“Sulla mia Pelle”

Mi ero ripromesso solo di consigliarlo, con poche parole, poche quelle nel film.
Ma non ce l’ho fatta.

“Sulla mia Pelle”, e in molti lo hanno già detto, era un film necessario.
Necessario per chi come me ancora non se ne fa una ragione, di quello che è successo, e che fin dal giorno zero sa benissimo cos’è successo e ha seguito tutto a distanza, ma senza distacco alcuno, montando una rabbia e un’impotenza difficili da descrivere.
Necessario per chi ha sempre pensate e detto che Stefano fosse solo un tossico, perché si sorprenderebbe e allo stesso tempo si sentirebbe una merda nel capire che ha sempre avuto ragione. Stefano era stato un tossico e come un tossico è stato trattato, se sei in un paese retrogrado, incivile e senza rispetto alcuno per la vita umana: Stefano aveva, al netto di tutto, dei problemi, e proprio per questo andava aiutato, supportato e accompagnato verso un iter democratico due volte di più.
Necessario per chi pensava che in Italia un film del genere non potesse farsi, e invece si ritrova davanti una gemma rara, un’ora e quaranta con più silenzi che frasi, e quelle poche sono sempre fredde, spigolose, da quelle che Stefano sussurra a quelle sibilate tra i denti di cani rabbiosi e ciechi di fronte alla sofferenza di un ragazzo.

Il filma squarcia il velo della cronaca e irrompe nell’intimità di una famiglia stanca delle cazzate del figlio, di una storia che ognuno di noi ha sentito se non vissuto nella propria cerchia: una madre che non si arrende e un padre stanco, due genitori che si trovano al centro di una serie di eventi dei quali in quel momento non sono nemmeno a conoscenza, e che gli verranno schiaffati in faccia con un foglio bollato dopo sette giorni di attese e rifiuti, ma soprattutto dopo sette giorni senza avere una singola notizia sulla situazione del figlio. Una sorella incazzata, una sorella il cui amore per il fratello esplode quando si rende conto che “ti voglio bene” non potrà più dirglielo. Una famiglia che, zavorrata da una burocrazia avvelenata dall’illegalità di quei giorni, a un certo punto ha paura che lui pensi che alla fine sia stato abbandonato anche da loro, e credo sia una delle sensazioni, da entrambe le parti, più brutte del mondo.
Ma soprattutto cala una sorta di ombra su Stefano e sul suo modo di ribellarsi che ti fa rabbia, che dentro ti fa gridare “dai Stè ti prego fatti aiutare” come se non sapessi già che quelle grida di aiuto, spesso celate dietro i suoi rifiuti e la sua strafottenza, rimarranno inascoltate per tutto il tempo.

Dall’altra parte un’istituzione che serve e protegge se stessa e il suo continuo infrangere anche la più semplice delle procedure: agenti in borghese fuori servizio che “danno una mano”, carabinieri più piccoli di Stefano che si fanno grandi dentro la divisa, la polizia penitenziaria che si preoccupa delle sue condizioni solo per mettere in chiaro che lui da loro, in quello Stato, ci è arrivato così. Uomini di servizio che si lavano le mani da un sangue che li sporca proprio nel momento in cui si assicurano che loro non c’entrano nulla.

Personalmente, due sono le cose che più mi hanno colpito: la prima è quell’immagine di Stefano rannicchiato su una tavola, mentre “l’assistente” gli sta andando a gridare che è arrivata l’ambulanza. Lui è lì, senza coperta, le mani spinte nelle tasche della giacca nera, una posizione scomoda per chiunque ma che a lui dà sollievo, un sollievo che però sparisce e lascia il posto a un dolore cieco, che mentre lo vedi ti pare di sentirlo, come muovere articolazioni scheggiate, un Cristo che viene preso di nuovo, caricato della sua croce, e portato verso la prossima Stazione.
La seconda cosa è la registrazione originale sui titoli di coda, quella dove Stefano viene interrogato dalla giudice. L’avevo già sentita, negli anni, ma ascoltarla dopo il film, a occhi chiusi, se si riesce a distaccarsi dalla voce annoiata della donna, se per un attimo riusciamo a non sentire lui che le parole le tira fuori soffrendo, a un certo punto si sente il respiro di Stefano. Fateci caso. Un respiro affannato, un respiro anomalo, un trattenerlo per non sentire dolore e un rilasciarlo veloce per provarne il meno possibile.
Un respiro che non c’è più.

“Sulla mia Pelle” è un film necessario e che secondo me, almeno per la prima visione, è necessario vedere da soli. Perché credo sia l’unico modo per sentirsi anche solo lontanamente, minimamente come lui.
Soli.

Lisbona – Parte Settima – Cosa mi manca?

