“La Telecamera” E BigRock Vincono Ancora

Esattamente quattro mesi ed un giorno fa, scrivevo solo che belle parole per i ragazzi di BigRock. Li avevo conosciuti solo il giorno prima, stanchi dell’ultima notte a tirar su la sceneggiatura che avevo scritto per il loro concorso. Ho vinto, e ‘sti matti in tre settimane hanno reso vivaLa Telecamera“.
La bellezza.

E visto che son matti anche peggio di me, in questi mesi ci siamo continuati a sentire ed abbiamo deciso di far girare il corto, in modo molto mirato, in alcuni festival di cinema. Fino ad oggi lo abbiamo proposto a tre festival, e tutti sono sembrati subito molto interessati.
Il primo è stato il SIFF – Salento International Film Festival.
Il SIFF è una bellissima manifestazione che ha concluso ieri la sua undicesima edizione. Undici anni in cui si è evoluto fino ad essere esportato dal suo ideatore Gigi Campanile in Asia, dove ormai è una sicurezza per qualità delle pellicole scelte personalmente da Gigi.
Ho avuto il piacere lo scorso anno di partecipare come giurato, ed ho avuto la possibilità di testare la qualità di tutti i film in concorso, corti compresi.

Per questo, parlando con Marco di BigRock, abbiamo pensato potesse essere un buon inizio per vedere cosa poteva succedere.

Ed è successo.

È infatti col cuore pieno di gioia che posso annunciare ufficialmente la vittoria de “La Telecamera” al SIFF, nella categoria “Corto di Animazione”.

È difficilissimo spiegare a parole il frullato di pensieri che si rincorrono in testa ora.
Ho già spiegato come il corto è nato dalle mie dita e come quelle splendide creature di BigRock lo hanno reso vero, reale con un lavoro immenso in pochissimo tempo.
Che voi penserete che per quei due minuti finali saran serviti tre giorni.

Selallero.

Tre settimane che son bastate pelo pelo, e la loro stanchezza di cui parlavo all’inizio, il giorno della prima, ne era una prova più che chiara.
Ma erano felici, felici di aver fatto bene quello che piace a tutti loro. Soddisfatti di aver visto un mucchietto di parole diventare quello splendore che è “La Telecamera”.

Io mica smetto di ringraziarli eh. Non ci penso proprio.
Perché per me questa cosa ha significato, e continua a farlo, tantissimo. Una distrazione che è diventata un’amicizia, uno stimolo, magari anche il metter lì altri progetti.

Di certo con i festival non ci fermiamo. Anche perché ora, le pellicole vincitrici in ogni categoria del SIFF si faranno un bel viaggetto fuori di nostri confini. Ora si va ad Hong Kong, e Los-fuckin’-Angeles (o forse Lon-fuckin’-don, ancora non si è ben capito!!).

OH YEAH!!

Quindi non è proprio il momento di lasciarci stare, anzi.
Ora i BigRockers se ne stanno in giro per gli States, come ogni anno, a girare nei Canyon o a correr come i matti su sterminati laghi salati.

Poi tornano, faran mille feste e nel frattempo, forse, MAGARI STUDIANO PURE.

Bastardi ❤

Stay tuned, “La Telecamera” ancora non si è spenta.

Il Culo Dei Principianti

Qualche settimana fa, mi hanno chiesto di organizzare un festival musicale.
C’è da sapere che io, quando devo organizzare una cosa, solitamente mollo al primo che non mi risponde al telefono.
Ma nelle ultime settimane ho fatto un fioretto che non lo so nemmeno io, e quindi questa cosa cadeva a fagiuolo: una sfida. Di quelle toste, per me che la sfida più grande è arrivare vivo al tramonto.

Sarò in grado? mi chiedevo.
Saprò gestire situazioni di emergenza? mi questionavo.
Da dove inizio? mi domandavo.
Scusi, per la metro? m’interrogava il passante.

