Dieci anni di Musica, secondo me

Niente protagonismi.
Leggerete nemmeno troppo tra le righe che non sono certo un critico musicale.
Sono solo un criticone, di solito.
Però la Musica è un bel pezzo di vita mia, le liste mi fanno impazzire e l’Alzheimer è alle porte, quindi lascio qui questa traccia sulle tracce principalmente per me.
E magari per dare qualche chicca a voi.
Bonus: cliccando sul titolo del disco di ogni artista, verrete portati sul tubo e più nello specifico alla mia traccia preferita di quell’album.

Arctic Monkeys – AM (2013)

Il disco in cui lasciano le cantine e si prendono i palchi.
Si pettinano, si mettono le giacche di pelle e tirano fuori uno dei dischi più importanti dell’anno 2013, della decade che si chiude e più in generale della storia della musica. Un passaggio di consegne tra loro e loro stessi, con l’eco di quattro album alle spalle che si aggira per le tracce di AM e le prima sonorità che avrebbero invece riempito quel gioiello che è Tranquility Base Hotel & Casino. Un colpo di coda pieno di rock, ballate e testi fuori dal comune, pieno di quell’acido da gastrite che senti quando capisci che stai crescendo, e devi farci per forza i conti.


Willie Peyote – Educazione Sabauda (2015)

Anche questo un disco di transizione. Guglielmo era partito l’anno prima con Non è il mio genere, il genere umano, e prima ancora con un gruppo punk. In mezzo, un gioiello raro che è la sua partecipazione come cantante nel progetto Funk Shui Project.
Qui arriva prendendo tutto quello che ha imparato e lo mette in rima, e in riga. Una tracklist piena di rap, cantautorato, ironia, ma soprattutto intelligenza: nel mettere insieme concetti profondi e ritornelli leggeri, citazioni di Guccini e audio dal film Santa Maradona, nel cucire insieme la scena indie / rap italiana, la politica, i vizi di un popolo poco educato.


Kendrick Lamar – DAMN. (2017)

Io sono ignorante come la merda. Faccio le classifiche delle cose e realizzo che Kendrick prima di due anni fa mi era praticamente sconosciuto. Ormai ascolto sempre la stessa roba, e graziaddio ho un amico così in fissa con l’hip hop ben fatto che alla fine qualcosa di nuovo, in questo capoccione, ci entra.
Ed ecco infatti che Kendrick mi ha fatto prendere un aereo in più oltre a quello che avevo per Lisbona: un Roma – Londra – Roma – Lisbona che difficilmente dimenticherò, così come il concerto all’O2 Arena, uno dei più belli della mia vita.
DAMN. è un disco così importante per la storia della musica, che mi sento uno stronzo anche solo a parlarne. Per me è stato scoperta, emozione, rabbia e tante belle cose che mi son rimaste appiccicate addosso. È stato enorme, gigantesco e allo stesso tempo così piccolo da insinuarsi in tantissimi momenti dei miei ultimi due anni su ‘sta terra dove tutto quello che succede, qui rimane.


Bud Spencer Blues Explosion – Fuoco Lento (2011)

Due anni prima Adriano e Cesare avevano tirato fuori un gran bel disco che li aveva portati direttamente sul palco del Primo Maggio nel 2010, e dove per la prima volta dimostrano a tantissima gente quanto potente può essere un duo. Quel duo, dal vivo.
Per questo, pochi mesi prima di pubblicare il loro secondo, per me miglior disco (Do It – Dio Odia I Tristi), pubblicano la registrazione di un live elettrico, caldo e potente come un fulmine. Una tracklist breve ma intensa, fatta quasi tutta di cover, un pubblico infoiato che fa casino almeno quanto quei due sul palco. Di quelli a cui avrei potuto assistere, questo live al Circolo degli Artisti è uno dei miei più grandi rimpianti. Ma poi mi son rifatto per bene intervistandoli l’anno dopo.

 


Mac Miller – Swimming (2018)

Ok, lo ammetto. Mac Miller l’ho scoperto due mesi fa grazie ai Tiny Concert di NPR Music. E sono rimasto folgorato. Non avevo idea di chi fosse, di che musica facesse, ma quei diciassette minuti mi hanno impressionato, emozionato, allibito. Una potenza di liriche impressionante, una facilità di composizione e realizzazione rari, per un ragazzo di 26. Non avevo idea di chi fosse, e scoprire che pochi mesi dopo quel live è stato trovato senza vita per un overdose di droghe e alcool, mi ha distrutto come se se ne fosse andato un carissimo amico che non sentivi da anni, ma che sapevi avrebbe fatto grandi cose, prima o poi.


