Lisbona – Parte Settima – Cosa mi manca?

Io continuo a pensarci.
Ci penso tutti i giorni.
Sono passati quasi cinque mesi e ci rimugino spesso.
Faccio liste mentali e depenno ogni riga neuronalmente, una dopo l’altra.
Mi guardo in giro per strada, in ufficio, ascolto la scuola di musica sotto casa mentre la sera provano jazz e a tutto ci sovrappongo la mia vita a Roma.
Cosa mi manca, di Roma?
Dopo 32 anni e 364 giorni passati nella Capitale escludendo i dieci mesi a Lecce, io ancora non lo so, cosa mi manca.
Direi niente, ma sarei un bugiardo come se dicessi che mi manca tutto.
Scrivo quest’ultima cosa e mi viene in mente Rebibbia e il murales di Zerocalcare

“Qui ci manca tutto. Non ci serve niente.”

e lo faccio mio.

Ma ci ripenso subito perché forse non mi manca niente ma mi serve tutto.
E ci ripenso di nuovo perché, appunto, manco lo so che mi manca.
E non parlo di persone, ché Lei ad esempio mi manca da incazzarmi con la geografia e le sue distanze.
Mi manca il mio ex collega di lavoro e il bene che ci siamo voluti in nemmeno un anno.
Mi mancano i miei amici, i pochi rimasti a Roma, e le poche volte che riuscivamo a vederci.
Mi manca la mia amica bionda dell’italico nordest, e il recuperare gli spritz persi in un mese in un’ora.
Mi mancano le miniature, tutte e tre.
Mi mancano i miei zii e le loro cene pantagrueliche.
Mi mancano Matre e Fratello pure se, sempre per colpa delle distanze, vedevo già poco.

Ma, dicevo, non parlo di persone, perché alcune ti mancano pure se ce le hai a venti centimetri.

Parlo di una quotidianità che era diventata un inferno, di un’umanità inumana, di facce tristi quando non sono arrabbiate, di scontrini non emessi e controllori inesistenti.
Penso a una città che negli ultimi cinque anni mi ha pietrificato il cuore e sciolto il fegato.

Quindi, che potrebbe mai mancarmi davvero?

Mi ci devo impegnare un sacco, son sincero.
In questi mesi ci ho dovuto ragionare sopra. Mai una volta che così, d’istinto, ho provato un tuffo al cuore, mai mi si è annebbiata la vista, mai ho vacillato al pensiero di quanto mi mancasse qualcosa.
Che poi, sò pure celiaco, manco a dire che mi manca la pasta.

Allora, che cazzo mi manca?

Ecco, a proposito di, mi manca un pezzo di pizza e una Mikkeller fresca da Celiachiamo.
Il gelato da Andreotti prima di attaccare alle sei e mezza per il turno Cena.
Il tramonto da Ponte Garibaldi con lo spicchio di Cupolone in fondo.
Entrare d’inverno alla Feltrinelli di Largo Argentina senza comprare nulla, per scaldarsi e sbavare su quintali di libri che non posso permettermi e che tanto non leggerei.
Andare a vedere le finestre di casa di Nonna a San Saba.
I concerti al Monk, quelli dentro però, che si sente meglio e che deve esserci proprio casino per farmi sentire a disagio.
Leggere le mie cose acide al Blackmarket entrando a gamba tesa sui live delle miniature. E tenere la nipotina mia mentre loro suonano.
Il caffè di Sabatino la mattina prima di andare a lavoro, e le patate al forno del kebabbaro sotto l’ufficio.
I murales del Quadraro.
L’atmosfera anni ’70 che ti arrivava come un pugno sui fianchi entrando al bar di Mano Bianca, quando lavoravo a Cipro.
Bob Marley suonato dal ragazzo africano sotto la metro a Cornelia, che quando passavo senza lasciargli nulla comunque mi sorrideva.

Ecco.
Allora qualcosa mi manca.
Però ci ho dovuto pensare, e anche parecchio.
Nessun tuffo al cuore, manco di quelli che la giuria alza tutti dieci perché non è arrivato manco uno schizzetto d’acqua.
Nessun rimpianto, nessun rimorso, diceva Max “personificazione della nostalgia” Pezzali.

Proprio ieri parlavo con Matre che da brava Matre qual’è tutta orgogliosa dice alla gente che sto bene.
Che lo sente, che sto bene.
E chi mi conosce (mai come Matre, of course) lo sa che è vero.
Che nonostante comunque i soldi siano pochi, nonostante realizzo sempre poco che vivo di nuovo da solo dopo tre anni di convivenza, nonostante non sia facile perché comunque alla fine un cazzo di niente nella vita lo è, io non sto a Roma.
Di base questo, e il fatto che il lavoro mi regala grosse soddisfazioni, mi fanno stare bene.

