Generazione d’Emergenza

Siamo la generazione della merda.
Siamo quelli a cui da piccoli han detto che potevamo lanciarci da un palazzo che tanto sotto ci sarebbe stato un camion di materassi ad attutire la caduta. Ed era vero.
Ci siamo lanciati, siamo atterrati sui materassi che però ci han rimbalzato via facendoci precipitare in un fosso di vetri rotti e lamette arrugginite. E quando abbiamo rivolto lo sguardo in alto, al bordo della buca, non abbiamo visto mani a tirarci su, ma piedi a spingerci in basso mentre a calci in culo buttavano dentro i nostri genitori e tutte le loro promesse. Ci siamo trovati a piangere abbracciati, con loro a chiederci scusa ché speravano sarebbe andata diversamente e noi a loro per non essere stati quelli che speravano.
Ma non è colpa loro, non del tutto almeno.
La colpa è pure nostra che abbiamo scambiato la nostra anima per una bevuta la sera, per le fiere su tatuaggi e barbe, per riuscire a beccare lo spaccino e farsi una serata senza pensare. Ma senza pensare a che?
I pensieri veri ci sono arrivati tutti insieme in faccia nel momento in cui abbiamo iniziato a cercare lavoro, casa, un posto dove avere entrambi e ci siamo ritrovati precari con un affitto improponibile in una città che l’unica comunità in cui puoi sperare di entrare a far parte è quella di recupero.

Ci hanno mischiato i piaceri familiari con i doveri della vita, ci hanno privato di ore intere da passare insieme a loro, a cui crollava il mondo del lavoro sotto i piedi e noi a dovercelo creare. Chi si è fatto subito furbo ha capito cosa fare e ha sfruttato ogni occasione possibile, mentre la maggioranza di noi è rimasta in attesa di un mezzo miracolo che non è mai arrivato.

Ci hanno fatto maledire il berlusconismo mentre i nostri genitori abbracciavano i condoni, ultima soluzione di anni infami e magnerecci. Ci hanno fatto odiare venti anni della nostra vita, i migliori, portandoci in piazza a beccarci (come minimo) gli insulti, ci hanno sparato addosso a Genova con Carlo, ci hanno pestato a morte insieme a Stefano e Federico, hanno fatto scappare Giulio per poi ammazzarlo lontano dagli occhi, lontano dagli affari. Ci hanno pisciato in testa dicendoci che pioveva mentre capivamo che fare con la scuola, l’amore, le passioni.

Hanno preferito vederci fuori schema, fuori controllo, fuori dal paese pur di non guardarci in faccia e chiederci scusa, o almeno tenderci una mano.

Io mi ricordo ancora che nei ‘90 avevo la TV grande come quelle di oggi (anche se era un cassone pesante come un post di Fusaro), almeno una vacanza all’anno durante l’estate e il Natale pieno di regali. E lo so che la maggior parte son cose che si perdono negli anni come lacrime nella pioggia, ma non è nemmeno possibile che dopo vent’anni ci si ritrovi senza la speranza di una pensione o a mandare tu i soldi a mamma e papà.

Ci hanno dato i contratti a sei mesi in pompa magna, le nostre prime firme su pezzi di carta validi come un rotolo di scottex nuovo che ti cade sotto il rubinetto aperto.

Ci hanno fatto firmare le dimissioni il giorno del contratto (“Ma quali contratti: passione ci vuole, passione!”, diceva Sergio in Boris), ci hanno dato lavoro come se fosse un favore, ci hanno fatto pagare per lavorare. E per pagarci si sono inventati i voucher, i buoni pasto, a dirti che l’importante è mangiare e magari se sei fortunato per portare a cena fuori la tua ragazza, all’all you can eat giapponese che è più rischioso mangiarlo che andarlo a pescare, quel pesce. Hanno fatto della sopravvivenza la vita normale, hanno aumentato tutto dandoci sempre meno ma dicendoci che era giusto così.
Abbiamo gioito per il primo stipendio a metà con occhiolino annesso, che “il resto fuori busta”, contenti di quei contanti che finivano vaporizzati nell’alcool e nei viaggi chilometrici per andare dalla tua ragazza a 600km, 12 ore di sofferenza spacciate per lusso, mentre smantellavano piano piano chilometri di binari spezzando il paese in due.

Ma abbiamo sbagliato pure noi eh.
Ci siamo convinti che sarebbe bastato scendere in piazza, che Berlusconi e la Moratti e Mediaset e il conflitto d’interesse e il Lodo Mondadori e le opa alle banche e la Bossi-Fini e tutta quella merda coi nomi grossi ma le scritte piccole, incomprensibili, le avremmo potute spazzare via con i cartelli e i balli e i sassi e le camionette.
E invece ci hanno risposto con Carlo, Federico, Stefano, Giuseppe. Ci hanno detto che il problema era Er Pelliccia e per colpa sua ci han chiuso le strade davanti, sigillato i cassonetti e piombato i tombini. Poi da quei tombini abbiam permesso alle zoccole di uscire, impestare le città e arrivare fino ai palazzi di potere. Abbiamo barattato 20 anni di mani bianche e girotondi e Nanni Moretti per i fascisti al governo.

Ci siamo illusi che un Ryanar a venti euro ci avrebbe permesso di viaggiare davvero e invece andiamo sempre nelle stesse città a mangiare negli stessi posti a ballare negli stessi locali perché quella città ci fa sentire davvero a casa, ché a casa non ci hanno mai fatto sentire davvero. Ci hanno detto che potevamo viaggiare tanto a poco, e poi abbiam visto i nostri fratelli africani affogare per un viaggio breve a tanto. Ci hanno dato i TreniOK per toglierceli subito dopo, e invece di rompergli il culo ci siamo presi i Frecciammerda, abbiamo guardato mentre prendevano i binari al sud e li spostavano al nord, abbiamo osservato Roma essere coperta di rifiuti de monnezza e rifiuti umani. Abbiamo accettato di essere meno rivoltosi dei nostri genitori perché tanto avevano già fatto loro, con evidenti risultati. Ci siamo comprati “Come Te Nessuno Mai” come film generazionale e due anni dopo ci hanno rotto le gambe a Genova. Abbiamo occupato i licei per farci le canne e i workshop sul surf. Siamo scappati sempre davanti ai poliziotti, perché le manganellate le abbiamo lasciate a quelli dei centri sociali, che loro stavano lì anche per quello, oltre che per occupare i posti dove andavamo a farci le canne e i workshop sulla birra. Ci hanno venduto i CSOA come ultimo forte di resistenza contro il capitalismo, la mercificazione dell’uomo, per la dignità lavorativa e umana, e siamo andati nei loro luoghi con le Vans nuove, fatti ammerda, le Domeniche pomeriggio in ansia ché il giorno dopo si lavorava, e chissà ancora per quanto.
Ci siamo fatti piegare così tanto che dal culo ci vedi le tonsille, ma non ci siamo spezzati, non abbiamo avuto nemmeno il coraggio di fare “a 27 come Amy”, buttandoci dal ponte d’Ariccia o sparandoci l’ago nel braccio. Non siamo riusciti a morire, ma non riusciamo a vivere, e questo non è nemmeno sopravvivenza però, non prendiamoci per il culo: abbiamo cose, ne compriamo altre senza cambiare le vecchie, ci compriamo il fumo, l’erba, la sangria, un libro ogni tanto per fingerci liberi, vestiamo bene, possiamo lavarci il culo e la testa in una casa che per quanto costi comunque ci sta intorno, sopra, sotto, e non dobbiamo stare come chi ha perso tutto, o ha deciso di abbandonarlo per sempre.
Ci siamo fatti abbindolare dalla sicurezza della laurea e nel frattempo nel suo contrario, che averla era inutile, che era meglio lavorare, e allora vai di vendemmie, magazzini, call center, uffici, telefoni, rinnovi di contratto firmati l’ultimo giorno.

