A Pieni Polmoni

Non è che ci fosse nato, con quel problema. Solo che non ricordava la sua vita senza, quel problema.

I suoi ricordi partivano dalle prime notti insonni, da bambino, e passavano per la paura di venir inghiottito dalla sua stessa stanza da adolescente, con i Red Hot che lo guardavano dai poster con un calzino sul pisello e lo sguardo di compassione.
I concerti in cui doveva allontanarsi dalla mischia appena iniziati, le ore di educazione fisica passate a guardare gli altri correre, le prime volte ancora più imbarazzanti di quanto non siano già, con lui che col terrore di durare troppo e collassare, durava troppo poco.
Non c’era un ricordo che non fosse già avvelenato da quel problema.

Non era mai riuscito, in vita sua, a fare un respiro completo.

Non che ansimasse come un carlino, con la lingua di fuori e gli occhi a supplicare l’abbattimento. Anzi, la maggior parte della gente non se ne rendeva nemmeno conto e questo non faceva che aumentare il suo disagio.
Poche persone ne erano a conoscenza.
Certamente sua madre, che fin da subito fece il possibile per lenire le angosce del figlio pur consapevole della natura psicosomatica, più che fisica, di questo problema. Ma nessun pediatra, dal miglior Big Pharma al peggior New Age, era mai riuscito a fargli riempire del tutto i polmoni.

Un’altra persona che lo sapeva era una sua ex ragazza di quando aveva vent’anni che, stufa di provare a farlo durare più di cinque minuti, lo lasciò per un apneista e non si fece mai più sentire.
Perché una delle conseguenze peggiori che aveva scoperto con l’adolescenza era la difficoltà fisica che sì, in quel caso, lo faceva respirare come un maniaco che chiama a notte fonda, mischiata a quella psicologica della situazione: se provava a concentrarsi sulla partner subentrava la normale preoccupazione di fare figure di merda, subito sostituita dal respiro cortissimo e impossibile da completare, e quindi provava a distrarsi concentrandosi sulla partner e così via, in un loop che lo portava a diventare viola di imbarazzo e tachicardia.

I suoi amici lo prendevano per il culo il giusto, invitandolo a calcetto solo se serviva il portiere, o chiamandolo “Fiatocorto” durante le visioni collettive di Game of Thrones.

Ma il resto del mondo ignorava completamente la sua condizione e lui faceva di tutto per non darla a vedere. Spesso scorreva nella mente tutte le volte che confessarlo, o anche solo dirlo, avrebbe forse cambiato il corso degli eventi, piccoli o grandi che fossero.

Il suo esempio madre lo teneva stretto per sé, di quel giorno di mesi prima in cui camminava lento verso la fermata del bus che lo avrebbe portato a lavoro al centro. Aveva le cuffie grandi premute sulle orecchie, i passi a ritmo di Purple Haze quando notò lei che, poco più avanti, si era girata e con un cenno della mano stava provando a catturare la sua attenzione. Aveva i capelli rossi, crespi come la carta regalo di quella buona, gli occhi verdi e grandi da cartone animato della Disney e un vestito rosso con i rombi blu, leggero come fosse fatto di vento. Lui si sfilò le cuffie e le regalò un sorriso timido dei suoi, le labbra e le palpebre strette come in un’espressione da parente benevolo.

– Ciao! Scusa, ma alla fermata laggiù passa il 98 per il centro?

– Sì sì, ferma lì.

– Ma sapresti anche dirmi qual è la fermata vicino al museo di Storia?

– Beh guarda è la stessa a cui scendo io per l’ufficio, se vuoi saliamo e scendiamo insieme.

Quasi si sorprese, per questa botta d’intraprendenza.

– Volentieri!

La sorpresa fu doppia.