Io continuo a pensarci.
Ci penso tutti i giorni.
Sono passati quasi cinque mesi e ci rimugino spesso.
Faccio liste mentali e depenno ogni riga neuronalmente, una dopo l’altra.
Mi guardo in giro per strada, in ufficio, ascolto la scuola di musica sotto casa mentre la sera provano jazz e a tutto ci sovrappongo la mia vita a Roma.
Cosa mi manca, di Roma?
Dopo 32 anni e 364 giorni passati nella Capitale escludendo i dieci mesi a Lecce, io ancora non lo so, cosa mi manca.
Direi niente, ma sarei un bugiardo come se dicessi che mi manca tutto.
Scrivo quest’ultima cosa e mi viene in mente Rebibbia e il murales di Zerocalcare

“Qui ci manca tutto. Non ci serve niente.”

e lo faccio mio.

Ma ci ripenso subito perché forse non mi manca niente ma mi serve tutto.
E ci ripenso di nuovo perché, appunto, manco lo so che mi manca.
E non parlo di persone, ché Lei ad esempio mi manca da incazzarmi con la geografia e le sue distanze.
Mi manca il mio ex collega di lavoro e il bene che ci siamo voluti in nemmeno un anno.
Mi mancano i miei amici, i pochi rimasti a Roma, e le poche volte che riuscivamo a vederci.
Mi manca la mia amica bionda dell’italico nordest, e il recuperare gli spritz persi in un mese in un’ora.
Mi mancano le miniature, tutte e tre.
Mi mancano i miei zii e le loro cene pantagrueliche.
Mi mancano Matre e Fratello pure se, sempre per colpa delle distanze, vedevo già poco.

Ma, dicevo, non parlo di persone, perché alcune ti mancano pure se ce le hai a venti centimetri.

Parlo di una quotidianità che era diventata un inferno, di un’umanità inumana, di facce tristi quando non sono arrabbiate, di scontrini non emessi e controllori inesistenti.
Penso a una città che negli ultimi cinque anni mi ha pietrificato il cuore e sciolto il fegato.

Quindi, che potrebbe mai mancarmi davvero?

Mi ci devo impegnare un sacco, son sincero.
In questi mesi ci ho dovuto ragionare sopra. Mai una volta che così, d’istinto, ho provato un tuffo al cuore, mai mi si è annebbiata la vista, mai ho vacillato al pensiero di quanto mi mancasse qualcosa.
Che poi, sò pure celiaco, manco a dire che mi manca la pasta.

Allora, che cazzo mi manca?

Ecco, a proposito di, mi manca un pezzo di pizza e una Mikkeller fresca da Celiachiamo.
Il gelato da Andreotti prima di attaccare alle sei e mezza per il turno Cena.
Il tramonto da Ponte Garibaldi con lo spicchio di Cupolone in fondo.
Entrare d’inverno alla Feltrinelli di Largo Argentina senza comprare nulla, per scaldarsi e sbavare su quintali di libri che non posso permettermi e che tanto non leggerei.
Andare a vedere le finestre di casa di Nonna a San Saba.
I concerti al Monk, quelli dentro però, che si sente meglio e che deve esserci proprio casino per farmi sentire a disagio.
Leggere le mie cose acide al Blackmarket entrando a gamba tesa sui live delle miniature. E tenere la nipotina mia mentre loro suonano.
Il caffè di Sabatino la mattina prima di andare a lavoro, e le patate al forno del kebabbaro sotto l’ufficio.
I murales del Quadraro.
L’atmosfera anni ’70 che ti arrivava come un pugno sui fianchi entrando al bar di Mano Bianca, quando lavoravo a Cipro.
Bob Marley suonato dal ragazzo africano sotto la metro a Cornelia, che quando passavo senza lasciargli nulla comunque mi sorrideva.

Ecco.
Allora qualcosa mi manca.
Però ci ho dovuto pensare, e anche parecchio.
Nessun tuffo al cuore, manco di quelli che la giuria alza tutti dieci perché non è arrivato manco uno schizzetto d’acqua.
Nessun rimpianto, nessun rimorso, diceva Max “personificazione della nostalgia” Pezzali.

Proprio ieri parlavo con Matre che da brava Matre qual’è tutta orgogliosa dice alla gente che sto bene.
Che lo sente, che sto bene.
E chi mi conosce (mai come Matre, of course) lo sa che è vero.
Che nonostante comunque i soldi siano pochi, nonostante realizzo sempre poco che vivo di nuovo da solo dopo tre anni di convivenza, nonostante non sia facile perché comunque alla fine un cazzo di niente nella vita lo è, io non sto a Roma.
Di base questo, e il fatto che il lavoro mi regala grosse soddisfazioni, mi fanno stare bene.

