Tracce – Brano Uno – Green Day

"For what it's worth, it was worth all the while."

For what it’s worth, it was worth all the while.

Quand’ero giovane c’era questa. Lei aveva gli occhi verdi ma che con la luce cambiavano, diventavano quasi azzurri. Aveva lunghissimi capelli mossi e rossi, ed un sorriso bianchissimo sulla pelle olivastra. Avevamo diciott’anni ed io iniziai non capendoci un cazzo di relazioni, crociata che orgogliosamente porto avanti ancora adesso. Mi ricordo di uno stupido quanto serissimo contratto in cui ci s’impegnava a non dire-fare determinate cose, che non so in che contesto includeva anche Alessia Marcuzzi. Forse evitare di spezzarmici il polso sopra, ma la butto lì. Contratto firmato con le nostre impronte digitali, stampato in doppia copia che chissà che fine ha fatto.
Ci fu la mia lunghissima e sudatissima prima volta, imbarazzante come tradizione vuole, ma fu lì che m’innamorai del suo corpo e di tutte voi maledette, un qualcosa da ringraziare e bestemmiare iddio per ogni giorno che vi mette in terra.
C’erano cene fuori, compleanni in cui il mio modo di vestire viene ancora preso per il culo perché la camicia di jeans coi bottoni a clip, PERLINATI, effettivamente a pensarci ora è un misto tra il terrore ed l’hipster che ancora manco esisteva il termine.
Ci furono ovviamente scazzi, l’ancor più ovvio periodo di pausa -che dovrebbe esser paragonato alla minaccia personale, per l’ansia che hai nel mentre-, ci fu la rottura definitiva e poi i mille strascichi, le gelosie.. e poi gli anni passano e vedersi, quelle rarissime volte, è un piacere ancor più raro.

Da lì, però, cominciò anche il mio inutile, infantile disturbante lamentarsi nei mesi dopo, la rottura.
E questo, più che una crociata, è un marchio di fabbrica.

Di Energia Solare E Di Amori A Batteria

[non essendo stato selezionato per un concorso, pubblico quello che era stato il mio inedito. secco e senza modifiche.]

