Dieci anni di Musica, secondo me

Niente protagonismi.
Leggerete nemmeno troppo tra le righe che non sono certo un critico musicale.
Sono solo un criticone, di solito.
Però la Musica è un bel pezzo di vita mia, le liste mi fanno impazzire e l’Alzheimer è alle porte, quindi lascio qui questa traccia sulle tracce principalmente per me.
E magari per dare qualche chicca a voi.
Bonus: cliccando sul titolo del disco di ogni artista, verrete portati sul tubo e più nello specifico alla mia traccia preferita di quell’album.

Arctic Monkeys – AM (2013)

Il disco in cui lasciano le cantine e si prendono i palchi.
Si pettinano, si mettono le giacche di pelle e tirano fuori uno dei dischi più importanti dell’anno 2013, della decade che si chiude e più in generale della storia della musica. Un passaggio di consegne tra loro e loro stessi, con l’eco di quattro album alle spalle che si aggira per le tracce di AM e le prima sonorità che avrebbero invece riempito quel gioiello che è Tranquility Base Hotel & Casino. Un colpo di coda pieno di rock, ballate e testi fuori dal comune, pieno di quell’acido da gastrite che senti quando capisci che stai crescendo, e devi farci per forza i conti.


Willie Peyote – Educazione Sabauda (2015)

Anche questo un disco di transizione. Guglielmo era partito l’anno prima con Non è il mio genere, il genere umano, e prima ancora con un gruppo punk. In mezzo, un gioiello raro che è la sua partecipazione come cantante nel progetto Funk Shui Project.
Qui arriva prendendo tutto quello che ha imparato e lo mette in rima, e in riga. Una tracklist piena di rap, cantautorato, ironia, ma soprattutto intelligenza: nel mettere insieme concetti profondi e ritornelli leggeri, citazioni di Guccini e audio dal film Santa Maradona, nel cucire insieme la scena indie / rap italiana, la politica, i vizi di un popolo poco educato.


Kendrick Lamar – DAMN. (2017)

Io sono ignorante come la merda. Faccio le classifiche delle cose e realizzo che Kendrick prima di due anni fa mi era praticamente sconosciuto. Ormai ascolto sempre la stessa roba, e graziaddio ho un amico così in fissa con l’hip hop ben fatto che alla fine qualcosa di nuovo, in questo capoccione, ci entra.
Ed ecco infatti che Kendrick mi ha fatto prendere un aereo in più oltre a quello che avevo per Lisbona: un Roma – Londra – Roma – Lisbona che difficilmente dimenticherò, così come il concerto all’O2 Arena, uno dei più belli della mia vita.
DAMN. è un disco così importante per la storia della musica, che mi sento uno stronzo anche solo a parlarne. Per me è stato scoperta, emozione, rabbia e tante belle cose che mi son rimaste appiccicate addosso. È stato enorme, gigantesco e allo stesso tempo così piccolo da insinuarsi in tantissimi momenti dei miei ultimi due anni su ‘sta terra dove tutto quello che succede, qui rimane.


Bud Spencer Blues Explosion – Fuoco Lento (2011)

Due anni prima Adriano e Cesare avevano tirato fuori un gran bel disco che li aveva portati direttamente sul palco del Primo Maggio nel 2010, e dove per la prima volta dimostrano a tantissima gente quanto potente può essere un duo. Quel duo, dal vivo.
Per questo, pochi mesi prima di pubblicare il loro secondo, per me miglior disco (Do It – Dio Odia I Tristi), pubblicano la registrazione di un live elettrico, caldo e potente come un fulmine. Una tracklist breve ma intensa, fatta quasi tutta di cover, un pubblico infoiato che fa casino almeno quanto quei due sul palco. Di quelli a cui avrei potuto assistere, questo live al Circolo degli Artisti è uno dei miei più grandi rimpianti. Ma poi mi son rifatto per bene intervistandoli l’anno dopo.

 


Mac Miller – Swimming (2018)

Ok, lo ammetto. Mac Miller l’ho scoperto due mesi fa grazie ai Tiny Concert di NPR Music. E sono rimasto folgorato. Non avevo idea di chi fosse, di che musica facesse, ma quei diciassette minuti mi hanno impressionato, emozionato, allibito. Una potenza di liriche impressionante, una facilità di composizione e realizzazione rari, per un ragazzo di 26. Non avevo idea di chi fosse, e scoprire che pochi mesi dopo quel live è stato trovato senza vita per un overdose di droghe e alcool, mi ha distrutto come se se ne fosse andato un carissimo amico che non sentivi da anni, ma che sapevi avrebbe fatto grandi cose, prima o poi.


