E Nessuno Ne Spoilera – 1×01

Considerando che:

– chi mi segue da un sacco (ciao Mamma!) sa che inizio rubriche che durano di media tre puntate quindi state tranquilli che ‘sta cosa durerà poco, ma almeno ci divertiamo;

– scopro ora che in Italia ENSS, acronimo del nome della rubrica, con una S di meno starebbe per Ente Nazionale Sordi, e che le recensioni che verranno non contengono suoni e comunque ci sono i sottotitoli nei link che metto, come casco casco bene;

– magari parlerò di serie che chi sta più infoiato di me (e cioè il 90% di persone con un account più o meno legale per lo streaming) sta vedendo o ha già visto o di cui ha già sentito parlare. È per dire che non sto qui a fare il recensore, né la guida catodica a nessuno. Se pensiamo pure che ancora non ho visto roba tipo Peaky Blinders, Mad Men, The Marvelous Misses Maisel o nulla della Marvel o di Star Wars, confrontarmi con chi ha roba da consigliarmi sarà sempre il benvenuto. Poi magari non la vedo, però a segnare segno tutto;

– magari ci scappa pure qualche film, ma il mio cervello preferisce distribuire dozzine di ore di serie TV su altre dozzine di giorni, piuttosto che concentrarsi due ore in una sera, quindi boh poi penso a qualche film;

– magari scrivo di puntate viste giorni fa, senza averle riviste e quindi sì, chissà se quello che scrivo è esattamente così;

– come dice il titolo di sicuro ci scappa qualche spoiler ché, ripeto per quelli che ancora non hanno letto tette o Putin nel testo fino a questo momento, non sono un recensore. Sono un fattone che pensa di avere sonno da perdere per scrivere cose che il giorno dopo leggeranno i soliti (ciao Mamma!) e che non contribuiranno in nessun modo alla sua già inesistente fama né a un dibattito pubblico sulla questione;

dichiaro che possiamo iniziare con la prima puntata della rubrica “E Nessuno Ne Spoilera”, dove andrò a dire la mia (assolutamente non richiesta) opinione su serie TV e magari qualche film di cui nessuno pare stia parlando. Che se andassi a fare una ricerca su Google scoprirei che è roba candidata a tutto, ma sono pigro, in fotta di scrivere e perché no, un poco arrogante ad andare controcorrente. E comunque sì, sto vedendo Dahmer ma la devo diluire con altro sennò finisco in uno dei tanti gay club di Lisbona a cercare la mia prossima preda.

The Patient

A me piacciono un sacco le serie che mi insegnano qualcosa, o che mi toccano per qualche motivo da vicino, o che comunque le guardo e dico “ah vedi, qualcosa di originale” solo che sto da solo e quindi mi zittisco, che voglio seguire la puntata. In questo caso ho visto che c’era Steve Carrell ma che la locandina non faceva intuire nulla di divertente, quindi ho messo play.

Praticamente Alan (Steve Carrell) è uno psicanalista ebreo che pare sia bravo (che sia ebreo è sicuro, fa molto parte di tutta la serie, fino ad ora) e che vedi districarsi tra i suoi pazienti con un montaggio serrato di persone che gli raccontano i cazzi loro, intermezzati da una signora che gli fa le condoglianze, e questo ragazzo suuuuuuper creepy con i classici occhiali da sole che se compri solo se sei un serial killer o Walker Texas Ranger e non essendo il ragazzo chiaramente né Chuck Norris né un lontano parente, capisci che c’è qualcosa che non va.

E infatti quel qualcosa è ‘sto pischello che rapisce Alan e lo incatena in uno scantinato vicino a un letto, un paio di contenitori per pisciare o fare la popò, e a un sedia con un tavolino davanti. In breve, si capiscono due cose: la prima è che Sam, lo psicopatico, sta in fissa col cibo orientale e ogni sera torna con roba diversa e così particolare che i nomi li pronuncia e tu ti fidi. Non è mica come uno che dice sushì con l’accento sulla i e non su la u e tu lo prendi per il culo. Cioè, pare che ne capisce.

La seconda cosa è che s’intende (perché glielo dice) che Sam vuole fare terapia ché lui è matto vero e ammazza la gente. Il padre lo menava forte e poi è scappato, la madre per carità una santa tant’è che sa tutto di ‘ sto fattaccio del figlio assassino e rapitore e quando vede Alan mica lo libera ma piange e dice “e sì lo so Sam sta fuori di testa ma o così o mica posso fare tutto io eh? e i panni, e piatti, e quello che mi strozza la gente e poi ci sta male. e su, manco a fa così però! almeno lei signor dottore lo può aiutare”, quindi non vedo cosa può andare storto.

Spoiler: un po’ tutto.