Jovanotti – Ora (2011)

Va beh, Lorenzo.
Vi vedo storcere il naso fin da qui.
Il fatto è che ok, Lorenzo Cherubini è ormai parte del mio organismo, sta nel cuore e in testa e nel fegato e nei polmoni, anche se da parecchio tempo non lo seguo come prima.
E anche nel 2011 me l’ero un po’ perso: Safari, 3 anni prima, era stato un bel disco dopo un po’ di roba che mi aveva effettivamente rotto il cazzo, tra singoli forzati e ballate strappa palle.
Ora cambia tutto, prende quello che sapevamo di Jovanotti (la gioia, l’infantile voglia di divertirsi e far divertire, una cultura musicale ampissima) e lo mette sul piano dell’elettronica, della festa su disco, di un disco da mettere alle feste che è già festa di per sé.
Fu anche l’ultimo suo concerto a cui andai, e mi sono divertito davvero tanto. E Jovanotti pure.


Colle Der Fomento – Adversus (2019)

Aspettare 11 anni per qualcosa dovrebbe essere illegale. Però loro sono il Colle der Fomento, hanno fatto 4 dischi in 23 anni e ogni volta hanno cambiato le carte in tavola. Il gioco è lo stesso, quello del rap, e ogni volta che scendono in campo è come l’Italia dell’82: fa scuola.
Danno e Masito, questa volta con Dj Craim ai piatti, tirano fuori il disco della maturità, quello adulto, direbbero i critici veri. Quattordici tracce pensate, ragionate, filtrate, curate fino al più piccolo dettaglio. Ognuna è un colpo alla testa e uno al cuore, dove Masito per la prima volta sembra essere il protagonista di una storia personale, sua, che diventa immediatamente di tutti, con Danno a fare spesso da gregario ma senza mai mancare un colpo, sempre pronto a coprire le spalle al compare di una vita.
Un disco bello, che affonda le radici nell’hip hop più puro e lo mischia con l’autorialità romana, sanguigna, de còre.

 


A Casa Tutto Bene – Brunori Sas (2017)

Il disco che mi ha fatto ricredere sulla musica italiana, quella dei cantautori capelloni che parlano di dolore e sofferenza. Il disco che ha iniziato ad accompagnarmi che era già uscito da un annetto, e che non mi si è staccato più di dosso. Certo, sembra di sentire De Gregori da giovane, ma non per forza è un difetto: Brunori riesce ad attingere da tutto quel cantautorato da voce stanca e spezzata, e lo porta a un livello nuovo. Almeno per me, che lo odiavo fino a due minuti prima.
Un album pieno di parole belle, di concetti personali, di emozioni globali che vanno dall’amore fanciullesco a quello omicida, dalla canzone impegnata a quella spensierata.
Un bel disco, davvero.


Dutch Nazari – Amore Povero (2017)

La prima volta che ho sentito “Proemio” credo di essere svenuto. Troppa roba tutta insieme, e messa insieme così bene da farti vergognare di aver anche solo pensato, anni fa, di iniziare a scrivere.
Dutch Nazari è forse quello che più di tutti, senza una chitarra e senza la voce, fa il cantautore con il rap. Riesce in qualche modo a tessere trame complicatissime ma di magnifica realizzazione. Quadri complessi fatti di giochi di parole, intrecci di rime che sembrano non arrivare mai, pennellate di ironia, sferzate su sesso, amore, politica, sociale che una volta esposti li vedi e ci rimani di stucco. Magari lì per lì non li capisci nemmeno subito, ma non è mica arte contemporanea che pensi “se va beh, questo lo sapevo fare pure io!”. Eh no, col cazzo. Questo lo sa fare solo Dutch, e lo fa di cristo.

 


Apollo Brown – Clouds (2011)

Che uno scorre la playlist e si sente male. 27 tracce ventisette che io, da ignorante come la merda come sempre, a non sapere chi fosse Apollo Brown ci son rimasto secco.
E invece è una strumentale lunghissima, un susseguirsi di basi che prima o dopo tutti nel mondo hip hop hanno usato. Brown è un misto tra un compositore e un produttore, qualcuno che vive di beat e li cerca, scava, scova, rimesta fino a trovare quei pochi secondi che insieme a decine di altri vanno a creare quella che è una vera e propria base per le tracce a venire.