Immaginate quando Lei sarà qui.

Lisbona – Parte Terza – Il Camion della Monnezza

Da casa si vedono un sacco di tetti, da un lato.
Dall’altro solo un paio, perché poi tutto si apre e c’è un campanile e per quasi metà, proprio in fondo e in alto, si vede il Castelo de São Jorge, che da lì dicono ci sia una vista incredibile della città, giardini immensi, interni pazzeschi solo che costa otto euro e cinquanta entrarci e quindi con certezza posso solo dire che almeno le mura esterne son molto belle.
E tra i pochi tetti di questo lato, in mezzo, ci sono un sacco di alberi da frutto pieni di colore.

Su questo lato di casa, questo del campanile e del Castello e delle arance e dei limoni coloratissimi, c’è la veranda.
La mattina mi ci porto la tazza di caffè, mi siedo al tavolo in fondo e mi guardo il cortile dell’unico palazzo che c’è davanti.
C’è il tipo che esce col suo bulldog tutto nero che se avesse una coda vera sarebbe una frusta, per quanto è contento della vita ma soprattutto di avere un padrone così buono da meritarsi sguardi di un amore che vanno oltre l’umana comprensione.
C’è la signora anziana tutta curva, un manico di ombrello vivente che passetto dopo passetto si trascina dentro il portone, che sembra spingere come fosse l’entrata di una delle fortezze da Signore degli Anelli.
C’è lo sciame d’api del tipo sotto la veranda, con un balcone per tre quarti è foresta amazzonica e per un quarto alveare, con tanto di arnia e nuvola scura che entra e esce, altro piccolo condominio che non dorme mai.
E poi c’è il gatto, che praticamente ogni volta lo sento miagolare sperduto sul tetto di fronte, lo vedo fare avanti e indietro, ogni mattina sempre più spaesato, e mi chiedo se per caso non si svegli ogni giorno in una delle sue tante vite, dimentico di cosa sia successo la notte prima.

E questo è un lato.

In mezzo c’è il fatto che io possa scrivere da casa, nel senso fisico e letterale del termine.
Perché almeno per un po’ una casa da cui scrivere, e da cui guardare cosa scrivere, ce l’ho.
E questo ha significato dire addio allostello, e a tutta una serie di situazioni che in realtà mi stavano già facendo sentire a casa.
Una casa piena di gente, incasinata, rumorosa quasi tutto il giorno, ma comunque il primo posto che mi ha accolto e fatto sistemare abbastanza da cominciare a capirci qualcosa.
Poi però devi rifarti quei due bagagli che sono diventati una casa nella casa, coi tuoi vestiti e i tuoi due libri, i quaderni, quello che si è aggiunto in due mesi di corsi di formazione e inizi di documenti per la tua nuova vita manco fossi sotto protezione testimoni.

E dentro questi due mesi e mezzo, dentro giornate tutte diverse, variazioni sul tema “ommioddio cosa sta succedendo”, ci sta una settimana in cui arriva Lei e tutto si sospende, si ferma, si cristallizza.
Momenti che avevamo lasciato in sospeso si materializzano qui: svegliarsi insieme la mattina, Lei che prepara la cena mentre carico una puntata de “La Casa di Carta” su ‘sto tablet che è diventato ormai un confessionale, io che scendo nella pausa pranzo e me la ritrovo lì, con la pasta con le zucchine e tutta la normalità del sedersi su una panchina, uno accanto all’altra, col sole che finalmente si è deciso a farle vedere la città per quant’è davvero bella e colorata.
Una settimana spezzettata da turni di lavoro e stanchezza da emozioni, di quella che scarichi l’adrenalina di giornate con le mani strette per strada e i baci rubati a metà dell’ennesima salita, che almeno per una volta non la sola colpevole del fiatone e del cuore ammille.
Una settimana di me a mio agio con la nuova vita che mi si presenta davanti e nella quale mi sono appena affacciato, che porto Lei nei posti che ho già nel cuore e ne scopro altri che ci si vanno a sistemare subito. Che di spazio ce n’è sempre.
Una settimana che sembra un mese ma nella realtà dei fatti non è che un sette giorni da montagne russe, ché il tempo di capirci che già dobbiamo separarci un’altra volta ancora, per chissà ancora quanto tempo.

E mentre Lei prende la sua valigia e viene portata via piano dalle scale mobili verso il gate, io prendo le mie e mi sposto di nuovo, per salire scale immobili e faticose verso la porta.
Di casa.

