Informazioni su Jacopo Spaziani

"Il Penultimo dei Romantici" perché so che prima di me ce ne sono stati, e ce ne sono tutt'ora, di grandiosi, enormi e maestosi romantici. Ma so pure che c'è sempre almeno uno che sta peggio di me. Leggi il titolo e ti aspetti robe smielate sull’amore, le donne, i dolori da giovane Warter. E infatti è quello che trovi. Poi però ogni tanto sbrocco, e magari me la prendo con la mia Roma, stronza e irresistibile, e con i suoi mezzi pubblici, i suoi abitanti grotteschi, le sue dinamiche assurde. Poi mi calmo, scrivo della mia Lei, e aspetto il giorno dopo. E così via, che tanto ogni giorno è buono per amare, come per inveire.

Punto (nero) e a capo

Avete presente quei piccoli, stupidi punti neri che spuntano e rispuntano sempre nello stesso punto? Son quelli che, in primis, non sembrano punti neri. Si mascherano da bollicina, hanno addirittura una punta di bianco, tanto vorrebbero confondersi con l’epidermide. Il problema loro, però, è che tornano sempre lì, sul luogo del delitto o, in questo caso, della spremitura. Si fingono pelle normale, ma dentro son carichi di un pus di quello cremosetto, non liquido come quello dei brufoli. Una specie di pasta beige che se l’annusi, puzza di piede. Dai, che l’avete fatto tutto almeno una volta, la prima, e poi ci avete preso gusto. Come scorreggiare sotto le coperte, o annuarsi il palmo dopo una bella grattata all’inguine, stile allenatore della Germania qualche anno fa.

Insomma, questi punti neri tornano sempre, nello stesso punto, solo per romperti il cazzo. Io, di quelli che ricordo, ne ho uno sul fianco coscia destro, alcuni sul sinistro, due attaccati uno all’altro sotto l’angolo destro della bocca e due, molto vicini, esattamente sul delimitare del labbro inferiore, sempre sull’angolo destro. Questi ultimi due stanno proprio dove la pelle si fa labbro, quelle cose che viste da lontano son perfette, ma poi ti avvicini e vedi che il labbro col cazzo, che è una linea perfetta: alcune sue punte rosse stanno sulla pelle rosa, e viceversa, ed è un casino di peletti, piccoli buchi, imperfezioni. E lì, che provano a mimetizzarsi tra tutto il caos epidermico, ci son ‘sti due micro bozzi, che tanto ci mettono a tornare nello stesso punto, quanto poco durano appena li vedo, li spremo, li pulisco, li annuso e poi li accartoccio in un unico, piccolo pezzo di carta igienica, che finisce nel cestino. Poi me ne scordo, e un giorno mi guardo di nuovo allo specchio ed eccoli lì, again, pronti a farsi saltare in aria come piccoli attentatori sucidi del corpo.

Ora, quello che intendo con ‘sto pezzo un poco schifoso, lo so, è che ci son cose che tornano, sempre. E molto spesso lo fanno nello stesso punto, con le stesse modalità, più che consapevoli della loro fine. Sono ostinati, ma lo sono stupidamente. Le cose, le persone, non tornano mai come nei film, o nei libri: cambiate, nuove, con prospettive diverse da quelle di andarsi a schiantare contro due polpastrelli enormi. Lì nascono, lì muoiono, lì tornano. E alla fine sta a noi decidere se star lì a disperarsi, a guardarsi fuori e dentro, a osservarci maniacalmente per capire se son tornati o meno o semplicemente un giorno svegliarsi, cominciare a pensare a tutte le cose belle e interessanti che ci sono da fare e guardandosi distrattamente allo specchio mettere due polpastrelli alla distanza che equivale alla dimensione del problema (e cioè nulla), spremere, e continuare a godersi quello che c’è di nuovo.

