Uno Con Due Spalle Così

“Io, in vita mia, ho avuto la possibilità di stare con delle ragazze.
Lo so, lo so.
Sounds incredible.
Comunque non tante eh, rispetto ai racconti degli amici dai quindici anni in poi, che è tutto uno scopare e dimenticarsene.
Quando mai.
Però ecco, nonostante non sia un adone pare almeno io sia simpatico, e questo si dice porti a metà dell’opera. Solo che non suono in un orchestra e quindi ‘sta seconda parte dell’opera mi torna spesso difficile. La maggior parte delle volte son state loro a fare un primo passo, almeno per farmi capire che se si erano appena tolte il reggiseno da sotto la canottiera, non era perché faceva caldo (true story!).

Ma si sa, certe cose o le impari o non saprai mai come fare in alcune situazioni.
O meglio, lo sai pure, però poi ti scatta un turbinio di pensieri e dubbi e paura del rifiuto o della denuncia e quindi non ci provi mai.
E così, più o meno, da sempre.

Poi va beh, cresci e fai cose e conosci gente e piano piano ti ritrovi a 35 anni single e con delle domande. Che uno li chiamerebbe complessi ma, di nuovo, non suonando strumenti non mi piace catalogare ‘ste cose in ‘sto modo pesante. Però ecco, uno ce pensa a certe cose.
Mi spiego meglio.

Nella fascia d’età 12 – 18, giocando a basket e avendo ancora un po’ di massa muscolare prima di trasformarmi in Christian Bale ne L’uomo senza Sonno (ma ovviamente meno fregno), stavi fisicamente messo bene. Di nuovo, non ero un adone, per la maggior parte del tempo le pischelle erano già viste come amiche e quindi pure l’altroieri si scopava ieri.
Però ho mantenuto un fisico asciutto ma con una forma decente per qualche anno.
Poi il lento declino della terza età che arriva a vent’anni, tra uffici, sedie scomode, voglia di vivere pari a quella di Monicelli in ospedale, poco sesso discreta droga e rock’n’roll mi ha portato ad avere un fisico diverso.

Qui la premessa però devo fartela: a me, di avere il fisico o un po’ di muscoli o cose del genere, non me n’è mai fregato un cazzo, sia chiaro. Ho sempre accettato il mio corpo, ci ho lavorato sicuramente poco ma non posso dire di star peggio di tanta altra gente. Diciamo che mi è sempre andato bene così e non ho mai sentito la pressione di doverlo scolpire. Non ho manco mai passato più di cinque minuti allo specchio in vita mia. Prendere o lasciare insomma.
Poi è successo qualcosa.

In tutti ‘sti mesi pesanti come un post di Fusaro, ho cominciato a guardarmi con occhi diversi. Tra tutti i vari pensieri che rimbalzano nel mio cranio enorme, alcuni tornano veloci e taglienti. Anni di battutine sulle mie spalle, sulla panzetta, sul fatto che stavo gobbo. Ammiccamenti a uomini con schiene più dritte, culi più sodi, barbe più folte. Sia chiaro eh, anche io ci scherzo e anzi, spesso mi son ritrovato a invidiare genuinamente uomini più attraenti di me. O forse è solo la mia latente omosessualità, ma pure qui è un’altra storia.

Fatto sta che ogni tanto riaffora una frecciatina, una battuta, e tutto finisce nei miei occhi quando mi guardo allo specchio. E lo schema è simile ogni volta: appena mi guardo in faccia mi dico che alla fine, così brutto non sono. Poi scendo, e subito le spalle mi rimettono coi piedi per terra. Le tiro su, comincio a ripetermi che anche solo stare così potrebbe aiutarmi ma dopo dodici secondi sono di nuovo Quasimodo che suona le campane a morte.
Arrivo alla zona panza e lì la cosa si fa strana.
C’ho i fianchetti, sempre avuti e giustificati con il termine maniglie dell’amore anche se, a memoria, non è che ci si sia aggrappata poi tanta gente. C’è quel sottile strato di grassetto sulla vita, e la cosa strana è che ci son giorni in cui mi dico che ci sta, e altri in cui mi sembra di non riuscire manco a vedermi l’uccello.
E poi il gran finale: un culo più assente di me quando andavo al liceo.

