E Poe Sia – ‘a Farfalla

Farfalla

Oggi, mentre camminavo per annà verso la metro,
me s’è accostata ‘na farfalla,
pe ‘n’attimo m’è parso me seguisse, me dicesse “Torna indietro!”,
mentre sbatteva l’ali nell’aria calla.

“Torna indietro, fidete, nun te ne pentirai”,
me sussurava piano ad ogni piè sospinto,
“guarda che nun importa le corse che farai
da qui nun schiodo, finché nun t’ho convinto!

Gira i tacchi, arza er mento, tira ‘n fòri er petto”,
insiste la farfalla petulante,
“molla qui la tua giornata, portete rispetto.
Còri ‘ncontro a Lei, ch’è la cosa più ‘mportante”.

“Farfalla mia, farfalla chiacchierona,
te ringrazio de esse così carina,
capisco che l’intenzione tua è bona,
ma si nun vado a lavoro è ‘na rovina!

Rischio grosso, potrei esse licenziato,
me spiace, ma devo famme er mazzo!”
Je dico serio ma appena sussurato,
che non vojo mica esse preso pe’ pazzo.

“Ammazza che tristezza”, dice la farfalla sconsolata,
“che me fate voi umani.
Cor miraggio de la vita agiata,
alle cose belle dite “Va beh, a domani!”

Prendi me, che sò nata da manco vent’ore,
e che da vive me ne rimangono sì e no quattro,
nun passo mica la giornata sempre a còre,
ar massimo svolazzo ìn facci a ‘n gatto!

Pè tutto er giorno pijo le cose come vengono,
volo contro er sole e nun ritorno più,
sò cose che poi dentro te rimangono,
che aspetti a fallo pure tu?”

E mò, che sò quasi arivato in ufficio,
penso che la farfalla c’avesse assai ragione.
Che a continuà così, er mejo auspicio,
è quello de finì come ‘n cojone.

Se penso ar sole mio, alla mia stella,
me viè ‘na gran voja de spiccà er volo,
perché ‘sta vita qui nun sempre è bella,
ma armeno nun la passo tutto solo.

E allora Amore, Amore mio speciale,
famo come ha detto la farfalla?
Alla fine nun ce sta niente de male,
a rischiasse quarche cosa, e pure a pagalla.

Adesso sono pronto, sò sicuro,
cò te accanto me sento quasi saggio,
che nella vita sì, ce vòle culo,
ma pure tanto amore, e un poco de coraggio.

Donne Che Amano Le Donne (E Noi A Guardare)

WhatOnestamente, nessuno di voi si sente intimidito dalle lesbiche? Magari un po’ messo all’angolo. Non è una questine di omofobia, tantomeno voglio fare un discorso maschilista, partiamo subito con ‘sto cazzo di presupposto sennò mi trovo la bacheca piena di salopette ed anfibi del mercatino. Il mio è un discorso di un trentenne etero che approva ogni tipo di diversità ma che obiettivamente si fa due domande quando vede o sente certe scene. Apprezzatelo, il fatto che mi questioni, che c’è se ne sbatte e intanto però vota contro i diritti di un po’ tutti.
Io parlo di quella sensazione che provo ogni volta che mi trovo una vicino che ha i capelli rasati generalmente su nuca ed un lato della testa, la già citata salopette, le spalle larghe per forza e la camminata di una che ha passato gli ultimi quattro mesi a cavallo di un asino di marmo.
Attenzione, non voglio dire che tutte le lesbiche siano così. Intendo che il tipo, di lesbiche a cui mi riferisco, è così. Come non tutti i gay portano la borsetta rosa ed il boa di piume, però son quelli a cui tutti (e su dai, TUTTI) pensano quando si deve etichettare la categoria.
Un po’ come i celiaci cacazzi, i cattolici bigotti e Gasparri.

Magari è gente che conosci tramite altra gente e vi siete trovati in comitiva insieme, per assistere alla serata di combattimento tra galli nel sottopassaggio della stazione Tuscolana. Solo che tu con i tuoi amici siete lì per farvi due risate, lei per puntare sul suo gallo norvegese, chiamato “Cock Killer”, con tutto lo strascico di doppi sensi che la cosa si porta dietro.

Boo

La sensazione, nel momento in cui lei alza i soldi al cielo gridando “TANTO VE LI AMMAZZA TUTTI QUEI GALLETTI FROCI DER CAZZO!!” è un misto di

– invidia: perché parliamoci chiaro, ogni donna desidera un uomo che abbia un parte femminile. E allora perché non il contrario, e cioè una donna che in sé abbia un camionista di Rovereto in cassa integrazione? Vi assicuro che è molto più facile che una donna (e parlo di donna, non di una sciacquetta che la da in giro come se non fosse sua e bacia la sua amica solo per metter la foto su FB e guadagnare like), insomma è più facile che voglia provare ad andare con un’altra donna che concedersi al solito idiota con le Hogan e la maglietta di Bershka in saldo.
L’invidia quindi scatta quando tu già sei impedito con l’approccio all’altro sesso in generale, già devi lottare con gli altri uomini, in più arriva la versione con le tette di tuo fratello piccolo.
Capite che diventa una guerra senza vincitori, né vinti, ma solo con due vagine che vanno ad attrito;