Scopro che non è così difficile. In fondo conosco molti gruppi, alcuni sono miei amici e con altri posso provare a parlare. Si parano davanti ostacoli come eventuali cachet, costo d’entrata per il pubblico, materiale tecnico, ma anche cose basilari come data ed orari.
Comincio a fare quello che posso fare da solo, devo comunque presentare un qualcosa.

Partono le telefonate, le mail, i ma non è che conosci qualcuno che suona? che sì i gruppi che conosco io ma alla fine mi piacerebbe portare chi invece non ho mai sentito.
Voglio sorprendere tutti, me compreso.
Recupero le prime conferme, si riduce la papabile data ad una paio di giorni utili in cui ci siano tutti, si capisce cosa si ha e cosa bisogna rimediare.

Di conseguenza iniziano le mie domande a chi di dovere. Non chi mi ha proposto di organizzare il tutto, che alla fine di questa storia ne esce indenne, e ci tengo a sottolinearlo.
Mi viene però dato il contatto di tale A, che capisco conoscere già.
Mi è capitato di parlarci un paio di volte: la prima, quando ci presentarono credo ormai un anno fa, fu all’Angelo, in un turno di chiusura all’entrata in cui intrecciamo conversazioni sugli argomenti più disparati, tutte annebbiate da rovesci improvvisi di Gin Tonic. La seconda è stata invece più recente, e cioè al concerto di Kento & The Voodoo Brothers al quale andai prima per intervistare la band. Me lo hanno indicato in quanto gestore, o comunque referente, del posto dove si svolgeva l’evento. Vi basterà incrociare un paio di parole chiave su Google e capirete anche di che posto parliamo. Qualcuno farà due più due, e capirà anche il chi.

Fatto sta che il signor A se ne è sbattuto allegramente, delle mie richieste. Se ne è fregato della mole di organizzazione, e quindi di lavoro, dietro all’evento. Un evento per cui doveva darmi quelle due, tre semplici informazioni per completare il tutto e poter essere tranquillo. Al telefono mi ha rassicurato che la cosa era ok, per la data aggiorniamoci ma il posto è tuo e quello che c’è lo puoi usare. Gli spiego che con gli artisti ho accordi io, personali, e che quindi mi basta poi sapere come intendiamo dividere eventuali entrate.
So che qualcosa ci perderò ma poco importa. Il mio obiettivo è dare l’incasso ai gruppi. Poi si vede.
Sull’argomento lì per lì glissa ma mandami una mail che ti dico tutto.
Mando mail, dice niente.

Passano un paio di giorni, il tempo stringe e mi muovo per la grafica: volantini da stampare, eventuali locandine da attacchinare e loghi vari per i social.
Sei ore di lavoro quasi filate fatte con le mani, la testa ed il cuore di Davide “il King” Baratta. Sei ore di particolari curati, volute irregolarità, anteprime rubate e posacenere sempre pieno. Sei ore di che dici ‘nzià?, com’è, ‘nzià? e vai che è una bomba King.
Ne esce una cosa di cui sono orgoglioso marcio, perché prima di questo

Ma quanto è bello? Senza l'indirizzo del posto è ancora meglio.

Ma quanto è bella? Senza l’indirizzo del posto è ancora meglio.

ancora non esisteva nulla, nel mondo vero.
Prima era solo rumore di click e tastiere, a breve sarebbe stato suono e profumo di carta lucida, grammatura a 130, fronte retro uguali.
Ultimi contatti con Le Cool per avere il via libera sul supporto all’evento, si contatta una tipografia e via di mail con allegato la locandina con già tutti i margini preparati per la stampa.
Le risposte continuano a non arrivare, ma decido di stampare lo stesso.
È sicuramente stato un errore, ma se il silenzio è assenso vaffanculo, io stampo.

Ovviamente altri mille cazzi con la tipografia. Annullo, ordino su internet da una di Bergamo che in un giorno e mezzo me li spedisce.
Belli.
Profumati.

