Scritto sul Bus – Fermata #due

10_Giugno

Qui trovate Manifesto e puntate precedenti.

“44 da Montalcini
h 22:21

Prima settimana lavorativa ma
senza il lavoro. La noia ti mangia
da dentro e ti fa passare la voglia
pure di lamentarti. Sono dagli
zii a fare il catsitter e come ogni
volta Sky aspira le poche briciole
di “voja de vive”. Sto andando da
Lei, che la solitudine -quand’è
troppa-, va condivisa. E devo
dire che ‘sto 44 è pure fin
troppo stabile. Oppure ha
beccato tutti rossi.”

Scritto sul Bus – Fermata #uno

6_Giugno_2.JPG
Foto di Chiara Bruni.

Se vi siete persi le istruzioni, leggete qui o, in brevissimo:

provate a leggere quello che ho scritto mentre ero su vari mezzi pubblici, qui a Roma.Forse leggerlo è più facile, ma spero vi faccia capire quanto questa città, tra le tante problematiche, non ti permetta neanche di farti un viaggio sereno, e di prendere qualche appunto mentre, dopo troppa attesa, riesci finalmente a sederti su un bus ATAC.
Se qualcosa non dovesse essere chiaro, potete selezionare il testo qui sotto, dove trovate la trascrizione.
Ci vediamo alla prossima fermata.

3B da Trastevere
h 21:28

Ho appuntamento con Lei, che
sono poche ore che non la vedo
e mi manca come fossero anni.

È il mio secondo giorno senza
lavoro, e sono dovuto uscir di
casa sennò impazzivo.

‘st’autobus vibra pure da fermo, qui
davanti al ministero. vibra (ecco,
è ripartito) dicevo, vibra (ma porc!,
VIBRA COME UN DANNATO
TELEFONO A CUI
NESSUNO RISPONDE.

Ma che viene solo stoppato, da
una fermata, o da un semaforo rosso.”

Scritto sul Bus – Fermata #zero

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Quando ho iniziato a scrivere per mio piacere, non c’era la possibilità di prendere infinite note sullo smartphone, tutte belle pulite e senza una macchia che è una. Scrivevo su piccole agende o sui quaderni di scuola, partendo dall’ultima pagina e capovolgendoli, che a fine anno erano pieni delle mie cose e con pochissimi appunti.
Ma sto divagando.
Io però continuo imperterrito, portandoti sempre dietro una penna e un taccuino che ormai è logoro. Quando sono in giro e voglio vedere, osservare la mia scrittura prendere forma, li tiro fuori e inizio a scrivere. C’è da dire però che i bus a Roma non ti permettono una scrittura agevole, tra i crateri in strada e i mezzi che cadono a pezzi, cigolando e scuotendosi come cinema in 4D. Ma mi sono voluto mettere alla prova, e per un po’ di tempo l’anno scorso ho scritto delle piccole note su un’agenda, che non son bravo a pianificarmi la vita e quindi ce la scarabocchio sopra. Solo che, appunto, non è facile. E allora mi è venuto in mente una sorta di gioco: scrivere il mio pensiero, pubblicare la foto della pagina e mostrare da una parte, quanto possa essere difficile scrivere a mano mentre si è sui mezzi ATAC, dall’altra trovare un modo di coinvolgere chi le leggerà. Per questo trascriverò il testo fotografato, ma in caratteri bianchi, così da darvi la possibilità di provarci senza condizionamenti e solo dopo, eventualmente, cedere selezionando il testo della soluzione.
Tutto questo prenderà vita qui sul blog dal prossimo Lunedì: sulla pagine Facebook metterò le foto, mentre negli articoli troverete anche la trascrizione in bianco.
Scritto sul Bus: il format che sensibilizza su buche, trasporto pubblico e ammòre.

Mi Raccomando

Esattamente due anni fa, vengo chiamato per un colloquio. Avevo inviato la mia candidatura su LinkedIn, sottoforma di Curriculum Vitae e corredata di lettera di presentazione pulita, informale e diretta all’azienda che cercava un nuovo dipendente.
Non voglio fare nomi, cambierebbe poco, ma la società si presentava come una start up molto innovativa nell’ambito delle telecomunicazioni online, con centralini VOIP e richiesta di determinate conoscenze. Quello che cercavano era un operatore di Customer Care, da mettere al telefono per gestire nuovi e vecchi clienti che riscontravano problemi con il software, o che avevano semplici domande prima di abbonarsi.
La mia carriera professionale inizia (e in quel periodo continuava) proprio come operatore telefonico di Customer Care, dopo qualche anno nella neonata assistenza iPhone per Apple e poi come risponditore agli scemi per un sito di e-commerce. Mancavo sicuramente di qualche conoscenza più hardware tra reti, cavi, DNS e altre cose a me sconosciute: avranno trovato sicuramente (e giustamente) di meglio.
Il colloquio era andato comunque bene, senza grossi imbarazzi e anzi, con un sincero interesse da parte dell’intervistatore, che era poi uno dei fondatori e CEO della start up.