E a casa c’è il lato dei tetti, quell’altro, opposto alla quiete della veranda, il lato dei rumori di città.
Un sacco di sirene col suono che sembra stiano tenendo premuto triangolo a GTA, i neri che si strillano qualcosa dagli angoli delle stradine, le vecchiette che si parlano da marciapiede a finestra, il pianoforte suonato la mattina al primo piano. La chiamo la Torpigna Ripulita, ché piena di razze e profumi e puzze e lingue e cibi diversi, ma per terra e ai secchioni c’è molta meno merda.

E infatti ogni sera sento il rumore del camion della monnezza.
Tutte le sere.
Che sia Mercoledì o festivo, o un Mercoledì festivo, il camion della monnezza passa sempre.
Intorno a mezzanotte, se sono in camera, qualunque cosa io stia facendo, se sento il cigolio prima e il fracasso poi, guardo l’ora e posso star sicuro fino a un secondo prima di saperla davvero che o è mezzanotte meno un quarto, o non è più tardi di una mezz’ora dopo.
La parte semplice della mia mente, quella un po’ meno sveglia e un po’ più benaltrista, associa questo momento a quelli a Roma: il camion dell’AMA che non ha regolarità alcuna, che passa poco e male, bloccando strade, lasciandosi una scia di rifiuti e fetore che nemmeno a seguire il tour elettorale di Adinolfi.

La parte razionale, invece, il lato oscuro della mi testa mi ferma e mi fa ragionare che qui a Lisbona poche volte son stato in una macchina e quindi ancor meno, ma forse zero, mi è capitato di rimanere bloccato come sicuro succede ance qui. Mi dice che magari, che ne sai, pure qui mischiano tutto anche se fai la differenziata. E poi oh, tutto il mondo è paese e pure qui, a un sacco di chilometri daa Capitale der Monno ‘nfame, il rumore del camion della monnezza rompe i coglioni.

Solo che il risultato di questi due pensieri è comunque che vuoi le novità, vuoi il lavoro in cui ti fiondi a testa bassa perché ogni tanto (spesso) uno stronzo che ti dice bravo lo trovi, vuoi il distacco da una serie di input negativi diventati routine (sveglia-caffè-barba-bidet), vuoi che sei sicuro che Lei arriverà presto e sarà una nuova vita ancora, insomma alla fine il camion della monnezza diventa indispensabile come metro di attenzione e sopportazione.

Fino a che mi accorgerò che sta passando, e la cosa non mi disturberà, saprò che è un nuovo giorno che merita di essere affrontato proprio per quello che è e cioè mai vissuto, imprevedibile, anti-routine e fuori scala anche per un solo dettaglio.

Lisbona – Parte Prima

Sono due settimane che cammino con la schiena dritta.
Lei me lo dice sempre, che cammino gobbo. Che dovrei tirar fuori le spalle e fare l’uomo erectus.
Solo che in certi momenti girare per la mia città mi pesava troppo, che i pensieri facevano gruppo e mi schiacciavano il collo. E nonostante io mi guardi molto intorno, mentre cammino, a Roma ormai lo facevo dal basso verso l’alto.

Ora son due settimane, che cammino con la schiena dritta.
Prima di tutto perché mi sento un turista e come ogni turista che si rispetti, guardare ogni angolo di una nuova città è un dovere morale.
E poi perché in realtà mica son venuto qui per fare il turista. Son qui per provarci e provarci significa anche rischiare di fallire, e proprio per questo devi prendere e assimilare e vedere tutto quello che puoi.
Te lo devi godere.

E allora rubo con gli occhi, con le orecchie, ascolto questa lingua che sembra difficilissima e ne rimango affascinato. Obrigado, bom dia, aberto, fechado, tudo bem, non sapere dove vanno gli accenti, sbagliare, riprovare, sbagliare di nuovo, riderne assai.

Il Barrio Alto ti spezza il fiato sia perché per arrivarci, ovviamente, devi salire, ma anche perché ti giri ed è Berlino e poi ti ritrovi a San Lorenzo con gli spacciatori a ogni angolo ma meno rompicoglioni, giri la testa ed è Pigneto coi murales fichissimi e i murales che sfottono i murales. I localacci con la Capirinha a due euro si rincorrono con quelli puliti con la musica dal vivo, con le porte a vetri leggere per attirare la tua attenzione mentre cammini, che vedi i suoni e senti le persone. La birra a poco e i cocktail complicati, lo Ze Dos Bois che ha tre piani praticamente spogli se non fosse per le sedie tutte diverse, un grosso divano e un terrazzo che appena ti affacci pare Trastevere e senti il cuore che vola alto.