Ora, io lo so che sta roba è personale, però penso pure che vada condivisa perché in un periodo di movimenti per la parità, il confronto, l’eguaglianza tra uomini e donne ci si scorda spesso che se da una parte le donne han passato gli ultimi millemila secoli a doversi sentire in costante gara col resto del mondo, negli ultimi anni molti uomini tipo me, che sbagliano tanto ma cercano sempre di correggersi, che non sono nati imparati, che provano a stare sul pezzo di tutto quello che succede nel mondo in questi ambiti, hanno difficoltà a rapportarsi sotto questo aspetto.
Ci sentiamo fuori luogo, fuori tempo, inferiori rispetto a chi fa del suo corpo un piccole tempio. Non è un pianto, il mio, non è una critica, non è la speranza di sentirmi dire

– Ma che dici dai, sei bellissimo!

(grazie Matre)

Questo non è nulla se non un pensiero grosso come il culo che non ho e che mi pesa molto in questo periodo.

So bene, benissimo che tutto è dovuto a quello che è successo negli ultimi mesi, alla rabbia, alle delusioni, e che verrà il momento in cui nella testa scatterà qualcosa e mi ritroverò di nuovo ad apprezzarmi per come sono.

Simpatico.”

Lisbona – Parte Quinta – Piccolo, Spazio, Pubblicità

Incappo in questo post che prende come scusa le canzoni uscite 20 anni fa per riassumere un po’ quello che successe nel 1998, e rimango affascinato dal fatto che, oh, sto invecchiando.
Ma proprio affascinato.
Solo per un attimo penso che, cazzo, venti anni son tanti e se tutto va bene altri quaranta e via a guardare i fiori dalla parte delle radici, “dimentichi del mondo, dal mondo dimenticati” [semicit. che se me la prendete vvb].

Ma poi ricordo mia madre che mi porta al cinema a vedere The Truman Show e due file dietro c’era un mio compagno delle medie che quando Jim Carrey sbatte i pugni sul muro di cielo in lacrime fa alla madre

“Perché piange?”

dandomi la conferma del coglione che era e che sempre rimase.

Ricordo sempre mia madre, verso la quale mi giro durante Salvate il Soldato Ryan, dopo che il nazista infila una lama intera nel cuore di uno di loro e subito dopo risparmia il porta munizioni terrorizzato. La guardo e con un volume di voce fin troppo alto le dico

“Ammazza oh, un nazista buono!”

rischiando di fare la figura del coglione di cui sopra, ma sapendo di essere semplicemente sotto shock per quello che stavo vedendo: ancora ora quel film mi mette incredibilmente a disagio, se pure non riesca a staccargli gli occhi di dosso.

Ricordo Matrix come uno dei primi film visti da solo con gli amici, al Cinema Reale di Trastevere e sì, ricordo pure che sul viale una volta usciti son stato un’ora a fare

“Swiiisssshhhh! Fiiiiiiii! Conosco il Kunf Fu!”

schivando proiettili e provando a saltare sui muri.

Ricordo che quando Sinatra morì ero a casa del mio migliore amico, e dalla madre sentii per la prima volta il soprannome, “The Voice”, perché lei disse

“Si è spento The Voice.”

e ripensare a questa scena, io e lei da soli in cucina, dopo pranzo, mi fa immaginare per una delle poche volte in vita mia un paradiso, quello classico solo cielo e nuvole, con un palco bianco e soffice dove Sinatra canta “Come Fly with Me” e il pubblico è formato solo da lei.

E la morte di Battisti invece mi fa pensare alla mia, di madre, quando la chiamo perché avevo appena saputo la notizia e la immaginavo devastata: mentre il segnale di linea libera andava mi passavano davanti i viaggi in macchina con Lucio che gridava “e guidare come un pazzo a fari spenti nella notte” e mamma faceva la finta pazza al volante e ci scherzavamo un sacco su, su quanto fosse ironico sentire quei versi in automobile, e il tutto si riassumeva con io che le dicevo

“Ah Mà, e famme grattà!”.