Coi tempi che corrono

La discussione aveva preso una piega strana. Erano entrambi intensamente concentrati sull’argomento, di cui toglievano piano piano vari livelli di lettura fino a volerne scoprire il cuore. Ma l’esterno aveva cominciato a farsi intimo. I rumori della strada avevano iniziato a farsi suoni, ritmo che non andava a tempo con le loro parole.

Lui girò il cellulare, poggiato a schermo in giù sul tavolino di vetro, e mentalmente collegò i rumori che sentiva arrivare da fuori da fuori all’ora che segnata sul telefono. Alba piena. La vita si stava riprendendo quanto lasciato in sospeso il giorno prima, e lo faceva sì con calma, ma anche con la consapevolezza di chi sa che c’è un intero giorno da affrontare. Un altro. L’ennesimo. Ma non si scappa un cazzo, e la vita lo sa e te lo dice col martello degli operai nel palazzo vicino, gli spaccini che tornano a casa con la trap sparata dalle casse bluetooth, il camioncino che si ferma a scaricare le bottiglie del giorno al bar e quello della nettezza urbana che si carica quelle della sera prima. Tutto sembra scandire un ritmo che nessuno dei due aveva previsto o voluto, ovattati dalle parole dell’altro e dal silenzio della notte passata a parlare, interrotta solo da qualche ubriaco che cantava amore alla fortuna. Avevano entrambi notato quanto, post pandemia, ora che per la prima volta ci si affacciava su questa nuova normalità, le persone avessero cominciato a ululare alla luna molto presto, rispetto al pre-pandemia. Vuoi per le restrizioni sugli orari, vuoi per la voglia immensa di violarle tutte, la gente alle 22.30 era costretta a uscire da qualunque bar, ristorante o pub in cui si trovasse e tornarsene a casa. Poi sì, trovavi posti che sforavano un po’, altri che ti lasciavano portar via le cose da bere nei bicchieri in plastica chiedendoti, però, di non nominare mai il nome del loro locale invano, soprattutto se a chiederlo sarebbe stata la polizia. Erano tempi strani e incredibilmente (ma neanche troppo, col senno di poi che adesso era ora) gli esseri umani del 2020 si stavano comunque adattando.

Loro due no. E non a quello che la pandemia gli aveva lasciato addosso e intorno. Anche loro uscivano, bevevano, ballavano e sembravano più che felici che mai. Lo erano pure, in realtà, ma per la prima volta erano felici di quello che c’era fuori loro due, e non di quello che c’era in mezzo.

La discussione aveva preso una piega strana da quando, entrambi scherzando ed entrambi incredibilmente in sincrono, si erano detti ti amo. Una di quelle cose che, dopo la battuta di qualcuno, di solto dici “va beh, ti amo”. Un gergo finto giovanile, un qualcosa alla Chandler che vede Monica con la testa infilata nel tacchino gigante, quei qualcosa che poi silenziano pure gli annunci registrati che dichiarano la fine del mondo in tv:

“Le autorità consigliano a tutta la popolazione di rimanere in casa. Questa non è una simulazione. Rimanete in casa e OH MIO DIO SI SONO DAVVERO DETTI TI AMO?” e poi il silenzio, col mondo fuori che finisce scoppiando, urlando, implorando.

Il peso di quelle cinque lettere (facciamo dieci, visto il sincrono perfetto di tempi e cadenza con cui si erano scontrati), ecco il peso di quelle quattro parole dette come davanti allo specchio, nel mondo della gravità scientifica, delle cose della chimica, equivaleva a zero. Ma come per la temperatura d’estate, anche qui c’era il peso reale e il peso percepito. E quello che si sentivano addosso ora equivaleva a centotrentotto portaerei cariche e pronte ad affrontare una guerra annunciata da anni, ma ancora mai scoppiata.