Se non fosse che piove da quasi una settimana, il sole a Lisbona è prepotente e colora tutto.
Che io non ci ho mai davvero fatto caso, a quanto i colori fanno bene alla testa, e per fortuna ‘sta città te lo ricorda, con i muri rosa e verdi e gialli e le maioliche che riflettono la luce che si apre e arriva dove quella diretta del sole proprio non potrebbe. I coperchi gialli dei cassonetti e il verde/rosso della bandiera sul parlamento che l’altra sera c’era il vento forte e dava certe schicchere che faceva rumore fino in strada, nonostante se ne stia lì in alto a prendersi tutta l’aria del mondo.

Eh.
Il vento.
Il vento qui è quella cosa che un po’ senti sempre, soprattutto quando il sole ha dominato la giornata e se ne va, lasciando spazio all’aria fredda dell’oceano. O almeno, mi piace pensare che sia così, ma non sono un meteorologo e quindi potrebbe pure essere uno che lascia sempre aperta una porta gigantesca, da qualche parte. Però il vento c’è e con la pioggia a pulviscolo (gnagnarella©) che non smette di scendere ti combina un macello, ti fracichi come se passassi sotto a quelle doccette da festival che ti bagnano a trecentosessanta°. Gli ombrelli si rigirano come pedalini in lavatrice, i binari dei tram diventano degli scivoli in miniatura e le discese si fanno nemiche, tra sanpietrini e pozze agli incroci.

Lisbona è quella città dove hanno deciso di mettere una sede di questa compagnia di telecomunicazioni che è stata abbastanza matta da assumermi, e dove l’aria che si respira è un po’ quella che speri di trovare in una multinazionale, a partire dal prefisso multi: multiculturale, multirazziale. Insomma, una canzone degli Ska-P. Uno di quei posti dove per forza di cose alleni il tuo inglese e conosci un sacco di persone così diverse da te che alla fine ci trovi un sacco di cose in comune. Quei posti in cui il rapporto umano c’è per forza e quindi viene valorizzato. Che almeno ci si confronti alla pari, sempre, ché nessuno sta sopra di te perché è bello, né tu stai sotto perché sei una merda.

Son due settimane che cammino con la schiena dritta.
Mi sento un turista in Erasmus, uno che qui ci sta per sbaglio e allo stesso tempo non poteva far altro che venire qui, come se fosse stato scritto da qualche parte.
Sento cose ora, a trentatré anni compiuti il giorno che sono atterrato qui, che mi chiedo se avrei dovuto provare prima, se magari è la cosa giusta all’età sbagliata.
Poi mi dico che meglio tardi che mai non ha mai avuto più senso che in questo momento e allora ben vengano le paure, i pensieri, ben venga questa enorme amplificazione di sentimenti che ti fa amare il mondo e ti spalanca il cuore e le braccia e la testa.

Ben venga tutto, che è il momento di prenderselo e sorridere se un giorno me lo perderò per strada.

Kahbum – la Musica Oltre la Musica

Ci sono alcuni giochi di società, di quelli in cui le parole sono il cuore di tutto, in cui devi indovinare la risposta avendo meno informazioni possibili, dove devi usare un numero minimo di parole fino al classico gioco dei mimi, in cui al titolo del film devi arrivarci guardando un tuo compagno di squadra che gesticola come uno scemo: una volta, per far indovinare «Qualcuno volò sul Nido del Cuculo», disperato dopo l’ennesimo tentativo andato a vuoto, arrivai a mettere i cuscini del divano in cerchio e, imitando un volatile enorme, planavo sopra questo nido improvvisato. E indovinarono.

Poi ci sono altri giochi in cui ci parti, da una parola, e arrivi a creare un mondo. Anche la semplice associazione di idee, in cui magari parti da una cosa che vedi sul momento, chessò, «mouse», e finisci dopo un bel po’ a nominare Gasparri.

Ecco, Kahbum è più vicino a questa seconda forma di gioco, anche se poi proprio gioco non è.
La regola è semplicissima: prendi due cantanti/cantautori/cantastorie, gli fai portare il loro strumento (chitarra, loop station, batteria, una volta un’arpa, o anche solo la propria voce) e li metti in una stanza dandogli una busta con un titolo e un’ora e mezza di tempo per scriverci una canzone sopra.
I risultati di cui tutti possono usufruire tutti quanti sono dei meravigliosi video in bianco e nero su Youtube, con titoli come -tra i tanti- «Adotta un Fascista» (Lucio Leoni & Giancane), «Mi si è slogato il cervello» (Le Sigarette & Underdog), «Ctrl – Z» (Davide Shorty & Daiana Lou) e la più recente e nonché la più Natalizia di tutte «Palle di Natale» (The Niro & Lucci).
Nel video, la canzone vera e propria è preceduta da una sintesi di quei novanta minuti in cui, appunto, si crea il gioco.

