Uno Con Due Spalle Così

“Io, in vita mia, ho avuto la possibilità di stare con delle ragazze.
Lo so, lo so.
Sounds incredible.
Comunque non tante eh, rispetto ai racconti degli amici dai quindici anni in poi, che è tutto uno scopare e dimenticarsene.
Quando mai.
Però ecco, nonostante non sia un adone pare almeno io sia simpatico, e questo si dice porti a metà dell’opera. Solo che non suono in un orchestra e quindi ‘sta seconda parte dell’opera mi torna spesso difficile. La maggior parte delle volte son state loro a fare un primo passo, almeno per farmi capire che se si erano appena tolte il reggiseno da sotto la canottiera, non era perché faceva caldo (true story!).

Ma si sa, certe cose o le impari o non saprai mai come fare in alcune situazioni.
O meglio, lo sai pure, però poi ti scatta un turbinio di pensieri e dubbi e paura del rifiuto o della denuncia e quindi non ci provi mai.
E così, più o meno, da sempre.

Poi va beh, cresci e fai cose e conosci gente e piano piano ti ritrovi a 35 anni single e con delle domande. Che uno li chiamerebbe complessi ma, di nuovo, non suonando strumenti non mi piace catalogare ‘ste cose in ‘sto modo pesante. Però ecco, uno ce pensa a certe cose.
Mi spiego meglio.

Nella fascia d’età 12 – 18, giocando a basket e avendo ancora un po’ di massa muscolare prima di trasformarmi in Christian Bale ne L’uomo senza Sonno (ma ovviamente meno fregno), stavi fisicamente messo bene. Di nuovo, non ero un adone, per la maggior parte del tempo le pischelle erano già viste come amiche e quindi pure l’altroieri si scopava ieri.
Però ho mantenuto un fisico asciutto ma con una forma decente per qualche anno.
Poi il lento declino della terza età che arriva a vent’anni, tra uffici, sedie scomode, voglia di vivere pari a quella di Monicelli in ospedale, poco sesso discreta droga e rock’n’roll mi ha portato ad avere un fisico diverso.

Qui la premessa però devo fartela: a me, di avere il fisico o un po’ di muscoli o cose del genere, non me n’è mai fregato un cazzo, sia chiaro. Ho sempre accettato il mio corpo, ci ho lavorato sicuramente poco ma non posso dire di star peggio di tanta altra gente. Diciamo che mi è sempre andato bene così e non ho mai sentito la pressione di doverlo scolpire. Non ho manco mai passato più di cinque minuti allo specchio in vita mia. Prendere o lasciare insomma.
Poi è successo qualcosa.

In tutti ‘sti mesi pesanti come un post di Fusaro, ho cominciato a guardarmi con occhi diversi. Tra tutti i vari pensieri che rimbalzano nel mio cranio enorme, alcuni tornano veloci e taglienti. Anni di battutine sulle mie spalle, sulla panzetta, sul fatto che stavo gobbo. Ammiccamenti a uomini con schiene più dritte, culi più sodi, barbe più folte. Sia chiaro eh, anche io ci scherzo e anzi, spesso mi son ritrovato a invidiare genuinamente uomini più attraenti di me. O forse è solo la mia latente omosessualità, ma pure qui è un’altra storia.

Fatto sta che ogni tanto riaffora una frecciatina, una battuta, e tutto finisce nei miei occhi quando mi guardo allo specchio. E lo schema è simile ogni volta: appena mi guardo in faccia mi dico che alla fine, così brutto non sono. Poi scendo, e subito le spalle mi rimettono coi piedi per terra. Le tiro su, comincio a ripetermi che anche solo stare così potrebbe aiutarmi ma dopo dodici secondi sono di nuovo Quasimodo che suona le campane a morte.
Arrivo alla zona panza e lì la cosa si fa strana.
C’ho i fianchetti, sempre avuti e giustificati con il termine maniglie dell’amore anche se, a memoria, non è che ci si sia aggrappata poi tanta gente. C’è quel sottile strato di grassetto sulla vita, e la cosa strana è che ci son giorni in cui mi dico che ci sta, e altri in cui mi sembra di non riuscire manco a vedermi l’uccello.
E poi il gran finale: un culo più assente di me quando andavo al liceo.

