Lisbona – Parte Ottava – Fernando

“Sai quando te rode er culo?
Ti svegli la mattina e te rode er culo.
Oh, succede eh. Non è mica un crimine. Lo è un po’ nei confronti di sé stessi, ma alla fine uno come se incazza se scazza.
E ieri mattina io così mi son svegliato, che me rodeva er culo. Mi sono alzato e me rodeva, ho bevuto il caffè e me rodeva, ho fatto la cacca e me rodeva (doppio problema in quel caso), mi son fatto una canna e mi son vestito e sono uscito e niente. Me rodeva.
Di quelle cose che mi son buttato in mezzo a Feira da Ladra e il sole e la mascherina e non avere soldi per comprarsi manco una bambola di pezza per fare il voodoo mi ha fatto rodere ancora di più.
Allora ho tirato dritto in mezzo al mercato, son sbucato su a Graça e mi son buttato a Nossa Señora. Lo conosci, il miradouro di Nossa Señora do Monte? Si chiama così perché in cima c’è la madonna, dentro un teca, che protegge la città dall’alto. Ed è molto alto eh, roba che quando arrivi su vedi Messner che ti da una pacca sulla spalla con le sue dita tutte mozzate, tiri una botta di bombola d’ossigeno e svieni per un quarto d’ora abbondante prima di rialzarti e poterti godere uno dei panorami più grossi della città.
Ieri mattina però, in mezzo alle poche persone sedute sulle panchine, non c’eravamo solo io e la madonna.
C’era anche Fernando.

Appena arrivato, mi sono seduto su una panchina e questo signore col cappello di paglia, la maglietta arancione con lo stemma di Graça e i pantaloni di lino nero con attaccati stracci e straccetti mi si avvicina, scopa in mano e sorriso in faccia. Mi consiglia di spostarmi da quella panchina, che ancora deve pulirla. Perché a quanto pare ‘sto signore un po’ particolare sta lì e si mette a pulire il piazzale del miradouro.
È gentile, mi indica una panchina appena pulita dopo avermi offerto di farmi sedere su quella dove tiene la sua “attrezzatura”: uno zaino pieno di cianfrusaglie, due contenitori spray per pulizie vuoti, e tanti mazzetti di fiori ed erbe messi a seccare uno in fila all’altro.
Io mi siedo, lui continua a pulire e a cercare di fare conversazione un po’ con tutti, riuscendoci raramente. Da oltre le cuffie che cantano Willie Peyote lo sento parlare di continuo, ma non sembra né petulante né agrressivo, nel suo voler chiacchierare. Ci prova, e se non ci riesce gli va bene così.
Mi giro una sigaretta, mi alzo e mi avvicino alla ringhiera che da su quella parte lì, quella che mi ero ripromesso di non andare a scrutare. E proprio mentre son lì, con gli occhi sotto le lenti scure che si muvono feroci in mezzo alle finestre, mi sento toccare una spalla. Mi giro tirandomi giù una cuffia, e mi trovo il signore davanti che con un sorriso oltre la sincerità mi guarda e chiede:

– Sei un po’ triste?

Cazzo.
Beh, triste. Me rode, vorrei rispondergli.
Ma col mio portoghese stentato gli dico che sì, un po’ triste lo sono, perché cazzo è vero, sono tanto triste. Mi chiede se voglio parlare un po’, gli spiego che parlare portoghese ancora non è proprio il mio forte e che comunque non saprei che dire, oggi, adesso.

– Beh, se vuoi un po’ di compagnia, parlo io mentre mi dai una mano a pulire! Piacere, Fernando!

Ma sai che c’è?
Ma sì Fernà, dai.

L’ora successiva è stato esattamente quello di cui avevo bisogno quando pensavo di non potermelo permettere: una distrazione.

Fernando alla fine non mi ha fatto raccogliere manco una cartaccia, ma dopo essersi fatto offrire una sigaretta (senza fretta, senza scroccarti l’anima come spesso accade qui), comincia a fumare e raccontarmi del posto, della sua missione di pulire per far godere chi ci si ferma un po’. Per lui è inconcepibile che le coppie vengano qui a pomiciare, e per terra ci sia lo schifo.
Fernando rimedia quel che può: non è un barbone, non ha grossi problemi, da quello che capisco ha anche una piccola casa fuori città. Fernando mi fa capire che ha avuto un sacco di problemi (picchiato dalla polizia, derubato per strada, a fianco di un amico in ospedale dopo un brutto incidente), però allo stesso tempo è stato anche aiutato. E per questo la sua missione pare sia portare un po’ di bello in quell’angolo di città, restituire un minimo di bellezza scoprendola da sotto il marcio di tutti i giorni.
Mi invita a pranzo (“il mio amico pakistano fa un pollo al curry meraviglioso!), mi spiega i simboli intorno alla teca dove sta la madonna, mi dice che il vialetto che parte dalla chiesa e termina alla statua perché la madonna è uscita apposta per proteggere Lisbona. Mi dice pure che, ai tempi dell’inquisizione, da quel punto altissimo ci lanciavano le persone con la catapulta.