S’incamminarono uno accanto all’altra così, nel modo più naturale del mondo. Dovevano costeggiare un giardino pubblico per qualche centinaia di metri, prima di arrivare alla banchina, ma nessuno dei due sembrava riuscire a dire nulla. Nell’aria c’era quella piccola, leggera scossa elettrica, come quelle che partono dalle sfere di metallo e toccano la superfice di plastica nelle lampade da due soldi che si mettono in stanza per fare atmosfera. Entrambi sembravano temere che il parlare, così come il toccare le sfere da due soldi, avrebbe concentrato tutta l’elettricità del momento, mandandoli in corto.
Era tarda mattinata e nel giardino c’erano poche persone: qualche mamma distratta dal telefono mentre il figlio era intento a fare scorpacciate di terriccio, badanti che al contrario seguivano ogni passo di bambini scatenati che si rincorrevano e si gettavano a terra, per poi puntarsi contro il dito piangendo come se non ci fossero statepesante  orecchie a sentirli. Appoggiata alla staccionata in legno, rivolta al marciapiede, c’era invece una piccola cucciola d’uomo con i boccoli biondi e gli occhi che seguivano chiunque passasse lì davanti, le mani poggiate su uno dei piccoli tronchi e la calma di un santone addosso. Lui, che cercava di camminare più leggero di quanto in realtà non si sentisse, la guardava fissare prima una signora con la spesa e il maglione rosso nonostante la primavera fosse già arrivata da un po’, per poi passare al giovane in completo di lino con l’auricolare in fiamme e gli occhiali a coprire gli occhi che si rigiravano ad ogni richiesta di qualche cliente troppo esigente. La cucciola d’uomo seguiva con occhi e testa fino a incrociare qualcun altro, e così via, come stesse assistendo a una lentissima partita di ping-pong.
Arrivò il loro turno, e ovviamente i piccoli occhi puntarono la fresca non-coppia e cominciarono a seguirli. Lui, che dei due era quello che camminava più vicino alla staccionata, agganciò lo sguardo della piccola e le sorrise, di nuovo come un nonno stanco ma orgoglioso della nipote, ma senza aspettarsi una reazione che invece arrivò pronta, come se non aspettasse altro: alzò la manina fino all’altezza del viso, e cominciò ad aprire e chiudere il pugno.

– Tào! Tào!

– Ma tào a te, cuccioletta!

Si vergognò subito per quella reazione immaginando la ragazza che lo vedeva come un rapitore di neonati e, sentendosi gli occhi di lei puntati addosso, spostò goffamente lo sguardo dalla bambina agli alberi, cominciando ad annuire come se stesse provando a riconoscere la specie. E la ragazza lo stava guardando davvero, ma con gli occhi dolci e un sorriso un po’ ebete tagliato sulla bocca di chi ha visto in quella risposta il bambino che c’è in lui. E fu lì che lei disse:

– Comunque mi chiamo

– Aobbù! Aobbù!

La cucciola di uomo aveva trasformato il piccolo pugno in un dito che indicava dietro di loro.

– Aobbù!

Lui immaginò fosse la parola chiave che i genitori della bimba le avevano insegnato in caso di una situazione caramelle-da-sconosciuti ed ebbe un principio di attacco di panico, mentre lei si girò nella direzione che puntava il ditino e sibilò un

– Mapporc.

Volutamente troncato, ma intuibile.
La bambina stava dicendo autobus, e la sua gioia nel vedere tale mezzo li aveva inconsapevolmente avvisati del suo arrivo.
Lei fece qualche passo scattando ma, sentendo che lui non correva con lei, si girò e lo vide lì, ancora a far finta di capire se quello fosse un pino o un rovo di rose.

– Beh? Non corri per prendere il bus?

Lui immaginò quella breve corsa, il fiato ancora più corto del solito, immaginò l’imbarazzo nel non riuscire a parlare per ore, figuriamoci per una mezz’ora di viaggio.

– No tranquilla, devo passare prima da una parte. Comunque chiedi all’autista di farti scendere all’altezza di Vicolo del Bel Respiro.

Ah.
L’ironia.

Lei non disse nulla, ma il sorriso tagliato divenne un solco di disappunto e, girandosi, non accennò nemmeno a un saluto.
La vide correre, venire superata dall’autobus e per un attimo sperò quasi che lei cadesse, o che una ruota del mezzo si bucasse in quel momento facendolo finire nell’altra corsia, qualunque cosa pur di poterla raggiungere camminando, spiegarle tutto e chiederle di uscire.
Ma lei era agile, il bus aveva le gomme nuove e il suo profilo venne inghiottito presto dalle porte a soffietto. E comunque non avrebbe mai avuto il coraggio di parlarle per mezz’ora, figuriamoci per ore.

Ecco, se il bus avesse tardato anche solo due minuti, magari a quest’ora lei starebbe ridendo tra le sue braccia mentre lui le racconta questo immaginario what if.