Jovanotti – Ora (2011)

Va beh, Lorenzo.
Vi vedo storcere il naso fin da qui.
Il fatto è che ok, Lorenzo Cherubini è ormai parte del mio organismo, sta nel cuore e in testa e nel fegato e nei polmoni, anche se da parecchio tempo non lo seguo come prima.
E anche nel 2011 me l’ero un po’ perso: Safari, 3 anni prima, era stato un bel disco dopo un po’ di roba che mi aveva effettivamente rotto il cazzo, tra singoli forzati e ballate strappa palle.
Ora cambia tutto, prende quello che sapevamo di Jovanotti (la gioia, l’infantile voglia di divertirsi e far divertire, una cultura musicale ampissima) e lo mette sul piano dell’elettronica, della festa su disco, di un disco da mettere alle feste che è già festa di per sé.
Fu anche l’ultimo suo concerto a cui andai, e mi sono divertito davvero tanto. E Jovanotti pure.


Colle Der Fomento – Adversus (2019)

Aspettare 11 anni per qualcosa dovrebbe essere illegale. Però loro sono il Colle der Fomento, hanno fatto 4 dischi in 23 anni e ogni volta hanno cambiato le carte in tavola. Il gioco è lo stesso, quello del rap, e ogni volta che scendono in campo è come l’Italia dell’82: fa scuola.
Danno e Masito, questa volta con Dj Craim ai piatti, tirano fuori il disco della maturità, quello adulto, direbbero i critici veri. Quattordici tracce pensate, ragionate, filtrate, curate fino al più piccolo dettaglio. Ognuna è un colpo alla testa e uno al cuore, dove Masito per la prima volta sembra essere il protagonista di una storia personale, sua, che diventa immediatamente di tutti, con Danno a fare spesso da gregario ma senza mai mancare un colpo, sempre pronto a coprire le spalle al compare di una vita.
Un disco bello, che affonda le radici nell’hip hop più puro e lo mischia con l’autorialità romana, sanguigna, de còre.

 


A Casa Tutto Bene – Brunori Sas (2017)

Il disco che mi ha fatto ricredere sulla musica italiana, quella dei cantautori capelloni che parlano di dolore e sofferenza. Il disco che ha iniziato ad accompagnarmi che era già uscito da un annetto, e che non mi si è staccato più di dosso. Certo, sembra di sentire De Gregori da giovane, ma non per forza è un difetto: Brunori riesce ad attingere da tutto quel cantautorato da voce stanca e spezzata, e lo porta a un livello nuovo. Almeno per me, che lo odiavo fino a due minuti prima.
Un album pieno di parole belle, di concetti personali, di emozioni globali che vanno dall’amore fanciullesco a quello omicida, dalla canzone impegnata a quella spensierata.
Un bel disco, davvero.


Dutch Nazari – Amore Povero (2017)

La prima volta che ho sentito “Proemio” credo di essere svenuto. Troppa roba tutta insieme, e messa insieme così bene da farti vergognare di aver anche solo pensato, anni fa, di iniziare a scrivere.
Dutch Nazari è forse quello che più di tutti, senza una chitarra e senza la voce, fa il cantautore con il rap. Riesce in qualche modo a tessere trame complicatissime ma di magnifica realizzazione. Quadri complessi fatti di giochi di parole, intrecci di rime che sembrano non arrivare mai, pennellate di ironia, sferzate su sesso, amore, politica, sociale che una volta esposti li vedi e ci rimani di stucco. Magari lì per lì non li capisci nemmeno subito, ma non è mica arte contemporanea che pensi “se va beh, questo lo sapevo fare pure io!”. Eh no, col cazzo. Questo lo sa fare solo Dutch, e lo fa di cristo.

 


Apollo Brown – Clouds (2011)

Che uno scorre la playlist e si sente male. 27 tracce ventisette che io, da ignorante come la merda come sempre, a non sapere chi fosse Apollo Brown ci son rimasto secco.
E invece è una strumentale lunghissima, un susseguirsi di basi che prima o dopo tutti nel mondo hip hop hanno usato. Brown è un misto tra un compositore e un produttore, qualcuno che vive di beat e li cerca, scava, scova, rimesta fino a trovare quei pochi secondi che insieme a decine di altri vanno a creare quella che è una vera e propria base per le tracce a venire.