Fino all’altro giorno non ci avevo mai pensato.
Era Sabato scorso ed ero alla fermata dell’autobus e c’era questo gran bel sole e finalmente dio bono si poteva stare senza una giacca addosso. Le cuffie nuove mi suggeriscono un Miles Davis di quelli classici, e mentre vado per alzare un po’ il volume mi vibra il telefono. Miles continua a soffiarsi via l’anima nella tromba ed io cerco di capire se quel “vrrrr” è un messaggio, una whatsappata o chissà quale altro maledettissimo social di stocazzo. E provo a capirlo ma non ci riesco chè il sole mi si spara proprio sul display. Allora mi giro un poco, ma la luce sulla felpa rossa fa effetto ascensori di Shining sullo schermo. E allora faccio una cosa che sicuramente avrò fatto mille volte ma che ‘sto giro mi rimane addosso.
Do le spalle al sole.
Pur di star lì a fissare un rettangolo di plastica do le spalle al sole.
Invece di godermi quello che neanche troppo tempo fa era adorato come un dio lo ignoro, me lo dimentico, che in fondo pochi secondi prima il mio è stato un gesto di fastidio, quasi di disprezzo.
Niente di aulico eh. Non che mi sia messo a piangere in ginocchio ad implorare perdono.
Ma con tutta la grandine di casini che ogni tanto questo periodo scarica il fatto di ignorare una cosa presente, innata come il sole mi disturba.
Cos’è successo da quando il sole era il motivo per cui da piccoli si usciva in giardino a giocare a pallone con gli amici, usando il cancello come porta e litigando sulle regole della tedesca?
Da quando non è più motivo per prendere dieci euro di fumo ed andarsi a stendere a Villa, a perdersi nei pensieri più seri e stupidi del mondo?
E poi dare le spalle in generale non è carino. Perché fra la grandine di questi mesi, in cui paradossalmente il mio unico ombrello è il lavoro, ci sono proprio persone che ti voltano le spalle.
Magari non sempre, ma spesso capita nei momenti in cui sei più debole ed un abbraccio caldo sarebbe sicuramente più gradito di una fredda schiena.
A volte è difficile pensare che una persona così vicina possa sparire nel tempo di un freddo discorso nella sua camera, altre che per una tua cazzata si possano bruciare anni di relazioni e vite intrecciate, altre ancora che il rancore possa aver portato ad anni di silenzio quando c’era solo bisogno di parlarne all’inizio.
Mi rendo conto di pensare tutto questo mentre sono con le braccia distese lungo i fianchi, con il collo disteso ed il viso rivolto al sole, finalmente. Staccare gli occhi da quell’affare maledetto fa bene, e ce lo dimentichiamo.
Come io mi sto per dimenticare che sto aspettando l’autobus e infatti eccolo, giusto in tempo per far scattare il braccio che il cellulare mi parte dalla mano, finisce in strada in linea con la ruota anteriore sinistra del mezzo che ci si ferma praticamente sopra. Lo prende di striscio all’angolo, il che fa sì che il telefono schizzi sull’asfalto, scivoli verso la banchina della fermata e con un rumore stranissimo si spezza in mille pezzi. Me lo ritrovo a poche decine di centimetri dalla faccia, e mentre l’autista apre la porta faccio in tempo a raccogliere quello che rimane: batteria, sim e micro scheda di memoria. Il resto, il lavoro di un minorenne asiatico sottopagato buttato al cesso. Metto il tutto in tasca e vado per salire.
Ovviamente la lista di bestemmie che si crea istantaneamente nel mio cervello non può essere espressa a parole, mentre salgo attonito con l’autista che mi guarda trattenendo la miglior risata della sua misera carriera, con aneddoto annesso da raccontare ai capolinea mentre ritarda di secoli la partenza. Lo odio, di un odio viscerale.
Sempre con lo sguardo fisso dietro gli occhiali da sole mi siedo, che di scelta di posti ce n’è assai: c’è una sola ragazza, molto carina tra l’altro, che non è la prima volta che vedo. Piccola e mora, con occhi neri neri ed un viso dolce come zucchero e miele. Se non sbaglio scende davanti la stazione come me, e come me prende il treno. Non ricordo a che fermata scende, altrimenti potrei auto denunciarmi per stalking.
È impegnata in una telefonata al cellulare, leggermente concitata e chiaramente infastidita.
Guardo il suo cellulare mi siedo, qualche posto dietro di lei. Guardo il cellulare e poi lo specchietto più vicino all’autista, che ogni tanto butta un occhio verso di me e sembra ancora divertito.
Maledetto.
La ragazza continua a parlare, sento frasi tipo perché dici così? mischiate a sospiri, un ma io ti amo stroncato ed alla fine l’urgenza, la paura di non riuscire ad arrivare ad un compromesso perché la batteria sta finendo dai vienimi a prendere.. pronto.. pronto?.. ma vaff.. ed il braccio piomba veloce giù verso le gambe coperte da una gonna leggera con dei fiori astratti e coloratissimi ricamati sopra. La mano stringe ancora il telefono, non lo vedo ma lo immagino. Quello che non devo immaginare sono le lacrime che scendono dagli occhi, perché anche se vedo solo la nuca sento distintamente dei singhiozzi, che non riesce proprio a trattenere.
Infilo la mano in tasca e prendo il pacchetto di fazzoletti. Ne sfilo uno e mi alzo, e quando sono poco dietro di lei glielo porgo. Inizialmente non mi vede, con lo sguardo fisso davanti a lei e gli occhi gonfi di lacrime. La punta del naso è già rossa, e gli angoli della bocca piegati e tremolanti.
Mi scoppia il cuore, e mentre sono lì con il braccio teso verso di lei, con il fazzoletto stretto tra pollice ed indice, da dietro i miei occhiali iniziano a scendere lacrime.
Tante lacrime.
Al mio primo singhiozzo lei si gira, guarda prima quel pezzetto di carta e poi me, che bisso il naso rosso e gli angoli tremolanti.
Non riesco a dirle nulla, e mentre prende il fazzoletto e quasi accenna un sorriso noto che ha il mio stesso modello di cellulare, ancora stretto in mano.
Sorrido.
Mentre mi giro per non fissarla mentre si soffia il naso, che a me da un fastidio raro che mi si guardi mentre son tutto gonfio e rosso e probabilmente con del muco sui baffi, cautamente metto la mano in tasca e con le dita, tra display sbriciolato e scocca spezzata, riconosco e prendo la batteria.
Come con il fazzoletto, gliela porgo.
Appena solleva lo sguardo dalla tasca dove stava riponendo il fazzoletto, un grazie le si ferma in gola e scoppia di nuovo a piangere. Questa volta, però, lo fa ridendo.
Le s’illumina il volto.
Io sorrido, mentre le prende la batteria ed io posso finalmente soffiarmi il naso.
Lo faccio ovviamente dandole le spalle.
La sento frenetica togliere la scocca, un leggera imprecazione mentre le cade dalle mani e poco dopo il suono d’accensione del telefono.
Tasti che si premono, quasi sento il segnale di libero.
Inizia a parlare, ed io rimango in piedi visto che siamo praticamente arrivati alla stazione.
Lei si alza, e vedo sorriderla. Dai su lo so che passi, ti aspetto alla stazione, sono arrivata ora.., è piena di speranza che sembra ben riposta visto che non appena scesi dall’autobus la vedo correre verso un macchina parcheggiata in doppia fila, senza doppie frecce, con al volante il classico rappresentante di quello strato sociale comunemente chiamato coatto perso.
Sale, sorridendo radiosa, e si lancia su di lui che all’inizio è restio ma poi ricambia e, dopo un lungo abbraccio, mette in moto e mi superano, lei con la testa appoggiata sulla spalla di lui.
Mi superano e se ne vanno, verso il tramonto.
Che bello, fare del bene all’amore.
Amore che però se ne va, dandoti le spalle.
E fregandoti pure la batteria del cellulare.