Ci svaghiamo con l’arte che paghiamo cara, da un concerto a un museo, da un disco a una semplice serata. Ci fradiciamo di alcool, ci inzuppiamo di musica, ma ci sentiamo aridi e asciutti come i nostri portafogli a metà mese. Balliamo sulle pensioni che non avremo mai, su figli che vorremmo “ma poche je damo da magnà?”, ci fumiamo su ai nostri genitori che non hanno case da comprarci, al fatto che non abbiamo “nessuna ricchezza da erodere”, come dice Galimberti. Facciamo gare continue a chi ce l’ha più’ lungo senza manco tirarcelo fuori, perché tutti pensano di non poter manco competere. E chi lo fa è un alieno, un arrivista, un pazzo che pensa di riuscirci in questo mondo di merda e magari, alla fine, ci riesce pure. Il dialoghista depresso su Facebook, la shopping addicted su Instagram, il satiro su Twitter: tutti quanti si prendono i loro 15 minuti di gloria e a noi rimane una vita di gloryhole, a infilarci le mani sperando di trovare il cazzo giusto, tastandone centinaia di sbagliati.

Ci hanno pisciato sulla schiena dicendoci fosse pioggia, ok, ma l’abbiamo mai annusata? L’abbiamo toccata, odorata e capito che era piscia? Davvero non ci siamo mai accorti che fosse urina, e siam stati lì a pagare l’ennesimo ombrello dai bangla, indubbio prodotto utile solo al riciclo di denaro visto che si sfonda dopo due secondi? L’ombrello eh, non il bangla.

Siamo quelli che ci interessa tutto ma non partecipiamo a niente. Altri stanno ovunque ma non gli frega un cazzo di nulla. Siamo quelli della metà strada, del compromesso, del crisitanissimo senso di colpa per tutto e della cattiveria su niente. Ce la prendiamo con noi stessi perché le colpe degli altri ci sembrano anche le nostre. Ci incazziamo sulle stronzate me non sappiamo mai come gestire le cose serie. Ci spaventiamo, ci tiriamo indietro, ci sentiamo meno degli altri, si disperiamo, ci lamentiamo ma stiamo sempre qui, con la password di Netflix salvata che mica possiamo ricordarcele tutte, queste parole chiavi. Memorizziamo la nostra sicurezza virtuale e fingiamo quella di tutti i giorni, quella reale. Pensiamo di essere salvi, al sicuro, ma siamo più nudi degli invasori di campo nel calcio. Pensiamo di non poter far nulla per cambiare il mondo e alla fine non facciamo nulla nemmeno per cambiare il nostro. Barattiamo privacy per pubblicità, diventiamo prodotti di noi stessi, brand senza logo, comunicazione senza un piano preciso. Diciamo cose di cui ci pentiamo e ce ne risparmiamo tante che dovremmo tirare fuori.

Siamo stanchi senza faticare, abbiamo sonno senza perderlo davvero, stiamo fiorendo e il mondo intorno comincia ad appassire.
Abbiamo sbagliato i tempi fin dall’inizio, e nessuno ci ha dato il la per riprendere il ritmo.
Abbiamo sbagliato tutto senza fare niente, e ne pagheremo le conseguenze per sempre.

A Bologna

A Bologna c’è un fatto che se non sei di Bologna non conosci.
A Bologna, che il cielo sarà pure color latte per la nebbia ma che è rossa come il sangue freddo, c’è ‘sto fatto qui.
A Bologna se tu dai del fascista a qualcuno che non lo è (e a Bologna di fascisti ce ne son ben pochi), anche solo per scherzare, anche dopo avergli insultato nell’ordine

– la madre
– la nonna
– entrambe nella stessa frase

beh ecco il fatto è che mentre la tua lingua sta infilata tra gli incisivi per passare dalla esse alla di fascista, ti arriva un camion chiuso in pugno dritto in faccia. E prima che la punta della tua lingua, ormai mozzata e in caduta libera sotto i bei portici di Bologna, beh prima dello splat! sul pavimento liscio ti sono arrivati altri camion in faccia, e in pancia, e alla fine cadi prima tu della punta della lingua. E questo è il trattamento base, a Bologna, se ti azzardi a dare del fascista a uno.
Perché poi c’è il Bambi.

Il Bambi è un omone di due metri e passa per un 150 chili buoni. Non è definibile, il Bambi, non è che sia mai andato in giro a dire altezza e peso alle persone, ma dopo averlo frequentato per un po’ e visto come alza facilmente la gente, diciamo che è una buona stima.

Il Bambi è grosso tutto: ha la piega di grasso sulla nuca, che ogni tanto per scherzo ci si striscia il bancomat o ci si incastra la tessera ARCI. Davanti la testa sembra infilata in mezzo alle spalle, senza collo. Non è che riesca a tenere le braccia stese sui fianchi, che non ha, e anche le gambe camminano storte, piegate da anni di peso da sostenere. Il Bambi pare sia sempre stato ingombrante, anche da piccolo, tanto che il suo soprannome lo si deve proprio alla sua stazza. Pare avesse circa quindici anni quando, in sella alla bici dalla mattina, era andato con gli amici al Parco dei Gessi. Avevano portato il pranzo, l’acqua, un paio di riviste porno con le pagine appiccicate e tre sigarette, una per uno. Mentre in fila sfrecciavano veloci per un sentiero dritto poco dismesso, con gli alberi che scorrevano sfocati ai lati, un cucciolo di daino che scappava da chissà tagliò loro la strada dalla destra. Il Bambi, che era al centro della fila, fece in tempo giusto a strillare “Bambi! BAMBI!” spaventando il primo che cadde a terra. Il cucciolo, spaventato a sua volta da quella figura che rovinava davanti a lui, virò all’ultimo e colpì in pieno il fianco di Bambi. Non ci furono altre urla, né rumore di schianti. La scena presentava il primo e l’ultimo della fila a terra, con qualche graffio su gambe e braccia. Il Bambi ancora in sella, il piede sinistro piantato nel terreno e la mano a tenersi la spalla destra, vagamente dolorante. Accanto a lui, immobile, il cucciolo di daino. Il collo rotto e gli occhi spalancati rivolti verso il suo innocente assassino. Il silenzio rimase loro appiccicato per ore durante le quali avevano spostato il corpo, fumato la loro sigaretta a testa guardandolo e girato le spalle per riprendere le biciclette e pedalare verso casa.
Parlarono solo alla fine, i suoi due amici, mentre si staccava dal gruppo per tornare a casa.
“A domani Bambi!”, gli gridarono dietro senza malizia, senza scherno.
Ormai di spalle, alzò il braccio per salutarli e la spalla per un secondo, con una piccola fitta, gli ricordò quanto appena successo.

Pianse un po’, ma non per il dolore.