E invece mesi dopo era lì in ufficio, a sbrigare le ultime noiose pratiche prima di prendere quel dannato bus e tornare a casa. La pioggia frustava la finestra dello studio a ritmo regolare, e il suono sembrava quello delle onde che s’infrangono su un bagnasciuga di vetro. Era rimasto solo e mancava mezz’ora alla fine del turno, e decise di fare una cosa che non faceva mai. Recuperò le sue cose, le infilò velocemente nello zaino e dopo essersi messo la giacca a vento, andò via prima. Una scossa di adrenalina partì dalla schiena e gli scaldò tutto il corpo mentre chiudeva a chiave la porta blindata, e scendendo le scale iniziò a sudare. Stava guadagnando solo trenta minuti e in realtà, come sempre, era arrivato in anticipo anche quella mattina, ma il non aver chiesto permessi che comunque non gli sarebbero stati negati lo esaltava un po’. Mentre apriva il portone del palazzo per uscire, si rese conto che il ritmo del suo respiro era aumentato parecchio e approfittando della pioggia battente si fermò sulla soglia, poggiandosi prima con la spalla sul muro, e poi aspettando che il portone si chiudesse per poter scivolare un po’ all’indietro e adagiarsi sulla schiena.
Rimase così per un po’, buttando occhiate nella direzione dalla quale sarebbe dovuto arrivare il 98 e armeggiando con le chiavi di casa nella tasca del cappotto. Nei periodi più pesanti, spesso si ritrovava col pugno chiuso intorno al mazzo di ferri appuntiti, stretto fino a lasciarsi segni sui palmi.
Respirava sempre più veloce mentre iniziava a chiudere la mano sulle chiavi. Il fiato si accorciava e i secondi si allungavano, e pensò che un po’ d’acqua in testa fosse il modo migliore per riprendersi. Si sporse fuori dall’androne, approfittandone per girare la testa e sperare di vedere le luci del bus. La pioggia gli batté forte sui capelli, talmente forte che nonostante fossero foltissimi sentì il cuoio immediatamente fradicio. L’acqua scese veloce su tutto il volto. Era stata una pessima idea.
Si ritirò imprecando nell’androne e mentre si asciugava gli occhi sfregandoci le braccia sopra, sentì una mano toccargli la spalla.
Sobbalzò.
E poi, dopo un secondo, sobbalzò di nuovo.

Aveva riempito i polmoni.
Aveva preso tutta l’aria possibile nella bocca e l’aveva tirata via dalle narici come un condizionatore.
Aveva riempito i polmoni.

– Tào! Sei poi passato da quella parte, quel giorno?

Un nuovo respiro profondo.
La sua voce sembrava premergli gentilmente la cassa toracica per aiutarlo a tirare fuori tutti quei mezzi respiri che per anni lo gli avevano riempito il corpo.

Era davanti a lei, ai suoi occhi verdi, ai suoi capelli-carta-regalo.
Era davanti a lei, chiusa in un cappotto rosso pastello e un paio di anfibi blu, un goccia di pioggia ferma sotto la punta del naso che raccoglieva tutte le luci dei lampioni intorno.
Lui sorrise come mai prima, le narici piene del suo profumo, respiri così forti da avere quasi un sapore.

– Per tornare al discorso. Piacere, Aria.

Lui voleva ridere, voleva abbracciarla e ringraziarla, ma non fece in tempo a realizzare che la vita a volte è proprio strana che la società dei trasporti cittadina lo portò di nuovo sulla terra.
Il bus stava chiudendo le porte. Lei, girata di spalle, non capì il perché del suo scatto. Lui corse per qualche metro e inchiodò. Le sneakers consumate slittarono un po’ sul marciapiede bagnato ma riuscì a mantenere l’equilibrio. Si piegò poggiando le mani sulle ginocchia e respirò di nuovo, forte, mentre la pioggia gli scorreva sulle tempie, sugli occhi, sulla bocca.
Si girò e la vide ancora lì, di nuovo lontana, di nuovo con un’espressione di quel sorriso al contrario sul volto.
Lui tese la mano davanti a sé, il palmo rivolto in alto dove si formò subito una piccola pozza.
Arricciò un po’ le dita, mentre le diceva sorridendo:

– Beh? Non corri per prendere il bus?

Ottantapercento

Comunque sembra fatto apposta, ma da quando in Portogallo han rimesso le super mega restrizioni c’è un tempo che definirlo demmerda sarebbe come dire ad Adinolfi che è “leggermente sovrappeso”: un eufenismo. È grigio, fa freddo, spesso piove. Pare di essere riuscito a entrare nel cuore di una mia ex.

Ho cambiato la mia stanza già due volte in tre settimane, ho comprato una nuova pianta carnivora, sto accumulando panni sporchi ché tanto lavarli significherebbe lasciarli in umido appesi in mezzo alle intemperie, sto preparandomi all’ennesimo cambio di vita da tre anni a questa parte ma soprattutto non ci sto capendo UN CAZZO di quello che NON succede ultimamente. Tutto sembra cristallizzato in un singolo, lunghissimo momento der cazzo che non si smuove da mesi.

“Mettendo in pausa al momento giusto si può vedere il momento esatto in cui gli si spezza il cuore realizza che sta nella merda peggio di prima!”

Ecco: mi sento Ralph, adulto, ma con gli stessi identici problemi cognitivi. Non capisco. “Continuo a non capire”, avrebbe detto la mia migliore amica in classe al liceo.
Perché io lo so, che il mondo ci sta provando a darmi dei segnali per farmi stare se non meglio, almeno tranquillo.