Ora, io lo so che sta roba è personale, però penso pure che vada condivisa perché in un periodo di movimenti per la parità, il confronto, l’eguaglianza tra uomini e donne ci si scorda spesso che se da una parte le donne han passato gli ultimi millemila secoli a doversi sentire in costante gara col resto del mondo, negli ultimi anni molti uomini tipo me, che sbagliano tanto ma cercano sempre di correggersi, che non sono nati imparati, che provano a stare sul pezzo di tutto quello che succede nel mondo in questi ambiti, hanno difficoltà a rapportarsi sotto questo aspetto.
Ci sentiamo fuori luogo, fuori tempo, inferiori rispetto a chi fa del suo corpo un piccole tempio. Non è un pianto, il mio, non è una critica, non è la speranza di sentirmi dire

– Ma che dici dai, sei bellissimo!

(grazie Matre)

Questo non è nulla se non un pensiero grosso come il culo che non ho e che mi pesa molto in questo periodo.

So bene, benissimo che tutto è dovuto a quello che è successo negli ultimi mesi, alla rabbia, alle delusioni, e che verrà il momento in cui nella testa scatterà qualcosa e mi ritroverò di nuovo ad apprezzarmi per come sono.

Simpatico.”

Una Manciata di Minuti

“L’altro giorno ero in un parco e a un certo punto dal cielo sono arrivati versi sguaiati e gracchianti, dal nulla. Era l’ora del tramonto, e i colori di ‘sta città a quell’ora raramente sono anonimi. Quella sera c’era tutta la scala di rosso e blu senza nemmeno l’appoggio di una nuvola in cielo. Solo rifrazione su quella che sarà stata l’umidità folle di queste sere.
Insomma, son lì a provare a non pensare quando uno stormo di pappagalli mi passa sopra la testa, in formazione, per poi dividersi senza senso (per me, stupido umano) e alcuni poggiarsi su un paio di alberi, e altri tirare dritto verso altri posti.
Sia chiaro, non è la prima volta che vedo i pappagalli in città. A Roma anni fa li vedevi solo nelle zone dei parchi, ma ormai è facilissimo trovarseli a volare sopra le macchine, per le strade, sempre al tramonto.

In quel momento però sono arrivati un po’ a squarciare il silenzio di quell’attimo, e pure i pensieri non pensieri che stavo cercando di avere. E un po’ a ricordarmi che alla fine c’è un sacco di roba, a Lisbona. Son cazzate eh, poi tu mi conosci e lo sai bene, ma son quelle cazzate che mi fan fare tutta una serie di associazioni mentali e mi portano a pensare ad altre cose, magari più importanti, magari meno, ma che arrivano sempre al punto (almeno in questo periodo) di farmi arrivare a un qualche tipo di conclusione.

Provo a spiegarti: vedere quei pappagalli così, all’improvviso, mentre ero lì a cercare di non pensare che alla fine mi pare sempre tutto uguale, ha spezzato quel non pensiero e mi son detto

– Oh, anvedi i pappagalli!

Non me li aspettavo, capito? Ché non è che sto lì a pensare tutto il tempo che alla fine, dopo piccioni, gabbiani, passeri, papere, oche, cigni e pavoni, puoi vedere pure i pappagalli.
E allora ho pensato

– Cazzo, sarebbe fico vedere i delfini, pare si facciano notare spesso nel fiume ultimamente!

Che la gente racconta di averli visti, vedi le foto sui social degli account ufficiali della città ne promuovono il ritorno, insomma cazzo i golfinhos a duecento metri da macchine e smog e umani è roba che fa impressione.

E poi ti ricordi che ‘sta città ha un sacco di cose. Ti ricordi, e allo stesso tempo lo scopri per la prima volta davvero. Scopri che c’è gente che non conoscevi e con cui all’improvviso ti ritrovi a chiacchierare per ore. Gente simpatica, gente meno, gente anonima e gente che ti rimane impressa sulel retine. Ci sono locali e posti in cui mangiare dove non eri mai stato, che ora poi per bere dopo le 20 devi per forza mangiarci qualcosa e allora andiamo allo spiedinaro, mi ritrovo in un Capoverdiano, la sera dopo in un messicano a mangiare nachos.
Ti ricordi di gente bella che è sempre stata qui, ne scopri tante cose nuove e capisci che se quella gente bella ti piaceva prima beh, adesso la ammiri e la stimi ancora di più.
Capisci che hai fatto bene qualcosa (anche se non so cosa, quando, come) e ti ritrovi invitato a casa dei tuoi amici a berti tanti bicchieri e a parlare di altrettante cose, a sentire la musica e a raccontargli delle tue decisioni.