 


Coez – Non Erano Fiori (2013)

Sirvano si era già fatto il suo giro da solo con “Figlio di Nessuno”, ma era ancora fedele alla linea dei Brokenspeakers, con staffilate hardcore che arrivavano fin dalla traccia di apertura (“Ch-Ch-Ch-Coez con il macello nel cervello, hello!”).
Qui invece prende la svolta che l’avrebbe portato, nel giro di 6 anni, a diventare il Coez che riempie palazzetti e fa bagnare le pischelle di tutta Italia. Ancora acerbo, ancora con un po’ di bava alla bocca, dondola e gongola in un universo nuovo che comincia ad esplorare e fare suo, con quei ritornelli che ti rimangono attaccati addosso per sempre. Quello che non tradisce è il modo di rappare cantare, che ha solo lui e che a me piace un sacco: quelle rime spezzate e sospese le ho sempre trovate geniali.


BADBADNOTGOOD – IV (2016)

Il jazz e il funk e la disco e il rap e l’elettronica e tutto quello che ha un ritmo fico in culo loro lo mettono insieme e tirano fuori uno dei miei dischi preferiti di sempre. Anche loro scoperti con questo album, anche loro mi han fatto mangiare i gomiti per le volte che non conoscendoli me li son persi, i BADBADNOTGOOD tirano fuori undici tracce magnifiche, impeccabili, la perfezione fatta suono che potresti sentirti sorseggiando tè e leggendo un libro, che puoi mettere in sottofondo per fare il figo con la tipa nuova, o che puoi anche spararti a tutto volume nelle cuffie mentre cammini e balli e muovi le mani per fare la batteria che tanto, alla fine, non ci riesci mai.

 


Dead Shrimp – Dead Shrimp (2013)

Un trio romano con la passione per il blues da piedi ammollo nel Mississippi. Tre musicisti maiuscoli con la pagliuzza in bocca, un bottleneck fatto in casa e una batteria minimal. I Dead Shrimp, con la formazione originale composta da Alessio Magliocchetti Lombi (chitarra slide), Sergio De felice (voce) e Gianluca Giannasso (batteria, voce), debuttano con un disco pazzesco, un blues di quelli che, appunto, ti portano via lontano mettendoti un cappello di paglia in testa, una salopette addosso e una bottiglia di Moonshine. Ti trovi scalzo a godere della giornata, balli canti e passa tutto. Una sinergia davvero rara, quella tra i tre ragazzacci romani, che ha portato a un disco che avrebbe meritato molto più ascolto e attenzione.

 


Calibro 35 – Ogni Riferimento a Persone Esistenti O a Fatti Realmente Accaduti è Puramente Casuale (2012)

Io dico boh, come cazzo si fa a fare un disco dalle atmosfere poliziottesche anni ‘70 nel 2012? I Calibro 35 lo sanno e lo fanno lo stesso. E pure bene. Minchia, lo fanno daddio.
Li vidi una volta in qualche paesino in Salento qualche estate fa, dopo qualche mese iniziai a lavorare all’Angelo Mai, dove tutti i componenti erano praticamente di casa. Li ho rivisti live qualche altra volta, e difficilmente ho visto roba simile in vita mai. Una macchina perfetta, una fabbrica di ritmo impressionante. Nessuno mi leverà mai dagli occhi l’immagine di Enrico Gabrielli che suona due tastiere mentre vola sul sax. Un trauma.


Lucio Leoni – Il Lupo Cattivo (2017)

Lucio è bravo a scrivere e a cantare. Lucio è simpatico. Lucio ha fatto un sacco di cose, in trent’anni e spicci di vita. Ma io non lo sapevo fino a che me lo sono ritrovato a Bologna, in un circolo di Rifondazione, a cantare per pochi intimi che dopo dieci minuti stavano fumando e bevendo come se si fosse in salotto a casa con gli amici di una vita. Poi con Lucio ci siamo intrattenuti dopo il concerto, poi ci siamo ribeccati, abbiamo provato a collaborare ma poi, sapete com’è no, la vita.
Io a questo disco sono tanto affezionato, che è uscito che io e Lucio già ci conoscevamo e l’emozione sua per l’esordio era pure un po’ la mia, e di tutti quelli che gli vogliono bene. E sono tanto.
Quest’anno esce il suo nuovo disco, e mi sa che lo metto già il lista per il 2030.