“Dimentica di pensare!”
“Ricorda di fare!”
“Perché, invece di, tu non?”

Ma io ti ignoro, supido mondo. Anzi, faccio come nonno Simpson, e urlo a una nuvola in cielo. Senza motivo apparente, direbbero i giornali il giorno dopo. Perché se non appare non esiste, ecco perché stiamo in fissa col condividere le cose. Siamo arrivati al punto in cui le cose devono apparire per essere reali. Si diceva così della felicità, in quel filmetto da nulla in cui il tipo molla tutto e va nei boschi a morire avvelenato. Si diceva che fosse reale solo se condivisa, la felicità. Adesso pare reale tutto: le dirette di gente che si sfracella ai videogiochi, le ricette sul pane, la propria opinione sull’ultimo fatto politico, la propria decisione sul vaccino, i corsi di yoga, fitness, meditazione, apicoltura, cinema, scrittura creativa, fotografia, musica.

Questo stramaledetto virus del cazzo ha amplificato i nostri miseri ego, fingendo di costringere la gente a trovare un’alternativa al proprio essere che pure senza Covid non è che brillasse di luce propria. Ha stroncato chi aveva davvero qualcosa, e ha riempito di cazzate chi non aveva nulla. Ci ha fatto credere che bastasse una telecamera e una connessione decente per poter mantenere i contatti. E invece la gente ci manca sempre di più e siamo convinti che una volta finito tutto (ma quando? come? per chi?) torneremo ad abbracciarci come se nulla fosse successo, perché intanto avremo reimpito le distanze.
Ma perché, prima che facevamo?

Prima passavamo le notti negli stessi letti ognuno col nostro cellulare.
Prima ci mettevamo in posa per una foto che dimostrasse che si fosse proprio lì, in quel momento.
Prima fotogravamo birre, piatti, cocktails, prati, palazzi.
Prima costruivamo su un muro digitale tra noi e gli altri con un messaggio su Whatsapp, un check-in in un ristorante, una foto da un concerto.

Ecco.
Ora immaginatevi il dopo.
Una volta finito tutto.

Pensate a quanto velocemente tutti, me compreso, metteremo su un baraccone di stories e recensioni e boomerang di posti e luoghi e live e roba reale, vera, che ci sentiremo di dover condivdere perché sì, cazzo. Sì.
Saremo convinti di essere giustificati, di avere il diritto anzi ma che cazzo, il dovere di far vedere cosa stiamo facendo. Arriveremo a condividere dove stiamo andando, ancora prima di arrivare.
Lo stiamo facendo già ora: non appena l’Italia ha cambiato colore vi siete fiondati ovunque, avete preso macchine motorini aerei treni, avete preso Uber per andare a farvi una birra, per godere di un meritato aperitivo fin troppo rimandato. Ed è giusto, cristo. È la natura umana aggiornata al 2021. Siamo animali sociali pure se non vogliamo ammetterlo.
Ma farlo vedere non vuol dire essere felici. Condividere non significa rendere reale l’essere felici.
Se mi guardo indietro, anche solo di settimane, l’ottantapercento delle volte in cui condivido cose è quando me rode er culo. Raramente lo si capisce del tutto, spesso lo si intuisce ma è sempre, sempre reale. L’altro ventipercento son botte di endorfine digitali che scemano presto.
Ma er giramento de cazzo è reale anche quando condiviso, la felicità è invece di solito mascherata quando la facciamo apparire.

La nostra nuova vita, la nostra nuova passione, la nostra nuova fiamma, la nostra nuova casa, la nostra nuova professione.
Tutto è nuovo ma tutto puzza già di vecchio che però chiamiamo vintage e allora va bene, si può condividere, usare, far vedere. Tutto può finire in un bel calderone che tanto qualcosa esce fuori sicuro. Nuovi followers, nuovi messaggi, nuovi contatti. Ora è ancora più facile farsi degli amici, ricevere complimenti, sentirsi gratificati.

Beati voi.

Io rileggo fino a qui e capisco che capisco sempre meno di qualcosa e sempre più di altro. Capisco ogni giorno di più me stesso e non capisco voi.
Capisco sempre più cosa conta e cosa no.
Capisco che riesco a non capire e non capisco come voi facciate, ogni volta, a farmi credere che avete capito tutto.

Rileggo fino a qui e capisco che anche questo pezzo qui fa parte di quell’ottantapercento di cui parlavo prima.

Per il ventipercento che manca, aspetto una volta finito tutto e vi aggiorno nelle stories di Insta.

Una Teoria del Cactus

New Girl, stagione 1, episodio 14.