Ti ritrovi pure a fare piani che poi non rispetti, perché vuoi un po’ di anarchia e perché trovi di meglio da fare, che rispettare i dogmi della routine pure quando stai in ferie. Monti e smonti, giri e ti fermi, capisci che intorno a te c’è sempre stata un sacco di roba che ti darebbe da fare per i prossimi decenni.

Che poi oh, son momenti eh.
Roba di giorni fa, durata una manciata di minuti.
Passa subito, veloce come uno stormo di pappagalli.”

La Morale

CR

“Mi chiedi dove sta la morale, in tutto ciò?
Dipende che intendi, per morale.
E poi dai, la morale alla fine delle storie è una cazzata. Son lineeguida, ma uno può anche non rispettarle. Magari vai fuori binario ma non ci sarà mai nessuno a dirti

– Eh però Cappuccetto Rosso finisce così per un motivo no?

Sì, perché la madre manda una ragazzina di 10 anni nel bosco vestita di un solo trench, per farsi i chilometri per andare dalla nonna. La morale non dovrebbe essere che non devi fidarti degli sconosciuti, ma che certe persone non dovrebbero fare figli.

Quindi la morale, qui, manco so se c’è.
Che poi appunto, quale?
Perché qua non c’è manco quel tipo di morale, non c’è etica, non c’è manco proprio il rispetto del prossimo su cui uno potrebbe basare i suoi valori e costruirci qualcosa.
Qui la morale non c’è, punto.

Qui c’è solo confusione, istinto, una serie di cose che invece di fare somma diventano lista di accuse da spuntare: tu sei così, tu cosà, non possiamo fare questo o quello, dovresti fare quell’altro. Non c’è una serie di più sulla destra né un uguale alla fine. E se non sai il risultato, non puoi nemmeno capire le cifre prima.

La morale mi chiedi.
Me fai ride.

Qua c’è solo cattiveria, orgoglio, codardia.
C’è l’essere convinti di essere sopra a tutto, senza essersi mai fermati un secondo a guardarsi davvero dentro. Oppure è stato fatto e quello che si è visto ci fa schifo, perché per anni si era convinti di essere in un modo e invece, guarda un po’, sei fatta in un altro. Sei una persona mediocre che vive una vita mediocre e trasforma il suo disagio con se stessa in problemi da riversare sull’altro.

Ecco guarda, se proprio ci dev’essere la morale, facciamo sia questa:

mai, mai, mai pensare di poter salvare qualcuno.
Non siamo pompieri né infermieri, non lavoriamo sulle ONG, e non sappiamo nemmeno come salvare noi stessi. Quindi la morale, o il consiglio, chiamalo come cazzo te pare, è mai essere bastone di qualcuno che invece sa camminare benissimo.
Perché alla fine pensi di essere zoppo tu, mentre l’altro comincia a correre fortissimo.”

E invece parla

“Ma perché cazzo la gente dice le cose e poi non le fa? Quale contorto ragionamento ti porta a dire, parlare, qualche disperato tentativo vuoi fare se poi, alla fine, son parole al vento?
Prendi me: mi piace parlare, ma tantissimo. Posso star lì ore a chiacchierare cambiando argomento senza grossi problemi. Ho dialettica, metto bene insieme le parole e questa cosa spesso mi ha aiutato a sembrare un po’ più meglio assai di come io sia veramente. Ma non ho mai fatto credere a qualcuno qualcosa. Non è che abbia mai detto a qualcuno

– Oh, domani non hai capito, andiamo qui e lì e anche là!

per poi sparire.
E parlo di cazzate poi eh. Nel senso, ne dico tante e in questo momento parlo di cazzate, cioè di cose stupide che sto prendendo ad esempio ora per dire che certa gente a volte dovrebbe stare zitta e basta.
E invece.