Miniature – Miniature (2013)

Qui si va sul personale.
Perché è vero, verissimo che il disco d’esordio di Gabriele Pierro e Silvia Caracristi è un gioiello di tecnica, strumenti, voce e intesa che la senti pure in mono, con una cuffia sola e un orecchio tagliato.
Ma è anche vero che gli voglio bene come due fratelli, che mi hanno pure fatto una nipotina, e che sono due delle persone più belle che io abbia avuto la fortuna di incontrare. Se ultimamente faccio stand-up, è anche perché ai loro concerti mi facevano riempire la pausa con le mie cretinate ubriache.
Posso dire che mi hanno dato una casa, una giacca della North Face, alcuni dei migliori pranzi improvvisati di sempre, che mi hanno accolto fin da subito nella loro vita e per me è uno degli onori più grandi che mi siano stati fatti.
Quindi posso dirlo: il loro è uno dei dischi per me più importanti degli ultimi dieci anni, così come loro sono due delle persone più importanti che abbia conosciuto nella mia vita.

Lisbona – Parte Settima – Cosa mi manca?

Io continuo a pensarci.
Ci penso tutti i giorni.
Sono passati quasi cinque mesi e ci rimugino spesso.
Faccio liste mentali e depenno ogni riga neuronalmente, una dopo l’altra.
Mi guardo in giro per strada, in ufficio, ascolto la scuola di musica sotto casa mentre la sera provano jazz e a tutto ci sovrappongo la mia vita a Roma.
Cosa mi manca, di Roma?
Dopo 32 anni e 364 giorni passati nella Capitale escludendo i dieci mesi a Lecce, io ancora non lo so, cosa mi manca.
Direi niente, ma sarei un bugiardo come se dicessi che mi manca tutto.
Scrivo quest’ultima cosa e mi viene in mente Rebibbia e il murales di Zerocalcare

“Qui ci manca tutto. Non ci serve niente.”

e lo faccio mio.

Ma ci ripenso subito perché forse non mi manca niente ma mi serve tutto.
E ci ripenso di nuovo perché, appunto, manco lo so che mi manca.
E non parlo di persone, ché Lei ad esempio mi manca da incazzarmi con la geografia e le sue distanze.
Mi manca il mio ex collega di lavoro e il bene che ci siamo voluti in nemmeno un anno.
Mi mancano i miei amici, i pochi rimasti a Roma, e le poche volte che riuscivamo a vederci.
Mi manca la mia amica bionda dell’italico nordest, e il recuperare gli spritz persi in un mese in un’ora.
Mi mancano le miniature, tutte e tre.
Mi mancano i miei zii e le loro cene pantagrueliche.
Mi mancano Matre e Fratello pure se, sempre per colpa delle distanze, vedevo già poco.

Ma, dicevo, non parlo di persone, perché alcune ti mancano pure se ce le hai a venti centimetri.

Parlo di una quotidianità che era diventata un inferno, di un’umanità inumana, di facce tristi quando non sono arrabbiate, di scontrini non emessi e controllori inesistenti.
Penso a una città che negli ultimi cinque anni mi ha pietrificato il cuore e sciolto il fegato.

Quindi, che potrebbe mai mancarmi davvero?

Mi ci devo impegnare un sacco, son sincero.
In questi mesi ci ho dovuto ragionare sopra. Mai una volta che così, d’istinto, ho provato un tuffo al cuore, mai mi si è annebbiata la vista, mai ho vacillato al pensiero di quanto mi mancasse qualcosa.
Che poi, sò pure celiaco, manco a dire che mi manca la pasta.

Allora, che cazzo mi manca?

Ecco, a proposito di, mi manca un pezzo di pizza e una Mikkeller fresca da Celiachiamo.
Il gelato da Andreotti prima di attaccare alle sei e mezza per il turno Cena.
Il tramonto da Ponte Garibaldi con lo spicchio di Cupolone in fondo.
Entrare d’inverno alla Feltrinelli di Largo Argentina senza comprare nulla, per scaldarsi e sbavare su quintali di libri che non posso permettermi e che tanto non leggerei.
Andare a vedere le finestre di casa di Nonna a San Saba.
I concerti al Monk, quelli dentro però, che si sente meglio e che deve esserci proprio casino per farmi sentire a disagio.
Leggere le mie cose acide al Blackmarket entrando a gamba tesa sui live delle miniature. E tenere la nipotina mia mentre loro suonano.
Il caffè di Sabatino la mattina prima di andare a lavoro, e le patate al forno del kebabbaro sotto l’ufficio.
I murales del Quadraro.
L’atmosfera anni ’70 che ti arrivava come un pugno sui fianchi entrando al bar di Mano Bianca, quando lavoravo a Cipro.
Bob Marley suonato dal ragazzo africano sotto la metro a Cornelia, che quando passavo senza lasciargli nulla comunque mi sorrideva.

