Lisbona Parte – Quinta – Piccolo, Spazio, Pubblicità

Incappo in questo post che prende come scusa le canzoni uscite 20 anni fa per riassumere un po’ quello che successe nel 1998, e rimango affascinato dal fatto che, oh, sto invecchiando.
Ma proprio affascinato.
Solo per un attimo penso che, cazzo, venti anni son tanti e se tutto va bene altri quaranta e via a guardare i fiori dalla parte delle radici, “dimentichi del mondo, dal mondo dimenticati” [semicit. che se me la prendete vvb].

Ma poi ricordo mia madre che mi porta al cinema a vedere The Truman Show e due file dietro c’era un mio compagno delle medie che quando Jim Carrey sbatte i pugni sul muro di cielo in lacrime fa alla madre

“Perché piange?”

dandomi la conferma del coglione che era e che sempre rimase.

Ricordo sempre mia madre, verso la quale mi giro durante Salvate il Soldato Ryan, dopo che il nazista infila una lama intera nel cuore di uno di loro e subito dopo risparmia il porta munizioni terrorizzato. La guardo e con un volume di voce fin troppo alto le dico

“Ammazza oh, un nazista buono!”

rischiando di fare la figura del coglione di cui sopra, ma sapendo di essere semplicemente sotto shock per quello che stavo vedendo: ancora ora quel film mi mette incredibilmente a disagio, se pure non riesca a staccargli gli occhi di dosso.

Ricordo Matrix come uno dei primi film visti da solo con gli amici, al Cinema Reale di Trastevere e sì, ricordo pure che sul viale una volta usciti son stato un’ora a fare

“Swiiisssshhhh! Fiiiiiiii! Conosco il Kunf Fu!”

schivando proiettili e provando a saltare sui muri.

Ricordo che quando Sinatra morì ero a casa del mio migliore amico, e dalla madre sentii per la prima volta il soprannome, “The Voice”, perché lei disse

“Si è spento The Voice.”

e ripensare a questa scena, io e lei da soli in cucina, dopo pranzo, mi fa immaginare per una delle poche volte in vita mia un paradiso, quello classico solo cielo e nuvole, con un palco bianco e soffice dove Sinatra canta “Come Fly with Me” e il pubblico è formato solo da lei.

E la morte di Battisti invece mi fa pensare alla mia, di madre, quando la chiamo perché avevo appena saputo la notizia e la immaginavo devastata: mentre il segnale di linea libera andava mi passavano davanti i viaggi in macchina con Lucio che gridava “e guidare come un pazzo a fari spenti nella notte” e mamma faceva la finta pazza al volante e ci scherzavamo un sacco su, su quanto fosse ironico sentire quei versi in automobile, e il tutto si riassumeva con io che le dicevo

“Ah Mà, e famme grattà!”.

Mi ricordo sul muro dietro la porta di camera mia il poster verticale di Michael Jordan fotografato da dietro, a mezz’aria, mentre sgancia il suo ultimo tiro della sua carriera con i Bulls, ovviamente contro Utah, uno di quei duelli da far diventare bianchi tutti i giocatori di Cleveland e Golden State.
Il timer sul tabellone fermo sei secondi e sei decimi, la palla appena rilasciata dalle mani, il pubblico dietro il canestro che già sa: il ragazzo con le mani nei capelli, la donna con un’espressione di rabbia e stupore, il tipo seduto immobile, impassibile, morto dentro (sì, si giocava a Salt Lake City) (e poi va beh, ode a Jordan e a quel tiro e alla sua carriera e alla sua persona IO LO AMO ma dopo quei 6.6 secondi Stockton ebbe il tiro della vittoria e ci andò così vicino che fosse entrata sarebbe cambiata la storia del mondo così come la conosciamo).

E poi la musica.
Mettere su MTV e stare ore a vedere videoclip su videoclip, aspettando quello che mi piaceva di più, perdendo tempo quando passavano quelli che mi facevano cacare. Videoclip col volume sparato se nel frattempo mi scappava la cacca, videoclip con appena due tacche verdi se stavo in camera ed era tardi e non volevo farmi beccare.
E le pippe sulle Spice Girls, Alexia, Anouk (madonna Anouk quanto mi ha cambiato i connotati ormonali). Tutto era ancora confuso e sfocato, le t.A.T.u. non avevano ancora portato la loro calda corrente lesbo dalla fredda Russia, e tutto quello che vedevo erano tette.

Mi ricordo la sigla di Fifa ’98 con i Chumbawamba che “parlavano a vanvera” e il galletto francese mascotte dei Mondiali che sgambettava un pallone in giro per i posti simbolo del paese. I demo dei giochi comparti con le riviste in edicola, le sessioni frenetiche con mouse e tastiera cercando di ammazzare quei poveracci di nazisti in Commandos, (“hai capito qual è il vero eroe di questi giochi qui? Da una parte ci sei tu, che appena ti sparano puoi recuperare subito i punti vita, e dall’altra questi poveracci che sono pure dei nazisti, però sta di fatto che è gente senza alternativa!”, altra cit. che vvb se), Abe Exoddus e la grazia di essere un gioco bellissimo e con un sacco di significati. E poi perché c’erano le chicche tipo lui che ruttava e scorreggiava.
Mamma, sempre lei, che dopo aver fatto la spesa al supermercato sulla Pisana mi comprava un gioco pirata per la Playstation, comprata e modificata nello stesso momento con i miei soldi, paghette su paghette messe da parte per un sacco di tempo. Ricordo ancora che insieme mi diedero due giochi per provarla: uno di macchine e una specie di Resident Evil. Facevano cacare.
Poi va beh, un giorno comprai i due cd che componevano Metal Gear Solid: il trucco di spostare il joypad sul giocatore due per impedire a Psycho Mantis di copiare le tue mosse, la morte ululata, straziante di Sniper Wolf, la rottura della quarta parete quando le istruzioni su cosa fare venivano da normali conversazioni nel gioco