 


Coez – Non Erano Fiori (2013)

Sirvano si era già fatto il suo giro da solo con “Figlio di Nessuno”, ma era ancora fedele alla linea dei Brokenspeakers, con staffilate hardcore che arrivavano fin dalla traccia di apertura (“Ch-Ch-Ch-Coez con il macello nel cervello, hello!”).
Qui invece prende la svolta che l’avrebbe portato, nel giro di 6 anni, a diventare il Coez che riempie palazzetti e fa bagnare le pischelle di tutta Italia. Ancora acerbo, ancora con un po’ di bava alla bocca, dondola e gongola in un universo nuovo che comincia ad esplorare e fare suo, con quei ritornelli che ti rimangono attaccati addosso per sempre. Quello che non tradisce è il modo di rappare cantare, che ha solo lui e che a me piace un sacco: quelle rime spezzate e sospese le ho sempre trovate geniali.


BADBADNOTGOOD – IV (2016)

Il jazz e il funk e la disco e il rap e l’elettronica e tutto quello che ha un ritmo fico in culo loro lo mettono insieme e tirano fuori uno dei miei dischi preferiti di sempre. Anche loro scoperti con questo album, anche loro mi han fatto mangiare i gomiti per le volte che non conoscendoli me li son persi, i BADBADNOTGOOD tirano fuori undici tracce magnifiche, impeccabili, la perfezione fatta suono che potresti sentirti sorseggiando tè e leggendo un libro, che puoi mettere in sottofondo per fare il figo con la tipa nuova, o che puoi anche spararti a tutto volume nelle cuffie mentre cammini e balli e muovi le mani per fare la batteria che tanto, alla fine, non ci riesci mai.

 


Dead Shrimp – Dead Shrimp (2013)

Un trio romano con la passione per il blues da piedi ammollo nel Mississippi. Tre musicisti maiuscoli con la pagliuzza in bocca, un bottleneck fatto in casa e una batteria minimal. I Dead Shrimp, con la formazione originale composta da Alessio Magliocchetti Lombi (chitarra slide), Sergio De felice (voce) e Gianluca Giannasso (batteria, voce), debuttano con un disco pazzesco, un blues di quelli che, appunto, ti portano via lontano mettendoti un cappello di paglia in testa, una salopette addosso e una bottiglia di Moonshine. Ti trovi scalzo a godere della giornata, balli canti e passa tutto. Una sinergia davvero rara, quella tra i tre ragazzacci romani, che ha portato a un disco che avrebbe meritato molto più ascolto e attenzione.

 


Calibro 35 – Ogni Riferimento a Persone Esistenti O a Fatti Realmente Accaduti è Puramente Casuale (2012)

Io dico boh, come cazzo si fa a fare un disco dalle atmosfere poliziottesche anni ‘70 nel 2012? I Calibro 35 lo sanno e lo fanno lo stesso. E pure bene. Minchia, lo fanno daddio.
Li vidi una volta in qualche paesino in Salento qualche estate fa, dopo qualche mese iniziai a lavorare all’Angelo Mai, dove tutti i componenti erano praticamente di casa. Li ho rivisti live qualche altra volta, e difficilmente ho visto roba simile in vita mai. Una macchina perfetta, una fabbrica di ritmo impressionante. Nessuno mi leverà mai dagli occhi l’immagine di Enrico Gabrielli che suona due tastiere mentre vola sul sax. Un trauma.


Lucio Leoni – Il Lupo Cattivo (2017)

Lucio è bravo a scrivere e a cantare. Lucio è simpatico. Lucio ha fatto un sacco di cose, in trent’anni e spicci di vita. Ma io non lo sapevo fino a che me lo sono ritrovato a Bologna, in un circolo di Rifondazione, a cantare per pochi intimi che dopo dieci minuti stavano fumando e bevendo come se si fosse in salotto a casa con gli amici di una vita. Poi con Lucio ci siamo intrattenuti dopo il concerto, poi ci siamo ribeccati, abbiamo provato a collaborare ma poi, sapete com’è no, la vita.
Io a questo disco sono tanto affezionato, che è uscito che io e Lucio già ci conoscevamo e l’emozione sua per l’esordio era pure un po’ la mia, e di tutti quelli che gli vogliono bene. E sono tanto.
Quest’anno esce il suo nuovo disco, e mi sa che lo metto già il lista per il 2030.