Ma la cosa che più mi sta colpendo di questa serie (al momento sono in pari, alla settima di dieci puntate, e capisco essere autoconclusiva) è il contesto in cui si sviluppa il legame dello spettatore con Alan.

Come dicevo all’inizio, il ruolo della religione ebraica è fondamentale per capire come Steve Carell ha lavorato sul suo personaggio. Carrell non è ebreo e io sono ignorante come la merda, quindi vedere uno come lui, che ci ha abituati a roba ipercomica per cui sì devi studiare ma lui c’è nato mortaccisua, calarsi nei panni di uno psicanalista ebreo per cui la sua religione ha avuto molti pesi specifici nella sua vita, è sconvolgente.

A parte che va beh, manco sapevo che almeno in una preghiera gli ebrei concludessero alcune frasi con AMEN, le parti che piano piano si fanno più interessanti sono quelle in cui alcuni aspetti del passato più o meno recente di Alan (il lutto, la famiglia, il fondamentalismo) fanno diventare il fatto che comunque sta incatentato in un sottoscala costretto a pisciare in un pappagallo mentre uno psicopatico minaccia di ammazzare il prossimo stronzo che gli fa girare il culo ecco, un fatto laterale. Per me, i momenti di costruzione di come Alan sia arrivato lì, al netto che possa esserselo in qualche modo meritato o cercato, sono fondamentali per capire se può davvero liberarsi da quella catena fisica così come di quelle mentali e del passato. E se per metà serie abbiamo provato a scansare insieme a lui la violenza che gli si parava di fronte, adesso i ricordi così come l’autoterapia da meditazione sembrano servire a prendere l’iniziativa nel presente, dopo anni di possibile passività.

Carrell fa davvero un lavorone e io, che ovviamente non ho visto nulla con lui in ruolo drammatico se non un numero indefinito di volte Little Miss Sunshine, rimango davvero affascinato da un uomo capace di farsi fare la ceretta per davvero in 40 Anni Vergine, surclassare il protagonista indiscusso Jim Carrey in Una Settimana Da Dio, riuscire a essere tutto questo e l’assoluto opposto grazie a una barba, un paio di occhiali e a una bravura fare quello a cui non siamo abituati davvero rara.

Il colpo di genio finale è fare puntate da meno di mezz’ora, che per un drama è cosa rara, e soprattutto riuscire a condensare tanto del passato dei protagonisti senza fagocitare il loro presente.

Voto boh, che cazzo sò un arbitro. Comunque la fanno su HULU, prodotta da FX.

A Pieni Polmoni

Non è che ci fosse nato, con quel problema. Solo che non ricordava la sua vita senza, quel problema.

I suoi ricordi partivano dalle prime notti insonni, da bambino, e passavano per la paura di venir inghiottito dalla sua stessa stanza da adolescente, con i Red Hot che lo guardavano dai poster con un calzino sul pisello e lo sguardo di compassione.
I concerti in cui doveva allontanarsi dalla mischia appena iniziati, le ore di educazione fisica passate a guardare gli altri correre, le prime volte ancora più imbarazzanti di quanto non siano già, con lui che col terrore di durare troppo e collassare, durava troppo poco.
Non c’era un ricordo che non fosse già avvelenato da quel problema.

Non era mai riuscito, in vita sua, a fare un respiro completo.

Non che ansimasse come un carlino, con la lingua di fuori e gli occhi a supplicare l’abbattimento. Anzi, la maggior parte della gente non se ne rendeva nemmeno conto e questo non faceva che aumentare il suo disagio.
Poche persone ne erano a conoscenza.
Certamente sua madre, che fin da subito fece il possibile per lenire le angosce del figlio pur consapevole della natura psicosomatica, più che fisica, di questo problema. Ma nessun pediatra, dal miglior Big Pharma al peggior New Age, era mai riuscito a fargli riempire del tutto i polmoni.

Un’altra persona che lo sapeva era una sua ex ragazza di quando aveva vent’anni che, stufa di provare a farlo durare più di cinque minuti, lo lasciò per un apneista e non si fece mai più sentire.
Perché una delle conseguenze peggiori che aveva scoperto con l’adolescenza era la difficoltà fisica che sì, in quel caso, lo faceva respirare come un maniaco che chiama a notte fonda, mischiata a quella psicologica della situazione: se provava a concentrarsi sulla partner subentrava la normale preoccupazione di fare figure di merda, subito sostituita dal respiro cortissimo e impossibile da completare, e quindi provava a distrarsi concentrandosi sulla partner e così via, in un loop che lo portava a diventare viola di imbarazzo e tachicardia.

I suoi amici lo prendevano per il culo il giusto, invitandolo a calcetto solo se serviva il portiere, o chiamandolo “Fiatocorto” durante le visioni collettive di Game of Thrones.