Il Random Music Festival è realtà.

Ma anche no.

Ennò perché nonostante riesca a chiamarlo, nonostante ci caschi di nuovo come lo stronzo che sono e lui sia super mega tranquillo daje che famo tutto, il coglione mica mi dice che nel frattempo il proprietario della villa fa storie. La musica, il volume, una mezza denuncia, la paura der gabbio. ‘sto coglione non me lo dice.

Famo er pool party.

Chiamo alcuni miei gruppi a suonare coi tuoi.

Damme la lista der service, ce penso io, non confermà il preventivo.

Va beh che son coglione ma un barlume di speranza c’è per tutti. Io il preventivo lo lascio, e lo pago. Meglio che la roba avanzi, piuttosto che ce ne sia bisogno all’ultimo. Zero pool party: c’è gente che suona, non ho bisogno di un pubblico ubriaco dalla parte opposta di dove sarà il palco e no, zero gruppi tuoi. Io i miei me li son sudati ed i miei suonano, checcazzo.
Questo glielo comunico con una calma rara ma voluta, sempre per quel fioretto.
Gli giro ovviamente anche la lista del preventivo, che la speranza è l’ultima a morire. E se è morto Andreotti, c’è ancora la speranza. Che è l’ultima a morire, ma se è morto.. ma che cazz..?

Diciamo che ho avuto la stessa risposta che avreste facendo una domanda a Stephen Hawking, ma spegnendogli prima quel cazzo di computerino.
Il silenzio.

Contatto disperato il mio amico, quello che mi propose il tutto, e mi dice di tutte le storie del padrone della villa.
Arrivo alla conclusione, poi da lui stesso confermata, che alla villa non si farà.

Ah.

Il tutto, a tre giorni dall’evento, con già mille volantini in giro per Roma con l’indirizzo della villa stampato sopra (fronte-fanculo-retro) ed altri quattromila in attesa di essere sparati dal Cannone del Gianicolo su tutta la cazzo di Capitale.

Ma niente, ‘sta cazzo di calma mi fa cominciare a contattare il mondo con una quantità di mail e faccia tosta da far invidia al miglior spammer umano del mondo. Mi aggrappo a Gabriele delle miniature (che insieme a Silvia fanno la coppia, l’unica coppia in questo arido mondo, che mi fa credere ancora nell’amore) e non mi delude.
Più veloce dei tipografi bergamaschi, trova ospitalità a ‘sto gruppo di disperati dai ragazzi di Spartaco nel parco di Centocelle, insieme a Cinecittà Bene Comune.
‘sti altri matti hanno occupato un pezzo di parco, che era chiuso ed ovviamente usato come discarica, l’han ripulito e proprio Domenica hanno cominciato a zappare la terra per fare l’orto.
‘sti matti.

Alla fine il Random è stato bello. Ridotto all’osso nella scaletta (con un gruppo che ha dovuto rinunciare all’ultimo), e nel pubblico.
Che annunciare a 72 dall’evento che non sai dove farlo, solitamente non fa incrementare il numero di partecipanti.

Però, ripeto, è stato bello. Molto. Un’atmosfera davvero particolare, con gli Ukulele Occasionale a fare delle cover davvero, davvero fantastiche mentre chi era venuto per il parco piano piano si è silenziato, non zittendosi ma permettendo di far ascoltare tranquillamente a chi volesse la musica.
Quello che volevo.

Due ragazzi prendono un telo e si avvicinano, sedendosi a terra.
I miei amici (dio, grazie, davvero) si mettono tutti insieme e sono un insieme bellissimo.
Mio fratello (supergrazie) se ne sta in panciolle tra pezzi di pizza e pere d’insulina.

