicchiere nemmeno avesse visto versarci dentro del veleno. Il Bambi avvicina il bicchiere al volto del pelato, che ostina un’ultima, futile, paradossale Resistenza. Il Bambi allora con la mano libera pinza il naso del pelato: basta quello per trascinarlo in avanti, come si prendesse una maniglia con la mano guantata per non lasciarci impronte sopra. Così facendo, lo costringe anche ad aprire la bocca, che riempie col primo bicchiere. Tutto molto semplice, anche perché il fascistello non prova a fare nulla se non tirare un po’ indietro la testa. Ma ormai è fatta: inizia a bere e dopo pochi secondi la birra cominicia a sgorgare dalla sua bocca. Tossisce, fa per strozzarsi, e allora il Bambi leva le dita dal naso e gli mette la mano dietro la nuca.

“Bevi.”

Il Bambi ormai non deve far più nulla: tra colpi di tosse e conati, riempie una, due, tre volte la bocca del pelato. La scena, vista dalla prospettiva di Cacatina, mostra un omone che versa a nastro medie su medie di birra in qualcosa che diventa sempre meno un arrogantello del cazzo, e che ogni secondo di più si lascia andare, tra spruzzi di birra come fosse una fontana.

Il Bambi si ferma poco prima di sversare la decima birra nell’esofago del pelato. La spina comincia a gorgogliare e per qualche secondo, mentre spruzza gli ultimi residui di schiuma e aria, i rumori che produce si confondono con quelli del pelato che, tra colpi di tosse e conati, si accascia sfiancato di un lato. Cacatina respira così forte da far gonfiare la copertura del gazebo contro la quale è sdraiato.
Un silenzio sporco regna nell’aria: in lontananza si sentono gli ultimi tubi di metallo caricati su un furgone sbattere tra loro; qualche ubriaco in lontananza canta Dalla come fosse l’ultima cosa che uscirà dai suoi polmoni; la spina ribolle piano colando gocce di birra svaporata.

Il Bambi si asciuga le mani con lo straccio sunto di serate frenetiche, mentre osserva Cacatina portarsi sottobraccio un pelato sfiancato, barcollante, che sembra quasi frignare mentre trascina i piedi in terra. Prima di andarsene, gli hanno promesso mille volte di non farsi vedere mai più in giro. La leggenda narra che né Pelato né Cacatina si siano realmente visti in giro, e che entrambi abbiano smesso di bere, essere arroganti e soprattutto di dare il fascista alla gente. Pare addirittura abbiano smesso di esserlo, fascisti.

Si dice che il Bambi da quella sera si sia ammorbidito, in queste situazioni. Un ragazzetto di vent’anni ha iniziato a dargli una mano al banco e, se qualcuno arriva e c’è da menare le mani, il Bambi non fa nulla.

Ma manda l’allievo.

(grazie a Max&Elisa di Tasca Mastai per lo spunto. e i Moscow Mule. e la simpatia. e i Moscow Mule)

“Sulla mia Pelle”

Mi ero ripromesso solo di consigliarlo, con poche parole, poche quelle nel film.
Ma non ce l’ho fatta.

“Sulla mia Pelle”, e in molti lo hanno già detto, era un film necessario.
Necessario per chi come me ancora non se ne fa una ragione, di quello che è successo, e che fin dal giorno zero sa benissimo cos’è successo e ha seguito tutto a distanza, ma senza distacco alcuno, montando una rabbia e un’impotenza difficili da descrivere.
Necessario per chi ha sempre pensate e detto che Stefano fosse solo un tossico, perché si sorprenderebbe e allo stesso tempo si sentirebbe una merda nel capire che ha sempre avuto ragione. Stefano era stato un tossico e come un tossico è stato trattato, se sei in un paese retrogrado, incivile e senza rispetto alcuno per la vita umana: Stefano aveva, al netto di tutto, dei problemi, e proprio per questo andava aiutato, supportato e accompagnato verso un iter democratico due volte di più.
Necessario per chi pensava che in Italia un film del genere non potesse farsi, e invece si ritrova davanti una gemma rara, un’ora e quaranta con più silenzi che frasi, e quelle poche sono sempre fredde, spigolose, da quelle che Stefano sussurra a quelle sibilate tra i denti di cani rabbiosi e ciechi di fronte alla sofferenza di un ragazzo.

Il filma squarcia il velo della cronaca e irrompe nell’intimità di una famiglia stanca delle cazzate del figlio, di una storia che ognuno di noi ha sentito se non vissuto nella propria cerchia: una madre che non si arrende e un padre stanco, due genitori che si trovano al centro di una serie di eventi dei quali in quel momento non sono nemmeno a conoscenza, e che gli verranno schiaffati in faccia con un foglio bollato dopo sette giorni di attese e rifiuti, ma soprattutto dopo sette giorni senza avere una singola notizia sulla situazione del figlio. Una sorella incazzata, una sorella il cui amore per il fratello esplode quando si rende conto che “ti voglio bene” non potrà più dirglielo. Una famiglia che, zavorrata da una burocrazia avvelenata dall’illegalità di quei giorni, a un certo punto ha paura che lui pensi che alla fine sia stato abbandonato anche da loro, e credo sia una delle sensazioni, da entrambe le parti, più brutte del mondo.
Ma soprattutto cala una sorta di ombra su Stefano e sul suo modo di ribellarsi che ti fa rabbia, che dentro ti fa gridare “dai Stè ti prego fatti aiutare” come se non sapessi già che quelle grida di aiuto, spesso celate dietro i suoi rifiuti e la sua strafottenza, rimarranno inascoltate per tutto il tempo.

Dall’altra parte un’istituzione che serve e protegge se stessa e il suo continuo infrangere anche la più semplice delle procedure: agenti in borghese fuori servizio che “danno una mano”, carabinieri più piccoli di Stefano che si fanno grandi dentro la divisa, la polizia penitenziaria che si preoccupa delle sue condizioni solo per mettere in chiaro che lui da loro, in quello Stato, ci è arrivato così. Uomini di servizio che si lavano le mani da un sangue che li sporca proprio nel momento in cui si assicurano che loro non c’entrano nulla.

Personalmente, due sono le cose che più mi hanno colpito: la prima è quell’immagine di Stefano rannicchiato su una tavola, mentre “l’assistente” gli sta andando a gridare che è arrivata l’ambulanza. Lui è lì, senza coperta, le mani spinte nelle tasche della giacca nera, una posizione scomoda per chiunque ma che a lui dà sollievo, un sollievo che però sparisce e lascia il posto a un dolore cieco, che mentre lo vedi ti pare di sentirlo, come muovere articolazioni scheggiate, un Cristo che viene preso di nuovo, caricato della sua croce, e portato verso la prossima Stazione.
La seconda cosa è la registrazione originale sui titoli di coda, quella dove Stefano viene interrogato dalla giudice. L’avevo già sentita, negli anni, ma ascoltarla dopo il film, a occhi chiusi, se si riesce a distaccarsi dalla voce annoiata della donna, se per un attimo riusciamo a non sentire lui che le parole le tira fuori soffrendo, a un certo punto si sente il respiro di Stefano. Fateci caso. Un respiro affannato, un respiro anomalo, un trattenerlo per non sentire dolore e un rilasciarlo veloce per provarne il meno possibile.
Un respiro che non c’è più.

“Sulla mia Pelle” è un film necessario e che secondo me, almeno per la prima visione, è necessario vedere da soli. Perché credo sia l’unico modo per sentirsi anche solo lontanamente, minimamente come lui.
Soli.