– paura: di non essere all’altezza. Perché lo sappiamo tutti che la complicità che c’è tra due donne non la si trova nemmeno nel duo Berlusconi-Bondi dei tempi d’oro. Dalle elementari, dove le bambole diventano mezzo di socializzazione, al liceo, dove ci si tiene per mano e si ridacchia quando il belloccio della scuola guarda una delle due. I maschi al massimo sono complici di occhiate quando passa un culo per strada e per la formazione del Fantacalcio, per il resto “vige l’uguaglianza non conta un cazzo nessuno”.
Tutti quanti noi maschi abbiamo sentito almeno una volta nella vita la frase, detta da un’amica, che recita più o meno “eh beh, però come ti toccherebbe* una donna, nessun altro”.
(*se invece dice “tocca”, significa che tra le gambe troverete macchie di rossetto e segni della penna che l’amica ha lasciato sull’orecchio, tipo il pizzicarolo del quartiere)
Voi non ne avete idea, del trauma che una cosa del genere può provocare. Annulla istantaneamente ogni tipo di presenza testosteronica presente nel corpo di un uomo. Un uomo insicuro, comunque, come me. Sentire una cosa del genere fa ritirare il pene all’interno del corpo, nascosto per ere come Gollum senza prendere sole né aria, in attesa di una morte veloce. Per quanto uno possa ritenersi sessualmente capace, non dico fenomeno, come Tonino il nipote di Bruno, ma che sappia dove sono collocate almeno 5 delle 1038342 zone erogene di una donna, uno s’immagina che da quel momento in poi non ci sia più nulla da fare: se una donna va con una donna, dopo c’è il vuoto. Il nulla. Moriremo tutti di pippe ed abbonamenti a Brazzers.
Per fortuna non è proprio così, ma diciamo che a livello teorico tutto è possibile, quindi vi consiglio di rivestire la vostra donna di un’armatura anti lelle fatta di falli in gomma (che tanto non servono no?) e foto di Ryan Gosling. Potrebbe esserci il rischio che siate voi, a diventar gay, ma questa è un’altra storia;

Ok Ryan. Tutto quello che vuoi tu.
Ok Ryan. Tutto quello che vuoi tu.

– curiosità: tutti i maschi occidentali, da quando gli scendono i testicoli fino a che non scendono sotto terra, sono attratti dall’amore saffico. Siamo cresciuti con i DVD sgranati di formosissime bionde che si montavano a vicenda, incastrandosi in forbici e 69 complicatissimi, tra urla di piacere che tutt’ora ci perseguitano. Pensateci, a questa cosa: se non fosse per un minimo di intelligenza e di conoscenze, rimarremmo tutti tremendamente delusi dai nostri rapporti sessuali, se prendessimo come termine di paragone i porno.
Per quanto riguarda la sezione “lesbian”, abbiamo ormai talmente tanto materiale da confrontare con la realtà, che ne usciamo spiazzati. Perché se da una parte ci immaginiamo quattro tette e due vagine che si fondono in un mix di piacere che la Müller in confronto è amara, la realtà ci sbatte addosso il corrispettivo di operai rumeni che rapiscono le nostre donne per portarle nei villaggi fatti di capanne mal costruite, piene di poster di Madonna e status della Lucarelli stampati in giro sparsi sul pavimento**.
Quindi da una parte è ovvio che siamo curiosi di capire (e magari assistere, interagendo) quel fenomeno in cui gente come Stoya o Sasha ci han fatto vedere le stelle, dall’altra sappiamo anche che per quanto quella sia finzione (bellissima, finzione), alla fine c’è il rischio che “once she tries her, she’ll never comes here” e di vedere quindi sfumati ancor più approcci rispetto a prima.

Perché realtà batte sempre fantasia, ce lo hanno insegnato i videogiochi, i film, e i porno.

**qui l’autore ci tiene a sottolineare la teatralizzazione dell’argomento “estetica lesbica”, utile al solo scopo di dimenticare che, ad esempio, anche a Sharon Stone piace solo la fica.

Sharon
Snake = Pene.

Ci Sarebbe Da Fargli Una Foto

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Per lui la giornata può finir qui, non ci fosse da prendere l’ultimo tram prima di arrivare a casa.
Ma il pieno di cose che ha fatto oggi vale tutto quel lampione a cui è appoggiato, col libro in mano, sotto un cono di luce che sembra l’unico di tutta Porta Maggiore.
Alza un attimo lo sguardo dalle pagine del «Dottor Stranamore» per cercare il tram dietro l’angolo, che ancora non arriva. E mentre torna con la testa nel libro per un secondo sente il suo profumo sul colletto della giacca, e la testa se ne va di nuovo.