Le miniature fanno.. le miniature.
Si chiude il cerchio dell’atmosfera particolare: io finisco seduto davanti a Silvia e Gabriele, con il piccolo Michele, che avrà avuto sei anni, che si mette lì ad ascoltare tra me e loro. Batte ogni record di confidenza agli sconosciuti e finisce sul mio ginocchio, ad ascoltarli ed a giochicchiare con il mio cellulare.
Ma sono così felice che non capisco nemmeno cosa stia succedendo.

A fine concerto siamo tutti storditi, felici e sicuri che quel che è rimasto del progetto, alla fine ci è riuscito. E pure bene, che diamine.
La voglia di farne un altro è comunque, follemente, tanta. Che sbagliando s’impara, e vedere chi mai ha suonato dal vivo ricevere applausi sinceri, ed altri che vengono sempre più adorati allora ok, qualcosa di buono c’è.

In conclusione, io il culo dei principianti non l’ho avuto. Anzi.
E da bravo neofita, ce l’ho messa tutta. Pure di più.
A gente come la merda, invece, il culo dei principianti non lo ha mai abbandonato.
Perché non puoi reputarti un professionista del settore, se non rispondi manco ad una mail. Nemmeno per dirmi “no, non si fa”. Non intorti la gente, e poi sparisci.
Se il posto dove stai dentro chiude, un motivo c’è. E non possono essere solo gli affitti.
Per carità di dio, quell’associazione culturale da lavoro, fa girare begli eventi e si è fatta un nome importante. Poi son gusti ed io non l’ho mai frequentata tanto, ma di certo non sono per le chiusure di posti decenti.

Però cazzo, veder piangere miseria da uno che poteva far due soldi per la SUA causa col MIO evento, mi fa pensare che in fondo in fondo gli freghi meno, di quel posto, di quanto sbatte a me.

Tracce – Brano Uno – Green Day

"For what it's worth, it was worth all the while."

For what it’s worth, it was worth all the while.

Quand’ero giovane c’era questa. Lei aveva gli occhi verdi ma che con la luce cambiavano, diventavano quasi azzurri. Aveva lunghissimi capelli mossi e rossi, ed un sorriso bianchissimo sulla pelle olivastra. Avevamo diciott’anni ed io iniziai non capendoci un cazzo di relazioni, crociata che orgogliosamente porto avanti ancora adesso. Mi ricordo di uno stupido quanto serissimo contratto in cui ci s’impegnava a non dire-fare determinate cose, che non so in che contesto includeva anche Alessia Marcuzzi. Forse evitare di spezzarmici il polso sopra, ma la butto lì. Contratto firmato con le nostre impronte digitali, stampato in doppia copia che chissà che fine ha fatto.
Ci fu la mia lunghissima e sudatissima prima volta, imbarazzante come tradizione vuole, ma fu lì che m’innamorai del suo corpo e di tutte voi maledette, un qualcosa da ringraziare e bestemmiare iddio per ogni giorno che vi mette in terra.
C’erano cene fuori, compleanni in cui il mio modo di vestire viene ancora preso per il culo perché la camicia di jeans coi bottoni a clip, PERLINATI, effettivamente a pensarci ora è un misto tra il terrore ed l’hipster che ancora manco esisteva il termine.
Ci furono ovviamente scazzi, l’ancor più ovvio periodo di pausa -che dovrebbe esser paragonato alla minaccia personale, per l’ansia che hai nel mentre-, ci fu la rottura definitiva e poi i mille strascichi, le gelosie.. e poi gli anni passano e vedersi, quelle rarissime volte, è un piacere ancor più raro.

Da lì, però, cominciò anche il mio inutile, infantile disturbante lamentarsi nei mesi dopo, la rottura.
E questo, più che una crociata, è un marchio di fabbrica.

Di Energia Solare E Di Amori A Batteria

[non essendo stato selezionato per un concorso, pubblico quello che era stato il mio inedito. secco e senza modifiche.]

