“Sulla mia Pelle”

Mi ero ripromesso solo di consigliarlo, con poche parole, poche quelle nel film.
Ma non ce l’ho fatta.

“Sulla mia Pelle”, e in molti lo hanno già detto, era un film necessario.
Necessario per chi come me ancora non se ne fa una ragione, di quello che è successo, e che fin dal giorno zero sa benissimo cos’è successo e ha seguito tutto a distanza, ma senza distacco alcuno, montando una rabbia e un’impotenza difficili da descrivere.
Necessario per chi ha sempre pensate e detto che Stefano fosse solo un tossico, perché si sorprenderebbe e allo stesso tempo si sentirebbe una merda nel capire che ha sempre avuto ragione. Stefano era stato un tossico e come un tossico è stato trattato, se sei in un paese retrogrado, incivile e senza rispetto alcuno per la vita umana: Stefano aveva, al netto di tutto, dei problemi, e proprio per questo andava aiutato, supportato e accompagnato verso un iter democratico due volte di più.
Necessario per chi pensava che in Italia un film del genere non potesse farsi, e invece si ritrova davanti una gemma rara, un’ora e quaranta con più silenzi che frasi, e quelle poche sono sempre fredde, spigolose, da quelle che Stefano sussurra a quelle sibilate tra i denti di cani rabbiosi e ciechi di fronte alla sofferenza di un ragazzo.

Il filma squarcia il velo della cronaca e irrompe nell’intimità di una famiglia stanca delle cazzate del figlio, di una storia che ognuno di noi ha sentito se non vissuto nella propria cerchia: una madre che non si arrende e un padre stanco, due genitori che si trovano al centro di una serie di eventi dei quali in quel momento non sono nemmeno a conoscenza, e che gli verranno schiaffati in faccia con un foglio bollato dopo sette giorni di attese e rifiuti, ma soprattutto dopo sette giorni senza avere una singola notizia sulla situazione del figlio. Una sorella incazzata, una sorella il cui amore per il fratello esplode quando si rende conto che “ti voglio bene” non potrà più dirglielo. Una famiglia che, zavorrata da una burocrazia avvelenata dall’illegalità di quei giorni, a un certo punto ha paura che lui pensi che alla fine sia stato abbandonato anche da loro, e credo sia una delle sensazioni, da entrambe le parti, più brutte del mondo.
Ma soprattutto cala una sorta di ombra su Stefano e sul suo modo di ribellarsi che ti fa rabbia, che dentro ti fa gridare “dai Stè ti prego fatti aiutare” come se non sapessi già che quelle grida di aiuto, spesso celate dietro i suoi rifiuti e la sua strafottenza, rimarranno inascoltate per tutto il tempo.

Dall’altra parte un’istituzione che serve e protegge se stessa e il suo continuo infrangere anche la più semplice delle procedure: agenti in borghese fuori servizio che “danno una mano”, carabinieri più piccoli di Stefano che si fanno grandi dentro la divisa, la polizia penitenziaria che si preoccupa delle sue condizioni solo per mettere in chiaro che lui da loro, in quello Stato, ci è arrivato così. Uomini di servizio che si lavano le mani da un sangue che li sporca proprio nel momento in cui si assicurano che loro non c’entrano nulla.

Personalmente, due sono le cose che più mi hanno colpito: la prima è quell’immagine di Stefano rannicchiato su una tavola, mentre “l’assistente” gli sta andando a gridare che è arrivata l’ambulanza. Lui è lì, senza coperta, le mani spinte nelle tasche della giacca nera, una posizione scomoda per chiunque ma che a lui dà sollievo, un sollievo che però sparisce e lascia il posto a un dolore cieco, che mentre lo vedi ti pare di sentirlo, come muovere articolazioni scheggiate, un Cristo che viene preso di nuovo, caricato della sua croce, e portato verso la prossima Stazione.
La seconda cosa è la registrazione originale sui titoli di coda, quella dove Stefano viene interrogato dalla giudice. L’avevo già sentita, negli anni, ma ascoltarla dopo il film, a occhi chiusi, se si riesce a distaccarsi dalla voce annoiata della donna, se per un attimo riusciamo a non sentire lui che le parole le tira fuori soffrendo, a un certo punto si sente il respiro di Stefano. Fateci caso. Un respiro affannato, un respiro anomalo, un trattenerlo per non sentire dolore e un rilasciarlo veloce per provarne il meno possibile.
Un respiro che non c’è più.

“Sulla mia Pelle” è un film necessario e che secondo me, almeno per la prima visione, è necessario vedere da soli. Perché credo sia l’unico modo per sentirsi anche solo lontanamente, minimamente come lui.
Soli.

Lisbona Parte – Quinta – Piccolo, Spazio, Pubblicità

Incappo in questo post che prende come scusa le canzoni uscite 20 anni fa per riassumere un po’ quello che successe nel 1998, e rimango affascinato dal fatto che, oh, sto invecchiando.
Ma proprio affascinato.
Solo per un attimo penso che, cazzo, venti anni son tanti e se tutto va bene altri quaranta e via a guardare i fiori dalla parte delle radici, “dimentichi del mondo, dal mondo dimenticati” [semicit. che se me la prendete vvb].