Miniature – Miniature (2013)

Qui si va sul personale.
Perché è vero, verissimo che il disco d’esordio di Gabriele Pierro e Silvia Caracristi è un gioiello di tecnica, strumenti, voce e intesa che la senti pure in mono, con una cuffia sola e un orecchio tagliato.
Ma è anche vero che gli voglio bene come due fratelli, che mi hanno pure fatto una nipotina, e che sono due delle persone più belle che io abbia avuto la fortuna di incontrare. Se ultimamente faccio stand-up, è anche perché ai loro concerti mi facevano riempire la pausa con le mie cretinate ubriache.
Posso dire che mi hanno dato una casa, una giacca della North Face, alcuni dei migliori pranzi improvvisati di sempre, che mi hanno accolto fin da subito nella loro vita e per me è uno degli onori più grandi che mi siano stati fatti.
Quindi posso dirlo: il loro è uno dei dischi per me più importanti degli ultimi dieci anni, così come loro sono due delle persone più importanti che abbia conosciuto nella mia vita.

Miles Away

Le cose strane della vita?

Qualche anno fa lessi un articolo su Miles Davis che mi è rimasto molto impresso. Raccontava dei suoi ultimi anni di vita, passati tra la depressione e la paranoia, mangiato dalla cocaina e da un blocco artistico spaventosamente grande. Tre episodi in particolare, di tutto il lungo e bell’articolo che ora non ritrovo, mi colpirono tantissimo.

Il primo era riferito ai problemi con se stesso, e alla sua paranoia che lo accompagnò per gli ultimi cinque, dieci anni di vita. Aiutato da un uso esagerato di cocaina, cominciò ad avere una generica paura degli spigoli, in particolare per quelli di casa sua: sedie, divani, soprammobili, scrivanie, persino gli stipiti di porte e finestre. Decise però non di trasferirsi, ma di cambiare cas. Da dentro. Tutto venne smussato, addolcito, arrotondato, tutto liscio come un piccolo scivolo di plastica per bambini.

Il secondo fatto parlava del suo rapporto col mondo esterno. Un giorno, in piena crisi di astinenza da polvere bianca, prese la sua Ferrari e andò di corsa al centro di Los Angeles in cerca del primo pusher per ricchi. Scese dalla macchina, salì su un ascensore di un hotel e ci trovò una signora imbellettata dell’alta, più finta società di quei plasticosi anni ’80. Convinto di essere ancora sulla sua Ferrari, tirò un pugno alla signora, intimandole di scendere dalla macchina prima di subito. Passò una notte al fresco, e la mattina dopo fece l’unica cosa per lui logoca: trovare la cocaina e sfondarcisi.

Il terzo e ultimo episodio riguardava invece il suo rapporto col suo grande amore, la musica, diventata ormai la cosa più difficile da affrontare. La scena prendeva spunto da un suo live, uno degli ultimi, quando ormai le sue produzioni erano diventate un delirio di elettronica, un qualcosa che come sempre nessuno aveva mai fatto e che ormai si era stancato anche lui di eseguire.
Il video lo immortalava già sudato a inizio concerto, curvo su se stesso, gli enormi occhiali da sole a coprirgli mezzo volto. La tromba in piedi su un tavolino nero, al centro, con la band che aveva iniziato il tappeto ritmico ma lui nulla: guardava lo strumento di una vita intera e non sapeva cosa farci. Si avvicinava per poi ritirarsi subito, la guardava da lontano, pareva fosse la prima volta che vedeva quell’oggetto sinuoso, una donna magra con una lunga e ampia gonna, il braccio sul fianco in attesa di essere presa e fatta sua. All’improvviso l’afferra, ma anche lì non inizia subito a suonarla. Avvicina le labbra, le poggia, le stacca, ci guarda dentro come se sperasse di trovarci l’ispirazione.
Alla fine suona, e inizia a fare Miles Davis. Quello si quegli anni, ma sempre Miles Davis era.

Le cose strane della vita?

Che uno che ha cambiato le regole della musica suonasse per tormento, per dolore, per espiare colpe mai avute, io lo ascolto per rilassarmi, godendomi la sua musica ma soprattutto pensando sempre a questi tre episodi. E facendone tesoro per non cadere nell’errore di pensare che i grandi talenti abbiano avuto una vita facile, agile, piena di gioie, perché altrimenti non avrebbero avuto nulla da dire.
I tormenti, i dolori, i sensi di colpe mai avute sono la vera benzina dell’arte, e gli incendi che tutto bruciamo e distruggono le opere finali più belle.

Roma

Credo di aver capito perché Roma piace così tanto. Perché ha almeno un posto del cuore di ognuno. Che tu ci sia nato e cresciuto, che tu ci abbia studiato, o che ci sia venuto una volta anni fa. Tutti hanno almeno un posto di cui ti raccontano, in cui hanno incontrato qualcuno, dove hanno visto un qualcosa che “guarda, ho girato tanto, ma solo a Roma l’ho viste queste cose”.