Un tram rompe di nuovo il silenzio, sferragliando e tirando giù quella scampanellata tipica dei tram di Lisbona. Una lunga, interminabile trillata, peculiare alfabeto morse che in questo caso, probabilmente, si poteva tradurre in insulti per chi aveva parcheggiato la macchina troppo vicino, se non sopra, ai binari. Ma neanche quello scampanellare riuscì a tirarli fuori da quel torpore di imbarazzo. Coi tempi che correvano, ogni parola arrivava ancora più diretta. Con le loro esperienze alle spalle, fatte di delusioni che simpaticamente e in maniera assolutamente originale lui etichettava come “prendersela nel culo”, ogni cosa che sembrava avere una base di solida positività (un datore di lavoro che vuole metterti in regola e pagarti, un amico che ti fa i complimenti per qualcosa, un ti amo detto sorridendo) diventava immediatamente una cosa di cui preoccuparsi. L’idea e il terrore di chinarsi a raccogliere quel piccolo fiore di gioia, sicuri che i pantaloni si sarebbero stracciati insieme alle mutande e subito dopo un forte, improvviso dolore nel retto che si sarebbe palesato in tutta la sua brutalità, senza nemmeno la soddisfazione di un poco di piacere prostatico.

Coi tempi che correvano era più facile credere ai fantasmi, che godersi la fisicità delle cose. I fantasmi son pure più comodi, che li vedi solo tu e nessuno dovrebbe biasimarti se ogni tanto, nel cuore della notte o nel culo del giorno, ti trovi con l’ansia e l’extrasistole che nemmeno il miglior olio essenziale di biancospino può riparare. Nessuno dovrebbe prendersela, se quei fantasmi ti paralizzano di tanto in tanto, semplicemente perché ognuno ha i suoi, e ognuno li combatte a modo suo. C’è chi se li va a cercare nella casa dei ricordi che casca a pezzi, scendendo in cantina se sente un rumore. C’è chi li evita, e si crea i suoi mostri che almeno lo distraggono dai fantasmi, trovando un’altra cosa da combattere, o evitare. Perché poi c’è chi, appunto, vorrebbe solo scapparne ma non ci riesce, perché i fantasmi son bravi a tormentarti, anche e soprattutto quando non ne vorresti sentir parlare.

Coi tempi che correvano, i fantasmi erano molto meglio delle cose vere.

Ma era pure vero che i tempi che correvano sarebbero stati altri tempi poi. Erano stati altri tempi, prima. Una volta, qui, era tutta campagna marketing. Si vendevano i sentimenti un tanto al chilo, signora mia. Tutti dicono di cambiare affinché le cose cambino davvero così velocemente da far sembrare tutto fermo.

Ma le cose cambiano, alla fine.

Chiamala entropia, chiamala telepatia, chiamala come cazzo te pare, amica mia, ma le cose stanno ferme per cambiare e noi possiamo pure stare qui a farci spaventare dai fantasmi, oppure capire che ‘sto peso sulle spalle ce lo possiamo togliere con un sorriso e un abbraccio, con il parlare senza freni, senza inibizioni per le proprie figure di merda, senza giudizio per quelle dell’altro. Ce le possiamo togliere, queste portaerei sulle spalle, con delle cose sotto le coperte che rimangono lì, che è il posto loro, dove lasciarle per ritrovarcele la volta dopo e quella dopo ancora, portandone altre ogni volta. Le cose cambiano e cambiano pure dopo un ti amo così sincronizzato che a confronto i tuffatori alle olimpiadi sembrano in differita l’uno con l’altro. Però non è che se le cose cambiano, dobbiamo cambiare il nostro atteggiamento nei loro confronti. Quindi che ci si voglia bene, ecco, l’importante è questo, compagna mia.

Facciamo che ci vogliamo bene e che sia il resto, per una volta, a prendersela nel culo.

Ottantapercento

Comunque sembra fatto apposta, ma da quando in Portogallo han rimesso le super mega restrizioni c’è un tempo che definirlo demmerda sarebbe come dire ad Adinolfi che è “leggermente sovrappeso”: un eufenismo. È grigio, fa freddo, spesso piove. Pare di essere riuscito a entrare nel cuore di una mia ex.