All’Unica Donna Che Mi Manca Davvero

Dieci anni fa non sapevo ancora dove avrei sbattuto la testa, dieci anni dopo.

Sapevo che non avrei intrapreso nessuna carriera universitaria, visto che ancora stavo finendo il liceo da privato dopo due bocciature da pubblico.
Sapevo che non avrei fatto il lavoro di papà, anche perché lui per primo non voleva che stessi lì più del tempo necessario per dare una mano ogni tanto.
Sapevo che non sarei rimasto con Luisa, nonostante te l’avessi presentata quando ormai eri ferma a letto. Quel giorno però provasti ad alzarti, accennasti un sorriso orgogliosa di quel ragazzo che s’era fatto “la regazzetta”.

Però non sapevo quanto sarebbe stato difficile, affrontare certe cose senza te accanto. Nonostante non fossi ancora un adulto, il giorno che te ne sei andata, tu comunque da adulto mi ci ha sempre trattato.
Nonostante mi viziassi (ma sempre e comunque col bilancino), nonostante la formula magica prima di andare a dormire, quasi un mantra:

“Sogni d’oro co’ l’angioletti, d’oro e d’argento.”

nonostante quegli enormi presepi che ci prendevano giorni nel farli, pieni di laghi di stagnola, erba raccolta in giro e decine di personaggi, da Maria ai soldatini passando per i dinosauri, ecco nonostante tutto quello che una nonna fa per i nipoti mi hai sempre parlato da grande, con rispetto ed intelligenza.
Quell’intelligenza di strada e di libri divorati uno a sera, tra interminabili puntate di “Sentieri” e maratone di Fantozzi insieme sul divano. Le rime zozze con i nomi di donna (“Teresa tutta la notte la tiene appesa”), ed i racconti di nonno nei campi di lavoro, i giri da San Saba a Testaccio  ed i pomeriggi estivi a Ponte Galeria dove rimanevi per mesi e non si faceva altro che giocare e mangiare.

Quello che so, dieci anni dopo, è che mi manchi ancora.
So che se sono arrivato fino a qui, se comunque riesco ad essere allegro anche quando mi sembra tutto triste, se ancora rido pensando a quando ti prendevo in giro ché eri un po’ (tanto) sorda e facevo:

“Nonna?”
“Eh.”
“Nonna?”
“Dimmi amore.”
“Nonna?”
“Che c’è?!”
“Nonna?”
“Che vuoi!?”
“Nonna?”

e allora ti giravi e ridendo mi gridavi

“Merda!!”

so che conosco San Saba e Testaccio come le mie tasche grazie a te ed alle Domeniche col sole ad andare in giro per i palazzi a trovare zia Mimma.
So che se non ci fossi stata tu da piccolo a far finta di chiudere i dottori in una stanza e picchiarli con loro che stavano al gioco ed urlavano, quando mi facevano mille analisi del sangue al mese, a quest’ora sverrei alla sola parola ago, invece di farlo quando lo vedo.
So che hai tirato su due figlie splendide, ironiche ed intelligenti, ed un nipote che non ti ringrazierà mai abbastanza per ogni singolo giorno che gli hai dedicato.