Ed io ho avuto la fortuna di assistere e diciamo anche partecipare a una delle partite della seconda stagione. Partite che non fanno scontrare gli artisti ma li fanno incontrare: citando il sito di Kahbum, «non è un talent, non è un concorso, non ci sono vincitori né giudici».
Premetto subito: per ovvie ragioni di spoiler, non potrò dirvi chi sono i due artisti che hanno giocato, né il titolo della canzone. Posso giusto dire che uno dei è stato una conferma, e l’altro una piacevolissima scoperta.
E il titolo è una bomba.

Arrivo allo studio di registrazione «La Strada», tanto lontano (almeno per un cretino spatentato come me), quanto bello: poco fuori dal GRAGrande Ricordo Anulare», Tommaso di Giulio & Emanuele Colandrea) , arrivato dopo un nemmeno tanto travagliato viaggio su sedici linee diverse e una passeggiata tra campagna e cavalcavia sopra il raccordo, lo studio è immerso in una villa con giardino rigogliosissimo nonostante sia metà Dicembre, una vasca per i pesci, una piccola cappella privata, un paio di gatti e un cane, se non erro, sordo. Mi accoglie Ulisse, il mio insider all’interno della Necos, la società di comunicazione che ha inventato, creato e prodotto Kahbum. Ci sono tutti i soci, ognuno dei quali ha generalmente un ruolo preciso ma che nel giorno delle riprese fa un po’ di tutto, dal preparare un numero imprecisato di caffè a sistemare i microfoni, avanti e indietro prima della prima (e unica) scena del video.
Ulisse mi accompagna verso il resto del gruppo, che chiacchiera subito fuori dallo studio, in cerchio sulla ghiaia bianca.
Saluto in modo fin troppo confidenziale uno dei due artisti, e mi presento per la prima volta con l’altro, nonché con praticamente tutto il resto del team che gira intorno ai due.
Tra sigarette e bicchierini di plastica usati come posacenere, arrivo che si parla, ovviamente, di musica. Mi sento subito, estremamente a mio agio, rimanendo comunque in bilico tra l’inserirmi nella conversazione e guardarmi intorno.
Noto anche una certa elettricità nell’aria, un’atmosfera da prepartita, appunto, e ne ho conferma quando tra i due inizia uno scambio di domande sulle reciproche influenze artistiche, politiche, racconti sul quotidiano tra figli, ex ragazze e genitori.
Capisco che i due si conoscono solo per quello che fanno, e che si piacciono anche parecchio. Ma non si erano mai nemmeno visti da lontano, e questo mi sembra l’unico muro che gli rimane da abbattere: quello della fisicità della musica, il suonare insieme e anzi, il creare musica insieme.

Cominciamo ad entrare nello studio.
La stanza principale, il cervello di tutto, mi si apre appena varcato l’ingresso. Un pannello di controllo fatto di schermi, mixer grandi come un letto e casse grosse come comodini.
L’attività è frenetica: persone con cavi, microfoni, fari e faretti sfrecciano avanti e indietro, tra il cervello e quello che è il cuore, di Kahbum, e cioè la stanza dove i due artisti rimarranno per quei 90 minuti e da dove pomperanno idee, sensazioni, accordi (uno dei due, in questo caso, ha una chitarra), rime (lo strumento dell’altro) fino a creare una canzone.
Nei momenti successivi si calma la squadra tecnica, e cominciano ad agitarsi i due artisti: è una sensazione positiva, ovviamente, la classica, dovuta e necessaria scarica di adrenalina prima di una cosa che non hai mai fatto e a cui già tieni moltissimo.
Ulisse spiega brevemente le poche e semplici regole: dal momento in cui scoccherà il «ciak!», avranno due taccuini, penne, acqua e un’ora e mezza in cui le comunicazioni tra i due organi saranno ridotte al minimo, gli interventi della squadra nel cuore ancora meno e solo per questioni tecniche [durante la registrazione ci sono state effettivamente rarissime interferenze dal cervello, dovute a problemi tecnici, per alcune foto ai due o per annunciare la fine del tempo].

Respirone da parte di tutti, i due entrano, il ciak! scocca.
Si tira il telo tra cuore e cervello (da quel momento, seguiremo tutto dai monitor).
Le porte si chiudono.
Silenzio, si gira.