Immaginate quando Lei sarà qui.

Lisbona – Parte Terza – Il Camion della Monnezza

Da casa si vedono un sacco di tetti, da un lato.
Dall’altro solo un paio, perché poi tutto si apre e c’è un campanile e per quasi metà, proprio in fondo e in alto, si vede il Castelo de São Jorge, che da lì dicono ci sia una vista incredibile della città, giardini immensi, interni pazzeschi solo che costa otto euro e cinquanta entrarci e quindi con certezza posso solo dire che almeno le mura esterne son molto belle.
E tra i pochi tetti di questo lato, in mezzo, ci sono un sacco di alberi da frutto pieni di colore.

Su questo lato di casa, questo del campanile e del Castello e delle arance e dei limoni coloratissimi, c’è la veranda.
La mattina mi ci porto la tazza di caffè, mi siedo al tavolo in fondo e mi guardo il cortile dell’unico palazzo che c’è davanti.
C’è il tipo che esce col suo bulldog tutto nero che se avesse una coda vera sarebbe una frusta, per quanto è contento della vita ma soprattutto di avere un padrone così buono da meritarsi sguardi di un amore che vanno oltre l’umana comprensione.
C’è la signora anziana tutta curva, un manico di ombrello vivente che passetto dopo passetto si trascina dentro il portone, che sembra spingere come fosse l’entrata di una delle fortezze da Signore degli Anelli.
C’è lo sciame d’api del tipo sotto la veranda, con un balcone per tre quarti è foresta amazzonica e per un quarto alveare, con tanto di arnia e nuvola scura che entra e esce, altro piccolo condominio che non dorme mai.
E poi c’è il gatto, che praticamente ogni volta lo sento miagolare sperduto sul tetto di fronte, lo vedo fare avanti e indietro, ogni mattina sempre più spaesato, e mi chiedo se per caso non si svegli ogni giorno in una delle sue tante vite, dimentico di cosa sia successo la notte prima.

E questo è un lato.

In mezzo c’è il fatto che io possa scrivere da casa, nel senso fisico e letterale del termine.
Perché almeno per un po’ una casa da cui scrivere, e da cui guardare cosa scrivere, ce l’ho.
E questo ha significato dire addio allostello, e a tutta una serie di situazioni che in realtà mi stavano già facendo sentire a casa.
Una casa piena di gente, incasinata, rumorosa quasi tutto il giorno, ma comunque il primo posto che mi ha accolto e fatto sistemare abbastanza da cominciare a capirci qualcosa.
Poi però devi rifarti quei due bagagli che sono diventati una casa nella casa, coi tuoi vestiti e i tuoi due libri, i quaderni, quello che si è aggiunto in due mesi di corsi di formazione e inizi di documenti per la tua nuova vita manco fossi sotto protezione testimoni.

E dentro questi due mesi e mezzo, dentro giornate tutte diverse, variazioni sul tema “ommioddio cosa sta succedendo”, ci sta una settimana in cui arriva Lei e tutto si sospende, si ferma, si cristallizza.
Momenti che avevamo lasciato in sospeso si materializzano qui: svegliarsi insieme la mattina, Lei che prepara la cena mentre carico una puntata de “La Casa di Carta” su ‘sto tablet che è diventato ormai un confessionale, io che scendo nella pausa pranzo e me la ritrovo lì, con la pasta con le zucchine e tutta la normalità del sedersi su una panchina, uno accanto all’altra, col sole che finalmente si è deciso a farle vedere la città per quant’è davvero bella e colorata.
Una settimana spezzettata da turni di lavoro e stanchezza da emozioni, di quella che scarichi l’adrenalina di giornate con le mani strette per strada e i baci rubati a metà dell’ennesima salita, che almeno per una volta non la sola colpevole del fiatone e del cuore ammille.
Una settimana di me a mio agio con la nuova vita che mi si presenta davanti e nella quale mi sono appena affacciato, che porto Lei nei posti che ho già nel cuore e ne scopro altri che ci si vanno a sistemare subito. Che di spazio ce n’è sempre.
Una settimana che sembra un mese ma nella realtà dei fatti non è che un sette giorni da montagne russe, ché il tempo di capirci che già dobbiamo separarci un’altra volta ancora, per chissà ancora quanto tempo.