Ho cambiato la mia stanza già due volte in tre settimane, ho comprato una nuova pianta carnivora, sto accumulando panni sporchi ché tanto lavarli significherebbe lasciarli in umido appesi in mezzo alle intemperie, sto preparandomi all’ennesimo cambio di vita da tre anni a questa parte ma soprattutto non ci sto capendo UN CAZZO di quello che NON succede ultimamente. Tutto sembra cristallizzato in un singolo, lunghissimo momento der cazzo che non si smuove da mesi.

“Mettendo in pausa al momento giusto si può vedere il momento esatto in cui gli si spezza il cuore realizza che sta nella merda peggio di prima!”

Ecco: mi sento Ralph, adulto, ma con gli stessi identici problemi cognitivi. Non capisco. “Continuo a non capire”, avrebbe detto la mia migliore amica in classe al liceo.
Perché io lo so, che il mondo ci sta provando a darmi dei segnali per farmi stare se non meglio, almeno tranquillo.

“Dimentica di pensare!”
“Ricorda di fare!”
“Perché, invece di, tu non?”

Ma io ti ignoro, supido mondo. Anzi, faccio come nonno Simpson, e urlo a una nuvola in cielo. Senza motivo apparente, direbbero i giornali il giorno dopo. Perché se non appare non esiste, ecco perché stiamo in fissa col condividere le cose. Siamo arrivati al punto in cui le cose devono apparire per essere reali. Si diceva così della felicità, in quel filmetto da nulla in cui il tipo molla tutto e va nei boschi a morire avvelenato. Si diceva che fosse reale solo se condivisa, la felicità. Adesso pare reale tutto: le dirette di gente che si sfracella ai videogiochi, le ricette sul pane, la propria opinione sull’ultimo fatto politico, la propria decisione sul vaccino, i corsi di yoga, fitness, meditazione, apicoltura, cinema, scrittura creativa, fotografia, musica.

Questo stramaledetto virus del cazzo ha amplificato i nostri miseri ego, fingendo di costringere la gente a trovare un’alternativa al proprio essere che pure senza Covid non è che brillasse di luce propria. Ha stroncato chi aveva davvero qualcosa, e ha riempito di cazzate chi non aveva nulla. Ci ha fatto credere che bastasse una telecamera e una connessione decente per poter mantenere i contatti. E invece la gente ci manca sempre di più e siamo convinti che una volta finito tutto (ma quando? come? per chi?) torneremo ad abbracciarci come se nulla fosse successo, perché intanto avremo reimpito le distanze.
Ma perché, prima che facevamo?

Prima passavamo le notti negli stessi letti ognuno col nostro cellulare.
Prima ci mettevamo in posa per una foto che dimostrasse che si fosse proprio lì, in quel momento.
Prima fotogravamo birre, piatti, cocktails, prati, palazzi.
Prima costruivamo su un muro digitale tra noi e gli altri con un messaggio su Whatsapp, un check-in in un ristorante, una foto da un concerto.

Ecco.
Ora immaginatevi il dopo.
Una volta finito tutto.

Pensate a quanto velocemente tutti, me compreso, metteremo su un baraccone di stories e recensioni e boomerang di posti e luoghi e live e roba reale, vera, che ci sentiremo di dover condivdere perché sì, cazzo. Sì.
Saremo convinti di essere giustificati, di avere il diritto anzi ma che cazzo, il dovere di far vedere cosa stiamo facendo. Arriveremo a condividere dove stiamo andando, ancora prima di arrivare.
Lo stiamo facendo già ora: non appena l’Italia ha cambiato colore vi siete fiondati ovunque, avete preso macchine motorini aerei treni, avete preso Uber per andare a farvi una birra, per godere di un meritato aperitivo fin troppo rimandato. Ed è giusto, cristo. È la natura umana aggiornata al 2021. Siamo animali sociali pure se non vogliamo ammetterlo.
Ma farlo vedere non vuol dire essere felici. Condividere non significa rendere reale l’essere felici.
Se mi guardo indietro, anche solo di settimane, l’ottantapercento delle volte in cui condivido cose è quando me rode er culo. Raramente lo si capisce del tutto, spesso lo si intuisce ma è sempre, sempre reale. L’altro ventipercento son botte di endorfine digitali che scemano presto.
Ma er giramento de cazzo è reale anche quando condiviso, la felicità è invece di solito mascherata quando la facciamo apparire.