Ma il resto del mondo ignorava completamente la sua condizione e lui faceva di tutto per non darla a vedere. Spesso scorreva nella mente tutte le volte che confessarlo, o anche solo dirlo, avrebbe forse cambiato il corso degli eventi, piccoli o grandi che fossero.

Il suo esempio madre lo teneva stretto per sé, di quel giorno di mesi prima in cui camminava lento verso la fermata del bus che lo avrebbe portato a lavoro al centro. Aveva le cuffie grandi premute sulle orecchie, i passi a ritmo di Purple Haze quando notò lei che, poco più avanti, si era girata e con un cenno della mano stava provando a catturare la sua attenzione. Aveva i capelli rossi, crespi come la carta regalo di quella buona, gli occhi verdi e grandi da cartone animato della Disney e un vestito rosso con i rombi blu, leggero come fosse fatto di vento. Lui si sfilò le cuffie e le regalò un sorriso timido dei suoi, le labbra e le palpebre strette come in un’espressione da parente benevolo.

– Ciao! Scusa, ma alla fermata laggiù passa il 98 per il centro?

– Sì sì, ferma lì.

– Ma sapresti anche dirmi qual è la fermata vicino al museo di Storia?

– Beh guarda è la stessa a cui scendo io per l’ufficio, se vuoi saliamo e scendiamo insieme.

Quasi si sorprese, per questa botta d’intraprendenza.

– Volentieri!

La sorpresa fu doppia.

S’incamminarono uno accanto all’altra così, nel modo più naturale del mondo. Dovevano costeggiare un giardino pubblico per qualche centinaia di metri, prima di arrivare alla banchina, ma nessuno dei due sembrava riuscire a dire nulla. Nell’aria c’era quella piccola, leggera scossa elettrica, come quelle che partono dalle sfere di metallo e toccano la superfice di plastica nelle lampade da due soldi che si mettono in stanza per fare atmosfera. Entrambi sembravano temere che il parlare, così come il toccare le sfere da due soldi, avrebbe concentrato tutta l’elettricità del momento, mandandoli in corto.
Era tarda mattinata e nel giardino c’erano poche persone: qualche mamma distratta dal telefono mentre il figlio era intento a fare scorpacciate di terriccio, badanti che al contrario seguivano ogni passo di bambini scatenati che si rincorrevano e si gettavano a terra, per poi puntarsi contro il dito piangendo come se non ci fossero statepesante  orecchie a sentirli. Appoggiata alla staccionata in legno, rivolta al marciapiede, c’era invece una piccola cucciola d’uomo con i boccoli biondi e gli occhi che seguivano chiunque passasse lì davanti, le mani poggiate su uno dei piccoli tronchi e la calma di un santone addosso. Lui, che cercava di camminare più leggero di quanto in realtà non si sentisse, la guardava fissare prima una signora con la spesa e il maglione rosso nonostante la primavera fosse già arrivata da un po’, per poi passare al giovane in completo di lino con l’auricolare in fiamme e gli occhiali a coprire gli occhi che si rigiravano ad ogni richiesta di qualche cliente troppo esigente. La cucciola d’uomo seguiva con occhi e testa fino a incrociare qualcun altro, e così via, come stesse assistendo a una lentissima partita di ping-pong.
Arrivò il loro turno, e ovviamente i piccoli occhi puntarono la fresca non-coppia e cominciarono a seguirli. Lui, che dei due era quello che camminava più vicino alla staccionata, agganciò lo sguardo della piccola e le sorrise, di nuovo come un nonno stanco ma orgoglioso della nipote, ma senza aspettarsi una reazione che invece arrivò pronta, come se non aspettasse altro: alzò la manina fino all’altezza del viso, e cominciò ad aprire e chiudere il pugno.

– Tào! Tào!

– Ma tào a te, cuccioletta!

Si vergognò subito per quella reazione immaginando la ragazza che lo vedeva come un rapitore di neonati e, sentendosi gli occhi di lei puntati addosso, spostò goffamente lo sguardo dalla bambina agli alberi, cominciando ad annuire come se stesse provando a riconoscere la specie. E la ragazza lo stava guardando davvero, ma con gli occhi dolci e un sorriso un po’ ebete tagliato sulla bocca di chi ha visto in quella risposta il bambino che c’è in lui. E fu lì che lei disse:

– Comunque mi chiamo

– Aobbù! Aobbù!

La cucciola di uomo aveva trasformato il piccolo pugno in un dito che indicava dietro di loro.

– Aobbù!

Lui immaginò fosse la parola chiave che i genitori della bimba le avevano insegnato in caso di una situazione caramelle-da-sconosciuti ed ebbe un principio di attacco di panico, mentre lei si girò nella direzione che puntava il ditino e sibilò un

– Mapporc.