– Ehi Snake.
– Dimmi Otacon.
– Mi raccomando, non farti notare quando entri nel capannone.
– Ok.
– Devi essere silenzioso nei movimenti, trattenere il respiro ed evitare di lasciare impronte sulla neve.
– Ok Otacon. Ma come cazzo faccio?
– Premi di seguito L1, L2, Cerchio, Triangolo, Quadrato, Quadrato, Quadrato, Ics, Quadrato, Quadrato, L1, Ics.
– Aspè ripeti che me lo segno. Otacon? OTACON?

Alla fine, se mi è venuta in mente tutta ‘sta roba da un elenco di cose successe nel 1998, le cose sono due: che ancora mi ricordo le cose e che quell’anno, considerando quello che ho scritto, è stato una sorta di punto di rottura. Forse è lì, in quei mesi, che ho cominciato a farmi un’idea, a capire di essere un qualcosa con i suoi pensieri, i suoi gusti, i suoi giudizi e i suoi pregiudizi. Credo sia in quel periodo che ho cominciato e mettere il naso, la curiosità vera e propria fuori di casa, annusando il mondo e cercando di capirne gli odori, che ancora oggi non distinguo e che so non riuscirò mai completamente.

Forse è nei miei tredici anni, che ho cominciato a diventare adolescente.

E la cosa fica è che non ho mai smesso.

La Dieta Denigrante

dieta

– Benvenuti da Dove Puoi, dove puoi mangiare il tuo panino scegliendo dal tipo di pane, fino al tovagliolo con cui lo serviamo. Chiedi, e ti sarà dato da mangiare!

– Salve, buongiorno. Bello il nome del posto! Certo, l’acronimo non è dei migliori, di questi tempi, ma

– DP? E perché mai?

– Niente. Cose mie. Senta

– Mi dica pure!

– Avete panini senza

Lattosio? Ma certo. Abbiamo questo pane fatto esclusivamente con farina di grano duro, acqua e sale.

– Ah, ok. Che io sappia -ma non sono del mestiere eh- il pane normale si fa proprio così. Farina, sale e acqua. Magari pure il lievito, se si va di fretta, ecco. Ma nulla più.

– Esatto! Senza lievito! La parola inizia con la elle, la stessa del latte. Quindi lo escludiamo per evitare contaminazione.

– Mi scusi?

– Beh qui siamo molto attenti alla contaminazione, quindi dividiamo gli ingredienti per lettera chiudendoli in micro stanze depressurizzate, con climatizzazione controllata e filtro antiumidità realizzato dalla NASA, evitando così che vengano a contatto nel caso ci venga chiesto un panino senza un particolare ingrediente. Capisco che sembra strano, ma abbiamo appositamente seguito un corso a riguardo, tenuto di un monaco tibetano che ha una casa sulle Ande ma con sede a Zurigo.

– Mi fa, come dire, molto piacere vedere questo impegno. Ma non è il lattosio che vorrei evitare, bensì

– Le uova? Beh ma non c’è problema! Abbiamo un pane che, se lo lasci dire, è proprio speciale! Fatto senza uova!

– Ma

– Però c’è il latte, magari le da fastidio!

– No guardi, io volevo sapere se avete del pane senza

– Aspetti. Ho capito. Lei vuole un pane fatto senza Cardamomo. Lo dovevo capire dalla sua faccia, dalla sua postura, che non è un amante del Cardamomo. Ho seguito un corso tenuto da un nano sordo su un jet privato costantemente in volo, che ci ha spiegato come capire i gusti alimentari delle persone dalle espressioni del viso e da come si muovono.

– Come «Lie to Me», ma col cibo?
– «Lài tu mì»? Non conosco.

– La cosa mi sorprende ben poco. Comunque. Io vorrei capire se avete un panino, un qualunque panino, ma che sia

– Ah beh ma se il pane allora non è un problema, le assicuro, dentro può NON metterci quello che vuole!

– No, veramente, io volevo mangiare sì un panino, ma che sia totalmente senza

– Carne? Ma scherziamo! Abbiamo panini per tutti i tipi di vegetariani e vegani. Panini con la cicoria raccolta da mia nonna la Domenica mattina presto, panini imbottiti di erba di prato pubblico ma anche privato, che costa dieci euro di più. Ma non è finita qui! Abbiamo panini senza pane ma con zucchine crude, panini con pane alle zucchine cotto imbottito di pane crudo, panini alle melanzane biologiche dei Monti Tiburtini e, specialità delle specialità, panino 50 Special dei Colli Bolognesi.

– E, scusi, cosa ci sarebbe nel 50 Spec

– Insalata Cesare e Crema Nini! AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH!

-No guardi, lasciamo perd

– Ma scherzavo eh! L’insalata Cesare ha le uova dentro.