E in tutto questo, Fernando sorride. Apre gli occhietti e li illumina ogni volta che dice

– Claro!

quando sgrano gli occhi a ogni suo aneddoto.
Sta un po’ in fissa con la religione eh, ma va bene: non prova a convertirmi, non tenta di convincermi a dare il mio cuore a Gesù, ma ha una fede fortissima che lo fa assomigliare a uno di quei monaci scalzi e poveri che sorridono nonostante non mangino da giorni.
Mi ripete le cose quando non capisco, ogni tanto parla in italiano, ma mentre sono lì per un secondo penso che le parole siano davvero inutili a volte: il suono della sua voce, le interruzioni, i suoi “Claro!”, il suo prendermi per un braccio per farmi vedere un angolo nascosto parlano mille volte meglio di un qualunque discorso.

Gli compro un mazzetto di fiori, che seleziona con cura tra quelli a disposizione facendomeli annusare uno per uno: ha quello alla menta, alla salvia, e alla fine opta per uno con un po’ di tutto.

Mi ripete del pranzo, ma porca zozza io proprio oggi ho da fare e quindi non posso Fernà, davvero.
Ma per lui va benissimo così, non cè problema perché è sicuro che tanto ci reincotreremo e avremo più tempo. Sorride, mi porge la mano e io d’istinto me lo prendo e me lo abbraccio, a Fernando, e lui abbraccia me.

Mi giro e mi riprometto di non piangere, ché questa cosa chiama proprio strappo di capelli e pugni sul petto.
Una di quelle cose che vorresti gridare a tutti perché tutti ti vedrebbero felice, distratto, come quando scrivi un bel pezzo, o esci con una bella ragazza.
Respiro forte e penso che sì Fernando mio, me rodeva ed ero triste, ma me ne vado con il cuore leggermente ricucito. Giusto un punto messo al volo eh, che non è che fermi l’emorragia o il dolore, ma di sicuro mi fa capire che tutti potrebbero mettere due punti, se solo fossero brave persone come te.”

Previously on Lost

“Svegliarsi così non è proprio il massimo.
Ricordi che ti avevo detto che ho ripreso a sognare?
Ecco, stanotte, dopo essere tornato martoriato da una giornata di lavoro, sono crollato e ho fatto un sogno di merda.
Ero in un locale,  l’unico seduto in mezzo a tutta gente in piedi. Musica alta, luci sul giallo, spalle di tutti addosso. Il tipo mi si avvicina e comincia a dire cose tipo

– Ah ma sei tu? Sei tu, giusto? Ehi tesoro, ehi! Vieni qui, guarda chi c’è!

E lo dice quasi ridendo, a prendermi per il culo.
Lei appare da dietro le mi spalle, i capelli le coprono il volto tipo Cugino Itt della Famiglia Adams. Forse aveva anche degli occhiali, proprio come lui. Insomma lei arriva e mi passa davanti defilata, senza girarsi a guardarmi, con lui che guardandomi e ridendo le mette una mano sulla spalla per accompagnarla via da me.

Ora, se vado da uno bravo, che potrebbe dirimi di ‘sto sogno?

Bah, non voglio manco pensarci.
Mi son svegliato allo stesso modo di come mi sono addormentato: stanco, col bruciore di stomaco e la voglia di essere ovunque tranne che qui. A casa eh, e non per la casa in sé, ma per essere oltre delle mura, con un po’ di spazio intorno, a lasciar liberi i pensieri.

Comunque, avevo bisogno di parlare oggi.
Il cielo fuori non si fa capire, fa correre nuvole grosse come pensieri brutti ma poi ogni tanto apre, poi sputa un po’ di vento freddo che paradossalmente mi scalda il cuore.
Una ragazza carinissima si è appena affacciata alla finestra qui davanti, al piano sopra alla signora che tiene i pappagalli in una stanza. Non te l’avevo detta questa?
In pratica c’è questa signorona che ha tutto un piano di casa, e in una stanza, proprio sotto alla ragazza carinissima, ha enormi gabbie di pappagalli che però son liberi di volare in giro. Son pure grossi tra l’altro, belle bestione che girano di continuo. La signora ha anche un gatto rosso gigantesco che non credo sia ammesso nella stanza dei pappagalli, e che infatti se ne sta tutto il tempo sul tavolo a farsi il bidet.