Volutamente troncato, ma intuibile.
La bambina stava dicendo autobus, e la sua gioia nel vedere tale mezzo li aveva inconsapevolmente avvisati del suo arrivo.
Lei fece qualche passo scattando ma, sentendo che lui non correva con lei, si girò e lo vide lì, ancora a far finta di capire se quello fosse un pino o un rovo di rose.

– Beh? Non corri per prendere il bus?

Lui immaginò quella breve corsa, il fiato ancora più corto del solito, immaginò l’imbarazzo nel non riuscire a parlare per ore, figuriamoci per una mezz’ora di viaggio.

– No tranquilla, devo passare prima da una parte. Comunque chiedi all’autista di farti scendere all’altezza di Vicolo del Bel Respiro.

Ah.
L’ironia.

Lei non disse nulla, ma il sorriso tagliato divenne un solco di disappunto e, girandosi, non accennò nemmeno a un saluto.
La vide correre, venire superata dall’autobus e per un attimo sperò quasi che lei cadesse, o che una ruota del mezzo si bucasse in quel momento facendolo finire nell’altra corsia, qualunque cosa pur di poterla raggiungere camminando, spiegarle tutto e chiederle di uscire.
Ma lei era agile, il bus aveva le gomme nuove e il suo profilo venne inghiottito presto dalle porte a soffietto. E comunque non avrebbe mai avuto il coraggio di parlarle per mezz’ora, figuriamoci per ore.

Ecco, se il bus avesse tardato anche solo due minuti, magari a quest’ora lei starebbe ridendo tra le sue braccia mentre lui le racconta questo immaginario what if.

E invece mesi dopo era lì in ufficio, a sbrigare le ultime noiose pratiche prima di prendere quel dannato bus e tornare a casa. La pioggia frustava la finestra dello studio a ritmo regolare, e il suono sembrava quello delle onde che s’infrangono su un bagnasciuga di vetro. Era rimasto solo e mancava mezz’ora alla fine del turno, e decise di fare una cosa che non faceva mai. Recuperò le sue cose, le infilò velocemente nello zaino e dopo essersi messo la giacca a vento, andò via prima. Una scossa di adrenalina partì dalla schiena e gli scaldò tutto il corpo mentre chiudeva a chiave la porta blindata, e scendendo le scale iniziò a sudare. Stava guadagnando solo trenta minuti e in realtà, come sempre, era arrivato in anticipo anche quella mattina, ma il non aver chiesto permessi che comunque non gli sarebbero stati negati lo esaltava un po’. Mentre apriva il portone del palazzo per uscire, si rese conto che il ritmo del suo respiro era aumentato parecchio e approfittando della pioggia battente si fermò sulla soglia, poggiandosi prima con la spalla sul muro, e poi aspettando che il portone si chiudesse per poter scivolare un po’ all’indietro e adagiarsi sulla schiena.
Rimase così per un po’, buttando occhiate nella direzione dalla quale sarebbe dovuto arrivare il 98 e armeggiando con le chiavi di casa nella tasca del cappotto. Nei periodi più pesanti, spesso si ritrovava col pugno chiuso intorno al mazzo di ferri appuntiti, stretto fino a lasciarsi segni sui palmi.
Respirava sempre più veloce mentre iniziava a chiudere la mano sulle chiavi. Il fiato si accorciava e i secondi si allungavano, e pensò che un po’ d’acqua in testa fosse il modo migliore per riprendersi. Si sporse fuori dall’androne, approfittandone per girare la testa e sperare di vedere le luci del bus. La pioggia gli batté forte sui capelli, talmente forte che nonostante fossero foltissimi sentì il cuoio immediatamente fradicio. L’acqua scese veloce su tutto il volto. Era stata una pessima idea.
Si ritirò imprecando nell’androne e mentre si asciugava gli occhi sfregandoci le braccia sopra, sentì una mano toccargli la spalla.
Sobbalzò.
E poi, dopo un secondo, sobbalzò di nuovo.

Aveva riempito i polmoni.
Aveva preso tutta l’aria possibile nella bocca e l’aveva tirata via dalle narici come un condizionatore.
Aveva riempito i polmoni.

– Tào! Sei poi passato da quella parte, quel giorno?

Un nuovo respiro profondo.
La sua voce sembrava premergli gentilmente la cassa toracica per aiutarlo a tirare fuori tutti quei mezzi respiri che per anni lo gli avevano riempito il corpo.

Era davanti a lei, ai suoi occhi verdi, ai suoi capelli-carta-regalo.
Era davanti a lei, chiusa in un cappotto rosso pastello e un paio di anfibi blu, un goccia di pioggia ferma sotto la punta del naso che raccoglieva tutte le luci dei lampioni intorno.
Lui sorrise come mai prima, le narici piene del suo profumo, respiri così forti da avere quasi un sapore.