Insomma il Bambi è grosso tutto, pure di cuore. Tutti al Pratello lo conoscono. A dire il vero al Pratello tutti conoscono tutti, ma Bambi ha un posto speciale nei giorni di chi abita e lavora nella zona.
Il Bambi era a dare una mano a ricostruire la facciata della sede della radio, devastata da una bomba carta: con la porta nuova da montare sulle spalle, il Bambi camminava sulla via senza una goccia di sudore in fronte, come stesse portano dei semplici cartoni schiacciati. Il Bambi era a fare la spesa per la Giulia, la vedova del 24 che non usciva più di casa dalla morte del marito e che un giorno, davanti gli occhi sgranati di tutti, fu vista passeggiare sottobraccio al Bambi, con un sorriso in faccia che abbagliava il sole. E sempre il Bambi tirò fuori i primi 20 euro per pagare le spese legali al compagno che aveva respinto un gruppo di nazi accompagnato solo dalla sua pistola.

Il Bambi è un buono, gentile e disponibile fino a che, anche per scherzo, non gli dai del fascista. Pare che un paio di volte sia successo, ma mai nessuno aveva assistito alla sua reazione. Il Bambi incassava, aspettava il momento buono e il giorno dopo chi lo aveva insultato zoppiccava, aveva occhiali da sole e diceva di esser caduto in piazza, ubriaco.
Nessuno aveva mai visto o raccontato nulla, tantomeno una denuncia era mai stata sporta nei suoi confronti. L’unico che disse qualcosa fu una sua stessa vittima, invitata dallo stesso Bambi a raccontare perché la si smettesse anche solo di pensarla, quella parola davanti a lui.

Successe una sera di qualche anno fa.
Il Bambi aveva messo, come ogni anno, il suo gazebo di birra al Pratello R’esiste. Era la vigilia della Liberazione e Bologna era una città in festa. Già libera da tre giorni, si riempiva nei portici e nei vicoli e nelle piazze che vista da sopra, quella marea libera in festa, sarebbe sembrato un sistema di arterie piene di sangue inarrestabile, vivo.
Al Pratello Bambi spinava birre e regalava sorrisi, salutava vecchi e nuovi compagni tutti per nome, senza sbagliarne uno. Tutti ricambiavano un abbraccio, un pacca e quei due euro in più che “dai che fan comodo, per la causa!” e il Bambi che sorrideva e diceva di no, che bastavano i soldi per la birra, che magari quei due euro facevano comodo a un altro banco, o a qualcuno di ancor più bisognoso. Il Bambi spillava e sorrideva, e così fino a fine serata, col Pratello che ricominciava a respirare piano, gli ubriachi a cantare e i primi banchi che smontavano tra una canna e una bestemmia.
Il Bambi contribuiva alla raccolta di blasfemia corale del momento, in ginocchio a terra intento a staccare la spina dai barili, quando sente bussare sul banco di legno sopra di lui. Si alza piano, una mano ancorata al bancone per tirarsi su, già innervosito dal fatto che qualcuno si fosse presentato bussando, senza annunciarsi a voce.
Davanti gli si parano due ragazzi poco più che ventenni, uno completamente rasato e l’altro con una cacata di capelli sopra e la colata ai lati. Maglia nera, pantaloni idem, anfibi anche.
Il Bambi non accenna il minimo cambio di espressione, rimanendo con la stessa faccia corrucciata che aveva un secondo prima, in ginocchio a bestemmiare contro i barili. La mano è ancora piantata sul bancone, che lancia un paio di scricchiolii sofferenti stretto sotto la morsa.
Il pelato, con gli occhi azzurri come una lama di ghiaccia, se lo guarda e fa

“Oh, Bambi, allora ce la dai una birra o no?”

Bambi è impassibile.

“Ho chiuso.”

Il pelato si guarda un po’ intorno, ispezionando prima il gazebo, poi la ghiacciaia in un angolo, i bicchieri puliti di plastica riciclabile dentro le scatole. Gli occhi guizzano improvvisamente su Bambi, e un

“Serio? Dai su, non rubarci il lavoro. Non fare il fascio e dacci un birra.”

Bambi è sempre impassibile.
Ma il termometro di quello che ha dentro lo dà il legno, ormai quasi piegato sotto la mano di Bambi, sempre più sofferente.

“Ho detto ho chiuso.”

Il pelato sbotta in una risata sibilata, di scherno, si gira verso Cacatina in testa e si sospirano qualcosa. Il Bambi è sempre impassibile, il legno sul punto di sbriciolarsi.
Il pelato si gira e da sopra le spalle lancia un

“Ma vai a caghèr, camerata.”

Il Bambi, sempre impassibile, fa guizzare velocemente gli occhi intorno. Gli ultimi banchi stanno smontando, sono quasi le 2 di notte e nel giro di mezz’ora la via si sarebbe svuotata completamente. Con la calma di un santo, il Bambi si ripiega sotto il banco e attacca di nuovo la spina al barile. Si alza piano e, sempre lentamente, comincia a girare intorno al bancone per uscire. Mentre supera la soglia del gazebo, allunga una mano e slaccia uno dei due nastri che tengono la copertura frontale legata in alto. Arriva dietro ai due, che ancora ridacchiano per la scenetta di poco prima. Il Bambi prende ognuno con una mano, stretta sul colletto delle maglie nere che indossano. Tutto succede in pochi secondi: il Bambi gira di 180 su se stesso, sollevandoli quanto basta per girarli insieme a lui, direzione gazebo. Arrivato a pochi passi dall’entrata, li scaglia entrambi dietro il bancone e senza fermarsi entra, slegando il secondo laccio e srotolando la quarta parete dietro di sé, chiudendo completamente il gazebo.
Dai volti dei due è sparita ogni spocchia. Hanno la bocca serrata, i denti stretti ma gli occhi non mentono: hanno paura. Nemmeno quelli del Bambi dicono bugie: vuole divertirsi. Li guarda dall’alto dei suoi due metri e passa, ancora stesi in terra, gli steli d’erba ingialliti attaccati alle maglie nere, i segni sui palmi delle mani tenuti premuti su piccoli sassolini.

Il Bambi indica cacatina.

“Tu. Immobile. Tu, pelatino. Hai ancora sete?”

Il pelato lo guarda e non risponde. Un guizzo di rabbia gli passa negli occhi ma al

“Mi sa che sì. Hai ancora sete. Siediti va.”

che il Bambi sospira indicando la sedia vicino alla spina, torna di nuovo a cagarsi sotto.

“Ho detto siediti.”

Senza fare un fiato, il pelato gattona per un metro e si aggrappa alla sedia di plastica bianca, che il Bambi in realtà usava solo per poggiare i bicchieri, ché mai avrebbe retto quel cristiano. L’esile fascistello si aggrappa alla sedia, si trascina su e si schianta sullo schienale, esausto come avesse scalato una montagna. Ma è la montagna ad andare da lui, con un bicchiere in mano che posiziona sotto la spina e che riempie in pochi secondi. La schiuma straborda, cade sulle mani del Bambi, sul banco.
La porge al pelato.

“Bevi.”

Il fascistello oppone un po’ di resistenza, Cacatina da dietro accenna un

“Dai Bambi scusa, noi..”

ma il Bambi lo interrompe semplicemente girando la testa e fissandolo. Cacatina si rannicchia in un angolo, braccia lungo i fianchi con le mani piantate in terra, teso come uno sfilaccio di carne secca.

Il Bambi si gira di nuovo verso la sua vittima.

“Ho detto: bevi.”