Sono passati dieci anni, e tra altri dieci avrò dimenticato di questi miei mesi tristi, non ricorderò più le voci di persone perse nel tempo, né le loro promesse o i loro sguardi.

Tra altri dieci anni, però, ricorderò ancora di quella donna matta, dolce e premurosa che eri, dei suoi piatti di riso e dei suoi:

“Vamme a prende le sigarette (Multifilter Blu, come dimenticarle) ma non lo dì a mamma. Col resto compratele pure te, e tranquillo che rimane tra di noi.”

Ciao bella di casa, ci manchi un sacco.

Solo amore.

Solo amore.

E Poe Sia – L’Ultima Volta

l’ultima volta
non erano scritti da te
i foglietti
che scandivano ore
e coppie
per controllare un’entrata
che a dispetto del nome
all’epoca usavamo poco
come entrata per noi
che venivamo da dietro quando ancora il posto dormiva

l’ultima volta
sul coperchio del frigo grosso
non c’erano quei segni dei fondi delle bottiglie di Martini
quasi marchiati sopra
a forza di poggiarcele sopra a fine serata
cicatrici che rimangono
come se non bastassero le altre

l’ultima volta
le sigarette speciali non erano così proibite
non ho capito che è successo
ma almeno pare non sia colpa mia
che pure per altro ancora non ho capito cos’è successo
ma lì pare davvero sia colpa mia

l’ultima volta
saremmo andati via insieme
magari ubriachi marci
sfatti dalla vita
ma ancora con la forza per fare l’ultima
e per “scarico qualcosa al volo, che ci vediamo?”
e poi crollavi che nemmeno stava al cinquanta percento
ed io ti levavo il pc di dosso
ti baciavo
e ti guardavo fino a che non svenivo

l’ultima volta
non avrei rosicato a vederti parlare con uno che chiccazzè
almeno non così tanto
non fino al punto di andarci in loop
con quel nanetto in maglia celeste
e sentir stapparsi lo stomaco dieci minuti dopo
dall’angoscia pura
e correre a vomitare
che manco ero sbronzo
femminuccia

l’ultima volta
quella moretta non l’avrei manco notata
o almeno non ci sarei rimasto così
ché una arriva
ti chiede da bere
e lo fa con quegli occhi enormi
proprio mentre tu ammazzeresti a mani nude
tutto l’esercito russo
e lei ti chiede un cocktail
ti guarda fisso mentre lo chiede
ti guarda fisso mentre lo prepari
ti guarda fisso mentre ti da i soldi
e ti guarda fisso pure mentre le dai le spalle per darle il resto
te li senti nella schiena
quegli occhi neri come l’abbandono
e ti rigiri e lei ti fissa mentre si gira e dici “che le dico?”
ed ovviamente la vedi ballare sotto quel faro rosso
e non puoi muoverti
non vuoi
fatto sta che non lo fai
e lei poi sparisce
per tornare sotto forma
di ennesima sequenza di lettere su di uno schermo
non l’avrei nemmeno sentiti
quegli occhi
e invece sto qui
a sbatter la capoccia
sul nulla

di nuovo

l’ultima volta
nessun angelo mi aveva detto di esser stato un cazzone
con te
e la cosa mi ha sorpreso
perché sì che il discorso l’ho tirato fuori io
ma è pur vero che te lo aspetti da chi conosci meglio
da chi vedi anche fuori da lì
se pur son pochi
e la cosa non mi ha infastidito
anzi
lo sapevo
però m’ha fatto strano
ecco
cazzone
suona bene
da l’idea

l’ultima volta
minimo saresti rimasta a cantare Elvis
o Lucio
ed io a brontolare fuori
sbronzo
sfatto
ma innamorato perso
e ti avrei aspettato
solo per vederti barcollare un po’ in salita
con la luce celeste dell’alba
l’odore dei cornetti caldi
e quella voglia di letto mista ad una di
per sempre
mai detto
ma pensato
tanto
che a dirlo a certe persone
si fanno i danni
e invece a tenerselo dentro
guarda qui
che campione
che ne esce fuori

l’ultima volta
non avrei mai pensato
di pensare
a quando sarebbe stata l’ultima volta
pensa ora
che ho capito proprio
che l’ultima volta
è stata l’ultima volta
ed è anche ora
cioè non proprio ora
giusto il tempo di dirti