La nostra nuova vita, la nostra nuova passione, la nostra nuova fiamma, la nostra nuova casa, la nostra nuova professione.
Tutto è nuovo ma tutto puzza già di vecchio che però chiamiamo vintage e allora va bene, si può condividere, usare, far vedere. Tutto può finire in un bel calderone che tanto qualcosa esce fuori sicuro. Nuovi followers, nuovi messaggi, nuovi contatti. Ora è ancora più facile farsi degli amici, ricevere complimenti, sentirsi gratificati.

Beati voi.

Io rileggo fino a qui e capisco che capisco sempre meno di qualcosa e sempre più di altro. Capisco ogni giorno di più me stesso e non capisco voi.
Capisco sempre più cosa conta e cosa no.
Capisco che riesco a non capire e non capisco come voi facciate, ogni volta, a farmi credere che avete capito tutto.

Rileggo fino a qui e capisco che anche questo pezzo qui fa parte di quell’ottantapercento di cui parlavo prima.

Per il ventipercento che manca, aspetto una volta finito tutto e vi aggiorno nelle stories di Insta.

Una Teoria del Cactus

New Girl, stagione 1, episodio 14.

Nick Miller, colui il quale riesce a rappresentare tutte e cinquanta le sfumature dei maschi trentenni bianchi, etero e soprattutto cazzoni, si frequenta con una ragazza bellissima.  Avvocatessa, impegnatissima con il suo lavoro, riesce comunque a dedicarsi a Nick, colui il quale lavora in un bar, sogna di diventare scrittore e che io ancora non ho capito perché gli autori non lo abbiano chiamato Jacopo.

Insomma Julia, la ragazza di Nick, parte per un viaggio di lavoro e gli invia un cactus, come regalo. Nick, che non sa prendersi cura nemmeno dei suoi vestiti, immagina sia un segnale che lei voglia finire la loro storia.

“È un test”, pensa Nick.
Un test per vedere se so prendermi cura di una pianta e, sapendo già che non sono in grado, per arrivare a lasciarmi.
E in tutto questo, mentre formula questa teoria solo dopo pochi minuti aver ricevuto il cactus, comincia ad annaffiarlo pesantemente per poi farlo cadere a terra, spezzandolo in più parti.

Ora, già solo questo rende perfettamente l’idea di quanto un uomo come Nick (come me, come la maggior parte dei trentenni cresciuti a metà, quelli che hanno una bustina di plastica come portafogli e nessuna idea di come si paghino le tasse) possa autodistruggersi nel giro di due minuti. Far implodere una storia bella, con solide basi solo perché non riesce a smettere di pensare a quanto tutto non gli spetti. A quando arriva la gioia e tu non sai cosa fartene, che sembra un meteorite rovente caduto tra le tue mani e ne rimani abbacinato dalla luce per tre secondi, e poi le mani ti si sciolgono e muori di radiazioni soffocato dal tuo stesso sangue.

Nick soffre della sindrome dell’impostore: quando ti capita qualcosa di bello (una relazione, un nuovo lavoro, un progetto in cui ti includono) godi della luce riflessa di quella gioia. Lo specchio su cui sbatte la luce, però, ti acceca il giusto per non farti vedere la tua immagine per quella che è e cioè degna, meritevole di quel calore. Vedi poco, male, e ti pare di non meritare di essere lì. Non realizzi che basterebbe girarsi, mettersi un bel paio di occhiali da sole e godersi quel bello direttamente, avendo la giusta dose di orgoglio per meritarsi quella luce.
E quindi Nick, che sono io e blablabla, di impanica così tanto che comincia a lasciare a Julia una serie di messaggi in segreteria uno più imbarazzante dell’altro, partendo dal primo che dopo una serie di frasi sconclusionati (tra una supplica di non lasciarlo e un passivo-aggressivo mettere le mani avanti) conclude con un “I love you”.
Da lì, a cascata, altri messaggi pieni di insicurezza, disagio, incapacità di saper gestire le proprie emozioni traducendole in mugugni e scuse e paura.