Il fascistello rimane immobile. Fissa il bicchiere nemmeno avesse visto versarci dentro del veleno. Il Bambi avvicina il bicchiere al volto del pelato, che ostina un’ultima, futile, paradossale Resistenza. Il Bambi allora con la mano libera pinza il naso del pelato: basta quello per trascinarlo in avanti, come si prendesse una maniglia con la mano guantata per non lasciarci impronte sopra. Così facendo, lo costringe anche ad aprire la bocca, che riempie col primo bicchiere. Tutto molto semplice, anche perché il fascistello non prova a fare nulla se non tirare un po’ indietro la testa. Ma ormai è fatta: inizia a bere e dopo pochi secondi la birra cominicia a sgorgare dalla sua bocca. Tossisce, fa per strozzarsi, e allora il Bambi leva le dita dal naso e gli mette la mano dietro la nuca.

“Bevi.”

Il Bambi ormai non deve far più nulla: tra colpi di tosse e conati, riempie una, due, tre volte la bocca del pelato. La scena, vista dalla prospettiva di Cacatina, mostra un omone che versa a nastro medie su medie di birra in qualcosa che diventa sempre meno un arrogantello del cazzo, e che ogni secondo di più si lascia andare, tra spruzzi di birra come fosse una fontana.

Il Bambi si ferma poco prima di sversare la decima birra nell’esofago del pelato. La spina comincia a gorgogliare e per qualche secondo, mentre spruzza gli ultimi residui di schiuma e aria, i rumori che produce si confondono con quelli del pelato che, tra colpi di tosse e conati, si accascia sfiancato di un lato. Cacatina respira così forte da far gonfiare la copertura del gazebo contro la quale è sdraiato.
Un silenzio sporco regna nell’aria: in lontananza si sentono gli ultimi tubi di metallo caricati su un furgone sbattere tra loro; qualche ubriaco in lontananza canta Dalla come fosse l’ultima cosa che uscirà dai suoi polmoni; la spina ribolle piano colando gocce di birra svaporata.

Il Bambi si asciuga le mani con lo straccio sunto di serate frenetiche, mentre osserva Cacatina portarsi sottobraccio un pelato sfiancato, barcollante, che sembra quasi frignare mentre trascina i piedi in terra. Prima di andarsene, gli hanno promesso mille volte di non farsi vedere mai più in giro. La leggenda narra che né Pelato né Cacatina si siano realmente visti in giro, e che entrambi abbiano smesso di bere, essere arroganti e soprattutto di dare il fascista alla gente. Pare addirittura abbiano smesso di esserlo, fascisti.

Si dice che il Bambi da quella sera si sia ammorbidito, in queste situazioni. Un ragazzetto di vent’anni ha iniziato a dargli una mano al banco e, se qualcuno arriva e c’è da menare le mani, il Bambi non fa nulla.

Ma manda l’allievo.

(grazie a Max&Elisa di Tasca Mastai per lo spunto. e i Moscow Mule. e la simpatia. e i Moscow Mule)

Lisbona Parte – Quinta – Piccolo, Spazio, Pubblicità

Incappo in questo post che prende come scusa le canzoni uscite 20 anni fa per riassumere un po’ quello che successe nel 1998, e rimango affascinato dal fatto che, oh, sto invecchiando.
Ma proprio affascinato.
Solo per un attimo penso che, cazzo, venti anni son tanti e se tutto va bene altri quaranta e via a guardare i fiori dalla parte delle radici, “dimentichi del mondo, dal mondo dimenticati” [semicit. che se me la prendete vvb].

Ma poi ricordo mia madre che mi porta al cinema a vedere The Truman Show e due file dietro c’era un mio compagno delle medie che quando Jim Carrey sbatte i pugni sul muro di cielo in lacrime fa alla madre

“Perché piange?”

dandomi la conferma del coglione che era e che sempre rimase.

Ricordo sempre mia madre, verso la quale mi giro durante Salvate il Soldato Ryan, dopo che il nazista infila una lama intera nel cuore di uno di loro e subito dopo risparmia il porta munizioni terrorizzato. La guardo e con un volume di voce fin troppo alto le dico

“Ammazza oh, un nazista buono!”

rischiando di fare la figura del coglione di cui sopra, ma sapendo di essere semplicemente sotto shock per quello che stavo vedendo: ancora ora quel film mi mette incredibilmente a disagio, se pure non riesca a staccargli gli occhi di dosso.

Ricordo Matrix come uno dei primi film visti da solo con gli amici, al Cinema Reale di Trastevere e sì, ricordo pure che sul viale una volta usciti son stato un’ora a fare

“Swiiisssshhhh! Fiiiiiiii! Conosco il Kunf Fu!”

schivando proiettili e provando a saltare sui muri.

Ricordo che quando Sinatra morì ero a casa del mio migliore amico, e dalla madre sentii per la prima volta il soprannome, “The Voice”, perché lei disse

“Si è spento The Voice.”

e ripensare a questa scena, io e lei da soli in cucina, dopo pranzo, mi fa immaginare per una delle poche volte in vita mia un paradiso, quello classico solo cielo e nuvole, con un palco bianco e soffice dove Sinatra canta “Come Fly with Me” e il pubblico è formato solo da lei.

E la morte di Battisti invece mi fa pensare alla mia, di madre, quando la chiamo perché avevo appena saputo la notizia e la immaginavo devastata: mentre il segnale di linea libera andava mi passavano davanti i viaggi in macchina con Lucio che gridava “e guidare come un pazzo a fari spenti nella notte” e mamma faceva la finta pazza al volante e ci scherzavamo un sacco su, su quanto fosse ironico sentire quei versi in automobile, e il tutto si riassumeva con io che le dicevo

“Ah Mà, e famme grattà!”.

Mi ricordo sul muro dietro la porta di camera mia il poster verticale di Michael Jordan fotografato da dietro, a mezz’aria, mentre sgancia il suo ultimo tiro della sua carriera con i Bulls, ovviamente contro Utah, uno di quei duelli da far diventare bianchi tutti i giocatori di Cleveland e Golden State.
Il timer sul tabellone fermo sei secondi e sei decimi, la palla appena rilasciata dalle mani, il pubblico dietro il canestro che già sa: il ragazzo con le mani nei capelli, la donna con un’espressione di rabbia e stupore, il tipo seduto immobile, impassibile, morto dentro (sì, si giocava a Salt Lake City) (e poi va beh, ode a Jordan e a quel tiro e alla sua carriera e alla sua persona IO LO AMO ma dopo quei 6.6 secondi Stockton ebbe il tiro della vittoria e ci andò così vicino che fosse entrata sarebbe cambiata la storia del mondo così come la conosciamo).

E poi la musica.
Mettere su MTV e stare ore a vedere videoclip su videoclip, aspettando quello che mi piaceva di più, perdendo tempo quando passavano quelli che mi facevano cacare. Videoclip col volume sparato se nel frattempo mi scappava la cacca, videoclip con appena due tacche verdi se stavo in camera ed era tardi e non volevo farmi beccare.
E le pippe sulle Spice Girls, Alexia, Anouk (madonna Anouk quanto mi ha cambiato i connotati ormonali). Tutto era ancora confuso e sfocato, le t.A.T.u. non avevano ancora portato la loro calda corrente lesbo dalla fredda Russia, e tutto quello che vedevo erano tette.