E invece parla.
Parla spesso nei momenti sbagliati, raramente in quelli giusti ma comunque dicendo vaccate, parla a vanvera pur di riempire un silenzio che magari, in quel momento, va affrontato e basta.
E invece parla.
Parla lanciando piccoli sassi che ti colpiscono senza lasciar segni, la mano subito nascosta e l’altra con l’indice alzato a roteare, della serie

– Chi sarà stato?

‘sto cazzo.
Ci siamo solo io e te qui eh.
Si poteva star zitti.

E invece parla.
Parla per riempire il vuoto che si sta per creare, parla per disperazione, parla perché non ha parlato per troppo tempo.

E tu?
Tu stai lì e ascolti.
Stai disarmato a sentire cose che ti montano dentro come il bianco dell’uovo nella ciotola, crescono dentro e rimangono appiccate, appiccose dentro la tua testa.
E mentre la gente parla tu, che hai tutti i difetti del mondo, in quel momento quasi ti incazzi e sai già che quello verrà usato contro di te nel tribunale del torto. Sarai unico imputato contro giudice e giuria e accusa tutti con la stessa faccia dura, orgogliosa, che punta il dito verso di te per rispondere alla domanda

– Può indicare la persona che si è alterata durante la discussione, portando l’accusa a pensare di avere ragione?

E tu che sei lì, solo, senza avvocato, che provi a difenderti ma scopri che in realtà tutto il processo è finto, fin dall’inizio. Costruito ad arte solo per metterti alla gogna e sperare tu venga divorato dai sensi di colpa dopo, quando il verdetto è che sei un tiranno, uno stronzo, uno che non ha lasciato spazio o parola o movimento alle persone, uno che parla per soggiogare, uno che sta zitto per ferire.

– Vostro Onore, sa che c’è? Ma andate tutti quanti affanculo!

Vilipendio!
Oltraggio!
Come ti permetti?
Adesso, basta, non parlo più!

E invece parla.

O anzi, a quel punto, ha parlato.
E non c’è appello, contro appello né tribunale speciale che possa assolverti ormai. Tutto è deciso, tutto quanto è stato già certificato: sei una merda.

La fortuna mia è che so come sono fatto, quello che ho fatto e (più o meno) quello che vorrei fare.
Ho dei punti fermi, ho provato a farci girare sopra altre persone ma tant’è, gli altri son gli altri e puoi dirgli (e non dirgli) tutto quello che vuoi.
Alla fine c’è il libero arbitrio, anche se certe persone lo scambiano per

– Io faccio come me pare, tu puoi anche morire.

senza pensare che magari un poco di empatia farebbe bene a tutti.

Ma ognuno è libero di fare come vuole, ma deve ricordarsi che ci sono sempre conseguenze per le cose dette, e anche non dette.
Perché un giorno si realizzano.
Mentre ci si sta per addormentare, mentre si scopa con una persona, mentre sembra che tutto vada bene un piccolo, piccolissimo ictus di ricordi esploderà nella testa delle persone, che in quel momento realizzeranno quanto sarebbe stato importante star zitti, per davvero.”

Ma pensa a te!

 

“Eccolo, il groppo al petto. Io la gola in questi momenti ce l’ho libera eh. È il petto che mi si contorce. È come se il cuore mi cominciasse a rimbalzare da una parete delle costole all’altra, tipo palletta di gomma lanciata con prepotenza dentro la tromba dell’ascensore. Quello, e lo stomaco che sembra avere un inizio di nausea da celiachia / sbronza / intossicazione alimentare, ma poi non fa altro che rigirarsi senza mai farti fare una vomitata liberatoria.
È un po’ la sensazione che provavo quando sapevo di dover essere interrogato, al liceo, ma non avevo fatto un cazzo di niente per prepararmi. La mattina mi svegliavo col cuore impazzito, lo stomaco in subbuglio, divorato dai sensi di colpa e dal terrore della figura di merda che avrei fatto di fronte ai miei compagni. E anche lì, non che m’importasse molto della classe in generale, ma di quelle poche persone che ci tenevano alla mia salvezza scolastica, e che puntualmente deludevo tra scene mute e ripetizioni disastrose.