Ecco.
Allora qualcosa mi manca.
Però ci ho dovuto pensare, e anche parecchio.
Nessun tuffo al cuore, manco di quelli che la giuria alza tutti dieci perché non è arrivato manco uno schizzetto d’acqua.
Nessun rimpianto, nessun rimorso, diceva Max “personificazione della nostalgia” Pezzali.

Proprio ieri parlavo con Matre che da brava Matre qual’è tutta orgogliosa dice alla gente che sto bene.
Che lo sente, che sto bene.
E chi mi conosce (mai come Matre, of course) lo sa che è vero.
Che nonostante comunque i soldi siano pochi, nonostante realizzo sempre poco che vivo di nuovo da solo dopo tre anni di convivenza, nonostante non sia facile perché comunque alla fine un cazzo di niente nella vita lo è, io non sto a Roma.
Di base questo, e il fatto che il lavoro mi regala grosse soddisfazioni, mi fanno stare bene.

Immaginate quando Lei sarà qui.

Lisbona Parte – Quinta – Piccolo, Spazio, Pubblicità

Incappo in questo post che prende come scusa le canzoni uscite 20 anni fa per riassumere un po’ quello che successe nel 1998, e rimango affascinato dal fatto che, oh, sto invecchiando.
Ma proprio affascinato.
Solo per un attimo penso che, cazzo, venti anni son tanti e se tutto va bene altri quaranta e via a guardare i fiori dalla parte delle radici, “dimentichi del mondo, dal mondo dimenticati” [semicit. che se me la prendete vvb].

Ma poi ricordo mia madre che mi porta al cinema a vedere The Truman Show e due file dietro c’era un mio compagno delle medie che quando Jim Carrey sbatte i pugni sul muro di cielo in lacrime fa alla madre

“Perché piange?”

dandomi la conferma del coglione che era e che sempre rimase.

Ricordo sempre mia madre, verso la quale mi giro durante Salvate il Soldato Ryan, dopo che il nazista infila una lama intera nel cuore di uno di loro e subito dopo risparmia il porta munizioni terrorizzato. La guardo e con un volume di voce fin troppo alto le dico

“Ammazza oh, un nazista buono!”

rischiando di fare la figura del coglione di cui sopra, ma sapendo di essere semplicemente sotto shock per quello che stavo vedendo: ancora ora quel film mi mette incredibilmente a disagio, se pure non riesca a staccargli gli occhi di dosso.

Ricordo Matrix come uno dei primi film visti da solo con gli amici, al Cinema Reale di Trastevere e sì, ricordo pure che sul viale una volta usciti son stato un’ora a fare

“Swiiisssshhhh! Fiiiiiiii! Conosco il Kunf Fu!”

schivando proiettili e provando a saltare sui muri.

Ricordo che quando Sinatra morì ero a casa del mio migliore amico, e dalla madre sentii per la prima volta il soprannome, “The Voice”, perché lei disse

“Si è spento The Voice.”

e ripensare a questa scena, io e lei da soli in cucina, dopo pranzo, mi fa immaginare per una delle poche volte in vita mia un paradiso, quello classico solo cielo e nuvole, con un palco bianco e soffice dove Sinatra canta “Come Fly with Me” e il pubblico è formato solo da lei.

E la morte di Battisti invece mi fa pensare alla mia, di madre, quando la chiamo perché avevo appena saputo la notizia e la immaginavo devastata: mentre il segnale di linea libera andava mi passavano davanti i viaggi in macchina con Lucio che gridava “e guidare come un pazzo a fari spenti nella notte” e mamma faceva la finta pazza al volante e ci scherzavamo un sacco su, su quanto fosse ironico sentire quei versi in automobile, e il tutto si riassumeva con io che le dicevo

“Ah Mà, e famme grattà!”.