Mi ricordo la sigla di Fifa ’98 con i Chumbawamba che “parlavano a vanvera” e il galletto francese mascotte dei Mondiali che sgambettava un pallone in giro per i posti simbolo del paese. I demo dei giochi comparti con le riviste in edicola, le sessioni frenetiche con mouse e tastiera cercando di ammazzare quei poveracci di nazisti in Commandos, (“hai capito qual è il vero eroe di questi giochi qui? Da una parte ci sei tu, che appena ti sparano puoi recuperare subito i punti vita, e dall’altra questi poveracci che sono pure dei nazisti, però sta di fatto che è gente senza alternativa!”, altra cit. che vvb se), Abe Exoddus e la grazia di essere un gioco bellissimo e con un sacco di significati. E poi perché c’erano le chicche tipo lui che ruttava e scorreggiava.
Mamma, sempre lei, che dopo aver fatto la spesa al supermercato sulla Pisana mi comprava un gioco pirata per la Playstation, comprata e modificata nello stesso momento con i miei soldi, paghette su paghette messe da parte per un sacco di tempo. Ricordo ancora che insieme mi diedero due giochi per provarla: uno di macchine e una specie di Resident Evil. Facevano cacare.
Poi va beh, un giorno comprai i due cd che componevano Metal Gear Solid: il trucco di spostare il joypad sul giocatore due per impedire a Psycho Mantis di copiare le tue mosse, la morte ululata, straziante di Sniper Wolf, la rottura della quarta parete quando le istruzioni su cosa fare venivano da normali conversazioni nel gioco

– Ehi Snake.
– Dimmi Otacon.
– Mi raccomando, non farti notare quando entri nel capannone.
– Ok.
– Devi essere silenzioso nei movimenti, trattenere il respiro ed evitare di lasciare impronte sulla neve.
– Ok Otacon. Ma come cazzo faccio?
– Premi di seguito L1, L2, Cerchio, Triangolo, Quadrato, Quadrato, Quadrato, Ics, Quadrato, Quadrato, L1, Ics.
– Aspè ripeti che me lo segno. Otacon? OTACON?

Alla fine, se mi è venuta in mente tutta ‘sta roba da un elenco di cose successe nel 1998, le cose sono due: che ancora mi ricordo le cose e che quell’anno, considerando quello che ho scritto, è stato una sorta di punto di rottura. Forse è lì, in quei mesi, che ho cominciato a farmi un’idea, a capire di essere un qualcosa con i suoi pensieri, i suoi gusti, i suoi giudizi e i suoi pregiudizi. Credo sia in quel periodo che ho cominciato e mettere il naso, la curiosità vera e propria fuori di casa, annusando il mondo e cercando di capirne gli odori, che ancora oggi non distinguo e che so non riuscirò mai completamente.

Forse è nei miei tredici anni, che ho cominciato a diventare adolescente.

E la cosa fica è che non ho mai smesso.

Lisbona – Parte Terza – Il Camion della Monnezza

Da casa si vedono un sacco di tetti, da un lato.
Dall’altro solo un paio, perché poi tutto si apre e c’è un campanile e per quasi metà, proprio in fondo e in alto, si vede il Castelo de São Jorge, che da lì dicono ci sia una vista incredibile della città, giardini immensi, interni pazzeschi solo che costa otto euro e cinquanta entrarci e quindi con certezza posso solo dire che almeno le mura esterne son molto belle.
E tra i pochi tetti di questo lato, in mezzo, ci sono un sacco di alberi da frutto pieni di colore.

Su questo lato di casa, questo del campanile e del Castello e delle arance e dei limoni coloratissimi, c’è la veranda.
La mattina mi ci porto la tazza di caffè, mi siedo al tavolo in fondo e mi guardo il cortile dell’unico palazzo che c’è davanti.
C’è il tipo che esce col suo bulldog tutto nero che se avesse una coda vera sarebbe una frusta, per quanto è contento della vita ma soprattutto di avere un padrone così buono da meritarsi sguardi di un amore che vanno oltre l’umana comprensione.
C’è la signora anziana tutta curva, un manico di ombrello vivente che passetto dopo passetto si trascina dentro il portone, che sembra spingere come fosse l’entrata di una delle fortezze da Signore degli Anelli.
C’è lo sciame d’api del tipo sotto la veranda, con un balcone per tre quarti è foresta amazzonica e per un quarto alveare, con tanto di arnia e nuvola scura che entra e esce, altro piccolo condominio che non dorme mai.
E poi c’è il gatto, che praticamente ogni volta lo sento miagolare sperduto sul tetto di fronte, lo vedo fare avanti e indietro, ogni mattina sempre più spaesato, e mi chiedo se per caso non si svegli ogni giorno in una delle sue tante vite, dimentico di cosa sia successo la notte prima.

E questo è un lato.

In mezzo c’è il fatto che io possa scrivere da casa, nel senso fisico e letterale del termine.
Perché almeno per un po’ una casa da cui scrivere, e da cui guardare cosa scrivere, ce l’ho.
E questo ha significato dire addio allostello, e a tutta una serie di situazioni che in realtà mi stavano già facendo sentire a casa.
Una casa piena di gente, incasinata, rumorosa quasi tutto il giorno, ma comunque il primo posto che mi ha accolto e fatto sistemare abbastanza da cominciare a capirci qualcosa.
Poi però devi rifarti quei due bagagli che sono diventati una casa nella casa, coi tuoi vestiti e i tuoi due libri, i quaderni, quello che si è aggiunto in due mesi di corsi di formazione e inizi di documenti per la tua nuova vita manco fossi sotto protezione testimoni.

E dentro questi due mesi e mezzo, dentro giornate tutte diverse, variazioni sul tema “ommioddio cosa sta succedendo”, ci sta una settimana in cui arriva Lei e tutto si sospende, si ferma, si cristallizza.
Momenti che avevamo lasciato in sospeso si materializzano qui: svegliarsi insieme la mattina, Lei che prepara la cena mentre carico una puntata de “La Casa di Carta” su ‘sto tablet che è diventato ormai un confessionale, io che scendo nella pausa pranzo e me la ritrovo lì, con la pasta con le zucchine e tutta la normalità del sedersi su una panchina, uno accanto all’altra, col sole che finalmente si è deciso a farle vedere la città per quant’è davvero bella e colorata.
Una settimana spezzettata da turni di lavoro e stanchezza da emozioni, di quella che scarichi l’adrenalina di giornate con le mani strette per strada e i baci rubati a metà dell’ennesima salita, che almeno per una volta non la sola colpevole del fiatone e del cuore ammille.
Una settimana di me a mio agio con la nuova vita che mi si presenta davanti e nella quale mi sono appena affacciato, che porto Lei nei posti che ho già nel cuore e ne scopro altri che ci si vanno a sistemare subito. Che di spazio ce n’è sempre.
Una settimana che sembra un mese ma nella realtà dei fatti non è che un sette giorni da montagne russe, ché il tempo di capirci che già dobbiamo separarci un’altra volta ancora, per chissà ancora quanto tempo.

E mentre Lei prende la sua valigia e viene portata via piano dalle scale mobili verso il gate, io prendo le mie e mi sposto di nuovo, per salire scale immobili e faticose verso la porta.
Di casa.

E a casa c’è il lato dei tetti, quell’altro, opposto alla quiete della veranda, il lato dei rumori di città.
Un sacco di sirene col suono che sembra stiano tenendo premuto triangolo a GTA, i neri che si strillano qualcosa dagli angoli delle stradine, le vecchiette che si parlano da marciapiede a finestra, il pianoforte suonato la mattina al primo piano. La chiamo la Torpigna Ripulita, ché piena di razze e profumi e puzze e lingue e cibi diversi, ma per terra e ai secchioni c’è molta meno merda.