E mentre Lei prende la sua valigia e viene portata via piano dalle scale mobili verso il gate, io prendo le mie e mi sposto di nuovo, per salire scale immobili e faticose verso la porta.
Di casa.

E a casa c’è il lato dei tetti, quell’altro, opposto alla quiete della veranda, il lato dei rumori di città.
Un sacco di sirene col suono che sembra stiano tenendo premuto triangolo a GTA, i neri che si strillano qualcosa dagli angoli delle stradine, le vecchiette che si parlano da marciapiede a finestra, il pianoforte suonato la mattina al primo piano. La chiamo la Torpigna Ripulita, ché piena di razze e profumi e puzze e lingue e cibi diversi, ma per terra e ai secchioni c’è molta meno merda.

E infatti ogni sera sento il rumore del camion della monnezza.
Tutte le sere.
Che sia Mercoledì o festivo, o un Mercoledì festivo, il camion della monnezza passa sempre.
Intorno a mezzanotte, se sono in camera, qualunque cosa io stia facendo, se sento il cigolio prima e il fracasso poi, guardo l’ora e posso star sicuro fino a un secondo prima di saperla davvero che o è mezzanotte meno un quarto, o non è più tardi di una mezz’ora dopo.
La parte semplice della mia mente, quella un po’ meno sveglia e un po’ più benaltrista, associa questo momento a quelli a Roma: il camion dell’AMA che non ha regolarità alcuna, che passa poco e male, bloccando strade, lasciandosi una scia di rifiuti e fetore che nemmeno a seguire il tour elettorale di Adinolfi.

La parte razionale, invece, il lato oscuro della mi testa mi ferma e mi fa ragionare che qui a Lisbona poche volte son stato in una macchina e quindi ancor meno, ma forse zero, mi è capitato di rimanere bloccato come sicuro succede ance qui. Mi dice che magari, che ne sai, pure qui mischiano tutto anche se fai la differenziata. E poi oh, tutto il mondo è paese e pure qui, a un sacco di chilometri daa Capitale der Monno ‘nfame, il rumore del camion della monnezza rompe i coglioni.

Solo che il risultato di questi due pensieri è comunque che vuoi le novità, vuoi il lavoro in cui ti fiondi a testa bassa perché ogni tanto (spesso) uno stronzo che ti dice bravo lo trovi, vuoi il distacco da una serie di input negativi diventati routine (sveglia-caffè-barba-bidet), vuoi che sei sicuro che Lei arriverà presto e sarà una nuova vita ancora, insomma alla fine il camion della monnezza diventa indispensabile come metro di attenzione e sopportazione.

Fino a che mi accorgerò che sta passando, e la cosa non mi disturberà, saprò che è un nuovo giorno che merita di essere affrontato proprio per quello che è e cioè mai vissuto, imprevedibile, anti-routine e fuori scala anche per un solo dettaglio.

Lisbona – Parte Prima

Sono due settimane che cammino con la schiena dritta.
Lei me lo dice sempre, che cammino gobbo. Che dovrei tirar fuori le spalle e fare l’uomo erectus.
Solo che in certi momenti girare per la mia città mi pesava troppo, che i pensieri facevano gruppo e mi schiacciavano il collo. E nonostante io mi guardi molto intorno, mentre cammino, a Roma ormai lo facevo dal basso verso l’alto.

Ora son due settimane, che cammino con la schiena dritta.
Prima di tutto perché mi sento un turista e come ogni turista che si rispetti, guardare ogni angolo di una nuova città è un dovere morale.
E poi perché in realtà mica son venuto qui per fare il turista. Son qui per provarci e provarci significa anche rischiare di fallire, e proprio per questo devi prendere e assimilare e vedere tutto quello che puoi.
Te lo devi godere.

E allora rubo con gli occhi, con le orecchie, ascolto questa lingua che sembra difficilissima e ne rimango affascinato. Obrigado, bom dia, aberto, fechado, tudo bem, non sapere dove vanno gli accenti, sbagliare, riprovare, sbagliare di nuovo, riderne assai.

Il Barrio Alto ti spezza il fiato sia perché per arrivarci, ovviamente, devi salire, ma anche perché ti giri ed è Berlino e poi ti ritrovi a San Lorenzo con gli spacciatori a ogni angolo ma meno rompicoglioni, giri la testa ed è Pigneto coi murales fichissimi e i murales che sfottono i murales. I localacci con la Capirinha a due euro si rincorrono con quelli puliti con la musica dal vivo, con le porte a vetri leggere per attirare la tua attenzione mentre cammini, che vedi i suoni e senti le persone. La birra a poco e i cocktail complicati, lo Ze Dos Bois che ha tre piani praticamente spogli se non fosse per le sedie tutte diverse, un grosso divano e un terrazzo che appena ti affacci pare Trastevere e senti il cuore che vola alto.