Fino all’altro giorno non ci avevo mai pensato.
Era Sabato scorso ed ero alla fermata dell’autobus e c’era questo gran bel sole e finalmente dio bono si poteva stare senza una giacca addosso. Le cuffie nuove mi suggeriscono un Miles Davis di quelli classici, e mentre vado per alzare un po’ il volume mi vibra il telefono. Miles continua a soffiarsi via l’anima nella tromba ed io cerco di capire se quel “vrrrr” è un messaggio, una whatsappata o chissà quale altro maledettissimo social di stocazzo. E provo a capirlo ma non ci riesco chè il sole mi si spara proprio sul display. Allora mi giro un poco, ma la luce sulla felpa rossa fa effetto ascensori di Shining sullo schermo. E allora faccio una cosa che sicuramente avrò fatto mille volte ma che ‘sto giro mi rimane addosso.
Do le spalle al sole.
Pur di star lì a fissare un rettangolo di plastica do le spalle al sole.
Invece di godermi quello che neanche troppo tempo fa era adorato come un dio lo ignoro, me lo dimentico, che in fondo pochi secondi prima il mio è stato un gesto di fastidio, quasi di disprezzo.
Niente di aulico eh. Non che mi sia messo a piangere in ginocchio ad implorare perdono.
Ma con tutta la grandine di casini che ogni tanto questo periodo scarica il fatto di ignorare una cosa presente, innata come il sole mi disturba.
Cos’è successo da quando il sole era il motivo per cui da piccoli si usciva in giardino a giocare a pallone con gli amici, usando il cancello come porta e litigando sulle regole della tedesca?
Da quando non è più motivo per prendere dieci euro di fumo ed andarsi a stendere a Villa, a perdersi nei pensieri più seri e stupidi del mondo?
E poi dare le spalle in generale non è carino. Perché fra la grandine di questi mesi, in cui paradossalmente il mio unico ombrello è il lavoro, ci sono proprio persone che ti voltano le spalle.
Magari non sempre, ma spesso capita nei momenti in cui sei più debole ed un abbraccio caldo sarebbe sicuramente più gradito di una fredda schiena.
A volte è difficile pensare che una persona così vicina possa sparire nel tempo di un freddo discorso nella sua camera, altre che per una tua cazzata si possano bruciare anni di relazioni e vite intrecciate, altre ancora che il rancore possa aver portato ad anni di silenzio quando c’era solo bisogno di parlarne all’inizio.
Mi rendo conto di pensare tutto questo mentre sono con le braccia distese lungo i fianchi, con il collo disteso ed il viso rivolto al sole, finalmente. Staccare gli occhi da quell’affare maledetto fa bene, e ce lo dimentichiamo.
Come io mi sto per dimenticare che sto aspettando l’autobus e infatti eccolo, giusto in tempo per far scattare il braccio che il cellulare mi parte dalla mano, finisce in strada in linea con la ruota anteriore sinistra del mezzo che ci si ferma praticamente sopra. Lo prende di striscio all’angolo, il che fa sì che il telefono schizzi sull’asfalto, scivoli verso la banchina della fermata e con un rumore stranissimo si spezza in mille pezzi. Me lo ritrovo a poche decine di centimetri dalla faccia, e mentre l’autista apre la porta faccio in tempo a raccogliere quello che rimane: batteria, sim e micro scheda di memoria. Il resto, il lavoro di un minorenne asiatico sottopagato buttato al cesso. Metto il tutto in tasca e vado per salire.
Ovviamente la lista di bestemmie che si crea istantaneamente nel mio cervello non può essere espressa a parole, mentre salgo attonito con l’autista che mi guarda trattenendo la miglior risata della sua misera carriera, con aneddoto annesso da raccontare ai capolinea mentre ritarda di secoli la partenza. Lo odio, di un odio viscerale.