Ma poi ricordo mia madre che mi porta al cinema a vedere The Truman Show e due file dietro c’era un mio compagno delle medie che quando Jim Carrey sbatte i pugni sul muro di cielo in lacrime fa alla madre

“Perché piange?”

dandomi la conferma del coglione che era e che sempre rimase.

Ricordo sempre mia madre, verso la quale mi giro durante Salvate il Soldato Ryan, dopo che il nazista infila una lama intera nel cuore di uno di loro e subito dopo risparmia il porta munizioni terrorizzato. La guardo e con un volume di voce fin troppo alto le dico

“Ammazza oh, un nazista buono!”

rischiando di fare la figura del coglione di cui sopra, ma sapendo di essere semplicemente sotto shock per quello che stavo vedendo: ancora ora quel film mi mette incredibilmente a disagio, se pure non riesca a staccargli gli occhi di dosso.

Ricordo Matrix come uno dei primi film visti da solo con gli amici, al Cinema Reale di Trastevere e sì, ricordo pure che sul viale una volta usciti son stato un’ora a fare

“Swiiisssshhhh! Fiiiiiiii! Conosco il Kunf Fu!”

schivando proiettili e provando a saltare sui muri.

Ricordo che quando Sinatra morì ero a casa del mio migliore amico, e dalla madre sentii per la prima volta il soprannome, “The Voice”, perché lei disse

“Si è spento The Voice.”

e ripensare a questa scena, io e lei da soli in cucina, dopo pranzo, mi fa immaginare per una delle poche volte in vita mia un paradiso, quello classico solo cielo e nuvole, con un palco bianco e soffice dove Sinatra canta “Come Fly with Me” e il pubblico è formato solo da lei.

E la morte di Battisti invece mi fa pensare alla mia, di madre, quando la chiamo perché avevo appena saputo la notizia e la immaginavo devastata: mentre il segnale di linea libera andava mi passavano davanti i viaggi in macchina con Lucio che gridava “e guidare come un pazzo a fari spenti nella notte” e mamma faceva la finta pazza al volante e ci scherzavamo un sacco su, su quanto fosse ironico sentire quei versi in automobile, e il tutto si riassumeva con io che le dicevo

“Ah Mà, e famme grattà!”.

Mi ricordo sul muro dietro la porta di camera mia il poster verticale di Michael Jordan fotografato da dietro, a mezz’aria, mentre sgancia il suo ultimo tiro della sua carriera con i Bulls, ovviamente contro Utah, uno di quei duelli da far diventare bianchi tutti i giocatori di Cleveland e Golden State.
Il timer sul tabellone fermo sei secondi e sei decimi, la palla appena rilasciata dalle mani, il pubblico dietro il canestro che già sa: il ragazzo con le mani nei capelli, la donna con un’espressione di rabbia e stupore, il tipo seduto immobile, impassibile, morto dentro (sì, si giocava a Salt Lake City) (e poi va beh, ode a Jordan e a quel tiro e alla sua carriera e alla sua persona IO LO AMO ma dopo quei 6.6 secondi Stockton ebbe il tiro della vittoria e ci andò così vicino che fosse entrata sarebbe cambiata la storia del mondo così come la conosciamo).

E poi la musica.
Mettere su MTV e stare ore a vedere videoclip su videoclip, aspettando quello che mi piaceva di più, perdendo tempo quando passavano quelli che mi facevano cacare. Videoclip col volume sparato se nel frattempo mi scappava la cacca, videoclip con appena due tacche verdi se stavo in camera ed era tardi e non volevo farmi beccare.
E le pippe sulle Spice Girls, Alexia, Anouk (madonna Anouk quanto mi ha cambiato i connotati ormonali). Tutto era ancora confuso e sfocato, le t.A.T.u. non avevano ancora portato la loro calda corrente lesbo dalla fredda Russia, e tutto quello che vedevo erano tette.

Mi ricordo la sigla di Fifa ’98 con i Chumbawamba che “parlavano a vanvera” e il galletto francese mascotte dei Mondiali che sgambettava un pallone in giro per i posti simbolo del paese. I demo dei giochi comparti con le riviste in edicola, le sessioni frenetiche con mouse e tastiera cercando di ammazzare quei poveracci di nazisti in Commandos, (“hai capito qual è il vero eroe di questi giochi qui? Da una parte ci sei tu, che appena ti sparano puoi recuperare subito i punti vita, e dall’altra questi poveracci che sono pure dei nazisti, però sta di fatto che è gente senza alternativa!”, altra cit. che vvb se), Abe Exoddus e la grazia di essere un gioco bellissimo e con un sacco di significati. E poi perché c’erano le chicche tipo lui che ruttava e scorreggiava.
Mamma, sempre lei, che dopo aver fatto la spesa al supermercato sulla Pisana mi comprava un gioco pirata per la Playstation, comprata e modificata nello stesso momento con i miei soldi, paghette su paghette messe da parte per un sacco di tempo. Ricordo ancora che insieme mi diedero due giochi per provarla: uno di macchine e una specie di Resident Evil. Facevano cacare.
Poi va beh, un giorno comprai i due cd che componevano Metal Gear Solid: il trucco di spostare il joypad sul giocatore due per impedire a Psycho Mantis di copiare le tue mosse, la morte ululata, straziante di Sniper Wolf, la rottura della quarta parete quando le istruzioni su cosa fare venivano da normali conversazioni nel gioco