– Per tornare al discorso. Piacere, Aria.

Lui voleva ridere, voleva abbracciarla e ringraziarla, ma non fece in tempo a realizzare che la vita a volte è proprio strana che la società dei trasporti cittadina lo portò di nuovo sulla terra.
Il bus stava chiudendo le porte. Lei, girata di spalle, non capì il perché del suo scatto. Lui corse per qualche metro e inchiodò. Le sneakers consumate slittarono un po’ sul marciapiede bagnato ma riuscì a mantenere l’equilibrio. Si piegò poggiando le mani sulle ginocchia e respirò di nuovo, forte, mentre la pioggia gli scorreva sulle tempie, sugli occhi, sulla bocca.
Si girò e la vide ancora lì, di nuovo lontana, di nuovo con un’espressione di quel sorriso al contrario sul volto.
Lui tese la mano davanti a sé, il palmo rivolto in alto dove si formò subito una piccola pozza.
Arricciò un po’ le dita, mentre le diceva sorridendo:

– Beh? Non corri per prendere il bus?

Coi tempi che corrono

La discussione aveva preso una piega strana. Erano entrambi intensamente concentrati sull’argomento, di cui toglievano piano piano vari livelli di lettura fino a volerne scoprire il cuore. Ma l’esterno aveva cominciato a farsi intimo. I rumori della strada avevano iniziato a farsi suoni, ritmo che non andava a tempo con le loro parole.

Lui girò il cellulare, poggiato a schermo in giù sul tavolino di vetro, e mentalmente collegò i rumori che sentiva arrivare da fuori da fuori all’ora che segnata sul telefono. Alba piena. La vita si stava riprendendo quanto lasciato in sospeso il giorno prima, e lo faceva sì con calma, ma anche con la consapevolezza di chi sa che c’è un intero giorno da affrontare. Un altro. L’ennesimo. Ma non si scappa un cazzo, e la vita lo sa e te lo dice col martello degli operai nel palazzo vicino, gli spaccini che tornano a casa con la trap sparata dalle casse bluetooth, il camioncino che si ferma a scaricare le bottiglie del giorno al bar e quello della nettezza urbana che si carica quelle della sera prima. Tutto sembra scandire un ritmo che nessuno dei due aveva previsto o voluto, ovattati dalle parole dell’altro e dal silenzio della notte passata a parlare, interrotta solo da qualche ubriaco che cantava amore alla fortuna. Avevano entrambi notato quanto, post pandemia, ora che per la prima volta ci si affacciava su questa nuova normalità, le persone avessero cominciato a ululare alla luna molto presto, rispetto al pre-pandemia. Vuoi per le restrizioni sugli orari, vuoi per la voglia immensa di violarle tutte, la gente alle 22.30 era costretta a uscire da qualunque bar, ristorante o pub in cui si trovasse e tornarsene a casa. Poi sì, trovavi posti che sforavano un po’, altri che ti lasciavano portar via le cose da bere nei bicchieri in plastica chiedendoti, però, di non nominare mai il nome del loro locale invano, soprattutto se a chiederlo sarebbe stata la polizia. Erano tempi strani e incredibilmente (ma neanche troppo, col senno di poi che adesso era ora) gli esseri umani del 2020 si stavano comunque adattando.

Loro due no. E non a quello che la pandemia gli aveva lasciato addosso e intorno. Anche loro uscivano, bevevano, ballavano e sembravano più che felici che mai. Lo erano pure, in realtà, ma per la prima volta erano felici di quello che c’era fuori loro due, e non di quello che c’era in mezzo.

La discussione aveva preso una piega strana da quando, entrambi scherzando ed entrambi incredibilmente in sincrono, si erano detti ti amo. Una di quelle cose che, dopo la battuta di qualcuno, di solto dici “va beh, ti amo”. Un gergo finto giovanile, un qualcosa alla Chandler che vede Monica con la testa infilata nel tacchino gigante, quei qualcosa che poi silenziano pure gli annunci registrati che dichiarano la fine del mondo in tv:

“Le autorità consigliano a tutta la popolazione di rimanere in casa. Questa non è una simulazione. Rimanete in casa e OH MIO DIO SI SONO DAVVERO DETTI TI AMO?” e poi il silenzio, col mondo fuori che finisce scoppiando, urlando, implorando.

Il peso di quelle cinque lettere (facciamo dieci, visto il sincrono perfetto di tempi e cadenza con cui si erano scontrati), ecco il peso di quelle quattro parole dette come davanti allo specchio, nel mondo della gravità scientifica, delle cose della chimica, equivaleva a zero. Ma come per la temperatura d’estate, anche qui c’era il peso reale e il peso percepito. E quello che si sentivano addosso ora equivaleva a centotrentotto portaerei cariche e pronte ad affrontare una guerra annunciata da anni, ma ancora mai scoppiata.