– Va beh, senta, io

– Ma aspetti! Non è finita qui, per chi non mangia carne come conseguenza di una sua libera scelta che però poi azzera il possibile mercato di quelli che hanno reali intolleranze alimentari ma ai quali viene data pochissima attenzione nonostante siano disposti a spendere per qualcosa che non hanno! Abbiamo un panino verde, con dentro ogni tipo di verdura biologica, servita su un vassoio di alghe fritte e tovaglioli di Setan, un nuovo tessuto costosissimo fatto di seitan preparato da enormi donne peruviane che hanno però mani piccole e delicate allenate appositamente per questo. Difficile rfiutare eh?

– Senta, io vorrei solo un panino senza glutine.

– Ah. Beh. Ecco. Questo non è possibile. Sa, la contaminazione. Poi comunque non è proprio facile facile, trovare le materie prime. Sa, farina di riso. Maizena. Lievito senza glutine. Poi dipende da che grado di celiachia ha, quanto glutine può assumere prima di sentirsi male. Ci diventa tutto troppo complicato, ecco.

– Ma, mi scusi eh, e tutte le camere senza pressione, la NASA, i Monti Tiburtini?

– Beh ma questi sono i nostri fornitori. È il mercato. Dove c’è domanda, c’è offerta.

– A me viene solo un’unica, grande domanda. Ma voi che aprite ‘sti posti ci fate, o ci siete?

– Ci facciamo.

– Almeno lei è onesto.

– E trasparente!

– Scusi?

– Niente. Cose mie.

Ingrati Nati

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Noi parliamo male delle istituzioni cittadini, ma lo schifo di persone che siamo ce lo dimentichiamo sempre.
Se cresci in un ambiente tossico, infestato da pregiudizi e paletti mentali, il tuo essere si riflette su una città che non può fare altro che subire.
Quando vieni su nella periferia e non sei in grado di staccarti da tutti quei concetti malati che solitamente la affossano (razzismo, prepotenza, paura del nuovo e attaccamento al conosciuto) rischi di diventare una persona brutta.
Molto peggio dello “straniero che ti ruba il lavoro”, ma tu non lo sai. Perché per te è così e non ti porrai mai il problema di capire cosa potresti fare tu, per evitare che quell’ambitissima posizione da lavapiatti ti venga soffiata dal primo bangla che passa.
Siamo una città di presuntuosi ignoranti, che pretendono tutto senza darti nulla. Una città che chiude locali senza dargli la possibilità di contraddittorio, che ai tavoli di discussione si veste bene e parla meglio, ma appena si chiude la porta prende il coltello e te lo piazza tra le scapole.
Ci sconvolgiamo ‘sti giorni per il Rialto come per il Teatro dell’Orologio, sigillati di notte come i ladri, al riparo dal buio e da una ben più corposa protesta cittadina.
Ma finché non arriviamo a capire che il problema è la nostra malata quotidianità, il nostro essere perennemente irritati dal vicino, costantemente invidiosi del collega in ufficio, i lucchetti finiremo per metterceli noi da soli, fuori dalla porta, per rimanere nella nostra bolla di finta sicurezza, di falsa speranza che fuori il mondo migliori mentre noi litighiamo per un semaforo bruciato, o un torto di anni prima.
Non ci parliamo più, ma ci strilliamo contro le peggio maledizioni sperando di rimanere noi, da soli in una città che di persone sole ne conta milioni. Siamo già isolati nonostante le gomitate sui marciapiedi e le porte dei bus ostruite dall’incapacità di dislocarsi sul mezzo. Facciamo aperitivi sperando finiscano il prima possibile, passiamo serata con la voglia di rientrare a casa.
Siamo sommersi di input, curiamo l’outfit e siamo tutti freelance, ma poi al volante, sui mezzi, a piedi torniamo ad essere un popolino, un massa di persone che non si possono vedere tra loro ma che sono costrette a confrontarsi i musi lunghi e le imprecazioni.
Chiudiamo porte e non teniamo aperti i portoni al prossimo.
Sorridiamo per anni a chi ci ha dato una mano, impazienti ti tagliargliela per poi schiaffeggiarglielo per un saluto non dato, o una frase non capita.
Siamo cattivi porca puttana, e io quando sento e vedo certe cose sento un crack nel cuore che per un attimo, un attimo fin troppo lungo, mi fa perdere tutta la fiducia nel mondo e in chi lo abita.
Per fortuna mi sono creato la bellezza intorno, è arrivata e si è fatta scudo intorno a me. Certo, ogni tanto s’apre una crepa e il buio di ‘sto mondo filtra.
Ma la maggior parte delle volte riesco a metterci una pezza, come adesso, che con ‘sto testo voglio pulirmi le orecchie di cose brutte e tappare ‘sta crepa che gente troppo stronza e troppo ingrata ha provato ad aprire.
Una bellezza vi seppellirà, stronzi.

Berlino

foto di Lei.

foto di Lei.

Berlino è nelle bottiglie stipate nelle buste del Kaiser’s, in mano ai senzatetto che ti sorridono gentili quando gli porgi una Berliner appena finita.

Berlino è in quella pozza perenne sotto al cartello «You are now entering» del checkpoint Charlie, che nessuno la nota ma fa u gran bell’effetto specchio per una foto al segnale.