“mi dispiace”

ma solo fino ad ora
perché da ora in poi
no more dispiacersi
basta non arrivare al punto
di doverlo fare

quindi ciao
statemi bene
soprattutto tu
ma ora basta
che sarai stanca forte pure tu

o almeno così sembravi

l’ultima volta

Sentimenti E Percentuali

Arrivi poco dopo che il treno si è mosso.
Piccola e vestita di nero, collo zuccoto ben calcato in testa, occhiali da vista nerdici.
Ti siedi vicino a me, che manco dovrebbe essere il mio posto ma un guppo di quattro cinesi probabilmente appartenenti alla Yakuza si è preso anche il mio prenotato e piuttosto che farmi tagliare i coglioni con una katana mi son preso questo qui.
Per levarti il cappotto lo scialle viola che hai al collo scivola un po’, e lascia una scia di un profumo buonissimo. Un angolo si poggia sulla mia gamba.
Che resti lì.
Hai una busta di tela, con un disegno un po’ creepy un po’ hipster.
Dentro ci tieni dei rotoli di carta adesiva d’oro ed argentata. Non capisco bene cosa potresti farci, ma già t’immagino seduta in una stanza enorme, a gambe incrociate, a ritagliarne pezzi di forme diversi e farci collage strani.

Dopo questa immagine, la barra di caricamento della cotta sale al 5%.

Comincio a spizzarti. Mannaggia a me e “al dono malgestito/di sapere parlare“. Sembro un maniaco che aspetta che lei si giri per menarsi l’uccello.
Hai un’orchidea tatuata all’interno del braccio sinistro, e dei puntini sempre tatuati sul dorso delle dita. Non so se su tutte, ma quelle che vedo sono almeno tre della destra, medio incluso.
T’immagino con la faccia seria mandare affanculo col dito qualcuno e mostrare anche quei puntini neri.

Seconda immagine, 23%.

La faccia seria, dicevo.
Hai gli occhi neri come il rimmel e lo zuccotto ed il cappotto, e sei seria seria.
Sfogli annoiata la rivista di Trenitalia che pensare che è pagato anche solo con un cent degli ottantasei euro che gli ho dato mi fa venir voglia di pisciargli in testa.
Ti fermi su due pagine, una dal titolo “Leggere l’Arte Contemporanea”, l’altro qualcosa sul riciclo. Stendi la mano sinistra a palmo fra le due pagine, indice e pollice della destra pizzicano l’angolo della pagina del riciclo. E con nochalance la strappi piano, lentamente, poi la pieghi in quattro e continui a leggere.
Ti vedo attaccare la ruota della tua vecchia bici al muro di casa dopo averla dipinta tutta rossa da bianca che era, farci passare in mezzo delle luci di Natale ed ammirarla mentre luccica e t’illumina un po’ il viso ad intermittenza.

58%.

Io intanto ti spizzo e guardo “Soul Kitchen”, ogni tanto rido perché non l’avevo mai visto e mi diverte non poco. Un paio di volte ti giri a guardare lo schermo, ed io ne approfitto per guardarti.
Cristo hai gli occhi così neri che Obama li invaderebbe pensando ci sia del petrolio.
Un secondo, niente più. Ma cazzo se vedo i caccia tirar giù bombe all’amore e soldati sparare proiettili di ormoni.

74%.

Prendi il cellulare, un vecchio Nokia appena polifonico. Gli togli la scocca dietro e con la punta della stanghetta degli occhiali premi la micro SD, che con un clicchettino impercettibile esce fuori. Poi dalla giacca prendi un lettore mp3 che un po’ di tempo fa se ne vedevano a bizzeffe, quadrato e blu. Prendi la scheda e la metti dentro al lettore. Non ho idea del perché ma questa cosa mi scioglie dentro, è di una tenerezza incredibile.
Lo fai con calma poi, senza fretta di nulla.
Ed ecco un altro viaggio: la mattina ti alzi, metti su la macchinetta ed accendi una piccola quanto vecchia radio a transistor, che gracchia ma tu l’hai presa proprio per quello. Cominci a mhmhare una canzone vecchia, di quelle che già hanno i gracchi perché registrate dai grammofoni. I tuoi occhi in guerra si posano sulla ruota che hai dimentcato di spegnere la sera prima e che quindi ancora luccica. Poi guardi a terra, i pezzi di carta dorata a terra. Gli alzi il dito medio, e scoppi a piangere.