Il mio posto preferito di Roma, dove ho visto e fatto e detto cose importanti, è Ponte Sisto.
Ponte Sisto unisce Trastevere alla parte più centrale di Roma. Trastevere che “quann’ero pischello” era ancora un piccolo avamposto popolare, dove la (mo)vida era più semplice, meno bacchettata da chi comandava e più rispettosa da chi la faceva. Si beveva, camminava, si ribeveva senza troppe ansie, senza i fasci che ti danno le spallate per litigare e senza carabinieri ammazzati per strada.
Ponte Sisto non lo attraversavamo quasi mai. Ci passeggiavamo sopra, si brindava con le pannocchie arrostite e la musica (quasi sempre demmerda) suonata da qualche disperato e via, verso la notte fonda che ci portava al giorno dopo, tra i banchi del liceo, senza manco l’ombra di un hangover.
Ponte Sisto mi ha visto ridere e piangere, lanciare anelli nel Tevere e gridare tutta la gioia di avere vent’anni. Non c’è un angolo di quei 50 metri scarsi che io non abbia calpestato, lato da cui non mi sia affacciato, catena che non abbia scavalcato.

Questo forse è il mio angolo preferito di Roma, dove tutti si fermano a far foto ma forse solo pochi, pochissimi, hanno di che spartire con lui.

A me Roma non manca, non ho visto niente di nuovo e anzi, ho rabbrividto ancora vedendo alcune cose. Sentendo la puzza ad ogni secchione, che magari è ora svuotato ma che non è stato lavato, igienizzato. Roma puzza di umido e vecchio, e l’odore acre sembri percepirlo anche con gli altri sensi. I muri sporchi di scritte al limite del nazismo, i sorrisi spenti della gente, i clacson rabbiosi in strada, i sostegni ingrassati dei bus, gli adesivi su Bibbiano (giuro, ma ne parleremo poi).

Roma è lo specchio di un paese allo sbando, barcollante sotto i colpi di una politica fatta di slogan e mazzate, con il negro guardato male e il nero accolto a braccia aperte. Con le bestemmie dei quindicenni e la dislessia degli adulti.

Ma ognuno a Roma ha il suo posto del cuore. E se ci vai, e ti concentri tantissimo, allora sembra quasi che sia tutto molto bello.

Generazione d’Emergenza

Siamo la generazione della merda.
Siamo quelli a cui da piccoli han detto che potevamo lanciarci da un palazzo che tanto sotto ci sarebbe stato un camion di materassi ad attutire la caduta. Ed era vero.
Ci siamo lanciati, siamo atterrati sui materassi che però ci han rimbalzato via facendoci precipitare in un fosso di vetri rotti e lamette arrugginite. E quando abbiamo rivolto lo sguardo in alto, al bordo della buca, non abbiamo visto mani a tirarci su, ma piedi a spingerci in basso mentre a calci in culo buttavano dentro i nostri genitori e tutte le loro promesse. Ci siamo trovati a piangere abbracciati, con loro a chiederci scusa ché speravano sarebbe andata diversamente e noi a loro per non essere stati quelli che speravano.
Ma non è colpa loro, non del tutto almeno.
La colpa è pure nostra che abbiamo scambiato la nostra anima per una bevuta la sera, per le fiere su tatuaggi e barbe, per riuscire a beccare lo spaccino e farsi una serata senza pensare. Ma senza pensare a che?
I pensieri veri ci sono arrivati tutti insieme in faccia nel momento in cui abbiamo iniziato a cercare lavoro, casa, un posto dove avere entrambi e ci siamo ritrovati precari con un affitto improponibile in una città che l’unica comunità in cui puoi sperare di entrare a far parte è quella di recupero.

Ci hanno mischiato i piaceri familiari con i doveri della vita, ci hanno privato di ore intere da passare insieme a loro, a cui crollava il mondo del lavoro sotto i piedi e noi a dovercelo creare. Chi si è fatto subito furbo ha capito cosa fare e ha sfruttato ogni occasione possibile, mentre la maggioranza di noi è rimasta in attesa di un mezzo miracolo che non è mai arrivato.

Ci hanno fatto maledire il berlusconismo mentre i nostri genitori abbracciavano i condoni, ultima soluzione di anni infami e magnerecci. Ci hanno fatto odiare venti anni della nostra vita, i migliori, portandoci in piazza a beccarci (come minimo) gli insulti, ci hanno sparato addosso a Genova con Carlo, ci hanno pestato a morte insieme a Stefano e Federico, hanno fatto scappare Giulio per poi ammazzarlo lontano dagli occhi, lontano dagli affari. Ci hanno pisciato in testa dicendoci che pioveva mentre capivamo che fare con la scuola, l’amore, le passioni.