Mi ricordo sul muro dietro la porta di camera mia il poster verticale di Michael Jordan fotografato da dietro, a mezz’aria, mentre sgancia il suo ultimo tiro della sua carriera con i Bulls, ovviamente contro Utah, uno di quei duelli da far diventare bianchi tutti i giocatori di Cleveland e Golden State.
Il timer sul tabellone fermo sei secondi e sei decimi, la palla appena rilasciata dalle mani, il pubblico dietro il canestro che già sa: il ragazzo con le mani nei capelli, la donna con un’espressione di rabbia e stupore, il tipo seduto immobile, impassibile, morto dentro (sì, si giocava a Salt Lake City) (e poi va beh, ode a Jordan e a quel tiro e alla sua carriera e alla sua persona IO LO AMO ma dopo quei 6.6 secondi Stockton ebbe il tiro della vittoria e ci andò così vicino che fosse entrata sarebbe cambiata la storia del mondo così come la conosciamo).

E poi la musica.
Mettere su MTV e stare ore a vedere videoclip su videoclip, aspettando quello che mi piaceva di più, perdendo tempo quando passavano quelli che mi facevano cacare. Videoclip col volume sparato se nel frattempo mi scappava la cacca, videoclip con appena due tacche verdi se stavo in camera ed era tardi e non volevo farmi beccare.
E le pippe sulle Spice Girls, Alexia, Anouk (madonna Anouk quanto mi ha cambiato i connotati ormonali). Tutto era ancora confuso e sfocato, le t.A.T.u. non avevano ancora portato la loro calda corrente lesbo dalla fredda Russia, e tutto quello che vedevo erano tette.

Mi ricordo la sigla di Fifa ’98 con i Chumbawamba che “parlavano a vanvera” e il galletto francese mascotte dei Mondiali che sgambettava un pallone in giro per i posti simbolo del paese. I demo dei giochi comparti con le riviste in edicola, le sessioni frenetiche con mouse e tastiera cercando di ammazzare quei poveracci di nazisti in Commandos, (“hai capito qual è il vero eroe di questi giochi qui? Da una parte ci sei tu, che appena ti sparano puoi recuperare subito i punti vita, e dall’altra questi poveracci che sono pure dei nazisti, però sta di fatto che è gente senza alternativa!”, altra cit. che vvb se), Abe Exoddus e la grazia di essere un gioco bellissimo e con un sacco di significati. E poi perché c’erano le chicche tipo lui che ruttava e scorreggiava.
Mamma, sempre lei, che dopo aver fatto la spesa al supermercato sulla Pisana mi comprava un gioco pirata per la Playstation, comprata e modificata nello stesso momento con i miei soldi, paghette su paghette messe da parte per un sacco di tempo. Ricordo ancora che insieme mi diedero due giochi per provarla: uno di macchine e una specie di Resident Evil. Facevano cacare.
Poi va beh, un giorno comprai i due cd che componevano Metal Gear Solid: il trucco di spostare il joypad sul giocatore due per impedire a Psycho Mantis di copiare le tue mosse, la morte ululata, straziante di Sniper Wolf, la rottura della quarta parete quando le istruzioni su cosa fare venivano da normali conversazioni nel gioco

– Ehi Snake.
– Dimmi Otacon.
– Mi raccomando, non farti notare quando entri nel capannone.
– Ok.
– Devi essere silenzioso nei movimenti, trattenere il respiro ed evitare di lasciare impronte sulla neve.
– Ok Otacon. Ma come cazzo faccio?
– Premi di seguito L1, L2, Cerchio, Triangolo, Quadrato, Quadrato, Quadrato, Ics, Quadrato, Quadrato, L1, Ics.
– Aspè ripeti che me lo segno. Otacon? OTACON?

Alla fine, se mi è venuta in mente tutta ‘sta roba da un elenco di cose successe nel 1998, le cose sono due: che ancora mi ricordo le cose e che quell’anno, considerando quello che ho scritto, è stato una sorta di punto di rottura. Forse è lì, in quei mesi, che ho cominciato a farmi un’idea, a capire di essere un qualcosa con i suoi pensieri, i suoi gusti, i suoi giudizi e i suoi pregiudizi. Credo sia in quel periodo che ho cominciato e mettere il naso, la curiosità vera e propria fuori di casa, annusando il mondo e cercando di capirne gli odori, che ancora oggi non distinguo e che so non riuscirò mai completamente.

Forse è nei miei tredici anni, che ho cominciato a diventare adolescente.

E la cosa fica è che non ho mai smesso.

La Dieta Denigrante

dieta

– Benvenuti da Dove Puoi, dove puoi mangiare il tuo panino scegliendo dal tipo di pane, fino al tovagliolo con cui lo serviamo. Chiedi, e ti sarà dato da mangiare!