Sempre con lo sguardo fisso dietro gli occhiali da sole mi siedo, che di scelta di posti ce n’è assai: c’è una sola ragazza, molto carina tra l’altro, che non è la prima volta che vedo. Piccola e mora, con occhi neri neri ed un viso dolce come zucchero e miele. Se non sbaglio scende davanti la stazione come me, e come me prende il treno. Non ricordo a che fermata scende, altrimenti potrei auto denunciarmi per stalking.
È impegnata in una telefonata al cellulare, leggermente concitata e chiaramente infastidita.
Guardo il suo cellulare mi siedo, qualche posto dietro di lei. Guardo il cellulare e poi lo specchietto più vicino all’autista, che ogni tanto butta un occhio verso di me e sembra ancora divertito.
Maledetto.
La ragazza continua a parlare, sento frasi tipo perché dici così? mischiate a sospiri, un ma io ti amo stroncato ed alla fine l’urgenza, la paura di non riuscire ad arrivare ad un compromesso perché la batteria sta finendo dai vienimi a prendere.. pronto.. pronto?.. ma vaff.. ed il braccio piomba veloce giù verso le gambe coperte da una gonna leggera con dei fiori astratti e coloratissimi ricamati sopra. La mano stringe ancora il telefono, non lo vedo ma lo immagino. Quello che non devo immaginare sono le lacrime che scendono dagli occhi, perché anche se vedo solo la nuca sento distintamente dei singhiozzi, che non riesce proprio a trattenere.
Infilo la mano in tasca e prendo il pacchetto di fazzoletti. Ne sfilo uno e mi alzo, e quando sono poco dietro di lei glielo porgo. Inizialmente non mi vede, con lo sguardo fisso davanti a lei e gli occhi gonfi di lacrime. La punta del naso è già rossa, e gli angoli della bocca piegati e tremolanti.
Mi scoppia il cuore, e mentre sono lì con il braccio teso verso di lei, con il fazzoletto stretto tra pollice ed indice, da dietro i miei occhiali iniziano a scendere lacrime.
Tante lacrime.
Al mio primo singhiozzo lei si gira, guarda prima quel pezzetto di carta e poi me, che bisso il naso rosso e gli angoli tremolanti.
Non riesco a dirle nulla, e mentre prende il fazzoletto e quasi accenna un sorriso noto che ha il mio stesso modello di cellulare, ancora stretto in mano.
Sorrido.
Mentre mi giro per non fissarla mentre si soffia il naso, che a me da un fastidio raro che mi si guardi mentre son tutto gonfio e rosso e probabilmente con del muco sui baffi, cautamente metto la mano in tasca e con le dita, tra display sbriciolato e scocca spezzata, riconosco e prendo la batteria.
Come con il fazzoletto, gliela porgo.
Appena solleva lo sguardo dalla tasca dove stava riponendo il fazzoletto, un grazie le si ferma in gola e scoppia di nuovo a piangere. Questa volta, però, lo fa ridendo.
Le s’illumina il volto.
Io sorrido, mentre le prende la batteria ed io posso finalmente soffiarmi il naso.
Lo faccio ovviamente dandole le spalle.
La sento frenetica togliere la scocca, un leggera imprecazione mentre le cade dalle mani e poco dopo il suono d’accensione del telefono.
Tasti che si premono, quasi sento il segnale di libero.
Inizia a parlare, ed io rimango in piedi visto che siamo praticamente arrivati alla stazione.
Lei si alza, e vedo sorriderla. Dai su lo so che passi, ti aspetto alla stazione, sono arrivata ora.., è piena di speranza che sembra ben riposta visto che non appena scesi dall’autobus la vedo correre verso un macchina parcheggiata in doppia fila, senza doppie frecce, con al volante il classico rappresentante di quello strato sociale comunemente chiamato coatto perso.
Sale, sorridendo radiosa, e si lancia su di lui che all’inizio è restio ma poi ricambia e, dopo un lungo abbraccio, mette in moto e mi superano, lei con la testa appoggiata sulla spalla di lui.
Mi superano e se ne vanno, verso il tramonto.
Che bello, fare del bene all’amore.
Amore che però se ne va, dandoti le spalle.
E fregandoti pure la batteria del cellulare.