Mi ricordo sul muro dietro la porta di camera mia il poster verticale di Michael Jordan fotografato da dietro, a mezz’aria, mentre sgancia il suo ultimo tiro della sua carriera con i Bulls, ovviamente contro Utah, uno di quei duelli da far diventare bianchi tutti i giocatori di Cleveland e Golden State.
Il timer sul tabellone fermo sei secondi e sei decimi, la palla appena rilasciata dalle mani, il pubblico dietro il canestro che già sa: il ragazzo con le mani nei capelli, la donna con un’espressione di rabbia e stupore, il tipo seduto immobile, impassibile, morto dentro (sì, si giocava a Salt Lake City) (e poi va beh, ode a Jordan e a quel tiro e alla sua carriera e alla sua persona IO LO AMO ma dopo quei 6.6 secondi Stockton ebbe il tiro della vittoria e ci andò così vicino che fosse entrata sarebbe cambiata la storia del mondo così come la conosciamo).

E poi la musica.
Mettere su MTV e stare ore a vedere videoclip su videoclip, aspettando quello che mi piaceva di più, perdendo tempo quando passavano quelli che mi facevano cacare. Videoclip col volume sparato se nel frattempo mi scappava la cacca, videoclip con appena due tacche verdi se stavo in camera ed era tardi e non volevo farmi beccare.
E le pippe sulle Spice Girls, Alexia, Anouk (madonna Anouk quanto mi ha cambiato i connotati ormonali). Tutto era ancora confuso e sfocato, le t.A.T.u. non avevano ancora portato la loro calda corrente lesbo dalla fredda Russia, e tutto quello che vedevo erano tette.

Mi ricordo la sigla di Fifa ’98 con i Chumbawamba che “parlavano a vanvera” e il galletto francese mascotte dei Mondiali che sgambettava un pallone in giro per i posti simbolo del paese. I demo dei giochi comparti con le riviste in edicola, le sessioni frenetiche con mouse e tastiera cercando di ammazzare quei poveracci di nazisti in Commandos, (“hai capito qual è il vero eroe di questi giochi qui? Da una parte ci sei tu, che appena ti sparano puoi recuperare subito i punti vita, e dall’altra questi poveracci che sono pure dei nazisti, però sta di fatto che è gente senza alternativa!”, altra cit. che vvb se), Abe Exoddus e la grazia di essere un gioco bellissimo e con un sacco di significati. E poi perché c’erano le chicche tipo lui che ruttava e scorreggiava.
Mamma, sempre lei, che dopo aver fatto la spesa al supermercato sulla Pisana mi comprava un gioco pirata per la Playstation, comprata e modificata nello stesso momento con i miei soldi, paghette su paghette messe da parte per un sacco di tempo. Ricordo ancora che insieme mi diedero due giochi per provarla: uno di macchine e una specie di Resident Evil. Facevano cacare.
Poi va beh, un giorno comprai i due cd che componevano Metal Gear Solid: il trucco di spostare il joypad sul giocatore due per impedire a Psycho Mantis di copiare le tue mosse, la morte ululata, straziante di Sniper Wolf, la rottura della quarta parete quando le istruzioni su cosa fare venivano da normali conversazioni nel gioco

– Ehi Snake.
– Dimmi Otacon.
– Mi raccomando, non farti notare quando entri nel capannone.
– Ok.
– Devi essere silenzioso nei movimenti, trattenere il respiro ed evitare di lasciare impronte sulla neve.
– Ok Otacon. Ma come cazzo faccio?
– Premi di seguito L1, L2, Cerchio, Triangolo, Quadrato, Quadrato, Quadrato, Ics, Quadrato, Quadrato, L1, Ics.
– Aspè ripeti che me lo segno. Otacon? OTACON?

Alla fine, se mi è venuta in mente tutta ‘sta roba da un elenco di cose successe nel 1998, le cose sono due: che ancora mi ricordo le cose e che quell’anno, considerando quello che ho scritto, è stato una sorta di punto di rottura. Forse è lì, in quei mesi, che ho cominciato a farmi un’idea, a capire di essere un qualcosa con i suoi pensieri, i suoi gusti, i suoi giudizi e i suoi pregiudizi. Credo sia in quel periodo che ho cominciato e mettere il naso, la curiosità vera e propria fuori di casa, annusando il mondo e cercando di capirne gli odori, che ancora oggi non distinguo e che so non riuscirò mai completamente.

Forse è nei miei tredici anni, che ho cominciato a diventare adolescente.