– Salve, buongiorno. Bello il nome del posto! Certo, l’acronimo non è dei migliori, di questi tempi, ma

– DP? E perché mai?

– Niente. Cose mie. Senta

– Mi dica pure!

– Avete panini senza

Lattosio? Ma certo. Abbiamo questo pane fatto esclusivamente con farina di grano duro, acqua e sale.

– Ah, ok. Che io sappia -ma non sono del mestiere eh- il pane normale si fa proprio così. Farina, sale e acqua. Magari pure il lievito, se si va di fretta, ecco. Ma nulla più.

– Esatto! Senza lievito! La parola inizia con la elle, la stessa del latte. Quindi lo escludiamo per evitare contaminazione.

– Mi scusi?

– Beh qui siamo molto attenti alla contaminazione, quindi dividiamo gli ingredienti per lettera chiudendoli in micro stanze depressurizzate, con climatizzazione controllata e filtro antiumidità realizzato dalla NASA, evitando così che vengano a contatto nel caso ci venga chiesto un panino senza un particolare ingrediente. Capisco che sembra strano, ma abbiamo appositamente seguito un corso a riguardo, tenuto di un monaco tibetano che ha una casa sulle Ande ma con sede a Zurigo.

– Mi fa, come dire, molto piacere vedere questo impegno. Ma non è il lattosio che vorrei evitare, bensì

– Le uova? Beh ma non c’è problema! Abbiamo un pane che, se lo lasci dire, è proprio speciale! Fatto senza uova!

– Ma

– Però c’è il latte, magari le da fastidio!

– No guardi, io volevo sapere se avete del pane senza

– Aspetti. Ho capito. Lei vuole un pane fatto senza Cardamomo. Lo dovevo capire dalla sua faccia, dalla sua postura, che non è un amante del Cardamomo. Ho seguito un corso tenuto da un nano sordo su un jet privato costantemente in volo, che ci ha spiegato come capire i gusti alimentari delle persone dalle espressioni del viso e da come si muovono.

– Come «Lie to Me», ma col cibo?
– «Lài tu mì»? Non conosco.

– La cosa mi sorprende ben poco. Comunque. Io vorrei capire se avete un panino, un qualunque panino, ma che sia

– Ah beh ma se il pane allora non è un problema, le assicuro, dentro può NON metterci quello che vuole!

– No, veramente, io volevo mangiare sì un panino, ma che sia totalmente senza

– Carne? Ma scherziamo! Abbiamo panini per tutti i tipi di vegetariani e vegani. Panini con la cicoria raccolta da mia nonna la Domenica mattina presto, panini imbottiti di erba di prato pubblico ma anche privato, che costa dieci euro di più. Ma non è finita qui! Abbiamo panini senza pane ma con zucchine crude, panini con pane alle zucchine cotto imbottito di pane crudo, panini alle melanzane biologiche dei Monti Tiburtini e, specialità delle specialità, panino 50 Special dei Colli Bolognesi.

– E, scusi, cosa ci sarebbe nel 50 Spec

– Insalata Cesare e Crema Nini! AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH!

-No guardi, lasciamo perd

– Ma scherzavo eh! L’insalata Cesare ha le uova dentro.

– Va beh, senta, io

– Ma aspetti! Non è finita qui, per chi non mangia carne come conseguenza di una sua libera scelta che però poi azzera il possibile mercato di quelli che hanno reali intolleranze alimentari ma ai quali viene data pochissima attenzione nonostante siano disposti a spendere per qualcosa che non hanno! Abbiamo un panino verde, con dentro ogni tipo di verdura biologica, servita su un vassoio di alghe fritte e tovaglioli di Setan, un nuovo tessuto costosissimo fatto di seitan preparato da enormi donne peruviane che hanno però mani piccole e delicate allenate appositamente per questo. Difficile rfiutare eh?

– Senta, io vorrei solo un panino senza glutine.

– Ah. Beh. Ecco. Questo non è possibile. Sa, la contaminazione. Poi comunque non è proprio facile facile, trovare le materie prime. Sa, farina di riso. Maizena. Lievito senza glutine. Poi dipende da che grado di celiachia ha, quanto glutine può assumere prima di sentirsi male. Ci diventa tutto troppo complicato, ecco.

– Ma, mi scusi eh, e tutte le camere senza pressione, la NASA, i Monti Tiburtini?