All’Unica Donna Che Mi Manca Davvero

Dieci anni fa non sapevo ancora dove avrei sbattuto la testa, dieci anni dopo.

Sapevo che non avrei intrapreso nessuna carriera universitaria, visto che ancora stavo finendo il liceo da privato dopo due bocciature da pubblico.
Sapevo che non avrei fatto il lavoro di papà, anche perché lui per primo non voleva che stessi lì più del tempo necessario per dare una mano ogni tanto.
Sapevo che non sarei rimasto con Luisa, nonostante te l’avessi presentata quando ormai eri ferma a letto. Quel giorno però provasti ad alzarti, accennasti un sorriso orgogliosa di quel ragazzo che s’era fatto “la regazzetta”.

Però non sapevo quanto sarebbe stato difficile, affrontare certe cose senza te accanto. Nonostante non fossi ancora un adulto, il giorno che te ne sei andata, tu comunque da adulto mi ci ha sempre trattato.
Nonostante mi viziassi (ma sempre e comunque col bilancino), nonostante la formula magica prima di andare a dormire, quasi un mantra:

“Sogni d’oro co’ l’angioletti, d’oro e d’argento.”

nonostante quegli enormi presepi che ci prendevano giorni nel farli, pieni di laghi di stagnola, erba raccolta in giro e decine di personaggi, da Maria ai soldatini passando per i dinosauri, ecco nonostante tutto quello che una nonna fa per i nipoti mi hai sempre parlato da grande, con rispetto ed intelligenza.
Quell’intelligenza di strada e di libri divorati uno a sera, tra interminabili puntate di “Sentieri” e maratone di Fantozzi insieme sul divano. Le rime zozze con i nomi di donna (“Teresa tutta la notte la tiene appesa”), ed i racconti di nonno nei campi di lavoro, i giri da San Saba a Testaccio  ed i pomeriggi estivi a Ponte Galeria dove rimanevi per mesi e non si faceva altro che giocare e mangiare.

Quello che so, dieci anni dopo, è che mi manchi ancora.
So che se sono arrivato fino a qui, se comunque riesco ad essere allegro anche quando mi sembra tutto triste, se ancora rido pensando a quando ti prendevo in giro ché eri un po’ (tanto) sorda e facevo:

“Nonna?”
“Eh.”
“Nonna?”
“Dimmi amore.”
“Nonna?”
“Che c’è?!”
“Nonna?”
“Che vuoi!?”
“Nonna?”

e allora ti giravi e ridendo mi gridavi

“Merda!!”

so che conosco San Saba e Testaccio come le mie tasche grazie a te ed alle Domeniche col sole ad andare in giro per i palazzi a trovare zia Mimma.
So che se non ci fossi stata tu da piccolo a far finta di chiudere i dottori in una stanza e picchiarli con loro che stavano al gioco ed urlavano, quando mi facevano mille analisi del sangue al mese, a quest’ora sverrei alla sola parola ago, invece di farlo quando lo vedo.
So che hai tirato su due figlie splendide, ironiche ed intelligenti, ed un nipote che non ti ringrazierà mai abbastanza per ogni singolo giorno che gli hai dedicato.

Sono passati dieci anni, e tra altri dieci avrò dimenticato di questi miei mesi tristi, non ricorderò più le voci di persone perse nel tempo, né le loro promesse o i loro sguardi.

Tra altri dieci anni, però, ricorderò ancora di quella donna matta, dolce e premurosa che eri, dei suoi piatti di riso e dei suoi:

“Vamme a prende le sigarette (Multifilter Blu, come dimenticarle) ma non lo dì a mamma. Col resto compratele pure te, e tranquillo che rimane tra di noi.”

Ciao bella di casa, ci manchi un sacco.

Solo amore.

Solo amore.