Berlino è nella striscia di mattonelle che segna il passaggio del muro, e che quando ci fai caso non puoi non pensare al fatto che ti puoi permettere di fare «Alba! Tramonto!» come Homer da Ovest a Est, mentre nemmeno 30 anni fa ti sparavano sulla schiena.

Berlino è nel parquet scricchiolante degli appartamenti, coi pavimenti storti e le tazze del cesso col rialzo, così che tu possa vedere la tua cacca ancora calda.

Berlino è nell’odore quasi perenne di Turchia, fatto di felafel fritti al momento e kebab in scatola mai così buoni.

Berlino è nella torre della TV, che ancora più della Tour Eiffel ti ricorda dove sei, dove puoi andare, ma soprattutto da dove vieni.

Berlino è nella maniacale simmetria di Karl-Mark-Straße, un continuo specchio che non accetta difetti o imperfezioni, un tunnel architettonico dove la fine sembra non arrivare mai.

Berlino è nelle scritte sui muri, negli adesivi strappati, nell’onnipresente flyer del museo dei Ramones, nelle transenne di plastica bianca dei baustelle e nelle gru che incrociano le punte e fanno il cielo a quadri.

Berlino è nei caffè lunghi dei chioschetti, con le vetrine colme di fette di torta piene di glassa e brezel grossi come vinili.

Berlino è nei palazzi signorili abbandonati e riqualificati da decine di ragazzi che ci organizzano i concerti punk zozzi e puzzolenti, dove ti ritrovi a pogare sulle note di «Territorial Pissing» con due lesbiche piene di rasta e sudore.

Berlino è ovunque a Berlino, e in nessuna parte.

Berlino è mondo, e nel mondo ci si trova sempre bene.

“Il Suono del Mondo a Memoria”

Dovrei fare due premesse, prima di scrivere di Giacomo Bevilacqua e del suo «Il Suono del Mondo a Memoria» (che per me, tra l’altro, è uno dei titoli più belli che si possa dare ad un libro/film/album).

Ma visto che io, quando parlo di qualcosa che penso non mi competa, faccio sempre premesse per mettere le mani avanti, a questo giro le metto alla fine.
Delle postmesse.
Potete decidere se continuare ignorandole fino all’ultimo, o se scendere prima giù in fondo e leggerle, per poi iniziare il pezzo.
Ricordatevi solo di tornare qui su, che sennò lo leggete al contrario e non ci capite niente.

Ma dicevamo.

via wired

via wired

Ho ordinato la variant (numero 1230) non appena il sito di Feltrinelli me lo ha permesso.
Ed ho aspettato con tanta ansia. Che è aumentata, perché c’ho una fortuna con le spedizioni io che il giorno che devono mandarmi il bancomat nuovo, il tempo che mi arriva e lo avremo già tutti impiantato sotto pelle da mesi.
Finalmente ieri l’omino rosso di Bartolini è arrivato ed io ero molto contento.
Ho aperto il cartone e mi è arrivata la zaffata buona di carta fresca, ed ero molto contento.
Poi ho aspettato che finisse il mio turno in ufficio, mi sono precipitato in metro e dopo essermi piazzato in fondo, in piedi, spalle alla coda del vagone, e ho aperto «Il Suono del Mondo a Memoria», opera (grossa) prima di Giacomo Bevilacqua che tutti conosciamo per quel frugoletto tutto matto di Panda a cui piacciono un sacco di cose.
Ma Giacomo è stato tanto altro e con questo libro è diventato tantissimo altro ancora.

La storia (senza spoiler) è quella di Sam, un ragazzo che vola a New York per riprendersi dopo una storia finita male. È fotografo, lavora per una rivista fondata con un amico anni prima e che ora ha un ottimo seguito.
Sam decide di unire il viaggio personale a quello lavorativo, documentando la sua vita di tutti i giorni usando la reflex e seguendo una regola generale che diventa presto una sfida: non parlare mai con nessuno, per tutto il tempo della sua permanenza nella Grande Mela.
Una sfida enorme con se stesso, che Sam affronta non senza qualche problema fino a.
Già. Fino a.

via keison

via keison

Perché non è semplice parlare di questo libro senza rivelare troppo. Come lo stesso Giacomo ha detto in più interviste, va sicuramente letto due volte, se non tre e così via.
Vuoi perché è davvero una bella opera, ed anche perché l’autore ci ha infilato dentro tante chicche ed un finale a sorprese -sì, plurale- che vi farà sicuramente dire «ooooook! ora lo ricomincio subito».

Conoscendo già parecchie cose fatte da Giacomo, questa mi ha sorpreso particolarmente per la cura nella scrittura e nei disegni.
I testi non sono mai banali e la storia è tutto tranne che scontata, un graduale salire di atto in atto fino alle pagine finali che ti danno un paio di cazzottoni ben assestati. È una storia d’amore ma anche di lotta con(tro) se stessi, di impegno e di difetti, di migliorarsi e riuscire, almeno per un momento, a sentire il suono del mondo.
I disegni sono qualcosa di magico, davvero. Io, che a NYC non ci son mai stato, me la immagino proprio così, d’inverno. I colori e la luce che ha riportato su carta sono il risultato di un’attenzione al dettaglio quasi maniacale: molte tavole offrono scorci più o meno conosciuti grazie alle miriadi di immagini che abbiamo sempre visto di New York, ma Giacomo riesce a distinguersi da qualunque altro tipo di media su cui le abbiamo viste. L’arancione delle foglie ed il sole che ne accentua la luminosità, il blu ed il grigio del cielo dietro ai palazzi, il rosso dei momenti più intensi del protagonista.