Ecco, spiegare senza poter dettagliare non è facile, ma fa più o meno così: la busta, il titolo (e che titolo!), le risate, la discussione sul farne o meno un pezzo cazzone, la virata verso il pezzo «serio», la ricerca di un accordo, un suono, associare dei ricordi in base al titolo e trovare le prime parole, discutere su quali, quante, riesaminarle, eliminarne alcune e scovarne di altre. I lunghi silenzi, i click delle penne, il fruscio leggero delle sfere sulla carta che lasciano una scia di parole, e la pressione frenetica delle linee che le cancellano. Le prime rime, i consigli, come dividersi strofe e ritornello. Altri silenzi, l’accordo ripetuto all’infinito, la calma prima di una piccola tempesta di dubbi, ripensamenti, il tempo che passa («manca mezz’ora!»), la certezza di averne sempre meno («si può bestemmiare?»), iniziare-sbagliare-ricominciare-sbagliare di nuovo.
La quiete che arriva dopo, la conferma di avere un buon pezzo tra le mani, gli ultimi aggiustamenti, pochi minuti in più per recuperare i pochi interventi che ci son stati, proprio come in una partita.

Tempo scaduto.

Almeno per quanto riguarda il gioco.
Adesso il risultato deve essere ripetuto un po’ di volte, così da dare la possibilità al cervello di registrare le versione migliore della canzone.
Esce fuori una gran bella traccia, un perfetto equilibrio tra blues e rap, chitarra e voci, parole e sensazioni.
Poi breve intervista post partita, i due che con noi ascoltano più volte le varie versioni, le ultime sigarette, i loro curiosi «beh, allora, com’è andata?» e i nostri sinceri «una bomba!», le strette di mano, lo scroccare un passaggio all’artista appena conosciuto e scambiare più di una chiacchiera sulla scrittura, la creatività, il poterci o meno campare, con queste cose.

Alla fine dei giochi -mi dico ora che ne scrivo dopo più di un mese- penso che se anche non ci mangi, con lo scrivere e cantare o far creare le canzoni, se sei arrivato al secondo anno di produzione della serie più innovativa e divertente della scena musicale italiana, allora ne vale la pena in ogni caso.
Quando crei un contatto, un incontro, rendendolo possibile grazie alla musica ma facendolo poi andare oltre, rompendo più di una parete tra arte e pubblico, allora hai comunque vinto.

E allora viva Kahbum, viva la musica che non c’era e che grazie a un’idea semplice e geniale, ora c’è.

E c’ho le prove.

Quattro Motivi per Rimanere a Roma – Tre e Quattro

Imparare l’Arte del Riuso con AMA

Non possiamo negarlo: negli ultimi venti anni la disponibilità di cose, dagli alimenti alla tecnologia ai vestiti alle auto a tutto quello che si può comprare, è aumentata in modo vertiginoso. Ma visto che non abbiamo case o spazi abbastanza grandi per tenerle tutte, le dobbiamo buttare.
E perché lasciare le cose più grandi come frigoriferi, divani, sedie, mobili, dvd, libri, auto, case e fogli di giornale nei posti dedicati, da dentro i cassonetti alle isole ecologiche?
Molto meglio lasciare le cose solo intorno ai cassonetti, già pieni per la negligenza di una classe operaia, quella dei netturbini, diventata in questa città elitaria, e lasciare a disposizione degli altri ma sopratutto degli eventi atmosferici interi pezzi di arredamento, che perdendoci un po’ di tempo ti rifai tre case solo con un cassonetto.
Anche qui, come con gli scioperi e la possibilità quindi di girare Roma, la mancata gestione dell’AMA regala questa grandiosa chance a tutti i romani, quella di spremersi le meningi e dare nuova vita alla natura morta che ormai copre le strade della Capitale da mesi.
Se è pur vero che durante i mesi estivi i cassonetti erano inavvicinabili, ché grazie al caldo l’umido macerava meglio del mosto, ora è possibile raccogliere a piene mani i frutti della maleducazione altrui e farne nuova vita.
Anni di «Art Attack» non posso essere scivolati via così: ci basterà quindi avere sempre con noi forbici a punta arrotondata e abbondante colla vinilica per poter esprimere tutto il nostro talento inespresso. Dal riparare una poltrona a fare di un frigo una libreria, passando per nuovi tavoli da giardino fino a non fare altro che guardarla, e godersela così com’è.

Il Campidoglio come la Casa Bianca (diretta da Ferretti)

Vi ricordate il periodo Marino?
Era incredibilmente noioso.
Nel senso: come lui stesso gestiva le cose risultava troppo burocratico, troppo cavilloso, con ‘sta fissa di regolarizzare le municipalizzate, chiudere discariche, presentare il bilancio in tempo (per davvero però), far passare il badge agli autisti ATAC e far tornare in strada, a piedi, di Domenica(!) gli spazzini AMA.
Se non fosse stato per un po’ di Movimento con quelle storie di Panda rosse, scontrini e Papi che non sanno niente di nulla, quei due anni sarebbero stati ancora più noiosi.

Ma adesso!
Oh adesso!