Nick Miller, colui il quale riesce a rappresentare tutte e cinquanta le sfumature dei maschi trentenni bianchi, etero e soprattutto cazzoni, si frequenta con una ragazza bellissima.  Avvocatessa, impegnatissima con il suo lavoro, riesce comunque a dedicarsi a Nick, colui il quale lavora in un bar, sogna di diventare scrittore e che io ancora non ho capito perché gli autori non lo abbiano chiamato Jacopo.

Insomma Julia, la ragazza di Nick, parte per un viaggio di lavoro e gli invia un cactus, come regalo. Nick, che non sa prendersi cura nemmeno dei suoi vestiti, immagina sia un segnale che lei voglia finire la loro storia.

“È un test”, pensa Nick.
Un test per vedere se so prendermi cura di una pianta e, sapendo già che non sono in grado, per arrivare a lasciarmi.
E in tutto questo, mentre formula questa teoria solo dopo pochi minuti aver ricevuto il cactus, comincia ad annaffiarlo pesantemente per poi farlo cadere a terra, spezzandolo in più parti.

Ora, già solo questo rende perfettamente l’idea di quanto un uomo come Nick (come me, come la maggior parte dei trentenni cresciuti a metà, quelli che hanno una bustina di plastica come portafogli e nessuna idea di come si paghino le tasse) possa autodistruggersi nel giro di due minuti. Far implodere una storia bella, con solide basi solo perché non riesce a smettere di pensare a quanto tutto non gli spetti. A quando arriva la gioia e tu non sai cosa fartene, che sembra un meteorite rovente caduto tra le tue mani e ne rimani abbacinato dalla luce per tre secondi, e poi le mani ti si sciolgono e muori di radiazioni soffocato dal tuo stesso sangue.

Nick soffre della sindrome dell’impostore: quando ti capita qualcosa di bello (una relazione, un nuovo lavoro, un progetto in cui ti includono) godi della luce riflessa di quella gioia. Lo specchio su cui sbatte la luce, però, ti acceca il giusto per non farti vedere la tua immagine per quella che è e cioè degna, meritevole di quel calore. Vedi poco, male, e ti pare di non meritare di essere lì. Non realizzi che basterebbe girarsi, mettersi un bel paio di occhiali da sole e godersi quel bello direttamente, avendo la giusta dose di orgoglio per meritarsi quella luce.
E quindi Nick, che sono io e blablabla, di impanica così tanto che comincia a lasciare a Julia una serie di messaggi in segreteria uno più imbarazzante dell’altro, partendo dal primo che dopo una serie di frasi sconclusionati (tra una supplica di non lasciarlo e un passivo-aggressivo mettere le mani avanti) conclude con un “I love you”.
Da lì, a cascata, altri messaggi pieni di insicurezza, disagio, incapacità di saper gestire le proprie emozioni traducendole in mugugni e scuse e paura.

A fine puntata, quando Julia ritorna all’appartamento nemmeno entra, lasciandosi sulla soglia con la valigia: spiega a Nick che il cactus era semplicemente un regalo, che le faceva piacere inviargli, ma che la sua reazione l’ha spaventata al punto che adesso sì, forse è il caso di finire la loro storia in quel momento.
E se ne va.

La reazione di Nick è quasi cartoonesca, con una finta calma esterna che comincia a creparsi dopo pochi minuti fino a terminare in un pianto disperato.

In sostanza Nick sono davvero io, è davvero la maggior parte dei trentenni cresciuti a metà, quelli che hanno una bustina di plastica come portafogli e nessuna idea di come si paghino le tasse.
Nick non riesce a tradurre un suo sentimento in questo caso positivo, come la reazione che ti provoca il ricevere un regalo. Ma visto che il regalo è qualcosa che si crede non essere in grado di gestire, allora è un messaggio. Ovviamente negativo. E le emozioni diventano molte di più, e molto più complicate da tradurre.
Mandando tutto in merda, auto-distruggendosi fino all’ultimo atomo rimasto. Riuscendo a trasformare una cosa decente in una montagna di merda che il Triceratopo di Jurassic Park in confronto era stitico.

Lo so, è una Teoria del Cactus, ma a trentacinque anni per un maschio bianco, etero, cis e con la paura delle altezze e dei ragni, è già qualcosa.

Santo Mai: di uomini, ciclo e donne.

Io non lo che cosa vuol dire avere il ciclo.
Di certo non so di dolori e sangue che mi esce dal pene. Sverrei per cinque giorni al mese.

Ma a livello emozionale, di quello che senti e provi, anche solo livello sensoriale, boh, a volte penso di avere un vago sentore di quello che vuol dire stare nella testa di una donna una volta al mese.
Gli altri 25 e spicci non lo so eh, quello rimane un mistero ancor più misterioso.