E la cosa fica è che non ho mai smesso.

Kahbum – la Musica Oltre la Musica

Ci sono alcuni giochi di società, di quelli in cui le parole sono il cuore di tutto, in cui devi indovinare la risposta avendo meno informazioni possibili, dove devi usare un numero minimo di parole fino al classico gioco dei mimi, in cui al titolo del film devi arrivarci guardando un tuo compagno di squadra che gesticola come uno scemo: una volta, per far indovinare «Qualcuno volò sul Nido del Cuculo», disperato dopo l’ennesimo tentativo andato a vuoto, arrivai a mettere i cuscini del divano in cerchio e, imitando un volatile enorme, planavo sopra questo nido improvvisato. E indovinarono.

Poi ci sono altri giochi in cui ci parti, da una parola, e arrivi a creare un mondo. Anche la semplice associazione di idee, in cui magari parti da una cosa che vedi sul momento, chessò, «mouse», e finisci dopo un bel po’ a nominare Gasparri.

Ecco, Kahbum è più vicino a questa seconda forma di gioco, anche se poi proprio gioco non è.
La regola è semplicissima: prendi due cantanti/cantautori/cantastorie, gli fai portare il loro strumento (chitarra, loop station, batteria, una volta un’arpa, o anche solo la propria voce) e li metti in una stanza dandogli una busta con un titolo e un’ora e mezza di tempo per scriverci una canzone sopra.
I risultati di cui tutti possono usufruire tutti quanti sono dei meravigliosi video in bianco e nero su Youtube, con titoli come -tra i tanti- «Adotta un Fascista» (Lucio Leoni & Giancane), «Mi si è slogato il cervello» (Le Sigarette & Underdog), «Ctrl – Z» (Davide Shorty & Daiana Lou) e la più recente e nonché la più Natalizia di tutte «Palle di Natale» (The Niro & Lucci).
Nel video, la canzone vera e propria è preceduta da una sintesi di quei novanta minuti in cui, appunto, si crea il gioco.

Ed io ho avuto la fortuna di assistere e diciamo anche partecipare a una delle partite della seconda stagione. Partite che non fanno scontrare gli artisti ma li fanno incontrare: citando il sito di Kahbum, «non è un talent, non è un concorso, non ci sono vincitori né giudici».
Premetto subito: per ovvie ragioni di spoiler, non potrò dirvi chi sono i due artisti che hanno giocato, né il titolo della canzone. Posso giusto dire che uno dei è stato una conferma, e l’altro una piacevolissima scoperta.
E il titolo è una bomba.

Arrivo allo studio di registrazione «La Strada», tanto lontano (almeno per un cretino spatentato come me), quanto bello: poco fuori dal GRAGrande Ricordo Anulare», Tommaso di Giulio & Emanuele Colandrea) , arrivato dopo un nemmeno tanto travagliato viaggio su sedici linee diverse e una passeggiata tra campagna e cavalcavia sopra il raccordo, lo studio è immerso in una villa con giardino rigogliosissimo nonostante sia metà Dicembre, una vasca per i pesci, una piccola cappella privata, un paio di gatti e un cane, se non erro, sordo. Mi accoglie Ulisse, il mio insider all’interno della Necos, la società di comunicazione che ha inventato, creato e prodotto Kahbum. Ci sono tutti i soci, ognuno dei quali ha generalmente un ruolo preciso ma che nel giorno delle riprese fa un po’ di tutto, dal preparare un numero imprecisato di caffè a sistemare i microfoni, avanti e indietro prima della prima (e unica) scena del video.
Ulisse mi accompagna verso il resto del gruppo, che chiacchiera subito fuori dallo studio, in cerchio sulla ghiaia bianca.
Saluto in modo fin troppo confidenziale uno dei due artisti, e mi presento per la prima volta con l’altro, nonché con praticamente tutto il resto del team che gira intorno ai due.
Tra sigarette e bicchierini di plastica usati come posacenere, arrivo che si parla, ovviamente, di musica. Mi sento subito, estremamente a mio agio, rimanendo comunque in bilico tra l’inserirmi nella conversazione e guardarmi intorno.
Noto anche una certa elettricità nell’aria, un’atmosfera da prepartita, appunto, e ne ho conferma quando tra i due inizia uno scambio di domande sulle reciproche influenze artistiche, politiche, racconti sul quotidiano tra figli, ex ragazze e genitori.
Capisco che i due si conoscono solo per quello che fanno, e che si piacciono anche parecchio. Ma non si erano mai nemmeno visti da lontano, e questo mi sembra l’unico muro che gli rimane da abbattere: quello della fisicità della musica, il suonare insieme e anzi, il creare musica insieme.