Hanno preferito vederci fuori schema, fuori controllo, fuori dal paese pur di non guardarci in faccia e chiederci scusa, o almeno tenderci una mano.

Io mi ricordo ancora che nei ‘90 avevo la TV grande come quelle di oggi (anche se era un cassone pesante come un post di Fusaro), almeno una vacanza all’anno durante l’estate e il Natale pieno di regali. E lo so che la maggior parte son cose che si perdono negli anni come lacrime nella pioggia, ma non è nemmeno possibile che dopo vent’anni ci si ritrovi senza la speranza di una pensione o a mandare tu i soldi a mamma e papà.

Ci hanno dato i contratti a sei mesi in pompa magna, le nostre prime firme su pezzi di carta validi come un rotolo di scottex nuovo che ti cade sotto il rubinetto aperto.

Ci hanno fatto firmare le dimissioni il giorno del contratto (“Ma quali contratti: passione ci vuole, passione!”, diceva Sergio in Boris), ci hanno dato lavoro come se fosse un favore, ci hanno fatto pagare per lavorare. E per pagarci si sono inventati i voucher, i buoni pasto, a dirti che l’importante è mangiare e magari se sei fortunato per portare a cena fuori la tua ragazza, all’all you can eat giapponese che è più rischioso mangiarlo che andarlo a pescare, quel pesce. Hanno fatto della sopravvivenza la vita normale, hanno aumentato tutto dandoci sempre meno ma dicendoci che era giusto così.
Abbiamo gioito per il primo stipendio a metà con occhiolino annesso, che “il resto fuori busta”, contenti di quei contanti che finivano vaporizzati nell’alcool e nei viaggi chilometrici per andare dalla tua ragazza a 600km, 12 ore di sofferenza spacciate per lusso, mentre smantellavano piano piano chilometri di binari spezzando il paese in due.

Ma abbiamo sbagliato pure noi eh.
Ci siamo convinti che sarebbe bastato scendere in piazza, che Berlusconi e la Moratti e Mediaset e il conflitto d’interesse e il Lodo Mondadori e le opa alle banche e la Bossi-Fini e tutta quella merda coi nomi grossi ma le scritte piccole, incomprensibili, le avremmo potute spazzare via con i cartelli e i balli e i sassi e le camionette.
E invece ci hanno risposto con Carlo, Federico, Stefano, Giuseppe. Ci hanno detto che il problema era Er Pelliccia e per colpa sua ci han chiuso le strade davanti, sigillato i cassonetti e piombato i tombini. Poi da quei tombini abbiam permesso alle zoccole di uscire, impestare le città e arrivare fino ai palazzi di potere. Abbiamo barattato 20 anni di mani bianche e girotondi e Nanni Moretti per i fascisti al governo.

Ci siamo illusi che un Ryanar a venti euro ci avrebbe permesso di viaggiare davvero e invece andiamo sempre nelle stesse città a mangiare negli stessi posti a ballare negli stessi locali perché quella città ci fa sentire davvero a casa, ché a casa non ci hanno mai fatto sentire davvero. Ci hanno detto che potevamo viaggiare tanto a poco, e poi abbiam visto i nostri fratelli africani affogare per un viaggio breve a tanto. Ci hanno dato i TreniOK per toglierceli subito dopo, e invece di rompergli il culo ci siamo presi i Frecciammerda, abbiamo guardato mentre prendevano i binari al sud e li spostavano al nord, abbiamo osservato Roma essere coperta di rifiuti de monnezza e rifiuti umani. Abbiamo accettato di essere meno rivoltosi dei nostri genitori perché tanto avevano già fatto loro, con evidenti risultati. Ci siamo comprati “Come Te Nessuno Mai” come film generazionale e due anni dopo ci hanno rotto le gambe a Genova. Abbiamo occupato i licei per farci le canne e i workshop sul surf. Siamo scappati sempre davanti ai poliziotti, perché le manganellate le abbiamo lasciate a quelli dei centri sociali, che loro stavano lì anche per quello, oltre che per occupare i posti dove andavamo a farci le canne e i workshop sulla birra. Ci hanno venduto i CSOA come ultimo forte di resistenza contro il capitalismo, la mercificazione dell’uomo, per la dignità lavorativa e umana, e siamo andati nei loro luoghi con le Vans nuove, fatti ammerda, le Domeniche pomeriggio in ansia ché il giorno dopo si lavorava, e chissà ancora per quanto.
Ci siamo fatti piegare così tanto che dal culo ci vedi le tonsille, ma non ci siamo spezzati, non abbiamo avuto nemmeno il coraggio di fare “a 27 come Amy”, buttandoci dal ponte d’Ariccia o sparandoci l’ago nel braccio. Non siamo riusciti a morire, ma non riusciamo a vivere, e questo non è nemmeno sopravvivenza però, non prendiamoci per il culo: abbiamo cose, ne compriamo altre senza cambiare le vecchie, ci compriamo il fumo, l’erba, la sangria, un libro ogni tanto per fingerci liberi, vestiamo bene, possiamo lavarci il culo e la testa in una casa che per quanto costi comunque ci sta intorno, sopra, sotto, e non dobbiamo stare come chi ha perso tutto, o ha deciso di abbandonarlo per sempre.
Ci siamo fatti abbindolare dalla sicurezza della laurea e nel frattempo nel suo contrario, che averla era inutile, che era meglio lavorare, e allora vai di vendemmie, magazzini, call center, uffici, telefoni, rinnovi di contratto firmati l’ultimo giorno.