Quello che mi ha colpito di più, però, è il fatto che leggerlo mi ha fatto fare cose che di solito non faccio, quando sfoglio un testo.
Tipo:

– farmi mancare il panorama sul ponte dove passa la metro, tra Flaminio e Lepanto. Vi assicuro che ogni giorno, che io sia sul cellulare a perdere tempo o a leggere un libro, io alzo lo sguardo e mi godo uno dei due lati. Ieri niente, talmente immerso nel libro di Giacomo che ho addirittura mancato la mia fermata, ed ho deciso di proseguire fino alla coincidenza successiva;

– farmi dire «MA NO DAI!» di sorpresa e stupore in più di un momento, facendomi passare per scemo davanti a tutti i passeggeri;

– farmi dire «NO!» quando pensavo fosse finito e invece mancavano altre pagine per poi farmi dire di nuovo «NO!» quando è finito sul serio.

Per chiudere, io vi consiglio di prenderlo senza nemmeno pensarci. Perché è un’opera universale, che si farà amare da tutti quelli che sanno leggere una bella storia. Perché ok, la storia la scrive lo scrittore, ma le sfumature le coglie chi legge.
E Giacomo Bevilacqua è stato bravo, bravissimo ad aprire e chiudere una storia intelligente con una mano, ed una testa, che è difficile trovare in giro e che riesce a carezzare ogni tipo di carattere e di gusto, spiccando per sensibilità e leggerezza.

Postmessa #1

Non sono bravo, io, a scrivere recensioni. Però ci sono cose che mi piacciono così tanto che non posso tenere per me, ché vanno condivise con più gente possibile. E questo è il mio unico mezzo per dimostrarvi, e ricordarmi, che al mondo di cose belle ce ne sono un sacco.

Postmessa #2

Io a Giacomo lo conosco da un sacco. Ma non della serie che ci sentiamo tutti i giorni (tant’è che ieri, per congratularmi con lui, mi son fatto ridare il numero da un amico in comune). Però m’è rimasto dentro fin dalla prima, perché mi ha fatto conoscere i Griffin e perché mi ha fatto conoscere un modo di far ridere che ignoravo. Ho capito che c’è differenza, insomma, tra un buffone di corte ed un comico intelligente.
Lui è il primo.
(però vi assicuro che se anche non lo conoscessi, dopo questa bellezza vorrei conoscerlo, ecco)

Analisi di un Delirio

Grazie a Enrico Cicchetti per la foto.

​”Dopo giornate di fila di dibattiti sul nulla, ma che pagliuzza e che trave? Qui è un acaro contro un autotreno!”

E qui parte il primo EH?

“Eppure non sono soddisfatto… l’inconsistenza assoluta delle stupidaggini che vengono discusse da trombatissimi pantaloni, appena tornati da ferie guadagnate ossequiando questo e quello, mette a pensare…”

Parla quello che si fa le vacanze nella sua villa abusiva a dieci metri dal mare, dopo che tutto l’anno c’è chi lavora al posto suo urlando, incolpando e prendendo per il culo milioni di persone.

“Mentre stiamo spiegando quello che sarebbe immaginariamente successo e tentando di portarlo sul piano della realtà io non so… mi sfugge l’audience di questo nulla.”

Siamo tutti audience, caro Beppe.

Perché questo è lo stesso nulla con cui hai creato un mostro giustizialista, arrogante e fascista. Hai fondato un partito dal nulla, alimentato ad odio e disinformazione. Adesso la gogna tocca a voi, solo che di qua hai gente che si informa e che non si accontenta di un “EH VA BEH MA ALLORA TUTTI GLI ALTRI?”

“Straparlano come nelle puntate di Vespa con i plastici? Tutta quella meticolosa stupidità, tutto quel feticismo dei dettagli minuto per minuto, che cerca alibi a tutti i costi, impedisce la visione d’insieme e distrae dalla verità dei fatti.”

Oh, quasi pare una lettera di confessione.

Perché straparla di cose ormai insite nel movimento da tempo: lo spulciare casa degli altri, il fare i conti in tasca alla gente, sbattere nelle homepage dei suoi siti satellite le facce di giornalisti e politici stile fascio è nel DNA di quella massa di capre che ti vengono dietro.

“È come pretendere di voler capire un quadro impressionista o puntinista da un centimetro di distanza: la figura non la vedremo mai. La donna nel campo di papaveri non la troveremo mai!”

Qui probabilmente, di fronte a parole come impressionista, puntista o quadro, gli elettori di Grillo si sono persi.

Ed hanno provato sicuramente a cliccare su donna nel campo di papaveri per vedere se era una di quelle cose che di solito i giornali non ti dicono.

“Ebbene io alibi per voi non ne cerco cari cittadini! Non ce ne è bisogno, anzi, spero capiate la differenza fra spiegare fatti e costruire alibi…”

Anche qui: mi pare che chi spiega i fatti è la gente normale che non si è mai fidata di te e dei bambini dell’asilo che ti porti dietro, mentre chi si crea alibi è gente come la Raggi che per giustificare la sua totale incompetenza da ancora colpa ai poteri forti.