Ora, il punto di tutta ‘sta premessa non è che non mi hanno preso a lavorare con loro (non ho davvero problemi ad ammettere che non ero adatto a quel tipo di Assistenza), ma il fatto che dopo le infinite raccomandazioni da parte sua, nonostante le mille rassicurazioni sul fatto che

«tranquillo, vada come vada comunque ti faccio sapere»

ecco, sono passati due anni e io ancora sto aspettando.

La cosa bella è che, ad apertura di colloquio, ci aveva tenuto tantissimo a farmi sapere che ero uno dei pochi a essere arrivato lì perché uno dei pochi ad aver mandato la lettera di presentazione (oltre a un CV decente).
La cosa mi ha sorpreso (e ovviamente fatto ben sperare) sul momento, ma mi ha fatto rimuginare poi a contatto non avvenuto.

Nel frattempo, in questi due anni, ho:

– continuato a lavorare dove stavo, fino a che la società non ha fallito e sono stato licenziato;
– collaborato con un amico in una web agency, dove ho sperimentato la professione del Copywriter (e lo metto in corsivo non perché non lo consideri un lavoro, ma perché non preparato io a farlo e non messo nelle condizioni ideali per formarmi);
– nel frattempo ho iniziato a collaborare per Alias de il manifesto, grazie alla segnalazione di un amico che lavora nella redazione («servono collaboratori? conosco uno che scrive bene. se vi piace, lo prendiamo. altrimenti, no»).

Terminata la collaborazione con la web agency, ho mandato (di nuovo) tanti, tantissimi CV a cui nessuno, nessunissimo ha risposto.
E l’ho mandato a Netflix come alla Nike («eggrazziarcazzo» direte voi e «c’avete pure ragione ma almeno c’ho provato», dirò io), fino alla trattoria «da Mario alle quattro zoccolette» come lavapiatti. In mezzo, la qualunque, da raccoglitore di ghiaia a pinzatore di foglie in Autunno.
Li ho spediti allegati a mail in cui mi presentavo, stampati e portati dai fruttaroli egiziani di Centocelle.
Nulla.

Poi, pochi giorni fa, una mia amica (conosciuta anni fa grazie al teatro nel nostro liceo, e ritrovata grazie a Facebook negli anni) mi contatta e mi chiede se cerco lavoro.

«C’è una persona che conosco che ha un’agenzia, cerca gente. Io non posso e mi sei venuto in mente tu. Girami il CV e vediamo!»

Lo faccio, lo manda, questa persona mi contatta e, dopo avergli mandato il portfolio (il primo della mia vita!), l’altroieri fissiamo il colloquio e oggi ci siamo fatti due belle chiacchiere.

Qualche giorno dopo la segnalazione della mia amica di teatro, un’altra amica (conosciuta questa volta su un posto di lavoro) mi tagga in un’offerta di lavoro, che altrimenti mi sarei perso.

Mando il CV, una lettera di presentazione di cui sono estremamente orgoglioso e incrocio le dita. Il posto è molto, molto fico, e rispecchia esattamente l’ambiente di lavoro in cui mi piacerebbe andare.
Il giorno dopo mi arriva una mail in cui mi si da libera scelta per il giorno del colloquio. Griglia sul Google Calendar, lo prenoto e vado.
Va bene, e l’impressione che ho avuto è che mentre la lettera di presentazione si è fatta notare, il CV probabilmente non è stato nemmeno aperto.
A breve, comunque, farò un turno di prova (confermato già in sede di colloquio, un miracolo), e ne sono contentissimo.

Nel mezzo di queste due segnalazioni, uno dei migliori amici mi dice che nel locale dove ogni tanto va a dare una mano, cercano qualcuno che si metta a fare accoglienza all’entrata, Niente acchiappino, della serie

«SCIAO RAGASSI! PIATTINO DI RIGATONI CÒR SUGO DE CODA? SARTIMBOCCA?ELLÒ SPÌC ÌNGLISCH? RIGATONI UÌT TEIL TOMATO SOUS?»

ma semplicemente

«Buonasera ragazzi. Un attimo e controllo se ho tavoli liberi.»