E infatti ogni sera sento il rumore del camion della monnezza.
Tutte le sere.
Che sia Mercoledì o festivo, o un Mercoledì festivo, il camion della monnezza passa sempre.
Intorno a mezzanotte, se sono in camera, qualunque cosa io stia facendo, se sento il cigolio prima e il fracasso poi, guardo l’ora e posso star sicuro fino a un secondo prima di saperla davvero che o è mezzanotte meno un quarto, o non è più tardi di una mezz’ora dopo.
La parte semplice della mia mente, quella un po’ meno sveglia e un po’ più benaltrista, associa questo momento a quelli a Roma: il camion dell’AMA che non ha regolarità alcuna, che passa poco e male, bloccando strade, lasciandosi una scia di rifiuti e fetore che nemmeno a seguire il tour elettorale di Adinolfi.

La parte razionale, invece, il lato oscuro della mi testa mi ferma e mi fa ragionare che qui a Lisbona poche volte son stato in una macchina e quindi ancor meno, ma forse zero, mi è capitato di rimanere bloccato come sicuro succede ance qui. Mi dice che magari, che ne sai, pure qui mischiano tutto anche se fai la differenziata. E poi oh, tutto il mondo è paese e pure qui, a un sacco di chilometri daa Capitale der Monno ‘nfame, il rumore del camion della monnezza rompe i coglioni.

Solo che il risultato di questi due pensieri è comunque che vuoi le novità, vuoi il lavoro in cui ti fiondi a testa bassa perché ogni tanto (spesso) uno stronzo che ti dice bravo lo trovi, vuoi il distacco da una serie di input negativi diventati routine (sveglia-caffè-barba-bidet), vuoi che sei sicuro che Lei arriverà presto e sarà una nuova vita ancora, insomma alla fine il camion della monnezza diventa indispensabile come metro di attenzione e sopportazione.

Fino a che mi accorgerò che sta passando, e la cosa non mi disturberà, saprò che è un nuovo giorno che merita di essere affrontato proprio per quello che è e cioè mai vissuto, imprevedibile, anti-routine e fuori scala anche per un solo dettaglio.

Lisbona – Parte Seconda – Allostello

Oggi fanno trentasette giorni che sto a Lisbona.
E fanno trentasette giorni che sto allostello.
Non lo stesso, ché al primo dopo tre giorni sono andato via per cose che non sto qui a.
Solo che dopo tre giorni io non è che ci stessi capendo un granché, a guardare all’una di notte posti che mi sembravano ancora più sconosciuti di quando stavo a Roma.
Allora Alessia, una ragazza che ha iniziato il corso con me, mi dice di provare ad andare allostello dove stava lei.
Scherzando mammanco troppo ancora oggi le dico che così facendo mi ha salvato la vita.
Il 21 Febbraio a sera mi son rifatto le valigie e me le sono accollate per quella mezz’ora che aveva previsto Maps.
Previsto.
Perché poi ci son le salite e Maps è solo un mucchio di codici e algoritmi e mica lo sa, il bucio di culo che mi son fatto per arrivare allostello.
Però alla fine ci sono arrivato: sudato, con le braccia così atrofizzate che penzolavano come quelle di Ace Ventura colpite dalla cerbottana e un bella scia di bestemmie dietro di me, ma ci sono arrivato.

Il Back to Lisbon è molto carino.
Paragonato al primo è un altro mondo, ma parlo pure che prima di Lisbona allostello io ci son stato solo da ragazzino, a quelli dellaggioventù, con i miei che mi portavano in giro per la Scandinavia e quei dormitori mi sembravano ancora più grossi di quanto non fossero davvero. Ogni volta che ci penso mi vengono in mente quelli di Full Metal Jacket, ma senza torture a colpi di sapone e omicidi-suicidi notturni.
Quindi non ho molti paragoni in merito, ma è un palazzone di tre piani con colori pastello in ogni stanza, scritte pop alle pareti tipo “I’m not your mama, clean your own mess” e una gestione allegra. A volte fin troppo, ma questa è un’altra storia ancora, fatta di un perenne ritmo alla Despacito in sottofondo e racconti in porto-brasiliano strillati così forte che pare di stare in mezzo a una rissa continua, ma fatta di baci e abbracci.

Però non posso dire di stare male, allostello.
Perché stando in fissa con l’osservare la gente, qui ho materiale infinito che ho aspettato a tirar giù, e che forse non ho ancora assimilato del tutto.
Io che come uno stronzo al massimo ho parlato con qualche turista al centro di Roma, e un po’ di gente in quei sempre troppo pochi viaggi fuori, qui mi trovo a parlare in inglese con una cilena che parla in spagnolo con un portoghese che parla in brasiliano con un altro brasiliano perché alla fine mi pare di capire che si possono capire solo tra di loro, e certe volte manco quello.
Che poi tantissimi sono passati, ci siamo spaccati di chiacchiere in inglesi storpi per una sera e la mattina dopo non li trovi più.
Altri invece rimangono per abbastanza tempo che ci prendi confidenza e ci scherzi e ci esci e quando sei allostello speri di beccarli per farsi due chiacchiere e migliorare un po’ ‘sto cazzo de inglese che all’inizio mi sentivo Totò a Milano.

Elio è stato il primo che ho incontrato qui.
Anzi no, il primo primo è stato Paolo, di Roma pure lui, che sapeva del mio arrivo da Alessia e io del fatto che stava allostello sempre tramite lei ma pure perché i romani comunicano telepaticamente e si connettono a livello neuronale dove stanno stanno e quando ho girato l’angolo per la reception l’ho visto a capotavola sotto la tv con un piattone di pasta e lui ha visto me e ci siamo visti e si è alzato e mi ha guardato e mi ha detto

“Te sei Jacopo vè?”

e io

“E te sei Paolo!”

e ci siamo sorrisi e mi ha presentato Elio, eccolo, che da dietro il banco della reception sorride quando Paolo lo chiama il Boss.

Elio è un signore sui cinquanta, che ci ho messo un sacco ma alla fine ho capito che mi ricorda Ricky Gervais, per la somiglianza e la comicità. Cioè, di Gervais ce ne sta uno solo ma pure di Elio, che ha un inglese sopraffino, è educatissimo e spesso piazza battute tra il cinico e il bastardo che ti uccidono.
Elio si è presentato, in un peraltro ottimo italiano, come “Elio! Ma non quello delle Storie Tese!”, ha riso e ha finito di farmi il giro allostello.
È quello con cui parlo anche molto bene di cose serie, con i suoi discorsi sull’amore e sulle donne e sulle scelte che ha preso e quelle che no.
Ora Elio non c’è e non ci sarà per un po’, che alla fine è un attore e quando mi ha detto che per due settimane andava a fare una cosa nuova con un nuovo gruppo di teatro, gli brillavano gli occhi.

Poi c’è Josh, che è australiano ma vive a Londra da anni e sta pianificando di trasferirsi qui. Josh, a mio modesto parere, è una delle persone più simpatiche che abbia mai conosciuto.
E io stesso sono una delle persone più simpatiche che abbia mai conosciuto, quindi immaginatevi.
Josh ha un umorismo tra Louis C.K. in splendida forma ed un ubriacone da bar, e in effetti è roscio come il primo e alcolista come il secondo.
Scherzo, ovviamente, ma da buon britannico ama la birra e le chiacchiere brille ma allo stesso tempo lavora, sta in mezzo alla ristorazione e parla di aprire paninerie all’aragosta, gestire crêperie e bere birra.
Che se non lo fa, ne parla.
Ha la barba lunga e curata, un cappellino con visiera che appende fuori dal letto e la capacità di farti ridere un sacco.