A fine puntata, quando Julia ritorna all’appartamento nemmeno entra, lasciandosi sulla soglia con la valigia: spiega a Nick che il cactus era semplicemente un regalo, che le faceva piacere inviargli, ma che la sua reazione l’ha spaventata al punto che adesso sì, forse è il caso di finire la loro storia in quel momento.
E se ne va.

La reazione di Nick è quasi cartoonesca, con una finta calma esterna che comincia a creparsi dopo pochi minuti fino a terminare in un pianto disperato.

In sostanza Nick sono davvero io, è davvero la maggior parte dei trentenni cresciuti a metà, quelli che hanno una bustina di plastica come portafogli e nessuna idea di come si paghino le tasse.
Nick non riesce a tradurre un suo sentimento in questo caso positivo, come la reazione che ti provoca il ricevere un regalo. Ma visto che il regalo è qualcosa che si crede non essere in grado di gestire, allora è un messaggio. Ovviamente negativo. E le emozioni diventano molte di più, e molto più complicate da tradurre.
Mandando tutto in merda, auto-distruggendosi fino all’ultimo atomo rimasto. Riuscendo a trasformare una cosa decente in una montagna di merda che il Triceratopo di Jurassic Park in confronto era stitico.

Lo so, è una Teoria del Cactus, ma a trentacinque anni per un maschio bianco, etero, cis e con la paura delle altezze e dei ragni, è già qualcosa.

Santo Mai: di uomini, ciclo e donne.

Io non lo che cosa vuol dire avere il ciclo.
Di certo non so di dolori e sangue che mi esce dal pene. Sverrei per cinque giorni al mese.

Ma a livello emozionale, di quello che senti e provi, anche solo livello sensoriale, boh, a volte penso di avere un vago sentore di quello che vuol dire stare nella testa di una donna una volta al mese.
Gli altri 25 e spicci non lo so eh, quello rimane un mistero ancor più misterioso.

Però ecco, qualche sera fa son passato dall’iperattività di non avere canne nel giorno di riposo, e quindi trovandomi a staccare e risistemare le foto sul muro, disfare e rifare l’armadio, uscire di casa e girare, alla voglia di morire sotto un piumone, mangiando cioccolata e facendomi mancare ogni singola ex mai avuta in vita mia. Ho lavorato, passando dall’essere super felice di servire gente, e arrivando a non vedere l’ora di andarmene per non ammazzare qualcuno a mani nude.
Volevo un taxi che, per miracolo, vedo arrivarmi incontro. La gioia, il tripudio di dopamina.
Rallenta, accosta, poi all’improvviso cambia la luce del tetto da verde a rossa, si reimmette in strada e tira dritto.

Rimango immobile a fissare il punto in cui si stava per fermare, tipo Giovanni quando trova “non una, tre!” righe sulla macchina. Inizio la discesa di Voz do Operaio che mi viene da piangere. Arrivo a metà che la lacrimuccia sta proprio lì lì. Poi faccio un respirone, mi monta la rabbia e poi, fulmine a ciel sereno, mi ricordo che non ho portafogli dietro. Il taxi lo avrei pagato col cazzo, immerso nella merda della figura grama che avrei fatto.

Mi rilasso.

Passo davanti Ti-Natércia, guardo dentro ma ovviamente è troppo tardi. Di acceso è rimasta solo la luce d’emergenza, che illumina il locale poco, di una sfumatura blu, che sembra quasi abbiano acceso gli ultravioletti dopo aver spruzzato il luminol, in cerca di tracce di un delitto appena compiuto. Passo, penso questo e mi dico che Tina è uno dei miei tanti luoghi del delitto di questa città. Di tutte le volte che ci sono stato, mi viene in mente subito quella con la mia famiglia e lei. Una delle migliori, poche serate da quando si stava insieme qui.