E niente, faccio un paio di turni a breve.
Insomma non so se l’avete capito, ma tutto ciò ha un vago, remoto riferimento a tutta la polemica sull'(infelice) uscita di Poletti tra conoscenze e calcetto.
E visto che è stato detto e ridetto già tutto, io volevo ovviamente dire la mia portando sul tavolo la mia esperienza personale.

Che poi magari mi salta tutto perché sono uno stronzo o perché proprio non è aria in «questo mondo brutto da cui spero mi porterai via, per poi accettare di sposarmi» [cit. tradotta e parafrasata].
O magari sono bravo, oppure ho culo, e mi confermano tutto, costringendomi così a dover spiegare più di una cosa all’INPS, l’anno prossimo.
Se poi allarghiamo il mio discorso personale agli anni precedenti agli ultimi due, ricordo un solo lavoro per cui feci un colloquio tramite le vie classiche. Mi presero nonostante il mio CV fosse ancora scarno (parliamo di dieci anni fa e, tolta un’esperienza sera a Lecce, era tutto un misto di «banconista nel negozio di famiglia» e «magazziniere»), ma col senno di poi capisco pure che a farlo fu inizialmente un’agenzia interinale, che altro non aspetta che carne fresca su cui lucrare attraverso corsi di sicurezza 626 e aggiornamenti sull’uso del «computatore elettronico domestico».

(che poi, ripensandoci ora, andai io ai colloqui al posto del cugino di un mio amico, che dovette rinunciare per motivi personali e segnalò la mia candidatura al posto della sua. per dire.)

Poi, per carità, a confermarmi e ad assumermi a tempo indeterminato fu l’azienda, grazie alle maniche larghe in materia di contratti in quel periodo, ma anche alle pressioni di quello che all’epoca era il mio Supervisore, e che una volta promosso fece lo stesso con me, cedendomi il suo ruolo (ciao Anto, e grazie ancora).

Tutto il resto è una voce di corridoio tra amici, una segnalazione, un

«se non ho capito male, non stai lavorando in questo periodo, vero?»

buttato in chat un pomeriggio, una cena tra ex compagni di classe, un fermarsi sotto palco dopo un concerto e mettere su la faccia da culo, un non mollare la presa cercando di non essere estenuanti.

Alla fine, è pure una chiacchiera sotto la doccia dopo una partita di calcetto.

Quindi confondere lo scambio di un indirizzo mail, lo stringere rapporti, il mantenerli, il farsi notare in modi alternativi all’invio di formalissimo CV e conquistarsi poi il posto mostrando quello di cui si è capaci (e di questi tempi potremmo farlo di continuo, con i mezzi che abbiamo) ecco, confondere questo e molto altro con la raccomandazione (che è quello a cui tutti ci hanno abituato senza però dirci che è un sistema che si può scardinare, o comunque evitare). Ecco, la raccomandazione non è solo quando il nipote del politico diventa presidente della società X, o se l’attrice Y fa più film di altre senza avere meriti né competenze.
La raccomandazione è pure quando saltate mesi di attesa per un esame medico perché conoscete il tecnico radiologo, quando fate lavorare vostro figlio alle Poste perché la moglie del direttore è cliente del vostro “New Nails Fantasy Love Paillettes”, quando un professore cattolico esercita un illegale diritto di veto su una studentessa di Comunione e Liberazione, scartando la ben più valida (ma dannatamente atea) persona di mia conoscenza (see what I did here?).

Il succo, per me, è che le parole (messe giù male eh, ripeto) di Poletti hanno dato fastidio a tutti quelli che di solito, con i trucchetti del «c’è uno che conosco, ci penso io» ci campano spesso e volentieri, non mettendosi mai in gioco davvero, non avendo proprio nessun tipo di esperienza di confronto nel mondo del lavoro e spesso nemmeno in quello del sociale, del quotidiano. Sono proprio quelli che a calcetto ci vanno per esultare come stronzi per un loro gol, e se capita magari menare pure le mani contro qualche avversario.

E realizzare che invece il mondo è andato avanti e che nel 2017 è proprio il confronto, la discussione in tutte le sue forme a poterti dare più risultati, ti manda in pappa il cervello e ti fa abbaiare stronzate tipo che così si arriva a far lavorare un chirurgo che non capisce niente di chirurgia.

Su dai, a cuccia adesso.

Fate i bravi.

Mi raccomando.

La Dieta Denigrante

dieta

– Benvenuti da Dove Puoi, dove puoi mangiare il tuo panino scegliendo dal tipo di pane, fino al tovagliolo con cui lo serviamo. Chiedi, e ti sarà dato da mangiare!