Insomma la ragazza carina è davvero carina: mi son girato mentre era affacciata al balcone, vesita di salopette e maglietta bianca, coi capelli corti e gli occhi grandi. Abbiamo incrociato lo sguardo, che ovviamente io ho distolto subito, mai sia.

La stanza è un casino ma è uno di quei casini in cui ti trovi a tuo agio, tra calzini depressi e scarpe spaiate.  Sto seduto sul ciglio del letto, le bootarelle d’ansia mi fanno avere l’impressione di stare in macchina quando prendi quei saliscendi velocissimi, e lo stomaco rimane senza gravità per quel secondo di ansia mista a paura. È strano eh, ma accettabile. Almeno è qualcosa.

Qualcosa nel senso di fisico, di provare qualcosa, che è quello che poi spinge gli altri ad allontanarsi no? La voglia di provare qualcosa di diverso, quando eri troppo spaventato da te stesso e del tuo rimanere uguale. Son percorsi che uno fa da solo, ed è giusto, ma incolpando l’altro ci si pulisce la coscienza troppo facilmente. Si dorme bene, si esce con nuovi amici, si pensa alle mille cose da fare che prima sembravano impossibili. Ma invece di guardarsi dentro e ammettere che era una cosa che si sarebbe potuta fare anche prima, si scarica sull’altro per sentirsi meglio con sé stessi, per non farsi domande, per avere solo risposte che ci piacciono. Scavarsi dentro è una cosa difficile, sopratutto quando scavando con la pala senti il rumore di qualcosa e scopri che è la tua inadeguatezza, il tuo non saper stare al mondo che ti porta a fare cose giuste per te.

Ma va bene così: ogni uomo (donna, bambino) è un’isola e decide chi e chi non farci sbarcare sopra. Si decide autonomamente se si vuole stare disabitati, o se si vuole qualcuno a coltivarne le risorse.

Oppure, come in questo caso, per diventare un porto di mare senza soluzione di continuità, in cui basta che qualcuno sbarchi, lasci qualcosa e se ne vada di nuovo. Perché poi soli, come si dovrebbe stare, non si vuol stare mai, soprattutto se sei l’isola di Lost dove non ci si capisce un cazzo, e chi arriva se ne vuole scappare dopo due giorni.”

La Morale

CR

“Mi chiedi dove sta la morale, in tutto ciò?
Dipende che intendi, per morale.
E poi dai, la morale alla fine delle storie è una cazzata. Son lineeguida, ma uno può anche non rispettarle. Magari vai fuori binario ma non ci sarà mai nessuno a dirti

– Eh però Cappuccetto Rosso finisce così per un motivo no?

Sì, perché la madre manda una ragazzina di 10 anni nel bosco vestita di un solo trench, per farsi i chilometri per andare dalla nonna. La morale non dovrebbe essere che non devi fidarti degli sconosciuti, ma che certe persone non dovrebbero fare figli.

Quindi la morale, qui, manco so se c’è.
Che poi appunto, quale?
Perché qua non c’è manco quel tipo di morale, non c’è etica, non c’è manco proprio il rispetto del prossimo su cui uno potrebbe basare i suoi valori e costruirci qualcosa.
Qui la morale non c’è, punto.

Qui c’è solo confusione, istinto, una serie di cose che invece di fare somma diventano lista di accuse da spuntare: tu sei così, tu cosà, non possiamo fare questo o quello, dovresti fare quell’altro. Non c’è una serie di più sulla destra né un uguale alla fine. E se non sai il risultato, non puoi nemmeno capire le cifre prima.

La morale mi chiedi.
Me fai ride.

Qua c’è solo cattiveria, orgoglio, codardia.
C’è l’essere convinti di essere sopra a tutto, senza essersi mai fermati un secondo a guardarsi davvero dentro. Oppure è stato fatto e quello che si è visto ci fa schifo, perché per anni si era convinti di essere in un modo e invece, guarda un po’, sei fatta in un altro. Sei una persona mediocre che vive una vita mediocre e trasforma il suo disagio con se stessa in problemi da riversare sull’altro.