Questa lettera diventa sempre più un’ammissione di colpa.

“Ma esiste una audience di queste illazioni trasformate in bufere, uragani e trombe d’aria? Davvero ci sono delle persone libere che perdono la giornata nel gossip-mannaro di questi «signori»?”

Sì mio caro. Si chiamano italiani sopra la media. Di solito, chi gode del gossip e lo ripete a pappagallo è l’esercito di ignoranti e boccaloni che non sanno fare altro che copiare frasi fatte come risposta alle critiche.

“C’è chi ribadisce che io sono un criminale per un reato colposo: mi fa male, mi ferisce sempre, tutte le volte. Ma interessa il mio incidente stradale di anni fa? Interessano finte ricostruzioni di discussioni fra me e Di Battista e fra lui e Raggi ecc. ecc.?”

Cucciolo.

Ci rimane male quando gli ricordano di aver ammazzato una persona.

E quando dice a proposito della Muraro indagata che si aspettava di più, tipo cinque chili di coca nella macchina, allora dovrebbe preoccuparsi di più della figlia, a cui nevicò in macchina ma nessuno ne parla!!!1!1!!1!!1!

“Di Maio sapeva… ma cosa???”

Sapeva che la Muraro era indagata così come lo sapeva di Pizzarotti. Solo che per il sindaco di Parma la ghigliottina è scesa subito, mentre per Roma non ha capito la mail e comunque anche se fosse si aspettano le carte.

E se sei webmaster, quella è la base.

Considerando che sul CV ha anche steward al San Paolo, se uno fosse entrato al grido di “Allahu Akbar” quando era lui in servizio, magari gli avrebbe indicato il punto di ristoro più vicino.

“Allora mi è venuto un sospetto: molta gente vuole la perfezione. In Italia, in Europa, nel mondo vogliono la perfezione. In fondo, se qualcuno sta li a vedere i dibattiti su di noi senza parlare della paura che hanno di noi i corrotti e gli inciucioni però discutono solo di imperfezioni nostre….”

No Grillo mio.

Non vogliamo la perfezione.

Anche le più grandi democrazie del mondo, di quelle che vedi i discorsi dei capi di stato e ti emozioni, hanno i loro difetti.

Qui cerchiamo solo gente che sia on grado di rimboccarsi le maniche e fare qualcosa di utile.

Se passate tre mesi a litigare sulle nomine, a tirarvi gli stracci ed a sbraitare sul resto del mondo, io non solo mi siedo a godermi lo spettacolo mangiando popcorn, ma vi tiro pure due noccioline, scimmie da circo che non siete altro.

“perché questi spettacoli tristi hanno audience…. cosa ci sta chiedendo la gente (almeno quella che non cambia canale guardando queste imbecillità)? Temo la perfezione… Perché temo la perfezione? Semplice… è una proprietà che può essere soltanto inventata o sognata. La perfezione capita per alcuni istanti, non di più, se la chiedi significa che vuoi la dittatura.”

“Fantocci, ma lei è un poeta!”

*scatarro*

Uno che scambia dittatura per perfezione ha grossi, grossissimi problemi mentali.

“È una forma di nuovo benpensantismo autoassolutorio: «Non stiamo lasciando ai figli un mondo di merda, infatti è un mondo che solo persone perfette possono correggere… è l’Italia bellezze», dicono guardando figli buttati in una società che hanno lasciato svuotare di morale e beni, di senso e di virtù.”

Parla uno che è andato in giro a fare spettacoli facendo mangiare grilli secchi come fossero ostie, facendosi pure pagare l’ingresso.

“«Ti lascio in un mondo di cui è impossibile essere orgogliosi, in cui è impossibile trovare un senso… infatti neppure quei perfettoni dei grillini ce lo trovano, anzi lo vedi? Anche loro sono così… come gli altri».

Primo, io sono orgoglioso del mio mondo e di quello che dentro riesco a costruirci, anche e soprattutto insieme agli altri.

Secondo, non sono stato io a fiondarmi nella mischia dicendo a tutti che ero diverso da quelli prima. Se ti proponi come alternativa, e poi fai lo schifo per due nomine allora sì, è vero.

Non siete come gli altri, siete peggio.

“Ebbene io a questa gente dico: state tradendo la fiducia dei vostri figli, perché avete una morale migliore per noi? Cosa vi rende abili nel giudicarci?”

E a te come a tutti quelli come te, chi ha dato il diritto di giudicare e sentenziare su tutto il resto del mondo, riuscendo così ad emergere dalla fogna di silenzio ed incapacità in cui eravate nascosti?
“Ripeto, c’è solo una spiegazione: camuffati da tetri pantaloni ci sono dei frustrati che cercano l’uomo forte!”

MADDAI?

Ma dici gente che fino ad ora se ne è sbattuta il cazzo della situazione italiana, politica e sociale ed altro non aspettava che qualcuno gli dicesse “ehi tu! Sì proprio tu che ad oggi il massimo che hai fatto per la tua città è stato andare a piazza Navona alla Befana! tu che di lavoro fai il disoccupato perché non ti prenderebbero nemmeno a spalare merda nelle stalle! che ne pensi di fare il politico?”

Questo tipo di gente dici?