98%.

Tamburello le dita sulla mia gamba a ritmo della colonna sonora del film, ed ogni tanto il mignolo arriva a tanto così dallo sfiorarti la gamba. Tu sembri accorgertene ma non ti sposti, anzi cambi pure un po’ posizione quasi a farti un poco più vicina.
Io tamburello, tu non ti sposti. Anzi.
Io tamburello, tu non ti sposti. Anzi.
Io tamburello, tu non ti sposti. Anzi.

“Avvisiamo i gentili viaggiatori che siamo in arrivo nella stazione di Firenze Santa Maria Novella”.

98%.
98%.
98%.

Niente, fottuto buffering di cuore.

Quasi di scatto metti giacca, scialle, recuperi la busta e mentre ti alzi fai passare braccio e testa nella tracolla della borsa, con un movimento unico.
Rimango a fissarti, che tanto non ti girerai.
Figurati se si gira, penso. Ma quando succede che questa adesso, mentre sta ferma ad aspettare che la gente si sposti dal corridoio, dico quando succede che questa prende e si turniga e mi guarda.

Aò, non ci crederete mai.

Ma mica s’è girata.

Di Rocce, Ragazzi E Rivoluzione

Poi studiano pure eh.

Poi studiano pure eh.

Sono seduto ad una scrivania che conosco da poco più di ventiquattr’ore.
Nell’altra stanza c’è qualcuno che si asciuga i capelli ma pur essendo sveglio dalle nove ancora non ho capito chi sia.
Un sole che ancora non mi aveva mai scaldato filtra da queste tende bianche.
Ascolto l’ultimo di Brad Mehldau e penso sia follemente fico. (così, tanto per)

Sono a Meolo, in provincia di Venezia.
Sono qui perché ho partecipato ad un concorso con una sceneggiatura per un corto, e su più di trecento storie hanno scelto la mia.

Chi?

I ragazzi di BigRock.

Che fanno questi a questa BigRock?

In prati..

E poi ma cos’è BigRock?

OH. Piano con le domande, eh.
In pratica sono una scuola di computer grafica. E fin qui, tutto ok.

Solo che loro filosofia non è: venite in classe, imparate, fate, ciao.
Qui tu entri in un modo, ed esci in un altro. E a me è bastato qualche contatto iniziale ed un giorno per capirlo.

Quando i ragazzi entrano per la prima volta a BigRock, ex fienile immerso nella campagna veneta, sono spinti da una passione enorme per tutto quello che riguarda CG, poligoni, pesature, zone bianche e nere, maquettes (così se mi leggono faccio quello che si è imparato i termini). Arrivano con questa passione selvaggia, incontrollata. C’è chi ha mollato tutto per venire qui e partecipare al master, chi si è sbattuto per pagarselo, chi fa avanti e indietro i weekend per tornare a casa.
Questa passione, però, non viene smorzata, né messa in riga al servizio della produzione.
Il loro impeto viene alimentato, nutrito con viaggi, feste, e con una sola, grande regola: vivere in gruppo.
Quello che Marco, il direttore, ha ribadito più volte è che i ragazzi devono divertirsi, devono studiare, ma prima di tutto devono imparare a stare e principalmente essere, un gruppo.

L’esempio più bello è il viaggio negli Stati Uniti che ogni anno la scuola organizza.

Ci sono quattro tappe: San Francisco, Los Angeles, il deserto del Nevada e Las Vegas.
E ok, ovvio, vanno alla Pixar ed in tutti i posti che fino al giorno prima la maggior parte aveva visto solo come logo all’inizio dei film d’animazione.

Il vero viaggio di scoperta però, come diceva Proust (Google saves), non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.
E sono proprio gli occhi di questi ragazzi che s’illuminano, quando ti parlano del viaggio, a farti capire quanto sia stato importante. Perché ci sono sì quattro tappe, ma nel mezzo loro si perdono. Per scelta, per modalità di viaggio, per viverselo davvero.
Sei jeep, nella numero uno in testa alla fila a volte si fa dire un numero e destra o sinistra.