Ecco guarda, se proprio ci dev’essere la morale, facciamo sia questa:

mai, mai, mai pensare di poter salvare qualcuno.
Non siamo pompieri né infermieri, non lavoriamo sulle ONG, e non sappiamo nemmeno come salvare noi stessi. Quindi la morale, o il consiglio, chiamalo come cazzo te pare, è mai essere bastone di qualcuno che invece sa camminare benissimo.
Perché alla fine pensi di essere zoppo tu, mentre l’altro comincia a correre fortissimo.”

Una Gran Rottura

“Ma mi spieghi come sia possibile non riuscire più a comunicare con una persona così, de botto, senza senso?
Sbaglio, o c’è ancora il principio di azione – reazione nel mondo? Roba di dinamica, se il 4 in scienze alle superiori non mi tradisce. Roba che non è che sparisce così, come un pezzo di cartina a cui dai fuoco nel posacenere. Dico, se a un certo punto c’è una reazione, da qualche parte ci dev’esser stata pure l’azione no?
E allora come la mettiamo se ‘sta reazione nasce dal nulla?
Come ci poniamo di fronte al fatto che a un certo punto uno preferisce metter su la peggior faccia da cazzo che si ritrova, che anzi forse non sapeva manco di avere, e reagire così, senza un’azione precedente?
Mi spiego.

Se io ti dico che ti voglio bene, ti aspetti da me che mi comporti di conseguenza. Potrei essere duro a volte, ma la base per me rimarrà sempre il volerti bene.
Se ti dico che me stai sur cazzo, di certo non mi vieni a chiedere di andare a cena insieme.
Se ti dico, mentre sei sull’uscio intento ad andrtene e non tornare più, che magari potremmo riprovarci dopo mesi di estenuanti ricerche della formula perfetta per rimanere insieme e tu mi dici

“oh, sto con la valigia in mano, l’Uber di sotto e dopo due mesi di quarantena insieme in cui pareva che basta fine kaput adesso potrei essere un poco confuso

se poi ci rivediamo dopo, chessò, dieci giorni, pure se me può rode il culo a manetta. io proverei capire. Farei domande. Proverei a dare risposte.

Giusto?
Giusto?

E invece ti lascio lì, con le tue domande, con te che immagini ancora la scena davanti alla porta valigia / zaino / monitor di lavoro munito per trasferirti (per la quarta fottuta volta in sei mesi), ti lascio in mezzo a una strada e penso pure che sei stronzo, perché per me sei tu che non vuoi parlare quando non realizzo che, magari, le cose da dire le ho io.

Ecco, come ci rimarresti?
Considerando che sai che ti voglio bene e, almeno all’apparenza, non mi stai sul cazzo, ci rimarresti di merda no?
Beh perché io sì cazzo.
Soprattutto se insieme facciamo quasi 70 anni di cui cinque passati sulla stessa linea spazio-temporale. E funzionava eh.
Che io lo capisco che poi nascano i problemi, tipo che non ci si inizi a conmprendere più così bene come prima. Cioè posso capirlo, perché magari non c’ero mai passato ma a 35 anni le storie degli altri le hai sentite, non sei stupido e nemmeno così tanto innamorato in modo idiota da pretendere che tutto fili liscio per sempre.
I problemi però si affrontano, se uno lo vuole.
Se uno si vuole bene davvero. E non intendo reciprocamente eh, volemose bene.
Dico proprio volerti bene tu, a te stesso medesimo, perché altrimenti vuole dire che uno in quei problemi ci sguazza, che mantenere tutto in uno stato di sospensione, di incertezza, di indecisione è la pozza sporca in cui ti senti a tuo agio.
Cioè. diventa la scena del cavallo ne La Storia Infinita, solo che il cavallo non vuole essere salvato e tu comunque ci provi lo stesso, lui rimane lì, tu ti disperi, lui rimane lì.
Tu provi a incitarlo, e lui rimane lì, anche perché è un cazzo di cavallo e quindi non è che comprenda benissimo quello che dici, soprattutto se lui in quella guazza di domande, dubbi, orgoglio ci sta bene.
Ecco, a una certa ti ritrovi a stare con un cavallo, si potrebbe dire. Tu sarai pure capace di sussurargli le cose, ma se quello vuole prendere e partire per le praterie non puoi farci nulla.

Che poi stai lì e investi tempo, energie, sentimenti che finiscono tutti dentro un calderone delle cose perse, a bruciare con aggiunta di bile e delusione.
Ti ritrovi solo, di nuovo, a girarti nel letto manco fossi Neo che evita le pallottole, a pensare e pensare e riempire quei vuoti di informazioni come puoi, che di solito è male con pensieri demmerda che poi no, come diceva nonna, “a pensà male”.