Però ecco, qualche sera fa son passato dall’iperattività di non avere canne nel giorno di riposo, e quindi trovandomi a staccare e risistemare le foto sul muro, disfare e rifare l’armadio, uscire di casa e girare, alla voglia di morire sotto un piumone, mangiando cioccolata e facendomi mancare ogni singola ex mai avuta in vita mia. Ho lavorato, passando dall’essere super felice di servire gente, e arrivando a non vedere l’ora di andarmene per non ammazzare qualcuno a mani nude.
Volevo un taxi che, per miracolo, vedo arrivarmi incontro. La gioia, il tripudio di dopamina.
Rallenta, accosta, poi all’improvviso cambia la luce del tetto da verde a rossa, si reimmette in strada e tira dritto.

Rimango immobile a fissare il punto in cui si stava per fermare, tipo Giovanni quando trova “non una, tre!” righe sulla macchina. Inizio la discesa di Voz do Operaio che mi viene da piangere. Arrivo a metà che la lacrimuccia sta proprio lì lì. Poi faccio un respirone, mi monta la rabbia e poi, fulmine a ciel sereno, mi ricordo che non ho portafogli dietro. Il taxi lo avrei pagato col cazzo, immerso nella merda della figura grama che avrei fatto.

Mi rilasso.

Passo davanti Ti-Natércia, guardo dentro ma ovviamente è troppo tardi. Di acceso è rimasta solo la luce d’emergenza, che illumina il locale poco, di una sfumatura blu, che sembra quasi abbiano acceso gli ultravioletti dopo aver spruzzato il luminol, in cerca di tracce di un delitto appena compiuto. Passo, penso questo e mi dico che Tina è uno dei miei tanti luoghi del delitto di questa città. Di tutte le volte che ci sono stato, mi viene in mente subito quella con la mia famiglia e lei. Una delle migliori, poche serate da quando si stava insieme qui.

Tiro dritto.

Mi risale la tristezza, Lisbona è vuota come gli scaffali del mio reparto certezze. Incrocio solo una volante, da cui il passeggero mi guarda mentre cammino senza mascherina. So che non mi dirà nulla, ma comunque mi sale un po’ della classica tensione che arriva quando mi trovo a tiro di una guardia.
Li becco di nuovo di nuovo poco più avanti, incespico nei sanpietrini proprio mentre gli passo vicino. Sento il sangue affluire tutto insieme in faccia, con una botta di caldo inaspettata.

Mentre scendo da Santa Luzia, ripenso alla serata e per tutta una serie di cose mi viene in mente che, alla fine, le delusioni maggiori le ho avute da figure maschili. E non parlo di quelle fondanti, tipo mio padre, esempio perfetto di quanto una figura che più vicina di quella paterna c’è solo mamma, possa allontanarsi all’improvviso lasciandoti talmente basito che gli sceneggiatori di Boris perderebbero i sensi, per il colpo di GENIO! così de botto, senza senso.
Parlo anche di amici, semplici maschi che ho conosciuto e che dopo pochi mesi mi han fatto cascare ogni ottimo giudizio che mi ero fatto di loro, oltre che i coglioni con un gran tonfo.

Ma visto che non mi escludo mai dall’equazione di nessun giudizio che mi creo degli altri, ovviamente mi dico che anche io ho deluso uomini, donne e bambini eh.
Santo mai, stronzo a volte.

E penso che sì, certo, anche le donne mi hanno ferito tantissimo. Mi hanno straziato, sorpreso, usato, si sono approfittate di me ma anche qui. Santo mai.

Però se devo pensare a quali persone mi han lasciato a bocca aperta, la maggior parte aveva il cazzo. Ma non le palle.
Maschi che ci han provato con la mia ex fresca di un giorno, o che lo facevano con una con cui ero insieme in quel momento.
Maschi che per stare con la loro partner hanno pisciato in testa a tutto e tutti, provando pure a dire che fosse pioggia.
Maschi che nel momento del bisogno mi han voltato le spalle, maschi i cui silenzi mi hanno assordato, maschi le cui urla mi hanno ammutolito.

Non siamo tutti uguali, sia chiaro.
Guardo ai miei amici, quelli che oltre un pene hanno anche le palle, quelli che nonostante li abbia delusi io mi han sempre preso per i capelli e tenuto lì con loro. Nonostante fossi da buttare perché già gettato da qualcun altro, loro mi hanno riciclato e dato nuova vita così tante volte che la plastica a confronto si consuma prima.