– Beh ma questi sono i nostri fornitori. È il mercato. Dove c’è domanda, c’è offerta.

– A me viene solo un’unica, grande domanda. Ma voi che aprite ‘sti posti ci fate, o ci siete?

– Ci facciamo.

– Almeno lei è onesto.

– E trasparente!

– Scusi?

– Niente. Cose mie.

Berlino

foto di Lei.

foto di Lei.

Berlino è nelle bottiglie stipate nelle buste del Kaiser’s, in mano ai senzatetto che ti sorridono gentili quando gli porgi una Berliner appena finita.

Berlino è in quella pozza perenne sotto al cartello «You are now entering» del checkpoint Charlie, che nessuno la nota ma fa u gran bell’effetto specchio per una foto al segnale.

Berlino è nella striscia di mattonelle che segna il passaggio del muro, e che quando ci fai caso non puoi non pensare al fatto che ti puoi permettere di fare «Alba! Tramonto!» come Homer da Ovest a Est, mentre nemmeno 30 anni fa ti sparavano sulla schiena.

Berlino è nel parquet scricchiolante degli appartamenti, coi pavimenti storti e le tazze del cesso col rialzo, così che tu possa vedere la tua cacca ancora calda.

Berlino è nell’odore quasi perenne di Turchia, fatto di felafel fritti al momento e kebab in scatola mai così buoni.

Berlino è nella torre della TV, che ancora più della Tour Eiffel ti ricorda dove sei, dove puoi andare, ma soprattutto da dove vieni.

Berlino è nella maniacale simmetria di Karl-Mark-Straße, un continuo specchio che non accetta difetti o imperfezioni, un tunnel architettonico dove la fine sembra non arrivare mai.

Berlino è nelle scritte sui muri, negli adesivi strappati, nell’onnipresente flyer del museo dei Ramones, nelle transenne di plastica bianca dei baustelle e nelle gru che incrociano le punte e fanno il cielo a quadri.

Berlino è nei caffè lunghi dei chioschetti, con le vetrine colme di fette di torta piene di glassa e brezel grossi come vinili.

Berlino è nei palazzi signorili abbandonati e riqualificati da decine di ragazzi che ci organizzano i concerti punk zozzi e puzzolenti, dove ti ritrovi a pogare sulle note di «Territorial Pissing» con due lesbiche piene di rasta e sudore.

Berlino è ovunque a Berlino, e in nessuna parte.

Berlino è mondo, e nel mondo ci si trova sempre bene.

“Il Suono del Mondo a Memoria”

Dovrei fare due premesse, prima di scrivere di Giacomo Bevilacqua e del suo «Il Suono del Mondo a Memoria» (che per me, tra l’altro, è uno dei titoli più belli che si possa dare ad un libro/film/album).

Ma visto che io, quando parlo di qualcosa che penso non mi competa, faccio sempre premesse per mettere le mani avanti, a questo giro le metto alla fine.
Delle postmesse.
Potete decidere se continuare ignorandole fino all’ultimo, o se scendere prima giù in fondo e leggerle, per poi iniziare il pezzo.
Ricordatevi solo di tornare qui su, che sennò lo leggete al contrario e non ci capite niente.

Ma dicevamo.

via wired

via wired

Ho ordinato la variant (numero 1230) non appena il sito di Feltrinelli me lo ha permesso.
Ed ho aspettato con tanta ansia. Che è aumentata, perché c’ho una fortuna con le spedizioni io che il giorno che devono mandarmi il bancomat nuovo, il tempo che mi arriva e lo avremo già tutti impiantato sotto pelle da mesi.
Finalmente ieri l’omino rosso di Bartolini è arrivato ed io ero molto contento.
Ho aperto il cartone e mi è arrivata la zaffata buona di carta fresca, ed ero molto contento.
Poi ho aspettato che finisse il mio turno in ufficio, mi sono precipitato in metro e dopo essermi piazzato in fondo, in piedi, spalle alla coda del vagone, e ho aperto «Il Suono del Mondo a Memoria», opera (grossa) prima di Giacomo Bevilacqua che tutti conosciamo per quel frugoletto tutto matto di Panda a cui piacciono un sacco di cose.
Ma Giacomo è stato tanto altro e con questo libro è diventato tantissimo altro ancora.