– Salve, buongiorno. Bello il nome del posto! Certo, l’acronimo non è dei migliori, di questi tempi, ma

– DP? E perché mai?

– Niente. Cose mie. Senta

– Mi dica pure!

– Avete panini senza

Lattosio? Ma certo. Abbiamo questo pane fatto esclusivamente con farina di grano duro, acqua e sale.

– Ah, ok. Che io sappia -ma non sono del mestiere eh- il pane normale si fa proprio così. Farina, sale e acqua. Magari pure il lievito, se si va di fretta, ecco. Ma nulla più.

– Esatto! Senza lievito! La parola inizia con la elle, la stessa del latte. Quindi lo escludiamo per evitare contaminazione.

– Mi scusi?

– Beh qui siamo molto attenti alla contaminazione, quindi dividiamo gli ingredienti per lettera chiudendoli in micro stanze depressurizzate, con climatizzazione controllata e filtro antiumidità realizzato dalla NASA, evitando così che vengano a contatto nel caso ci venga chiesto un panino senza un particolare ingrediente. Capisco che sembra strano, ma abbiamo appositamente seguito un corso a riguardo, tenuto di un monaco tibetano che ha una casa sulle Ande ma con sede a Zurigo.

– Mi fa, come dire, molto piacere vedere questo impegno. Ma non è il lattosio che vorrei evitare, bensì

– Le uova? Beh ma non c’è problema! Abbiamo un pane che, se lo lasci dire, è proprio speciale! Fatto senza uova!

– Ma

– Però c’è il latte, magari le da fastidio!

– No guardi, io volevo sapere se avete del pane senza

– Aspetti. Ho capito. Lei vuole un pane fatto senza Cardamomo. Lo dovevo capire dalla sua faccia, dalla sua postura, che non è un amante del Cardamomo. Ho seguito un corso tenuto da un nano sordo su un jet privato costantemente in volo, che ci ha spiegato come capire i gusti alimentari delle persone dalle espressioni del viso e da come si muovono.

– Come «Lie to Me», ma col cibo?
– «Lài tu mì»? Non conosco.

– La cosa mi sorprende ben poco. Comunque. Io vorrei capire se avete un panino, un qualunque panino, ma che sia

– Ah beh ma se il pane allora non è un problema, le assicuro, dentro può NON metterci quello che vuole!

– No, veramente, io volevo mangiare sì un panino, ma che sia totalmente senza

– Carne? Ma scherziamo! Abbiamo panini per tutti i tipi di vegetariani e vegani. Panini con la cicoria raccolta da mia nonna la Domenica mattina presto, panini imbottiti di erba di prato pubblico ma anche privato, che costa dieci euro di più. Ma non è finita qui! Abbiamo panini senza pane ma con zucchine crude, panini con pane alle zucchine cotto imbottito di pane crudo, panini alle melanzane biologiche dei Monti Tiburtini e, specialità delle specialità, panino 50 Special dei Colli Bolognesi.

– E, scusi, cosa ci sarebbe nel 50 Spec

– Insalata Cesare e Crema Nini! AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH!

-No guardi, lasciamo perd

– Ma scherzavo eh! L’insalata Cesare ha le uova dentro.

– Va beh, senta, io

– Ma aspetti! Non è finita qui, per chi non mangia carne come conseguenza di una sua libera scelta che però poi azzera il possibile mercato di quelli che hanno reali intolleranze alimentari ma ai quali viene data pochissima attenzione nonostante siano disposti a spendere per qualcosa che non hanno! Abbiamo un panino verde, con dentro ogni tipo di verdura biologica, servita su un vassoio di alghe fritte e tovaglioli di Setan, un nuovo tessuto costosissimo fatto di seitan preparato da enormi donne peruviane che hanno però mani piccole e delicate allenate appositamente per questo. Difficile rfiutare eh?

– Senta, io vorrei solo un panino senza glutine.

– Ah. Beh. Ecco. Questo non è possibile. Sa, la contaminazione. Poi comunque non è proprio facile facile, trovare le materie prime. Sa, farina di riso. Maizena. Lievito senza glutine. Poi dipende da che grado di celiachia ha, quanto glutine può assumere prima di sentirsi male. Ci diventa tutto troppo complicato, ecco.

– Ma, mi scusi eh, e tutte le camere senza pressione, la NASA, i Monti Tiburtini?

– Beh ma questi sono i nostri fornitori. È il mercato. Dove c’è domanda, c’è offerta.

– A me viene solo un’unica, grande domanda. Ma voi che aprite ‘sti posti ci fate, o ci siete?

– Ci facciamo.

– Almeno lei è onesto.

– E trasparente!

– Scusi?

– Niente. Cose mie.