E le donne nemmeno, sono mai le stesse.
La teoria per cui, presi per genere, siamo tutti uguali tra di noi, non regge.
Con un minimo di consapevolezza di sé, non ci vuole molto a considerarsi diversi anche dal nostro amico più intimo, vicino, quello che ogni cosa si sia detta in sua presenza la si è detta insieme.
Nemmeno io e mio fratello che santiddio abbiamo lo stesso sangue, siamo poi così uguali.
Se mi fermo a pensarci, mi ritengo invece quasi più simile a tante mie amiche per stile di pensiero, modo di agire, ragionamenti.

In questo periodo mi ritrovo, e per fortuna, a confrontarmi con alcune donne completamente diverse tra loro per carattere, personalità, esperienze, età. Eppure più ci parlo e più vedo i punti in comune tra loro e me, ed è proprio questo il motivo: ci parlo. Il dialogo, il confronto anche duro. Le critiche.
Noi, tra uomini, non ci si critica. Al massimo si accentua il mostrare i propri pregi, le nostre capacità, ci si pavoneggia e ci si paragona agli altri. Ma va sempre comunque tutto bene (il capo è stronzo ma contento, la Roma vince, la tua ragazza ti aspetta a casa con la cena pronta) e quindi non c’è confronto, e senza confronto non ci si guarda poi nemmeno allo specchio.

Parlare con le donne invece ti mette spesso di fronte ai tuoi difetti. Magari sei lì che pensi che bello sarebbe star nudi tutti e due e invece ti ci ritrovi solo tu senza qualcosa addosso, spogliato di alcune certezze, e la cosa ci fa sentire un po’ di quel freddo da cui spesso, infatti, scappiamo.
Ma basta imparare a reggere le botte, una dopo l’altra.

Quando quella che poi sarebbe diventata la mia migliore amica mi ha rifiutato con una classe tale che quella in cui saremmo rientrati da lì a poco, dopo l’intervallo, sarebbe sembrata una baracca.
Quando mia madre mi ha guardata delusa per la mia ennesima cazzata adolescenziale, e ho sentito che qualcosa dentro di lei, anche se piccolo e molto in fondo, si era rotto.
Quando non mi si alzava per l’ansia e i pensieri, mi sono ritrovato a essere coccolato, ascoltato, compreso.
Quando trovo chi mi apprezza per quello che sono, mi fa dei complimenti e allo stesso tempo riesce a farmi stare coi piedi per terra, senza idolatrarmi o riempirmi di cazzate solo per riempire qualche silenzio.
Quando dentro mi rimangono i silenzi di donne che se ne sono andate per davvero, più che le parole di uomini ancora in vita.

Proprio qualche giorno fa, una donna con cui (e per fortuna di nuovo) ho la possibilità di confrontarmi, ha detto una cosa che mi ha fatto molto pensare.

“Le donne agiscono in base al contesto.”

Il discorso è poi andato avanti in modo sempre più interessante, ma questa frase mi è rimasta dentro.
Perché, semplicemente, è vero.
Per forza di cose, inteso come essere state forzate a comportarsi / agire / vivere in un certo modo a seconda di tempi e luoghi del mondo, le donne devono agire in base al contesto. E non parlo di quelle buffonate di paragoni tipo donne che non sanno parcheggiare o senza manualità per i lavori di casa, se state pensando a quello. Conosco donne che potrebbero guidare mentre montano una cassettiera Ikea senza istruzioni.
Poche eh.
Ma le conosco.

Parlo di contesti sociali, di quelli che ci mettono decenni a formarsi e che devono poi essere modificati, aggiornati, se non abbattuti del tutto. Contesti quotidiani di molestie fisiche, di sottomissione salariale, di torture psicologiche.
Mentre per noi uomini le cose son state sempre abbastanza facili (io non me la ricordo mica, l’ultima volta che mi han pagato meno di una donna, o quand’è stato che qualcuno si è tirato fuori il cazzo per strada davanti a me), le donne un poco han dovuto reagire in base a quello che succedeva loro intorno, no?
Il #metoo non è (stato?) solo un movimento di denuncia contro decenni di silenzi autoimposti per mantenere una carriera, una famiglia o anche solo la cazzo di dignità. Ma ha aperto un discorso più ampio su quanto sia effettivamente diverso il contesto in cui viviamo noi uomini e quello in cui vivono le donne. Anche se siamo nello stesso ufficio, o strada.

Io non lo so che cosa vuol dire avere il ciclo.

Mi sa che alla fine di ‘sto discorso che avevo in testa da giorni, non so manco minimamente che voglia dire essere donna. Nemmeno di striscio.
Però so come loro fanno sentire me, e non solo nel momento in cui ci si ritrova a interagire in qualunque modo. Ma nel modo in cui mi lasciano qualcosa su cui pensare, riflettere, magari cambiare. Gli strascichi di un discorso, l’odore su una felpa, un capello sul letto o un messaggio incazzato. C’è sempre margine di ragionamento, anche se a volte risulta davvero tanto, tanto difficile starvi dietro.