Tiro dritto.

Mi risale la tristezza, Lisbona è vuota come gli scaffali del mio reparto certezze. Incrocio solo una volante, da cui il passeggero mi guarda mentre cammino senza mascherina. So che non mi dirà nulla, ma comunque mi sale un po’ della classica tensione che arriva quando mi trovo a tiro di una guardia.
Li becco di nuovo di nuovo poco più avanti, incespico nei sanpietrini proprio mentre gli passo vicino. Sento il sangue affluire tutto insieme in faccia, con una botta di caldo inaspettata.

Mentre scendo da Santa Luzia, ripenso alla serata e per tutta una serie di cose mi viene in mente che, alla fine, le delusioni maggiori le ho avute da figure maschili. E non parlo di quelle fondanti, tipo mio padre, esempio perfetto di quanto una figura che più vicina di quella paterna c’è solo mamma, possa allontanarsi all’improvviso lasciandoti talmente basito che gli sceneggiatori di Boris perderebbero i sensi, per il colpo di GENIO! così de botto, senza senso.
Parlo anche di amici, semplici maschi che ho conosciuto e che dopo pochi mesi mi han fatto cascare ogni ottimo giudizio che mi ero fatto di loro, oltre che i coglioni con un gran tonfo.

Ma visto che non mi escludo mai dall’equazione di nessun giudizio che mi creo degli altri, ovviamente mi dico che anche io ho deluso uomini, donne e bambini eh.
Santo mai, stronzo a volte.

E penso che sì, certo, anche le donne mi hanno ferito tantissimo. Mi hanno straziato, sorpreso, usato, si sono approfittate di me ma anche qui. Santo mai.

Però se devo pensare a quali persone mi han lasciato a bocca aperta, la maggior parte aveva il cazzo. Ma non le palle.
Maschi che ci han provato con la mia ex fresca di un giorno, o che lo facevano con una con cui ero insieme in quel momento.
Maschi che per stare con la loro partner hanno pisciato in testa a tutto e tutti, provando pure a dire che fosse pioggia.
Maschi che nel momento del bisogno mi han voltato le spalle, maschi i cui silenzi mi hanno assordato, maschi le cui urla mi hanno ammutolito.

Non siamo tutti uguali, sia chiaro.
Guardo ai miei amici, quelli che oltre un pene hanno anche le palle, quelli che nonostante li abbia delusi io mi han sempre preso per i capelli e tenuto lì con loro. Nonostante fossi da buttare perché già gettato da qualcun altro, loro mi hanno riciclato e dato nuova vita così tante volte che la plastica a confronto si consuma prima.

E le donne nemmeno, sono mai le stesse.
La teoria per cui, presi per genere, siamo tutti uguali tra di noi, non regge.
Con un minimo di consapevolezza di sé, non ci vuole molto a considerarsi diversi anche dal nostro amico più intimo, vicino, quello che ogni cosa si sia detta in sua presenza la si è detta insieme.
Nemmeno io e mio fratello che santiddio abbiamo lo stesso sangue, siamo poi così uguali.
Se mi fermo a pensarci, mi ritengo invece quasi più simile a tante mie amiche per stile di pensiero, modo di agire, ragionamenti.

In questo periodo mi ritrovo, e per fortuna, a confrontarmi con alcune donne completamente diverse tra loro per carattere, personalità, esperienze, età. Eppure più ci parlo e più vedo i punti in comune tra loro e me, ed è proprio questo il motivo: ci parlo. Il dialogo, il confronto anche duro. Le critiche.
Noi, tra uomini, non ci si critica. Al massimo si accentua il mostrare i propri pregi, le nostre capacità, ci si pavoneggia e ci si paragona agli altri. Ma va sempre comunque tutto bene (il capo è stronzo ma contento, la Roma vince, la tua ragazza ti aspetta a casa con la cena pronta) e quindi non c’è confronto, e senza confronto non ci si guarda poi nemmeno allo specchio.