Un tram rompe di nuovo il silenzio, sferragliando e tirando giù quella scampanellata tipica dei tram di Lisbona. Una lunga, interminabile trillata, peculiare alfabeto morse che in questo caso, probabilmente, si poteva tradurre in insulti per chi aveva parcheggiato la macchina troppo vicino, se non sopra, ai binari. Ma neanche quello scampanellare riuscì a tirarli fuori da quel torpore di imbarazzo. Coi tempi che correvano, ogni parola arrivava ancora più diretta. Con le loro esperienze alle spalle, fatte di delusioni che simpaticamente e in maniera assolutamente originale lui etichettava come “prendersela nel culo”, ogni cosa che sembrava avere una base di solida positività (un datore di lavoro che vuole metterti in regola e pagarti, un amico che ti fa i complimenti per qualcosa, un ti amo detto sorridendo) diventava immediatamente una cosa di cui preoccuparsi. L’idea e il terrore di chinarsi a raccogliere quel piccolo fiore di gioia, sicuri che i pantaloni si sarebbero stracciati insieme alle mutande e subito dopo un forte, improvviso dolore nel retto che si sarebbe palesato in tutta la sua brutalità, senza nemmeno la soddisfazione di un poco di piacere prostatico.

Coi tempi che correvano era più facile credere ai fantasmi, che godersi la fisicità delle cose. I fantasmi son pure più comodi, che li vedi solo tu e nessuno dovrebbe biasimarti se ogni tanto, nel cuore della notte o nel culo del giorno, ti trovi con l’ansia e l’extrasistole che nemmeno il miglior olio essenziale di biancospino può riparare. Nessuno dovrebbe prendersela, se quei fantasmi ti paralizzano di tanto in tanto, semplicemente perché ognuno ha i suoi, e ognuno li combatte a modo suo. C’è chi se li va a cercare nella casa dei ricordi che casca a pezzi, scendendo in cantina se sente un rumore. C’è chi li evita, e si crea i suoi mostri che almeno lo distraggono dai fantasmi, trovando un’altra cosa da combattere, o evitare. Perché poi c’è chi, appunto, vorrebbe solo scapparne ma non ci riesce, perché i fantasmi son bravi a tormentarti, anche e soprattutto quando non ne vorresti sentir parlare.

Coi tempi che correvano, i fantasmi erano molto meglio delle cose vere.

Ma era pure vero che i tempi che correvano sarebbero stati altri tempi poi. Erano stati altri tempi, prima. Una volta, qui, era tutta campagna marketing. Si vendevano i sentimenti un tanto al chilo, signora mia. Tutti dicono di cambiare affinché le cose cambino davvero così velocemente da far sembrare tutto fermo.

Ma le cose cambiano, alla fine.

Chiamala entropia, chiamala telepatia, chiamala come cazzo te pare, amica mia, ma le cose stanno ferme per cambiare e noi possiamo pure stare qui a farci spaventare dai fantasmi, oppure capire che ‘sto peso sulle spalle ce lo possiamo togliere con un sorriso e un abbraccio, con il parlare senza freni, senza inibizioni per le proprie figure di merda, senza giudizio per quelle dell’altro. Ce le possiamo togliere, queste portaerei sulle spalle, con delle cose sotto le coperte che rimangono lì, che è il posto loro, dove lasciarle per ritrovarcele la volta dopo e quella dopo ancora, portandone altre ogni volta. Le cose cambiano e cambiano pure dopo un ti amo così sincronizzato che a confronto i tuffatori alle olimpiadi sembrano in differita l’uno con l’altro. Però non è che se le cose cambiano, dobbiamo cambiare il nostro atteggiamento nei loro confronti. Quindi che ci si voglia bene, ecco, l’importante è questo, compagna mia.

Facciamo che ci vogliamo bene e che sia il resto, per una volta, a prendersela nel culo.

Ottantapercento

Comunque sembra fatto apposta, ma da quando in Portogallo han rimesso le super mega restrizioni c’è un tempo che definirlo demmerda sarebbe come dire ad Adinolfi che è “leggermente sovrappeso”: un eufenismo. È grigio, fa freddo, spesso piove. Pare di essere riuscito a entrare nel cuore di una mia ex.

Ho cambiato la mia stanza già due volte in tre settimane, ho comprato una nuova pianta carnivora, sto accumulando panni sporchi ché tanto lavarli significherebbe lasciarli in umido appesi in mezzo alle intemperie, sto preparandomi all’ennesimo cambio di vita da tre anni a questa parte ma soprattutto non ci sto capendo UN CAZZO di quello che NON succede ultimamente. Tutto sembra cristallizzato in un singolo, lunghissimo momento der cazzo che non si smuove da mesi.