Se non fosse che piove da quasi una settimana, il sole a Lisbona è prepotente e colora tutto.
Che io non ci ho mai davvero fatto caso, a quanto i colori fanno bene alla testa, e per fortuna ‘sta città te lo ricorda, con i muri rosa e verdi e gialli e le maioliche che riflettono la luce che si apre e arriva dove quella diretta del sole proprio non potrebbe. I coperchi gialli dei cassonetti e il verde/rosso della bandiera sul parlamento che l’altra sera c’era il vento forte e dava certe schicchere che faceva rumore fino in strada, nonostante se ne stia lì in alto a prendersi tutta l’aria del mondo.

Eh.
Il vento.
Il vento qui è quella cosa che un po’ senti sempre, soprattutto quando il sole ha dominato la giornata e se ne va, lasciando spazio all’aria fredda dell’oceano. O almeno, mi piace pensare che sia così, ma non sono un meteorologo e quindi potrebbe pure essere uno che lascia sempre aperta una porta gigantesca, da qualche parte. Però il vento c’è e con la pioggia a pulviscolo (gnagnarella©) che non smette di scendere ti combina un macello, ti fracichi come se passassi sotto a quelle doccette da festival che ti bagnano a trecentosessanta°. Gli ombrelli si rigirano come pedalini in lavatrice, i binari dei tram diventano degli scivoli in miniatura e le discese si fanno nemiche, tra sanpietrini e pozze agli incroci.

Lisbona è quella città dove hanno deciso di mettere una sede di questa compagnia di telecomunicazioni che è stata abbastanza matta da assumermi, e dove l’aria che si respira è un po’ quella che speri di trovare in una multinazionale, a partire dal prefisso multi: multiculturale, multirazziale. Insomma, una canzone degli Ska-P. Uno di quei posti dove per forza di cose alleni il tuo inglese e conosci un sacco di persone così diverse da te che alla fine ci trovi un sacco di cose in comune. Quei posti in cui il rapporto umano c’è per forza e quindi viene valorizzato. Che almeno ci si confronti alla pari, sempre, ché nessuno sta sopra di te perché è bello, né tu stai sotto perché sei una merda.

Son due settimane che cammino con la schiena dritta.
Mi sento un turista in Erasmus, uno che qui ci sta per sbaglio e allo stesso tempo non poteva far altro che venire qui, come se fosse stato scritto da qualche parte.
Sento cose ora, a trentatré anni compiuti il giorno che sono atterrato qui, che mi chiedo se avrei dovuto provare prima, se magari è la cosa giusta all’età sbagliata.
Poi mi dico che meglio tardi che mai non ha mai avuto più senso che in questo momento e allora ben vengano le paure, i pensieri, ben venga questa enorme amplificazione di sentimenti che ti fa amare il mondo e ti spalanca il cuore e le braccia e la testa.

Ben venga tutto, che è il momento di prenderselo e sorridere se un giorno me lo perderò per strada.

A Te e Famiglia

Sai quelle cose tipo buoni propositi?

Ecco.

Non farle.

I buoni propositi servono solo a perdonarti le cazzate fatte nell’anno che si chiude sperando di non ripeterle in quello che arriva.

Ed è qui che sbagli.

Perché le cazzate vanno fatte, però doverse. Devi prenderti nuovi rischi se non vuoi far sempre le stesse puttanate. Devi sbagliare per correggerti ma se sbagli sempre le stesse cose, a ‘sto punto accettale come vengono ed esplora nuovi anfratti, scivola su macchie fresche, sbatti la testa su angoli appena costruiti.

Accetta il fatto che un no come risposta a volte è meglio di un (o comunque di un ‘sto cazzo).

Abbraccia l’idea che ci sarà sempre più ignoranza intorno a te, e che ti rimane solo la gentilezza per combatterla.

Ricordati che il prossimo tuo è diverso da te su un sacco di cose, ma chr siete pure uguali in un modo che non hai nemmeno idea.

Fatti stare sul cazzo qualcuno perché uno non è mai davvero buono, perché “l’odio è un carburante nobile e hai scoperto che non è così male”, perché un po’ di rancore aiuta a tenerti sveglio e vigile.

Ché se non sei stronzo tu, lo è un altro.