Parlare con le donne invece ti mette spesso di fronte ai tuoi difetti. Magari sei lì che pensi che bello sarebbe star nudi tutti e due e invece ti ci ritrovi solo tu senza qualcosa addosso, spogliato di alcune certezze, e la cosa ci fa sentire un po’ di quel freddo da cui spesso, infatti, scappiamo.
Ma basta imparare a reggere le botte, una dopo l’altra.

Quando quella che poi sarebbe diventata la mia migliore amica mi ha rifiutato con una classe tale che quella in cui saremmo rientrati da lì a poco, dopo l’intervallo, sarebbe sembrata una baracca.
Quando mia madre mi ha guardata delusa per la mia ennesima cazzata adolescenziale, e ho sentito che qualcosa dentro di lei, anche se piccolo e molto in fondo, si era rotto.
Quando non mi si alzava per l’ansia e i pensieri, mi sono ritrovato a essere coccolato, ascoltato, compreso.
Quando trovo chi mi apprezza per quello che sono, mi fa dei complimenti e allo stesso tempo riesce a farmi stare coi piedi per terra, senza idolatrarmi o riempirmi di cazzate solo per riempire qualche silenzio.
Quando dentro mi rimangono i silenzi di donne che se ne sono andate per davvero, più che le parole di uomini ancora in vita.

Proprio qualche giorno fa, una donna con cui (e per fortuna di nuovo) ho la possibilità di confrontarmi, ha detto una cosa che mi ha fatto molto pensare.

“Le donne agiscono in base al contesto.”

Il discorso è poi andato avanti in modo sempre più interessante, ma questa frase mi è rimasta dentro.
Perché, semplicemente, è vero.
Per forza di cose, inteso come essere state forzate a comportarsi / agire / vivere in un certo modo a seconda di tempi e luoghi del mondo, le donne devono agire in base al contesto. E non parlo di quelle buffonate di paragoni tipo donne che non sanno parcheggiare o senza manualità per i lavori di casa, se state pensando a quello. Conosco donne che potrebbero guidare mentre montano una cassettiera Ikea senza istruzioni.
Poche eh.
Ma le conosco.

Parlo di contesti sociali, di quelli che ci mettono decenni a formarsi e che devono poi essere modificati, aggiornati, se non abbattuti del tutto. Contesti quotidiani di molestie fisiche, di sottomissione salariale, di torture psicologiche.
Mentre per noi uomini le cose son state sempre abbastanza facili (io non me la ricordo mica, l’ultima volta che mi han pagato meno di una donna, o quand’è stato che qualcuno si è tirato fuori il cazzo per strada davanti a me), le donne un poco han dovuto reagire in base a quello che succedeva loro intorno, no?
Il #metoo non è (stato?) solo un movimento di denuncia contro decenni di silenzi autoimposti per mantenere una carriera, una famiglia o anche solo la cazzo di dignità. Ma ha aperto un discorso più ampio su quanto sia effettivamente diverso il contesto in cui viviamo noi uomini e quello in cui vivono le donne. Anche se siamo nello stesso ufficio, o strada.

Io non lo so che cosa vuol dire avere il ciclo.

Mi sa che alla fine di ‘sto discorso che avevo in testa da giorni, non so manco minimamente che voglia dire essere donna. Nemmeno di striscio.
Però so come loro fanno sentire me, e non solo nel momento in cui ci si ritrova a interagire in qualunque modo. Ma nel modo in cui mi lasciano qualcosa su cui pensare, riflettere, magari cambiare. Gli strascichi di un discorso, l’odore su una felpa, un capello sul letto o un messaggio incazzato. C’è sempre margine di ragionamento, anche se a volte risulta davvero tanto, tanto difficile starvi dietro.

Però siete l’altra metà del cielo, e pure quando piove alla fine è sempre un bel vedere.