Insomma va beh, lo so che stai per dirmi.
Ci vuole tempo.
Tempo al tempo.
Il tempo è denaro.

Io lo so, avevo iniziato a contare già sei mesi fa.
E non ho problemi a ricominciare a contare.

Però certo che tutta ‘sta storia, è una gran rottura.”

E invece parla

“Ma perché cazzo la gente dice le cose e poi non le fa? Quale contorto ragionamento ti porta a dire, parlare, qualche disperato tentativo vuoi fare se poi, alla fine, son parole al vento?
Prendi me: mi piace parlare, ma tantissimo. Posso star lì ore a chiacchierare cambiando argomento senza grossi problemi. Ho dialettica, metto bene insieme le parole e questa cosa spesso mi ha aiutato a sembrare un po’ più meglio assai di come io sia veramente. Ma non ho mai fatto credere a qualcuno qualcosa. Non è che abbia mai detto a qualcuno

– Oh, domani non hai capito, andiamo qui e lì e anche là!

per poi sparire.
E parlo di cazzate poi eh. Nel senso, ne dico tante e in questo momento parlo di cazzate, cioè di cose stupide che sto prendendo ad esempio ora per dire che certa gente a volte dovrebbe stare zitta e basta.
E invece.

E invece parla.
Parla spesso nei momenti sbagliati, raramente in quelli giusti ma comunque dicendo vaccate, parla a vanvera pur di riempire un silenzio che magari, in quel momento, va affrontato e basta.
E invece parla.
Parla lanciando piccoli sassi che ti colpiscono senza lasciar segni, la mano subito nascosta e l’altra con l’indice alzato a roteare, della serie

– Chi sarà stato?

‘sto cazzo.
Ci siamo solo io e te qui eh.
Si poteva star zitti.

E invece parla.
Parla per riempire il vuoto che si sta per creare, parla per disperazione, parla perché non ha parlato per troppo tempo.

E tu?
Tu stai lì e ascolti.
Stai disarmato a sentire cose che ti montano dentro come il bianco dell’uovo nella ciotola, crescono dentro e rimangono appiccate, appiccose dentro la tua testa.
E mentre la gente parla tu, che hai tutti i difetti del mondo, in quel momento quasi ti incazzi e sai già che quello verrà usato contro di te nel tribunale del torto. Sarai unico imputato contro giudice e giuria e accusa tutti con la stessa faccia dura, orgogliosa, che punta il dito verso di te per rispondere alla domanda

– Può indicare la persona che si è alterata durante la discussione, portando l’accusa a pensare di avere ragione?

E tu che sei lì, solo, senza avvocato, che provi a difenderti ma scopri che in realtà tutto il processo è finto, fin dall’inizio. Costruito ad arte solo per metterti alla gogna e sperare tu venga divorato dai sensi di colpa dopo, quando il verdetto è che sei un tiranno, uno stronzo, uno che non ha lasciato spazio o parola o movimento alle persone, uno che parla per soggiogare, uno che sta zitto per ferire.

– Vostro Onore, sa che c’è? Ma andate tutti quanti affanculo!

Vilipendio!
Oltraggio!
Come ti permetti?
Adesso, basta, non parlo più!

E invece parla.

O anzi, a quel punto, ha parlato.
E non c’è appello, contro appello né tribunale speciale che possa assolverti ormai. Tutto è deciso, tutto quanto è stato già certificato: sei una merda.

La fortuna mia è che so come sono fatto, quello che ho fatto e (più o meno) quello che vorrei fare.
Ho dei punti fermi, ho provato a farci girare sopra altre persone ma tant’è, gli altri son gli altri e puoi dirgli (e non dirgli) tutto quello che vuoi.
Alla fine c’è il libero arbitrio, anche se certe persone lo scambiano per

– Io faccio come me pare, tu puoi anche morire.

senza pensare che magari un poco di empatia farebbe bene a tutti.

Ma ognuno è libero di fare come vuole, ma deve ricordarsi che ci sono sempre conseguenze per le cose dette, e anche non dette.
Perché un giorno si realizzano.
Mentre ci si sta per addormentare, mentre si scopa con una persona, mentre sembra che tutto vada bene un piccolo, piccolissimo ictus di ricordi esploderà nella testa delle persone, che in quel momento realizzeranno quanto sarebbe stato importante star zitti, per davvero.”