– Ehi Snake.
– Dimmi Otacon.
– Mi raccomando, non farti notare quando entri nel capannone.
– Ok.
– Devi essere silenzioso nei movimenti, trattenere il respiro ed evitare di lasciare impronte sulla neve.
– Ok Otacon. Ma come cazzo faccio?
– Premi di seguito L1, L2, Cerchio, Triangolo, Quadrato, Quadrato, Quadrato, Ics, Quadrato, Quadrato, L1, Ics.
– Aspè ripeti che me lo segno. Otacon? OTACON?

Alla fine, se mi è venuta in mente tutta ‘sta roba da un elenco di cose successe nel 1998, le cose sono due: che ancora mi ricordo le cose e che quell’anno, considerando quello che ho scritto, è stato una sorta di punto di rottura. Forse è lì, in quei mesi, che ho cominciato a farmi un’idea, a capire di essere un qualcosa con i suoi pensieri, i suoi gusti, i suoi giudizi e i suoi pregiudizi. Credo sia in quel periodo che ho cominciato e mettere il naso, la curiosità vera e propria fuori di casa, annusando il mondo e cercando di capirne gli odori, che ancora oggi non distinguo e che so non riuscirò mai completamente.

Forse è nei miei tredici anni, che ho cominciato a diventare adolescente.

E la cosa fica è che non ho mai smesso.

Here I Come to Save the Day!

Avevo 14 anni quando andai al cinema per vedere “Man on the Moon”.
Jim Carrey fino a quel momento lo conoscevo per i film per i quali lo conoscevamo tutti: Ace Ventura, Scemo + Scemo, le facce, le smorfie, il volto di gomma.
Quel giorno al cinema ricordo che i primi minuti io e mia zia Anna eravamo piegati in due, nel vederlo sbucare da vari lati dello schermo, muto, con gli occhi sgranati e un giradischi degli anni ‘50 che gracchiava una canzone ancora più vecchia.

Poi la rivelazione: Carrey è un attore vero. Di quelli seri, potenti, e soprattutto bravi.
Ricordo un peso enorme all’uscita dalla sala, gli occhi lucidi, nella testa l’eco delle risate del pubblico nel film e le grida silenziose di Andy Kaufman, Tony Clifton, il dolore degli incompresi, la sofferenza degli unici.

Ieri sera ho visto “Jim & Andy – The Great Beyond”, un’altra epifania: Jim Carrey non va perso. Non va lasciato in mezzo ai suoi demoni, tra gli incompresi, tra le perle rare. Carrey per quel film ha fatto qualcosa che non sapevo e che non mi sarei mai aspettato, qualcosa di pazzesco, ma nel senso proprio di pazzia, follia, da rimanerci secco o comunque disidratata nell’anima, nel sapere chi sei, chi eri prima del ciak numero uno e chi sei diventato nel momento in cui le luci di quel set si sono spente per l’ultima volta.

Un Giano Bifronte, quello del documentario.
Un ragazzone con la barba e qualche anno più in faccia rispetto alla carta d’identità, compare in mezzo a una giovane di nemmeno trent’anni che una volta entrato nel personaggio, non ne è più uscito. Ma diversamente dal dio greco Carrey guarda indietro e al presente, senza curarsi del futuro.
Si guarda alle spalle, lontano, ricorda quei giorni senza mai un velo di tristezza (tutto sta in quei “NO” alle domande se gli mancasse Andy, o Tony), senza mai rimpiangere nulla né scusarsi per i grandi casini combinati sul set. Parla della sua carriera fino a quel momento, tira già qualche numero su quello che è ora, e nulla più.

Ma in quell’ora e mezza c’è, e passatemi la frase fatta, “il Jim Carrey come non l’avete mai visto”.
Quello che ha provato a togliersi The Mask dalla faccia provando ad essere se stesso.
Solo che per riuscirci, o anche solo tentare, sì è dovuto calare nei panni di qualcun altro.

L’unico consiglio che posso darvi è quello di vedere “Man on the Moon” prima, di “Jim & Andy – The Great Beyond”, anche e soprattutto se lo avete già visto, anche e soprattutto se non avete idea di chi sia stato Andy Kaufman, di quanto abbia dato al mondo dello spettacolo e quanto questo stesso mondo lo abbia rigettato, mai capito, fino a deriderlo e abbandonarlo.
Solo così è possibile capire che cosa ha fatto Jim Carrey in quel film, cosa hanno dovuto sopportare i vari Danny de Vito e Paul Giamatti, scoprirete che Courtney Love è simpatica e che Milos Forman ha rischiato più volte l’esaurimento.

Da vedere se Carrey lo amate, lo odiate, o semplicemente se lo avete considerato sempre una macchietta.
Sarà una scoperta incredibile.