Ora però quello che non capisco è che onestamente qui, io, i sensi di colpa mica ce li ho. Cioè, in questo caso specifico dico, che se poi devo pensare alla vita mia ho più sensi di colpa stupidi, meschini, cristiani che manco tutti i preti del mondo passati / presenti / futuri.
Io dico qui, ora, in questo momento storico, mi sento la coscienza abbastanza pulita but still il cuore rimbalza e lo stomaco si contorce.
Allora mi rendo conto che è rabbia. La rabbia dei finti impotenti. La rabbia di chi, diciamocelo onestamente, non è che abbia tutti ‘sti problemi nella vita a parte pochi soldi e la celiachia, e che quindi deve riversare da qualche parte le frustrazioni che la vita, e qui non c’è un cazzo da fare, le frustrazioni che la vita ti spinge nel culo.
Ognuno reagisce come meglio crede, ma io onestamente quelli che non soffrono per amore, o dicono di non soffrire per amore, ecco io a quelli gli spaccherei la faccia. Ma senza pensarci eh. La soglia del dolore è unica per tutti, quindi c’è chi (tipo me) si lamenta per una scheggia nel polpastrello, e chi sbatte la testa una cappa troppo bassa e non fa un fiato.
Però in amore non può esserci soglia del dolore dai. L’amore è quella merda totale che ti fa sentire vivo e bene e intorno tutto è un cazzo de arcobaleno e orsacchiotti di gomma poi quando finisce è il Sottosopra di Stranger Things e quindo o sei Eleven e c’hai i poteri e riesci in qualche modo ad allontanare i demoni (soffrendo e sanguinando e perdendo la retta via), oppure sei Duftin che strilla a ogni rametto che scrocchia e speri solamente che presto presto prestissimi qualcuno ti si porti via da quel luogo di morte e distruzione e immagini della tua ex che si fa ingroppare da Costaricani belli e neri come la morte.

Ecco vedi, poi ti ritrovi a pensare a ‘ste cose mentre il mondo ti strilla “pensa a te! pensa a te!” e tu a te ci stai pensando, solo che è un te pieno di voglia di vendetta tremenda vendetta ma non stai nell’età della pietra, non hai una clava in mano e per queste cose le rivolte in piazza non si fanno.
Io a me ci penso sempre tutti i giorni perché quello che penso son cose che mi riguardano e quindi, di conseguenza, pure se delocalizzato come un call center a Tirana negli anni 2010, io sto lì nei miei pensieri. Sono centrale e lontano allo stesso tempo, ma anche se penso solo ed esclusivamente a un’altra persona, a che fa, a quello che dovrebbe fare per, alla fine parliamo di una persona che conosce me, con me che la penso e che le auguro il meglio (o il peggio) e sempre con me che dovrei pensare più a me, è vero.
Se penso alle volte che ho pensato agli altri e mi son messo in disparte, anche solo in testa, per cinque minuti beh, in effetti son 300 secondi che potevo farmi (e letteralmente eh) i cazzi miei.

E poi ho notato una cosa, un cosa che prima non avevo e invece adesso guarda un po’. A volte mi pare io mi scordi di respirare. Pare possibile? Pare. Sono lì che guardo un Netflix, o che magari sto provando anche a dormire, ed ecco che il cuore batte due colpi della serie “ehi zio, manca ossigeno” e BAM! ti ritrovi a tirare una boccata d’aria così intensamente che nemmeno Sasha Grey agli esordi.
È la prima volta, dall’attacco di panico, che la merda in testa scende nel corpo e lo confonde, lo spiazza e gli fa dimenticare anche le cose basilari come respirare.

Roba strana la testa eh?
Certe volte penso di averla troppo piena, altre volte troppo vuota, di sicuro ci passa un botto di roba e forse è per quello che poi deve scendere giù a farmi rimbalzare e contorcere tutto.
Che fuori ridi e scherzi e dentro c’hai solo morte e distruzione.
Oh, uno poi ne esce eh. Uno ne esce sempre.
Come la merda, come l’aria dai palloncini, come i ricchi, come i bianchi, come non fosse mai successo.
Però intanto succede e allora un qualche modo lo devi trovare, per uscirne il prima possibile, e forse il modo migliore rimane smettere di empatizzare e diventare egoista, pure se non sai come si fa e lo fai male. Però ecco, l’unico modo per uscirne è fare lo stronzo, che tanto c’hai una scuola intorno che non chiude mai, manco con la pandemia.”