Il programma della serata prevedeva tornare a casa e schiantarsi sul letto a velocità Mach 9. Prima però voleva godersi la cena che lei gli aveva lasciato in frigo, quello che per lei era stato il pranzo durante la giornata che aveva passato a casa di lui.
Lui che intanto stava in ufficio e quel maledetto sole che entra dalla finestra alle 14 esatte, proprio quando lui attacca e che per quasi due ore lo cieca, allo stesso tempo lo fa anche incazzare visto che potrebbero stare fuori sotto al gazebo a lavorare entrambi alle loro cose, lei alle foto lui sui fogli, lanciandosi ogni tanto quegli sguardi da tonti, rubando un’occhiata mentre l’altra è intenta a sfumare un contorno fino a che non aggancia il suo sguardo sul riflesso del monitor.
E invece sta in ufficio, e tra una mail e l’altra vede solo il suo riflesso, da solo, e rosica ché dovrà aspettare almeno due giorni per rivederla.

Si scrivono durante la giornata, lui nel frattempo stacca mentre lei esce per tornare a casa sua, prima di uscire di nuovo per andare a teatro.
È stanco e sul bus fa fatica a star dietro al Generale Ripper ed alla sua fissa sulla fluorizzazione dell’acqua che lo ha portato a scatenare una guerra definitiva. Alza la testa per guardare l’umanità che ha intorno, e si stupisce come tutte le volte pensando a quante vite ci sono solamente lì, quanti legami, quanti dolori, segreti, gioie, quanti sogni racchiusi in così poco spazio, che i suoi da soli fanno un sacco di volume.

Nel frattempo continuano a scriversi, che lui si è fermato per due chiacchiere a casa di amici ed ha fatto un’altra strada. Le chiede consigli su come tornare in zona “casa nuova”, che ancora deve abituarsi.
È tardi ed entrambi hanno fame, non solo quella che ti farebbe prendere le patatine al Mc e «già che ci siamo prendiamo un menù e sediamoci», sente anche quella fame di lei, quel buco allo stomaco riempito solo di farfalle, quella voglia atavica di vederla anche solo da lontano.
Lei gli suggerisce un paio di modi per tornare, ma lui nel frattempo dopo una corsa a vuoto ha perso l’unico bus utile e allora sale sull’ennesimo tram, verso Largo Argentina, che da lì per Termini e poi per Roma tutta, è un attimo.

E allora visto che le coincidenze, se non esistono, si possono creare, succede che

«Io lì al teatro, devo andare»
«A questo punto vediamoci un attimo (:»

ed eccola lì, senza appuntamento e senza coincidenza, immersa nel cappotto a scacchi grandi, rossi e scuri, la mano che mette in tasca il telefono, il sorriso dolce ed il passo dondolante da bimba felice.
Lui che saltella facendo dondolare le braccia, come un bimbo scemo, attraversa tutta l’isola pedonale fregandosene di tutta quella gente seria e ingessata che gli passa vicino senza un sorriso a portata di faccia.

Appena si abbracciano la sensazione è di sentirsi contemporaneamente soli al mondo ed osservati da tutto l’universo. Un punto catalizzatore della galassia tutta, la prova vivente che miliardi di anni fa qualcosa è esploso modificando quel tanto lo spazio-tempo da farli stare lì, in quell’esatto secondo, abbracciati in quell’esatto modo.

Si baciano, si guardano, si sorridono e si fumano una sigaretta, mentre lui le racconta di tutto come se non la vedesse da mesi e lei ascolta paziente, mentre cerca di capire da dove diamine si entra, in questo teatro.
Passano i minuti giusti, non c’è quella sentore di urgenza, di tempo che scade. Ovviamente sanno che ne hanno poco ma proprio per questo se lo godono, parlandosi, lui che le percorre i contorni delle braccia con le dita, lei che ogni tanto scatta in un abbraccio, ridendo tutti e due come sempre, sinceramente.

Lei vuole entrare e lui è stanco morto, e senza pena si salutano, lui corre verso il primo bus per Termini e si gira un attimo, come fa sempre, non importa le due strade che stanno prendendo, si girano sempre, almeno una volta, per salutarsi con gli occhi.

Col cuore al suo posto, è appoggiato al lampione mentre il Dottor Stranamore continua a non parlare, mentre osserva tutto quello che succede nella Sala della Guerra.
Alza la testa per vedere se sbuca il tram, ma ancora nulla. Non gli importa, però, ha tutto il tempo del mondo, e glielo si legge in faccia e sul corpo.
È la felicità fatta persona, è la tranquillità fatta trentenne, è la consapevolezza di aver trovato in lei il filo conduttore di tutte le cose che vuole fare. Quella che chiamano vita, insomma. E lei è la linea che piano unisce punto dopo punto, giorno dopo giorno.
Quel ragazzo lì, quell’uomo, appoggiato al lampione, sotto quel cono di luce stanca, sta un gran bene. E si vede.

Ci sarebbe da fargli una foto.