Cominciamo ad entrare nello studio.
La stanza principale, il cervello di tutto, mi si apre appena varcato l’ingresso. Un pannello di controllo fatto di schermi, mixer grandi come un letto e casse grosse come comodini.
L’attività è frenetica: persone con cavi, microfoni, fari e faretti sfrecciano avanti e indietro, tra il cervello e quello che è il cuore, di Kahbum, e cioè la stanza dove i due artisti rimarranno per quei 90 minuti e da dove pomperanno idee, sensazioni, accordi (uno dei due, in questo caso, ha una chitarra), rime (lo strumento dell’altro) fino a creare una canzone.
Nei momenti successivi si calma la squadra tecnica, e cominciano ad agitarsi i due artisti: è una sensazione positiva, ovviamente, la classica, dovuta e necessaria scarica di adrenalina prima di una cosa che non hai mai fatto e a cui già tieni moltissimo.
Ulisse spiega brevemente le poche e semplici regole: dal momento in cui scoccherà il «ciak!», avranno due taccuini, penne, acqua e un’ora e mezza in cui le comunicazioni tra i due organi saranno ridotte al minimo, gli interventi della squadra nel cuore ancora meno e solo per questioni tecniche [durante la registrazione ci sono state effettivamente rarissime interferenze dal cervello, dovute a problemi tecnici, per alcune foto ai due o per annunciare la fine del tempo].

Respirone da parte di tutti, i due entrano, il ciak! scocca.
Si tira il telo tra cuore e cervello (da quel momento, seguiremo tutto dai monitor).
Le porte si chiudono.
Silenzio, si gira.

Ecco, spiegare senza poter dettagliare non è facile, ma fa più o meno così: la busta, il titolo (e che titolo!), le risate, la discussione sul farne o meno un pezzo cazzone, la virata verso il pezzo «serio», la ricerca di un accordo, un suono, associare dei ricordi in base al titolo e trovare le prime parole, discutere su quali, quante, riesaminarle, eliminarne alcune e scovarne di altre. I lunghi silenzi, i click delle penne, il fruscio leggero delle sfere sulla carta che lasciano una scia di parole, e la pressione frenetica delle linee che le cancellano. Le prime rime, i consigli, come dividersi strofe e ritornello. Altri silenzi, l’accordo ripetuto all’infinito, la calma prima di una piccola tempesta di dubbi, ripensamenti, il tempo che passa («manca mezz’ora!»), la certezza di averne sempre meno («si può bestemmiare?»), iniziare-sbagliare-ricominciare-sbagliare di nuovo.
La quiete che arriva dopo, la conferma di avere un buon pezzo tra le mani, gli ultimi aggiustamenti, pochi minuti in più per recuperare i pochi interventi che ci son stati, proprio come in una partita.

Tempo scaduto.

Almeno per quanto riguarda il gioco.
Adesso il risultato deve essere ripetuto un po’ di volte, così da dare la possibilità al cervello di registrare le versione migliore della canzone.
Esce fuori una gran bella traccia, un perfetto equilibrio tra blues e rap, chitarra e voci, parole e sensazioni.
Poi breve intervista post partita, i due che con noi ascoltano più volte le varie versioni, le ultime sigarette, i loro curiosi «beh, allora, com’è andata?» e i nostri sinceri «una bomba!», le strette di mano, lo scroccare un passaggio all’artista appena conosciuto e scambiare più di una chiacchiera sulla scrittura, la creatività, il poterci o meno campare, con queste cose.

Alla fine dei giochi -mi dico ora che ne scrivo dopo più di un mese- penso che se anche non ci mangi, con lo scrivere e cantare o far creare le canzoni, se sei arrivato al secondo anno di produzione della serie più innovativa e divertente della scena musicale italiana, allora ne vale la pena in ogni caso.
Quando crei un contatto, un incontro, rendendolo possibile grazie alla musica ma facendolo poi andare oltre, rompendo più di una parete tra arte e pubblico, allora hai comunque vinto.

E allora viva Kahbum, viva la musica che non c’era e che grazie a un’idea semplice e geniale, ora c’è.

E c’ho le prove.