Poi c’è la cricca di quelli che lavorano qui o che sono semplicemente volontari.
Oltre al già citato gruppo che fa risse con l’amore, c’è Gonzalo, piccolo e con la faccia perennemente tra il sorpreso e il divertito, un po’ appesa che mi fa pensare a Marco Marzocca quando faceva l’aiutante del venditore di quadri di Teleproboscide.
C’è Bernardo, un ragazzone di ventun’anni che ne dimostra trenta, grosso come un armadio di pietra e con la faccia buona che sorride ancora di più da quando ha cominciato a chiamarmi “JacoLoco!” e me lo strilla al citofono quando mi vede arrivare dalle telecamere.
Belal invece è un ragazzo afghano cresciuto in qualche ghetto della California. Positivo da fare schifo, una delle prime volte chiacchierando qualcuno gli chiese cosa voleva fare da grande, ora che stava per compiere 31 anni. E lui ha risposto

“Essere felice. Avere la mia fattoria, fare il mio formaggio con il latte delle mie mucche, tirar su famiglia. Essere felice.”

e io dentro di me mortacci tua ma poi continui a parlarci ed è così schifosamente positivo che a volte ci credi che tutto sia facile, detto da uno che pesava centottanta chili e ora è un quarto di manzo niente male, ‘sto cazzo di Belal.

Paolo va beh, l’ho già citato, ma lo cito ancora perché è un grande vero, perché risentire parlare romano seppure dopo solo tre giorni mi ha aperto il cuore e mi ha forse fatto capire per la prima volta davvero quanto stracazzo ero lontano da casa, per quanto tempo, perché.
E poi Paolo fa delle battute che fermatevi tutti.

Alla lista si aggiungono Atif, il ragazzo bosniaco in Erasmus che i primi giorni studiava e basta e poi gli ho consigliato Santa Catarina e da quel momento è stato tutto sì uno studiare ma pure lui che torna ringraziandomi del consiglio e che aveva trovato il fumo e dio se era contento; c’è Paulo, o Pavlo, non so, è lituano e lavora da remoto per non so cosa quindi viaggia un botto ma anche lui sta fermo qui allostello da un po’, col suo cappuccio in testa e la tisana in mano, una sigaretta ogni tanto e una certa freddezza nel parlare, che si è sciolta un po’ uscendo tutti insieme, ma che gli rimane come un velo dietro il volto; c’era Carole che poi era Caroline e quando ce l’ha detto è arrossita, Carole l’angioletto polacco, sempre leggera, dolce nel chiederti qualunque cosa e nel raccontarti tutto, pure della serata techno di due giorni prima dalla quale si sta ancora riprendendo, che diceva di non fumare mentre fumava e di non partire mentre stava con le valigie in mano, che ci ha lasciato i cookies senza glutine fatti da lei al burro di arachidi e cioccolato.

E poi c’è Alessia, quella tipaccia che mi ha salvato la vita e a cui devo un sacco di risate e forse anche soldi. Ma lei dice che poi si vergogna a chiederli indietro.
Io a ridarli, quindi stiamo apposto.
Però lei va oltre allostello, ché si va a lavoro assieme come due amichette del cuore, si tornassieme e assieme ci si va a bere “giusto una cosa al volo”, che il volo poi lo fai sbronzo marcio alle otto di sera.

Insomma, allostello ci sto bene.

Però è ora di crescere di nuovo, e di trovarsi un posto per conto proprio.
Che bello tutto eh, bello il condividere, le chiacchiere, il “mi presti quello”, “prendi quest’altro”, le scorregge senza silenziatore mentre pisci, i tappi nelle orecchie la notte che ti ritrovi in bocca la mattina, le risse di allegria e le chiacchiere sulla vita.
Bello tutto davvero.

Ma non sono più quel bambino piccolo in quei dormitori enormi.
Non c’è più mio padre da un sacco di tempo, non c’è mamma pure se c’è sempre coi suoi messaggi e le sue premure. Non c’ho nessuno a tenermi la mano se mi perdo, e Maps non è umano abbastanza da farmi davvero ritrovare.
Sono più alto più grande più cresciuto e ora qualcosa mi va stretto e tocca mettersi roba comoda, che ‘st’altra vita è appena cominciata e c’è un sacco da camminare.

Soprattutto in salita, diocàro.

Kahbum – la Musica Oltre la Musica

Ci sono alcuni giochi di società, di quelli in cui le parole sono il cuore di tutto, in cui devi indovinare la risposta avendo meno informazioni possibili, dove devi usare un numero minimo di parole fino al classico gioco dei mimi, in cui al titolo del film devi arrivarci guardando un tuo compagno di squadra che gesticola come uno scemo: una volta, per far indovinare «Qualcuno volò sul Nido del Cuculo», disperato dopo l’ennesimo tentativo andato a vuoto, arrivai a mettere i cuscini del divano in cerchio e, imitando un volatile enorme, planavo sopra questo nido improvvisato. E indovinarono.

Poi ci sono altri giochi in cui ci parti, da una parola, e arrivi a creare un mondo. Anche la semplice associazione di idee, in cui magari parti da una cosa che vedi sul momento, chessò, «mouse», e finisci dopo un bel po’ a nominare Gasparri.

Ecco, Kahbum è più vicino a questa seconda forma di gioco, anche se poi proprio gioco non è.
La regola è semplicissima: prendi due cantanti/cantautori/cantastorie, gli fai portare il loro strumento (chitarra, loop station, batteria, una volta un’arpa, o anche solo la propria voce) e li metti in una stanza dandogli una busta con un titolo e un’ora e mezza di tempo per scriverci una canzone sopra.
I risultati di cui tutti possono usufruire tutti quanti sono dei meravigliosi video in bianco e nero su Youtube, con titoli come -tra i tanti- «Adotta un Fascista» (Lucio Leoni & Giancane), «Mi si è slogato il cervello» (Le Sigarette & Underdog), «Ctrl – Z» (Davide Shorty & Daiana Lou) e la più recente e nonché la più Natalizia di tutte «Palle di Natale» (The Niro & Lucci).
Nel video, la canzone vera e propria è preceduta da una sintesi di quei novanta minuti in cui, appunto, si crea il gioco.

Ed io ho avuto la fortuna di assistere e diciamo anche partecipare a una delle partite della seconda stagione. Partite che non fanno scontrare gli artisti ma li fanno incontrare: citando il sito di Kahbum, «non è un talent, non è un concorso, non ci sono vincitori né giudici».
Premetto subito: per ovvie ragioni di spoiler, non potrò dirvi chi sono i due artisti che hanno giocato, né il titolo della canzone. Posso giusto dire che uno dei è stato una conferma, e l’altro una piacevolissima scoperta.
E il titolo è una bomba.