Ci svaghiamo con l’arte che paghiamo cara, da un concerto a un museo, da un disco a una semplice serata. Ci fradiciamo di alcool, ci inzuppiamo di musica, ma ci sentiamo aridi e asciutti come i nostri portafogli a metà mese. Balliamo sulle pensioni che non avremo mai, su figli che vorremmo “ma poche je damo da magnà?”, ci fumiamo su ai nostri genitori che non hanno case da comprarci, al fatto che non abbiamo “nessuna ricchezza da erodere”, come dice Galimberti. Facciamo gare continue a chi ce l’ha più’ lungo senza manco tirarcelo fuori, perché tutti pensano di non poter manco competere. E chi lo fa è un alieno, un arrivista, un pazzo che pensa di riuscirci in questo mondo di merda e magari, alla fine, ci riesce pure. Il dialoghista depresso su Facebook, la shopping addicted su Instagram, il satiro su Twitter: tutti quanti si prendono i loro 15 minuti di gloria e a noi rimane una vita di gloryhole, a infilarci le mani sperando di trovare il cazzo giusto, tastandone centinaia di sbagliati.

Ci hanno pisciato sulla schiena dicendoci fosse pioggia, ok, ma l’abbiamo mai annusata? L’abbiamo toccata, odorata e capito che era piscia? Davvero non ci siamo mai accorti che fosse urina, e siam stati lì a pagare l’ennesimo ombrello dai bangla, indubbio prodotto utile solo al riciclo di denaro visto che si sfonda dopo due secondi? L’ombrello eh, non il bangla.

Siamo quelli che ci interessa tutto ma non partecipiamo a niente. Altri stanno ovunque ma non gli frega un cazzo di nulla. Siamo quelli della metà strada, del compromesso, del crisitanissimo senso di colpa per tutto e della cattiveria su niente. Ce la prendiamo con noi stessi perché le colpe degli altri ci sembrano anche le nostre. Ci incazziamo sulle stronzate me non sappiamo mai come gestire le cose serie. Ci spaventiamo, ci tiriamo indietro, ci sentiamo meno degli altri, si disperiamo, ci lamentiamo ma stiamo sempre qui, con la password di Netflix salvata che mica possiamo ricordarcele tutte, queste parole chiavi. Memorizziamo la nostra sicurezza virtuale e fingiamo quella di tutti i giorni, quella reale. Pensiamo di essere salvi, al sicuro, ma siamo più nudi degli invasori di campo nel calcio. Pensiamo di non poter far nulla per cambiare il mondo e alla fine non facciamo nulla nemmeno per cambiare il nostro. Barattiamo privacy per pubblicità, diventiamo prodotti di noi stessi, brand senza logo, comunicazione senza un piano preciso. Diciamo cose di cui ci pentiamo e ce ne risparmiamo tante che dovremmo tirare fuori.

Siamo stanchi senza faticare, abbiamo sonno senza perderlo davvero, stiamo fiorendo e il mondo intorno comincia ad appassire.
Abbiamo sbagliato i tempi fin dall’inizio, e nessuno ci ha dato il la per riprendere il ritmo.
Abbiamo sbagliato tutto senza fare niente, e ne pagheremo le conseguenze per sempre.

La Scritta

Paolo cammina furtivo su Via dei Perroni, a Lecce.