Star dietro a tutto quello che succede dentro alle stanze dell’Amministrazione Raggi è impossibile. Anche perché, se erano partiti tutti con lo streaming, la condivisione, i palazzi di vetro, adesso se non fosse per un poco di indagine giornalistica (seppur nella maggior parte dei casi orientata verso lo scandalo e il gossip) e per le concrete conseguenze del loro non operato, di cosa succede non si saprebbe nulla.
Quindi ad ogni uscita di agenzia, ad ogni link pubblicato si aprono retroscena da quattro soldi, giochi di potere già visti e sentiti che però animano i corridoi del Campidoglio e smuovono una situazione che ormai credevamo finita. Un ciclo chiuso, quello dei parenti assunti, delle delibere presentate solo per nuovi incarichi e nuovi stipendi, dell’appoggio alle famiglie criminali che gestiscono i camion bar: che barba che noia, quel Marino che le aveva fatte finalmente sparire rivelandone gli sfondi che oscuravano abusivamente, robetta tipo Colosseo e Fontana di Trevi: tutto ok, si può ritornare a comprare mezzo litro d’acqua a sedici litri di sangue.

È come se Renè Ferretti realizzasse finalmente il suo film sulla casta, ma nel periodo di Libeccio e con attori ancora più scarsi di Corinna e Stanis.
Un continuo «scarto!» che però non viene mai gridato, manie di protagonismo che nessuno si azzarda a placare e un prodotto terribile, surreale, grottesco, e per questo quasi divertente, che guardi col cuscino con la faccia, come gli horror, ma di serie Z.

Quattro Motivi per Rimanere a Roma – Uno

L’Applicazione Fai-Da-Te del Codice Stradale

Se con Marino la situazione della Polizia Municipale stava cominciando a migliorare (un ex poliziotto a capo, introduzione di nuovi sistemi per le multe, servizi che vivevano di segnalazioni del cittadino) con la giunta Raggi la situazione è tornata come prima, e cioè: liberi tutti.
Questo vuol dire che se hai una macchina puoi tranquillamente continuare a parcheggiare in doppia fila, passare a rosso inoltrato, suonare clacson come se fossimo tutti sordi e stare al telefono per ore, tra le tante cose.
Il pedone non esiste, quindi nessun problema se dovete lasciare la macchina sulle strisce o davanti alle rampe per disabili.
Il ciclista è invece un animale strano, bistrattato da entrambe le suddette categorie ma sempre arrogante quel basta da fregarsene di tutti e fare di necessità (l’arrangiarsi a causa della totale assenza di piste e segnaletica riservate) virtù (stare ovunque, dal marciapiede ai binari del tram).
La quasi totale mancanza di controlli, per nulla compensata da sporadiche quanto aggressive apparizioni di dipendenti ATAC che come avvoltoi girano tra macchine parcheggiate una sopra all’altra, con proprietari che inventano scuse come coi compiti alle elementari («capo m’è appena morta nonna! se l’è magnata er cane!»), insomma se non fosse per le ronde da leghisti stupidi e qualche capannello di vigili ai gabbiotti nelle ore di punta, Roma a livello di civismo stradale starebbe al pari di quelle capitali dell’Est Asiatico dove gli incroci sembrano ingrandimenti di formicai abitati da insetti idrofobi.

Ma è anche tutto quello che riguarda la strada, e non solo chi la abita, a rendere Roma unica.
Alcuni esempi?

I parcheggiatori abusivi sono ormai così presenti e radicati da essere finalmente in procinto di prendere l’autorizzazione per essere regolarmente abusivi.
Alcuni semafori non cambiano colore per così tanto tempo da sembrare dipinti.
I cartelli stradali sono espositori per adesivi “La droga dà la droga daje”, “Welcome to Favelas” e “Ultras Roma Per Sempre Forza Maggica Totti Sindeco”.
I marciapiedi sono tutto tranne zone franche per pedoni: diventano parcheggi, scorciatoie per motorini, banali appendici delle corsie dedicate.
Tassisti che menano autisti NCC che menano conducenti Uber che al mercato mio padre comprò.

Insomma, in un mondo che punta al verde, all’ecologia, alla riduzione di emissioni nocive, che ti obbliga a camminare o pedalare, a rinunciare alla macchina se non addirittura a vietarla, Roma va orgogliosamente controcorrente confermandosi una città a misura d’auto: 613 ogni mille abitanti, oltre due milioni e trecentomila veicoli circolanti su poco meno di tre milioni di abitanti.
E proprio per questo il codice stradale deve, essere speciale. Non può andare incontro al comune senso civico ma deve essere di nicchia, particolare, unico, così come la città che ne permette l’applicazione.
Siamo o non siamo quelli famosi per Gregory Peck e Audrey Hepburn in due sulla vespa, senza casco, a guardare tutto tranne che la strada?