Chiama mamma ogni volta che ti viene in mente.

Fai quello che ti piace e tieni al minimo quello che ti serve per vivere.

Non ti dimenticare degli amici.

Pensali, scrivigli, non far scordar loro di te.

Sii il più sincero possibile ma se serve ogni tanto dì una cazzata.

Amati un sacco.

Amala di più.

Sii cauto nell’accettare consigli, ma sii paziente con chi li dispensa. I consigli sono una forma di nostalgia. Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio, ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte e riciclarlo per più di quel che valga.

Ma accetta il consiglio, per questa volta!

Scritto sul Bus – Fermata #due

10_Giugno

Foto di Chiara Bruni.

Qui trovate Manifesto e puntate precedenti.

“44 da Montalcini
h 22:21

Prima settimana lavorativa ma
senza il lavoro. La noia ti mangia
da dentro e ti fa passare la voglia
pure di lamentarti. Sono dagli
zii a fare il catsitter e come ogni
volta Sky aspira le poche briciole
di “voja de vive”. Sto andando da
Lei, che la solitudine -quand’è
troppa-, va condivisa. E devo
dire che ‘sto 44 è pure fin
troppo stabile. Oppure ha
beccato tutti rossi.”

Scritto sul Bus – Fermata #uno

6_Giugno_2.JPG

Foto di Chiara Bruni.

Se vi siete persi le istruzioni, leggete qui o, in brevissimo:

provate a leggere quello che ho scritto mentre ero su vari mezzi pubblici, qui a Roma.Forse leggerlo è più facile, ma spero vi faccia capire quanto questa città, tra le tante problematiche, non ti permetta neanche di farti un viaggio sereno, e di prendere qualche appunto mentre, dopo troppa attesa, riesci finalmente a sederti su un bus ATAC.
Se qualcosa non dovesse essere chiaro, potete selezionare il testo qui sotto, dove trovate la trascrizione.
Ci vediamo alla prossima fermata.

3B da Trastevere
h 21:28

Ho appuntamento con Lei, che
sono poche ore che non la vedo
e mi manca come fossero anni.

È il mio secondo giorno senza
lavoro, e sono dovuto uscir di
casa sennò impazzivo.

‘st’autobus vibra pure da fermo, qui
davanti al ministero. vibra (ecco,
è ripartito) dicevo, vibra (ma porc!,
VIBRA COME UN DANNATO
TELEFONO A CUI
NESSUNO RISPONDE.

Ma che viene solo stoppato, da
una fermata, o da un semaforo rosso.”

Scritto sul Bus – Fermata #zero

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Foto di Chiara Bruni.

Quando ho iniziato a scrivere per mio piacere, non c’era la possibilità di prendere infinite note sullo smartphone, tutte belle pulite e senza una macchia che è una. Scrivevo su piccole agende o sui quaderni di scuola, partendo dall’ultima pagina e capovolgendoli, che a fine anno erano pieni delle mie cose e con pochissimi appunti.
Ma sto divagando.
Io però continuo imperterrito, portandoti sempre dietro una penna e un taccuino che ormai è logoro. Quando sono in giro e voglio vedere, osservare la mia scrittura prendere forma, li tiro fuori e inizio a scrivere. C’è da dire però che i bus a Roma non ti permettono una scrittura agevole, tra i crateri in strada e i mezzi che cadono a pezzi, cigolando e scuotendosi come cinema in 4D. Ma mi sono voluto mettere alla prova, e per un po’ di tempo l’anno scorso ho scritto delle piccole note su un’agenda, che non son bravo a pianificarmi la vita e quindi ce la scarabocchio sopra. Solo che, appunto, non è facile. E allora mi è venuto in mente una sorta di gioco: scrivere il mio pensiero, pubblicare la foto della pagina e mostrare da una parte, quanto possa essere difficile scrivere a mano mentre si è sui mezzi ATAC, dall’altra trovare un modo di coinvolgere chi le leggerà. Per questo trascriverò il testo fotografato, ma in caratteri bianchi, così da darvi la possibilità di provarci senza condizionamenti e solo dopo, eventualmente, cedere selezionando il testo della soluzione.
Tutto questo prenderà vita qui sul blog dal prossimo Lunedì: sulla pagine Facebook metterò le foto, mentre negli articoli troverete anche la trascrizione in bianco.
Scritto sul Bus: il format che sensibilizza su buche, trasporto pubblico e ammòre.
[tutte le foto che trovate qui e su Facebook, sono ad opera di Chiara Bruni]