“questo è il senso estremo del benpensantismo di oggi… qualcosa che, nella mia mente, non trova perdono e giustificazioni, solo nauseato fastidio. In questo caso mi dispiace tanto, ma il movimento avrebbe solo ritardato l’arrivo di nazisti, fascisti e leghisti! Ma ritardare una involuzione senza cambiare nulla nel frattempo non serve!”

L’ultima frase è così delitmrante2che meriterebbe un post a parte.

A me invece sale il vomito a sentire che senza di loro la marmaglia nera e verde sarebbe scesa nelle città per metterle a ferro e fuoco. E invece è solo arrivata una marmaglia incolore, sul grigio spento, che le teste di cazzo non hanno colore.

“Se potessi farei io un referendum: volete una dittatura? Sì o No. E se la volete chi volete a comandare? Perché non la Merkel o direttamente la Lagarde?”

No. Basti tu.

“Se non siamo neppure capaci di affrontare insieme uno scrollare fra i tanti che i peggiori romani stanno rivolgendo alla Raggi”

EEEEEEEH?

“allora mi scuso, e se fosse possibile vi restituirei i voti. Ma non si può: le cose devono fare il loro corso e noi non ci arrendiamo!”

Ma io non voglio proprio nulla che sia tuo.

Bastano le dimissioni della Raggi e delle scuse vere. E poi tornate tutti a scuola.

“Anche imperfetti siamo forti della nostra umanità, della nostra determinazione e non regaleremo ai pavidi, agli ignavi, un uomo forte acchiappato di sponda proprio attraverso di noi!”

Se non era chiaro fino ad ora: se sei contro il movimento, sei un cacasotto. Solo loro son forti e coraggiosi, pronti a salire al potere per spazzare via l’ignavia e la pigrizia e i deboli.

“Solo i dittatori e i loro portapalle credono all’umano perfetto: non è roba per noi.”

Però se sei pavido sei una merda.

“E neppure questo nuovo di essere benpensanti ci interessa! Votate Verdini, votate il Pd, votate chi vi tiene due piccole paure vostre, non dei vostri figli, lontane… Votate per il nulla, ma scegliete!”

Quale miglior chiusura se non la chiusura stessa?

Noi siamo questi, dice, ed oltre a noi c’è quello che avete sempre fatto nella vostra vita spaventata e senza palle.

La terza via non c’è. 

Grillo minaccia il suo elettorato e tutti quelli fuori.

Grillo contro tutti.

Grillo contro se stesso.


A margine:


– la lettera non è pubblicata sul blog macinasoldi. La lettera è stata inviata e pubblicata sul Corriere. Uno di quei giornali che se rema contro, è gestito da Satana insieme al PD, ma che qui è utilissimo per far arrivare il messaggio a chiunque;


– tranne una volta, nominando la Raggi, non si accenna minimamente ai problemi di Roma ed alle cassate fatte in tre mesi. Solo che sono imperfetti.

No cari miei.

II siete pericolosi e dannosi.

Peggio di in perfetto dittatore. 

L’Internet è un Post(o) Meraviglioso

Succede che è Venerdì, che sono stanco e che voglio solo mangiarmi ‘sto cinese da asporto davanti a Netflix, prima di morire sul letto e domani partire per un weekend fuori alla volta della mia Lei bella.

Succede che durante la serata apro la chat di Facebook che è illuminata, e mi accorgo che ho una richiesta, di messaggio. Il pozzo nero dello spam.

Magari, fosse stato spam.
Perché mi appare questo.

Profilo

La mia prima richiesta privata di rimozione del contenuto.
Contenuto che, cliccando, non mi appare. E visto che in questi giorni il fronte “provoca un grillino” è stato calduccio, onestamente non ricordo sotto quale post fosse. Ricordo però che era in risposta ad un commento di un tipo che riteneva il blog di Peppe unico vero strumento di informazione, il solo luogo dove poter essere sicuri di leggere cose certe e non contestabili.

Va beh.

Il problema poi, lo dico sempre, sono io, perché mi prende il matto, gli rispondo provocandolo e dopo un paio di scambi assurdi, pubblico un paio di screen senza oscurare il nome.
Ma andiamo con ordine.

La mia risposta.

La mia risposta.

Provo con l’ironia, dopo essermi fatto un veloce giro sul suo profilo, denso di profonde verità come il fatto che anche chi va in palestra ha un cuore, e che De Vito ha tagliato le auto blu.

Profilo3

Cominciamo a tastare il terreno. È Venerdì e si sta annoiando. Alla fine anche io, che preferisco rispondergli piuttosto che finire il documentario su Allen Iverson.
Ma come si fa a resistere quando uno sconosciuto con l’ascella esposta, ti butta lì che ha un vizio?

Profilo4

Siccome sono uno molto insicuro ma soprattutto perché c’è quella cosa che si chiama Google, ammetto di essere andato a cercare conferma che si dicesse propagandistiche. E infatti.
Propagandiste invece mi torna con risultati in francese, ed anche quel reform, buttato lì, mi va pensare ad origini d’oltralpe, e non ad un Parkinson o ad una più probabile ignoranza nella vita.
Ma non è questo il punto.
Purtroppo.

Profilo5

Provo a buttarla sull’ironia, perché se mi spari una bomba del genere o impazzisco, esco di casa e violento il primo piccione al grido di “UCCELLO DENTRO UCCELLO!”, oppure ti rispondo con ironia. Sicuramente con lacune storiche o paragoni che non coincidono, ma penso di riuscire a dare l’idea anche se spero non capisca nulla.
Ma devo ricredermi.