La storia (senza spoiler) è quella di Sam, un ragazzo che vola a New York per riprendersi dopo una storia finita male. È fotografo, lavora per una rivista fondata con un amico anni prima e che ora ha un ottimo seguito.
Sam decide di unire il viaggio personale a quello lavorativo, documentando la sua vita di tutti i giorni usando la reflex e seguendo una regola generale che diventa presto una sfida: non parlare mai con nessuno, per tutto il tempo della sua permanenza nella Grande Mela.
Una sfida enorme con se stesso, che Sam affronta non senza qualche problema fino a.
Già. Fino a.

via keison

via keison

Perché non è semplice parlare di questo libro senza rivelare troppo. Come lo stesso Giacomo ha detto in più interviste, va sicuramente letto due volte, se non tre e così via.
Vuoi perché è davvero una bella opera, ed anche perché l’autore ci ha infilato dentro tante chicche ed un finale a sorprese -sì, plurale- che vi farà sicuramente dire «ooooook! ora lo ricomincio subito».

Conoscendo già parecchie cose fatte da Giacomo, questa mi ha sorpreso particolarmente per la cura nella scrittura e nei disegni.
I testi non sono mai banali e la storia è tutto tranne che scontata, un graduale salire di atto in atto fino alle pagine finali che ti danno un paio di cazzottoni ben assestati. È una storia d’amore ma anche di lotta con(tro) se stessi, di impegno e di difetti, di migliorarsi e riuscire, almeno per un momento, a sentire il suono del mondo.
I disegni sono qualcosa di magico, davvero. Io, che a NYC non ci son mai stato, me la immagino proprio così, d’inverno. I colori e la luce che ha riportato su carta sono il risultato di un’attenzione al dettaglio quasi maniacale: molte tavole offrono scorci più o meno conosciuti grazie alle miriadi di immagini che abbiamo sempre visto di New York, ma Giacomo riesce a distinguersi da qualunque altro tipo di media su cui le abbiamo viste. L’arancione delle foglie ed il sole che ne accentua la luminosità, il blu ed il grigio del cielo dietro ai palazzi, il rosso dei momenti più intensi del protagonista.

Quello che mi ha colpito di più, però, è il fatto che leggerlo mi ha fatto fare cose che di solito non faccio, quando sfoglio un testo.
Tipo:

– farmi mancare il panorama sul ponte dove passa la metro, tra Flaminio e Lepanto. Vi assicuro che ogni giorno, che io sia sul cellulare a perdere tempo o a leggere un libro, io alzo lo sguardo e mi godo uno dei due lati. Ieri niente, talmente immerso nel libro di Giacomo che ho addirittura mancato la mia fermata, ed ho deciso di proseguire fino alla coincidenza successiva;

– farmi dire «MA NO DAI!» di sorpresa e stupore in più di un momento, facendomi passare per scemo davanti a tutti i passeggeri;

– farmi dire «NO!» quando pensavo fosse finito e invece mancavano altre pagine per poi farmi dire di nuovo «NO!» quando è finito sul serio.

Per chiudere, io vi consiglio di prenderlo senza nemmeno pensarci. Perché è un’opera universale, che si farà amare da tutti quelli che sanno leggere una bella storia. Perché ok, la storia la scrive lo scrittore, ma le sfumature le coglie chi legge.
E Giacomo Bevilacqua è stato bravo, bravissimo ad aprire e chiudere una storia intelligente con una mano, ed una testa, che è difficile trovare in giro e che riesce a carezzare ogni tipo di carattere e di gusto, spiccando per sensibilità e leggerezza.

Postmessa #1

Non sono bravo, io, a scrivere recensioni. Però ci sono cose che mi piacciono così tanto che non posso tenere per me, ché vanno condivise con più gente possibile. E questo è il mio unico mezzo per dimostrarvi, e ricordarmi, che al mondo di cose belle ce ne sono un sacco.

Postmessa #2

Io a Giacomo lo conosco da un sacco. Ma non della serie che ci sentiamo tutti i giorni (tant’è che ieri, per congratularmi con lui, mi son fatto ridare il numero da un amico in comune). Però m’è rimasto dentro fin dalla prima, perché mi ha fatto conoscere i Griffin e perché mi ha fatto conoscere un modo di far ridere che ignoravo. Ho capito che c’è differenza, insomma, tra un buffone di corte ed un comico intelligente.
Lui è il primo.
(però vi assicuro che se anche non lo conoscessi, dopo questa bellezza vorrei conoscerlo, ecco)