Arrivo allo studio di registrazione «La Strada», tanto lontano (almeno per un cretino spatentato come me), quanto bello: poco fuori dal GRAGrande Ricordo Anulare», Tommaso di Giulio & Emanuele Colandrea) , arrivato dopo un nemmeno tanto travagliato viaggio su sedici linee diverse e una passeggiata tra campagna e cavalcavia sopra il raccordo, lo studio è immerso in una villa con giardino rigogliosissimo nonostante sia metà Dicembre, una vasca per i pesci, una piccola cappella privata, un paio di gatti e un cane, se non erro, sordo. Mi accoglie Ulisse, il mio insider all’interno della Necos, la società di comunicazione che ha inventato, creato e prodotto Kahbum. Ci sono tutti i soci, ognuno dei quali ha generalmente un ruolo preciso ma che nel giorno delle riprese fa un po’ di tutto, dal preparare un numero imprecisato di caffè a sistemare i microfoni, avanti e indietro prima della prima (e unica) scena del video.
Ulisse mi accompagna verso il resto del gruppo, che chiacchiera subito fuori dallo studio, in cerchio sulla ghiaia bianca.
Saluto in modo fin troppo confidenziale uno dei due artisti, e mi presento per la prima volta con l’altro, nonché con praticamente tutto il resto del team che gira intorno ai due.
Tra sigarette e bicchierini di plastica usati come posacenere, arrivo che si parla, ovviamente, di musica. Mi sento subito, estremamente a mio agio, rimanendo comunque in bilico tra l’inserirmi nella conversazione e guardarmi intorno.
Noto anche una certa elettricità nell’aria, un’atmosfera da prepartita, appunto, e ne ho conferma quando tra i due inizia uno scambio di domande sulle reciproche influenze artistiche, politiche, racconti sul quotidiano tra figli, ex ragazze e genitori.
Capisco che i due si conoscono solo per quello che fanno, e che si piacciono anche parecchio. Ma non si erano mai nemmeno visti da lontano, e questo mi sembra l’unico muro che gli rimane da abbattere: quello della fisicità della musica, il suonare insieme e anzi, il creare musica insieme.

Cominciamo ad entrare nello studio.
La stanza principale, il cervello di tutto, mi si apre appena varcato l’ingresso. Un pannello di controllo fatto di schermi, mixer grandi come un letto e casse grosse come comodini.
L’attività è frenetica: persone con cavi, microfoni, fari e faretti sfrecciano avanti e indietro, tra il cervello e quello che è il cuore, di Kahbum, e cioè la stanza dove i due artisti rimarranno per quei 90 minuti e da dove pomperanno idee, sensazioni, accordi (uno dei due, in questo caso, ha una chitarra), rime (lo strumento dell’altro) fino a creare una canzone.
Nei momenti successivi si calma la squadra tecnica, e cominciano ad agitarsi i due artisti: è una sensazione positiva, ovviamente, la classica, dovuta e necessaria scarica di adrenalina prima di una cosa che non hai mai fatto e a cui già tieni moltissimo.
Ulisse spiega brevemente le poche e semplici regole: dal momento in cui scoccherà il «ciak!», avranno due taccuini, penne, acqua e un’ora e mezza in cui le comunicazioni tra i due organi saranno ridotte al minimo, gli interventi della squadra nel cuore ancora meno e solo per questioni tecniche [durante la registrazione ci sono state effettivamente rarissime interferenze dal cervello, dovute a problemi tecnici, per alcune foto ai due o per annunciare la fine del tempo].

Respirone da parte di tutti, i due entrano, il ciak! scocca.
Si tira il telo tra cuore e cervello (da quel momento, seguiremo tutto dai monitor).
Le porte si chiudono.
Silenzio, si gira.

Ecco, spiegare senza poter dettagliare non è facile, ma fa più o meno così: la busta, il titolo (e che titolo!), le risate, la discussione sul farne o meno un pezzo cazzone, la virata verso il pezzo «serio», la ricerca di un accordo, un suono, associare dei ricordi in base al titolo e trovare le prime parole, discutere su quali, quante, riesaminarle, eliminarne alcune e scovarne di altre. I lunghi silenzi, i click delle penne, il fruscio leggero delle sfere sulla carta che lasciano una scia di parole, e la pressione frenetica delle linee che le cancellano. Le prime rime, i consigli, come dividersi strofe e ritornello. Altri silenzi, l’accordo ripetuto all’infinito, la calma prima di una piccola tempesta di dubbi, ripensamenti, il tempo che passa («manca mezz’ora!»), la certezza di averne sempre meno («si può bestemmiare?»), iniziare-sbagliare-ricominciare-sbagliare di nuovo.
La quiete che arriva dopo, la conferma di avere un buon pezzo tra le mani, gli ultimi aggiustamenti, pochi minuti in più per recuperare i pochi interventi che ci son stati, proprio come in una partita.

Tempo scaduto.

Almeno per quanto riguarda il gioco.
Adesso il risultato deve essere ripetuto un po’ di volte, così da dare la possibilità al cervello di registrare le versione migliore della canzone.
Esce fuori una gran bella traccia, un perfetto equilibrio tra blues e rap, chitarra e voci, parole e sensazioni.
Poi breve intervista post partita, i due che con noi ascoltano più volte le varie versioni, le ultime sigarette, i loro curiosi «beh, allora, com’è andata?» e i nostri sinceri «una bomba!», le strette di mano, lo scroccare un passaggio all’artista appena conosciuto e scambiare più di una chiacchiera sulla scrittura, la creatività, il poterci o meno campare, con queste cose.

Alla fine dei giochi -mi dico ora che ne scrivo dopo più di un mese- penso che se anche non ci mangi, con lo scrivere e cantare o far creare le canzoni, se sei arrivato al secondo anno di produzione della serie più innovativa e divertente della scena musicale italiana, allora ne vale la pena in ogni caso.
Quando crei un contatto, un incontro, rendendolo possibile grazie alla musica ma facendolo poi andare oltre, rompendo più di una parete tra arte e pubblico, allora hai comunque vinto.

E allora viva Kahbum, viva la musica che non c’era e che grazie a un’idea semplice e geniale, ora c’è.

E c’ho le prove.

A Te e Famiglia

Sai quelle cose tipo buoni propositi?

Ecco.

Non farle.

I buoni propositi servono solo a perdonarti le cazzate fatte nell’anno che si chiude sperando di non ripeterle in quello che arriva.

Ed è qui che sbagli.

Perché le cazzate vanno fatte, però doverse. Devi prenderti nuovi rischi se non vuoi far sempre le stesse puttanate. Devi sbagliare per correggerti ma se sbagli sempre le stesse cose, a ‘sto punto accettale come vengono ed esplora nuovi anfratti, scivola su macchie fresche, sbatti la testa su angoli appena costruiti.

Accetta il fatto che un no come risposta a volte è meglio di un (o comunque di un ‘sto cazzo).

Abbraccia l’idea che ci sarà sempre più ignoranza intorno a te, e che ti rimane solo la gentilezza per combatterla.

Ricordati che il prossimo tuo è diverso da te su un sacco di cose, ma chr siete pure uguali in un modo che non hai nemmeno idea.

Fatti stare sul cazzo qualcuno perché uno non è mai davvero buono, perché “l’odio è un carburante nobile e hai scoperto che non è così male”, perché un po’ di rancore aiuta a tenerti sveglio e vigile.

Ché se non sei stronzo tu, lo è un altro.

Chiama mamma ogni volta che ti viene in mente.

Fai quello che ti piace e tieni al minimo quello che ti serve per vivere.

Non ti dimenticare degli amici.

Pensali, scrivigli, non far scordar loro di te.

Sii il più sincero possibile ma se serve ogni tanto dì una cazzata.

Amati un sacco.

Amala di più.

Sii cauto nell’accettare consigli, ma sii paziente con chi li dispensa. I consigli sono una forma di nostalgia. Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio, ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte e riciclarlo per più di quel che valga.

Ma accetta il consiglio, per questa volta!