“Mettendo in pausa al momento giusto si può vedere il momento esatto in cui gli si spezza il cuore realizza che sta nella merda peggio di prima!”

Ecco: mi sento Ralph, adulto, ma con gli stessi identici problemi cognitivi. Non capisco. “Continuo a non capire”, avrebbe detto la mia migliore amica in classe al liceo.
Perché io lo so, che il mondo ci sta provando a darmi dei segnali per farmi stare se non meglio, almeno tranquillo.

“Dimentica di pensare!”
“Ricorda di fare!”
“Perché, invece di, tu non?”

Ma io ti ignoro, supido mondo. Anzi, faccio come nonno Simpson, e urlo a una nuvola in cielo. Senza motivo apparente, direbbero i giornali il giorno dopo. Perché se non appare non esiste, ecco perché stiamo in fissa col condividere le cose. Siamo arrivati al punto in cui le cose devono apparire per essere reali. Si diceva così della felicità, in quel filmetto da nulla in cui il tipo molla tutto e va nei boschi a morire avvelenato. Si diceva che fosse reale solo se condivisa, la felicità. Adesso pare reale tutto: le dirette di gente che si sfracella ai videogiochi, le ricette sul pane, la propria opinione sull’ultimo fatto politico, la propria decisione sul vaccino, i corsi di yoga, fitness, meditazione, apicoltura, cinema, scrittura creativa, fotografia, musica.

Questo stramaledetto virus del cazzo ha amplificato i nostri miseri ego, fingendo di costringere la gente a trovare un’alternativa al proprio essere che pure senza Covid non è che brillasse di luce propria. Ha stroncato chi aveva davvero qualcosa, e ha riempito di cazzate chi non aveva nulla. Ci ha fatto credere che bastasse una telecamera e una connessione decente per poter mantenere i contatti. E invece la gente ci manca sempre di più e siamo convinti che una volta finito tutto (ma quando? come? per chi?) torneremo ad abbracciarci come se nulla fosse successo, perché intanto avremo reimpito le distanze.
Ma perché, prima che facevamo?

Prima passavamo le notti negli stessi letti ognuno col nostro cellulare.
Prima ci mettevamo in posa per una foto che dimostrasse che si fosse proprio lì, in quel momento.
Prima fotogravamo birre, piatti, cocktails, prati, palazzi.
Prima costruivamo su un muro digitale tra noi e gli altri con un messaggio su Whatsapp, un check-in in un ristorante, una foto da un concerto.

Ecco.
Ora immaginatevi il dopo.
Una volta finito tutto.

Pensate a quanto velocemente tutti, me compreso, metteremo su un baraccone di stories e recensioni e boomerang di posti e luoghi e live e roba reale, vera, che ci sentiremo di dover condivdere perché sì, cazzo. Sì.
Saremo convinti di essere giustificati, di avere il diritto anzi ma che cazzo, il dovere di far vedere cosa stiamo facendo. Arriveremo a condividere dove stiamo andando, ancora prima di arrivare.
Lo stiamo facendo già ora: non appena l’Italia ha cambiato colore vi siete fiondati ovunque, avete preso macchine motorini aerei treni, avete preso Uber per andare a farvi una birra, per godere di un meritato aperitivo fin troppo rimandato. Ed è giusto, cristo. È la natura umana aggiornata al 2021. Siamo animali sociali pure se non vogliamo ammetterlo.
Ma farlo vedere non vuol dire essere felici. Condividere non significa rendere reale l’essere felici.
Se mi guardo indietro, anche solo di settimane, l’ottantapercento delle volte in cui condivido cose è quando me rode er culo. Raramente lo si capisce del tutto, spesso lo si intuisce ma è sempre, sempre reale. L’altro ventipercento son botte di endorfine digitali che scemano presto.
Ma er giramento de cazzo è reale anche quando condiviso, la felicità è invece di solito mascherata quando la facciamo apparire.

La nostra nuova vita, la nostra nuova passione, la nostra nuova fiamma, la nostra nuova casa, la nostra nuova professione.
Tutto è nuovo ma tutto puzza già di vecchio che però chiamiamo vintage e allora va bene, si può condividere, usare, far vedere. Tutto può finire in un bel calderone che tanto qualcosa esce fuori sicuro. Nuovi followers, nuovi messaggi, nuovi contatti. Ora è ancora più facile farsi degli amici, ricevere complimenti, sentirsi gratificati.

Beati voi.