“Quattro sinistra!!”

E via che alla quarta a sinistra si gira e poi così alla prossima ed alla prossima ancora.
È così che hanno bucato due volte nel deserto, lasciando la macchina lì. Così sono arrivati all’albero dei desideri di San Francisco dove chi vuole può attaccare ad un ramo il suo biglietto con su scritta la cosa che desidera. Così hanno trovato una città abbandonata in mezzo al nulla.

Così tornano da un viaggio con gli occhi nuovi.

Che poi sono gli stessi occhi di ragazzi giovani che fanno feste pazzesche, ma sul serio. Occhi curiosi, affamati del presente e con già apparecchiato per domani.

I fondatori, Marco e Guido, non sono persone normali.
Assolutamente no.
Sono rivoluzionari.
Hanno avuto un’idea, l’hanno portata avanti e dopo pochi anni hanno creato una vera e propria rivoluzione nel mondo della CG e non solo.
La filosofia di BigRock è un qualcosa che se applicato al mondo del lavoro nel settore dell’arte, della cultura, dell’informazione riuscirebbe a creare sinergie uniche in questo campo, ed allo stesso tempo così grandi da aiutare, anzi spingere migliaia di giovani a inseguire i loro sogni.
Nella vicina H-Farm questo concetto si allarga alle start up. Visitate il sito, dico sul serio, vale più di mille miei inutili aggettivi. Un luogo strepitoso.

Insomma, questa Grande Roccia è un luogo dove la magia si crea principalmente perché ne sei circondato.
Poi certo, sono persone anche loro: non è che non litighino, non abbiano i loro pensieri o non facciano la cacca come le donne.

Ma è un gruppo così bello ed unito che rende tutto il resto intorno meno merda, ecco.

Oggi è il loro ultimo giorno dopo sei mesi folli.
Non sono andato perché sarebbe come imbucarsi ad una festa in casa di qualcuno, da solo e senza nemmeno aver portato da bere.

(che poi la festa stasera ci sarà ed io andrò, è un’altra storia che probabilmente non vi racconterò perché non ricorderò)

Io a ‘sti ragazzi gli auguri ogni fottuto bene, dal primo all’ultimo, da chi mi ha cercato la prima volta a chi mi ha dato un tetto, da chi mi ha offerto quattro Spritz a chi mi ha fatto vedere dei video così stupidi che ho riso tantissimo per ore.

Mi auguro, anzi sono sicuro, che quando vedremo la prossima bomba a mano della Pixar, Dreamworks o chi per loro, lì in mezzo ci sarà un diavolo di BigRocker che avrà reso la nostra visione un’esperienza unica.

Bravi.
Grazi.
Bis.

E speriamo che stasera non mi puntino.

Dettagli

In questi giorni mi è capitato, per una cosa o per l’altra, di trovarmi a parlare di relazioni. Ed in modo serio e un po’ cinico, ma non tipo “è ‘na stronza è stupido accannateve l’amore è ‘na mmerda”, anzi. Roba di discorsi pesi, ragionamenti scaturiti da situazioni personali o da scenari palesati da amici che si ritrovano in mezzo a scazzi con l’altra metà, o semplicemente perché ho visto un film romantico (fatto di storie complicatissime) semi indipendente.
E mi sono sentito saggio, un po’ tipo l’amico che scopa per primo, raduna tutti, si siede su una poltrona in finta pelle con la pipa a bolle di sapone stretta fra i denti, e comincia a raccontare.

Partiamo con lo spoiler, e cioè i due punti a cui sono arrivato e poi vi dico come, ci sono arrivato:

– le storie d’amore sono tutte uguali: cambiano i dettagli;
– una storia d’amore è, appunto, una storia, un qualcosa nella tua vita, NON la tua vita.

Sentite le orecchie che vi si tappano come quando scendete troppo sott’acqua?
Tranquilli, è solo perché sono molto profondo.

Quanto volte avete gioito, bestemmiato, urlato, scopato, amato, odiato, abbracciato, coccolato, viaggiato, pianto, riso, broccoli e pancetta, nelle vostre storie?
E quante volte vi siete detti, allo stesso tempo, “non mi sono mai sentito così (bene/male fate voi)”?