Correndo attraverso Porta San Biagio è quasi rimasto incastrato con la felpa larga nelle colonnine anti macchine. Si è liberato veloce, approfittando per guardarsi in giro alla ricerca di eventuali passanti. La sua parte cosciente sa che alle 3 di notte è difficile che passi qualcuno, ma le scuole sono finite ed i liceali non impegnati con la maturità cominciano a far tardi già molto presto.
Il tintinnio della pallina lo accompagna ad ogni suo passo, scandendo i momenti in cui corre a quelli in cui si ferma dietro agli angoli. Arriva in prossimità della chiesa di San Matteo, illuminata per metà dai faretti e per metà da una luna piena che così piena non si vedeva dai tempi dei lupi mannari. Si appoggia con le spalle al muro all’inizio di Piazzetta Regina Maria, accovacciato per non sbattere la testa al balconcino sporgente del piano terra. Ha il fiatone, ma più che per la corsa per il momento che lo aspetta ora: dovrà essere veloce e pulito, e soprattutto silenzioso.

Ma ha calcolato tutto.

Il lampeggiante arancione comincia a lanciare i suoi lampi dalla fine della strada. Arriva il camioncino dei rifiuti. E questo vuol dire che può agire.

Parte verso il muro di fronte a lui. Mentre avanza a passi veloci, toglie la bretella sinistra dello zaino che scorrere davanti a lui. Apre la zip e tira fuori la bomboletta. Si ferma per un secondo solamente all’angolo, controlla che i flash arancioni siano ancora a debita distanza. Aspetta che il rumore di vetri che si frantumano cominci a riempire l’aria, ed inizia a premere la valvola.
Con movimenti dritti e precisi imprime la vernice blu sul muro. Sono pochi secondi, agita la bomboletta solo una volta, fa due passi veloci all’indietro per controllare il risultato.
Sorride.
È soddisfatto.

In quel preciso momento il rumore di vetri finisce, i lampeggianti si avvicinano.
Paolo rimette tutto nello zaino e così com’è venuto, sparisce nella notte.

Ilaria si sveglia che il sole fa capolino dietro le antenne sui tetti. Ed è comunque in ritardo.
Il bar apre tra dieci minuti, deve arrivare fino a Piazza Sant’Oronzo ma come al solito non vuole correre.
Ma dovrà.

Prende i vestiti del giorno prima, lasciati sulla sedia dopo l’aperitivo con le amiche passato principalmente a parlare male di lui, delle sue assenze e della sua gelosia.
Mentre infila la gonna sorride per un attimo, ricordando di quando la comprarono insieme al mercato di Natale. Erano solo pochi mesi fa, ma il tempo si è dilatato al punto che le sembrano passati secoli.
Dopo un brevissima sosta al bagno, camminando in corridoio afferra cellulare, chiavi e rossetto, tutti strategicamente lasciati in sequenza come le briciole di Pollicino. Infila tutto in borsa, tranne il rossetto. Scende veloce le scale per fermarsi davanti al portone, dove grazie al riflesso comincia a dipingersi le labbra. Ed in un momento in cui mette a fuoco l’esterno e non il suo viso, la vede.

Riconosce subito la sua calligrafia, anche se la scritta è grande, su un muro, e non piccola sui post-it che le lasciava sulla scrivania dopo una notte passata insieme.
Rimane così, con le labbra schiuse e gli occhi grandi che scorrono sulle quattro grandi parole blu.
Apre il portone e, con il rossetto ancora stretto in mano, si avvicina al muro.

Paolo infila il cellulare in tasca velocissimo.
Ha appena letto il suo messaggio, e non gli sembra vero.

“Ti ho risposto”, ha scritto Ilaria.

Esce dalla porta del negozio come un fulmine, il capo che gli grida dietro ma lui è già lontano, già perso nei pensieri e nelle speranze di quella risposta.
Passa di nuovo per San Biagio, a quest’ora affollata di turisti e liceali che sanno di sale.
Corre, corre veloce.
Vede la sua scritta in lontananza e due parole scritte in rosso subito sotto.
Tra la corsa ed il sudore non le distingue e allora corre ancora più veloce.

Quasi sbatte contro il muro, fermandosi allungando le mani per attutire il colpo. Si trova con il viso di fronte alla sua scritta blu

“Ilaria io ti amo”

e spingendosi con le braccia all’indietro amplia la visuale e riesce a leggere le due parole sotto, rosse come le sue labbra, dense di rossetto con alcuni grumi ancora attaccati.
Legge, e si mette a piangere, di un pianto disperato.

“IO NO”.