Io rileggo fino a qui e capisco che capisco sempre meno di qualcosa e sempre più di altro. Capisco ogni giorno di più me stesso e non capisco voi.
Capisco sempre più cosa conta e cosa no.
Capisco che riesco a non capire e non capisco come voi facciate, ogni volta, a farmi credere che avete capito tutto.

Rileggo fino a qui e capisco che anche questo pezzo qui fa parte di quell’ottantapercento di cui parlavo prima.

Per il ventipercento che manca, aspetto una volta finito tutto e vi aggiorno nelle stories di Insta.

Una Teoria del Cactus

New Girl, stagione 1, episodio 14.

Nick Miller, colui il quale riesce a rappresentare tutte e cinquanta le sfumature dei maschi trentenni bianchi, etero e soprattutto cazzoni, si frequenta con una ragazza bellissima.  Avvocatessa, impegnatissima con il suo lavoro, riesce comunque a dedicarsi a Nick, colui il quale lavora in un bar, sogna di diventare scrittore e che io ancora non ho capito perché gli autori non lo abbiano chiamato Jacopo.

Insomma Julia, la ragazza di Nick, parte per un viaggio di lavoro e gli invia un cactus, come regalo. Nick, che non sa prendersi cura nemmeno dei suoi vestiti, immagina sia un segnale che lei voglia finire la loro storia.

“È un test”, pensa Nick.
Un test per vedere se so prendermi cura di una pianta e, sapendo già che non sono in grado, per arrivare a lasciarmi.
E in tutto questo, mentre formula questa teoria solo dopo pochi minuti aver ricevuto il cactus, comincia ad annaffiarlo pesantemente per poi farlo cadere a terra, spezzandolo in più parti.

Ora, già solo questo rende perfettamente l’idea di quanto un uomo come Nick (come me, come la maggior parte dei trentenni cresciuti a metà, quelli che hanno una bustina di plastica come portafogli e nessuna idea di come si paghino le tasse) possa autodistruggersi nel giro di due minuti. Far implodere una storia bella, con solide basi solo perché non riesce a smettere di pensare a quanto tutto non gli spetti. A quando arriva la gioia e tu non sai cosa fartene, che sembra un meteorite rovente caduto tra le tue mani e ne rimani abbacinato dalla luce per tre secondi, e poi le mani ti si sciolgono e muori di radiazioni soffocato dal tuo stesso sangue.

Nick soffre della sindrome dell’impostore: quando ti capita qualcosa di bello (una relazione, un nuovo lavoro, un progetto in cui ti includono) godi della luce riflessa di quella gioia. Lo specchio su cui sbatte la luce, però, ti acceca il giusto per non farti vedere la tua immagine per quella che è e cioè degna, meritevole di quel calore. Vedi poco, male, e ti pare di non meritare di essere lì. Non realizzi che basterebbe girarsi, mettersi un bel paio di occhiali da sole e godersi quel bello direttamente, avendo la giusta dose di orgoglio per meritarsi quella luce.
E quindi Nick, che sono io e blablabla, di impanica così tanto che comincia a lasciare a Julia una serie di messaggi in segreteria uno più imbarazzante dell’altro, partendo dal primo che dopo una serie di frasi sconclusionati (tra una supplica di non lasciarlo e un passivo-aggressivo mettere le mani avanti) conclude con un “I love you”.
Da lì, a cascata, altri messaggi pieni di insicurezza, disagio, incapacità di saper gestire le proprie emozioni traducendole in mugugni e scuse e paura.

A fine puntata, quando Julia ritorna all’appartamento nemmeno entra, lasciandosi sulla soglia con la valigia: spiega a Nick che il cactus era semplicemente un regalo, che le faceva piacere inviargli, ma che la sua reazione l’ha spaventata al punto che adesso sì, forse è il caso di finire la loro storia in quel momento.
E se ne va.

La reazione di Nick è quasi cartoonesca, con una finta calma esterna che comincia a creparsi dopo pochi minuti fino a terminare in un pianto disperato.

In sostanza Nick sono davvero io, è davvero la maggior parte dei trentenni cresciuti a metà, quelli che hanno una bustina di plastica come portafogli e nessuna idea di come si paghino le tasse.
Nick non riesce a tradurre un suo sentimento in questo caso positivo, come la reazione che ti provoca il ricevere un regalo. Ma visto che il regalo è qualcosa che si crede non essere in grado di gestire, allora è un messaggio. Ovviamente negativo. E le emozioni diventano molte di più, e molto più complicate da tradurre.
Mandando tutto in merda, auto-distruggendosi fino all’ultimo atomo rimasto. Riuscendo a trasformare una cosa decente in una montagna di merda che il Triceratopo di Jurassic Park in confronto era stitico.

Lo so, è una Teoria del Cactus, ma a trentacinque anni per un maschio bianco, etero, cis e con la paura delle altezze e dei ragni, è già qualcosa.