Profilo6

Alla sua risposta lì per lì non quello che non fa Peppe. Chiedo, mi questiono, rifletto.
L’amico mi rassicura, si oppone ai nazisti dell’Ungheria, mi ricorda giustamente che la satira va fatta contro il potere, dimenticando però che il suo amato non partito al potere ci sta, e pure da un po’. E pare pure piacergli parecchio, ora che non sono logorati dalla sua mancanza (cit.).
E poi finalmente la speranza, il se non era.

Profilo7
Profilo8

Allora, qui le cose si fanno interessanti.
Non ho competenze in materia, non mi sono trovato così spesso in queste situazioni (forse una volta durante il periodo Marino), fatto sta che il dubbio di aver fatto una cazzata mi viene eccome.
Non sono pratico di ‘ste cose, ho agito istintivamente e so che di solito questo comportamento chiama cazzi.
Decido quindi di oscurare il post dal mio diario, ma continuare a scrivere.

Profilo9

E mentre il post è bello che nascosto, una lacrima mi scende per la sua bontà e per non fare qualcosa che difficilmente porterà a qualcosa di utile se non ridere in faccia a ‘sti tipo.
Che comincia ad innervosirmi quando segnala il post che ormai è bello che nascosto. Solo che lui, non conoscendo le basi dell’Internet, ha sicuramente aperto il mio post su una pagina fissa. Poco più avanti, scopriamo che (maddai?) è proprio così.
Prima però mi viene un dubbio.

Profilo10

Parte una cosa della serie “tu non sai chi sono io” che purtroppo si perde nell’etere.
Espongo il mio dubbio, che viene chiarito con una risposta che incasso con malcelata rassegnazione.

Profilo11

Blatera ancora del post, e qui trovo conferma dell’analfabetismo digitale, oltre a quello funzionale, che sono il mix perfetto per creare gente come i grillini, o arruolare gente nell’ISIS.
Nel mezzo, tento una prima volta di di capire se ora posso oscurare il tutto e pubblicare.
Così, perché mi annoio.

Profilo12

Luce verde.
Mentre comincio l’opera di linee rosse con Paint, capisco che vuole chiedermi qualcosa ed onestamente, ancora, per l’ennesima volta, penso possa esserci del buono nella gente.
Mi sbaglio.
La butto sugli uomini che amano altri uomini.
Tanto, ormai.

Profilo13

Provando a metterla sul piano del paragone statistico (è oggettivamente più semplice vedere una scena di petting gay che una persona all’atto del voto), butto giù quel termine, omoerotiche, che nemmeno mi premuro di controllare perché so benissimo esistere.
Ed è normale che in un paese come il nostro, saturo di oppressione cattolica e con noi cresciuti quando ancora la battuta sui gay non era mai greve, leggendo quel termine possa comparirti in testa una scimmia che sogghigna dicendo “ih ih ih! omoerotiche! non so cosa voglia dire, ma di sicuro gli piace il cazzo!”.
Magari non proprio normale eh, però ok ti viene in mente ma che fai?
Ampli anche questo “concetto”?
A quanto pare, sì.

Profilo14

Perdo un secondo la pazienza.
Primo perché sei realmente, una cazzo di capra. Ti manca proprio la connessione logica, il dubbio che a me fa controllare propagandistiche mentre tu, sicuro della tua presunta prestanza mentale, vai sparato contro un muro.
E poi m’incazzo perché eccola lì, la battuta scontata che nasce dall’ignoranza, dall’arroganza di sapere.

Profilo15

E nemmeno ti interessa, di sapere, di provare ad approfondire, perché rideresti come un bambino nato dall’unione di due cugini di primo grado, al verbo approfondire.
Anzi, ti vanti pure di avere un seguito di capre, nemmeno fossi un pastore tedesco.

Profilo16

Capite che sforzo?
Io sono un pervertito perché nella mia vita mi è capitato di leggere un qualcosa che contenesse quella parola.
Scandalo! Perversione! Ovvove!

Profilo17

Niente.
È tutto inutile.
Quelle maiuscole altalenanti, quell’assenza di virgole e quell’abbondanza di apostrofi.
Non ce la faccio.
Chiudo così, e lo blocco.

La mia serata continua con The Answer e la sua vita travagliatissima, finisce con io che torno su FB e mi trovo delle notifiche di amici al post nascosto.
Questo mi destabilizza. Ed allo stesso tempo mi si apre dinnanzi l’immagine di una prateria, che raffigura la vastità del cazzo che me ne frega di capire come sia successo.
Partono un paio di commenti, pubblico qualche screen ormai censurato, quando Francesca mi segnala che lui mica l’ha oscurato, il mio nome.

Chiedo scusa.

COSA?

Lo sblocco, vado a vedere e, BAM.

Genio

Facciamo tutti un grande “CIAO” ad Eugenio Ciolli, la cui aristocrazia gli impedisce di perdere quelle due ore a scrivere correttamente, la cui cultura lo solleva dal non approfondire (“ih ih ih “) le motivazioni che lo portano a gridare ai nazisti franco-ungheresi, la cui coerenza non lo frena dal minacciare denuncia, per poi passare dalla parte del denunciato.

Lo dico sempre: l’Internet è un post(o) meraviglioso.