Cazzate.

Mindblowing.

Vi ci siete già sentiti così. Non abbiamo più quattordici anni, che è tutto nuovo e tutto strano.

Uno si sente diversamente per una prima volta, tipo quando va a ruota di montagne russe, o quando assaggia il suo primo currywurst, o quando si fa di eroina la prima volta.
Soprattutto in questo caso, dopo non è come la prima volta, anzi.
Chiedetelo a Philip S.H..

E se avete gioito, bestemmiato, urlato, scopato, amato, odiato, abbracciato, coccolato, viaggiato, pianto, riso, speck e funghi, nelle vostre storie, è stato solo per i dettagli.
Avrete gioito un volta per il suo primo bacio e un’altra perché i tuoi coinquilini non c’erano. avrete abbracciato dopo un litigio o per l’ultimo saluto, prima di lasciarsi a dieci metri da dove vi eravate baciati la prima volta (per cui, tra l’altro, avete ovviamente gioito).

Puramente.

Più dettagli uno aggiunge alla sua storia, più strade si aprono alla novità, alla curiosità, alla Carrà. Altrimenti è un aver gioito, bestemmiato, urlato, scopato, amato, odiato, abbracciato, coccolato, viaggiato, pianto, riso, panna e gamberi, nelle nostre storie, a vuoto.

E le nostre storie, per passare al secondo spoiler e chiudere poi con i fuochi d’artificio, non possono, non devono diventare la, nostra vita.

La nostra vita è quella che inizia con noi che usciamo dalla vagina di nostra madre per la testa, ed usciamo chiusi in una bara da una porta per i piedi.
Fine.

In mezzo ci sono i già citati dettagli, anche qui fan la differenza.
Puoi svegliarti alle sette come a mezzogiorno, puoi andare in palestra seguendo un dieta ferrea come strafogarti bere frappè di grasso puro considerando che l’unico sforzo fisico è quello di masticare. Puoi amare come odiare, qualcuno lo può fare con te ma anche no, puoi viaggiare tutta la vita o rimanere chiuso nella tua stanza.
Puoi scopare ed essere scopato, puoi mangiare ed essere mangiato.
Puoi avere mille storie o una sola.

Dettagli.

La vita è tua.
Tu sai cosa tu sai quando tu sai perché.

Il resto è sottofondo, dolce o amaro lo fanno i dettagli.

E, con questo, non sto dicendo che la vita sia solo qualche decennio ad aspettare di finire a guardare i fiori dalla parte delle radici. Anzi.
Che vada bene o male, quei dettagli fanno tutto. Spesso fanno anche la durata della vita stessa. Ma non fanno mai la vita stessa.

Guardi sempre a destra e sinistra prima di attraversare?
Peccato tu non tenga conto che del fatto che gli elicotteri possono cadere.

Hai sempre rispettato il prossimo tuo?
Mannaggia, proprio ora che hai bisogno di essere salvato dalle fiamme, il vicino non sente le tue grida perché “Un Posto Al Sole” va visto con l’impianto Dolby che non ti ha fatto dormire le ultime tre notti, portandoti a riprendere a fumare (avevi smesso da sei anni!), fino a farti addormentare a letto con la sigaretta accesa.

Stai costruendo la tua vita con la tua donna?
BAM!
Lei esce di casa la mattina per andare a lavoro e conosce Marco, il nuovo barista della tavola calda davanti il di lei ufficio.
Marco, di tre anni più piccolo e con la passione per la fotografia da camera oscura.
Marco, quello di cui lei ti ha parlato ma tu eri troppo preso a perderti nei suoi occhi.
Marco, il ragazzo che le fa sempre un disegno carino e complicato sulla schiuma del cappuccino.

Esatto.
Marco.
Quel dettaglio che adesso se la scopa nel vostro letto mentre tu sei tornato da mamma.

Sono i dettagli, che fanno tutto.
Anche in questo post, che rimane un mio post ma che i dettagli voglio ogni paragrafo formattato in modo diverso.
Perché i dettagli lo rendono diverso fuori, ma dentro è la solita accozzaglia di pensieri.

Così nella vita ricordatevi che sì, belli i dettagli e bello tutto, ma sempre “sangue ch’è destinato a seccare” siamo.