Però siete l’altra metà del cielo, e pure quando piove alla fine è sempre un bel vedere.

Una Cosa Stranissima

“Insomma, quella settimana era già stata parecchio strana, a partire dal Martedì prima.
I giorni avevano fatto il loro sette passi, e io mi trovavo all’una di notte, dopo due turni di lavoro, a fumare a casa di un amico, dopo che i giorni precedenti erano stati pieni di presenze e assenze, e io stavo bene.
Stavo.
Bene.

Capito?

E non è che lo dici perché tu ti ci voglia sentire, o perché devi darti un tono in un mondo in cui tutti fingono di stare bene. Di questi problemi, io, non me ne sono mai fatto, me lo leggi in faccia quando mi rode il culo, nell’essere teso, distratto. E me lo vedi addosso pure quando sono felice, anche solo per mezza giornata, di quella felicità spensierata che cammini sulle punte, hai una battuta per tutto e sei talmente brillante che se piove l’acqua evapora prima di toccarti.

Ecco, io quella sera stavo bene.
Non ero triste, non ero felice.
Stavo.
Bene.

Ero così preso bene, quella sera quando sono uscito da casa del mio amico, che dopo aver fumato una singola canna ma delle dimensioni del Belgio ho deciso di tornare a casa a piedi. E per la prima volta in due anni e mezzo a Lisbona, dopo che nemmeno i primi mesi nonostante la pioggia me ne andavo alla cazzo ma alla fine comunque, e sempre, trovavo la strada dell’ostello, ecco mai come quella sera io mi son perso.
Ma proprio della serie che a un certo punto, tutto fatto e mentre

stavo

bene

ho anche controllato Maps e niente, il vuoto. Attivo la posizione e oh, niente di niente.
Il fatto è, oltre ad essere io, era che continuavo a camminare perché

stavo

bene

e quindi cazzomene di perdermi un po’?

Dopo dieci minuti di dolcissimo panico, mi ritrovo al Miradouro da Penha da França.
Mai stato, manco per sbaglio, manco apposta, manco per il cazzo.
E appena alzato lo sguardo e capito dove fossi, m’è successa una cosa stranissima.

Ho come sentito la sua presenza.
Come se lì ci fosse stata spesso, come se lì le fosse successo qualcosa di bello ma, ovviamente, senza di me.
Ma non è stata questa, la cosa stranissima.
Quella è stato il fatto che io, dopo ‘sta botta allo stomaco, io

stavo

bene.

Ancora.
Senza dubbio o finzione.
Continuavo a fregarmene e anzi, mi sono aperto ancora di più e mi sono preso tutto, mi son preso i fantasmi di morti che non conoscevo, mi son preso la sua figura aggirarsi spensierata, mi son preso la luce fioca di Lisbona delle due di notte, con la luna grande e i lampioni piccoli.
Mi son preso bene, mi son visto da fuori ed ero bello, con gli occhietti gonfi e il cuore ancora di più.

Ho passeggiato intorno alla chiesa, illuminata da un faro così piccolo e potente da sembrare una piccola astronave, paralizzata dinnanzi a cotanta incomprensibile bellezza, che ne scannerizza la facciata con una luce fortissima e non riesce proprio a spiegarsi come, e perché. Mi sono ritrovato davanti a una torre enorme, un incrocio tra un silos e un castello in miniatura, pieno di graffiti, proprio dietro alla chiesa. Chissà cosa ne penserebbe la piccola astronave, se solo sporgesse un poco di più la sua luce-scandaglio, di questa torre con le feritoie, alta poco meno della chiesa, un sacro e un profano, stato e chiesa, casa e bottega ma che sto dicendo? mi son detto.

Mi son poggiato con le gambe al muretto che apre sul panorama, il busto un po’ sporgente e la sigaretta in bocca. È passato un rider di Glovo, lento, una mano sul manubrio e l’altra a provare ad ingrandire il percorso che stava facendo per la consegna. Se n’è andato lento per la discesa in curva, la luce rossa dello stop che già era fioca si è spenta piano come un bel sogno.

Se ho pianto, chiedi?
Una lacrimuccia m’è scesa, lo ammetto.
Ma oh, alla fine

stavo

bene

e piangere non dico di gioia ma ecco piangere di star bene non fa mica così schifo.
Soprattutto se hai pianto di non star bene manco per il cazzo per mesi.

Sono tornato indietro e ho finalmente capito dove fossi.
Minchia, se ero lontano da casa.

Ho chiamato un Bolt, è stato veloce, ho guardato The Office e mi sono messo a dormire.
E il giorno dopo, sai come stavo?

Stavo

meglio.”