Una Domenica Come Le Altre

GC

È una Domenica come le altre.
O no?
Non capisco, ho dormito tantissimo e come al solito sono più stanco di quando faccio le due ore di pennica pomeridiana, che ti alzi e sembra che ti abbiano appena scongelato dopo un viaggio di quindici milioni di anni luce.

Ho aperto gli occhi la prima volta alle sette, quasi sorridendo come fosse uno scherzo.
Ho allungato d’istinto la mano ma Lei non c’era. Vero, è via, tornata al suo paese per un weekend lungo, ma sembrava ancora che il suo lato fosse caldo come se fosse scesa solo un attimo per andare al bagno. Quasi l’aspetto per qualche istante, sperando di sentire la porta che si chiude, lo scricchiolio delle scale del soppalco, il piumone che si alza facendo entrare un poco di quella fastidiosa brezza mattutina. Lei si accorge che sono sveglio, mi abbraccia, mi dice quelle cose che lì che ti fanno tornare indietro nel sonno ma anche nel tempo, di quelle che ti metti in posizione fetale ed il respiro si regolarizza nel tempo di dire «crostata di mirtilli».
Lei però non c’è, è al paese ed io devo affrontare la Domenica da solo.
Mi riaddormento.
Mi sveglio.
Sono le dieci.
Che palle.

Io non son bravo ad affrontare la Domenica da solo.
C’è chi dice che «la Domenica da solo è come kryptonite», ma io non sono Superman né ho intenzione di.
Sono solo uno che camperebbe volentieri di abbracci e sorrisi.

– Ma non si può, e lo sappiamo bene entrambi.

La voce spezza l’unico rumore che sento, quello della macchinetta del caffè che borbotta.
La erre morbida, accento del Nord, voce un po’ sgraffiata da sigarette ed un Negroni di troppo.
GC è seduto sul tavolino, un suo libro in mano, occhiali inforcati e mise da Dylan Dog, quella classica dei suoi reading.

– Cosa ci fa uno il migliore poeta semiprofessionista vivente italiani, seduto non su di una sedia, ma bensì sul tavolo?

– Non lo so, mi ci hai messo tu qui. Io mi stavo godendo la vita, coglione. E almeno scrivi il mio nome per esteso.

– Non so se posso, sai, diritti di immagine, copyright, carcere.

– Fighetta.

– Secondo me non sei davvero lui. Dimostramelo.

– Agata esiste, e ad uno come te non si avvicinerebbe manco sotto minaccia.

Il tempo di un blink degli occhi e mi accorgo che il caffè sta strabordando dal beccuccio. Lo spengo maledicendo me, la Madonna ed anche un po’ GC.

– Coglione.

Adesso è rannicchiato dentro il piccolo camino all’angolo della piccola cucina, inutilizzato perché andrebbe pulito e quindi ecco svelato il perché non sarà mai acceso.

– Sei un coglione, ribadisco.

– Ti facevo più tenero.

– Con le donne certo, me lo impone il mio personaggio. Ma per gli uomini, per uno come te poi, solo parolacce. Pirla.

– GC, ti invito con cortesia, ma anche con fermezza, a lasciare la mia dimora.

– Volentieri.

Un altro blink, e sparisce di nuovo.

Sono fuori in giardino a fumarmi una canna, la tazza di caffè in mano ed il dubbio che ieri sera io sia in realtà uscito, abbia assunto varie droghe mischiate con forti alcoolici tipo il cherosene, e stia quindi subendone i postumi, stanchezza ed apparizioni di GC comprese.
Prendo il cellulare ed apro Whatsapp. Voglio darle il buongiorno e dirle che stamattina ho pensato fosse qui con me.

– Molla quel coso, idiota. Fatti desiderare.

La testa di GC sbuca da sopra la tettoia. È steso a pancia in giù ed essendo la tettoia inclinata la testa gli si sta riempiendo di sangue, rossa come un imbarazzo. Nonostante questo, sporge anche il braccio, che termina con un Negroni stretto forte che riesce anche a sorseggiare, anche se ad ogni sorso metà va di sotto.

– Ma tu non dovresti essere per l’amore, il contatto, gli abbracci e le dolcinerie? Ma soprattutto, un Negroni alle undici? Davvero GC?

– Certo, ma quando son donne per me. Se son per gli altri, faccio di tutto perché diventino mie. E questo è un Negroni analcolico, e comunque non rompermi i coglioni.

– Ma sei consapevole che non puoi stare con tutte, o no? E che sento l’odore del Gin fino a qui?

– Certo. Ma intanto non te le scopi nemmeno tu, disadattato. E comunque non è Gin, a me piace con la Tequila.

Blink, e GC non c’è più di nuovo. Ma l’odore della tequila sì. Tequila nel Negroni, cristo santo.

«Buongiorno TU. Stamattina eri con me. Ma poi in realtà no. Manchi. Ciao.»

Bevo ancora un poco di caffè, e mi chiedo se sia normale in una Domenica qualunque, vedersi comparire il miglior poeta semiprofessionista vivente italiano ubriaco, cinico e più volgare del solito.

– No

mi dice lui, in piedi davanti a me

non è normale, ma faremo finta che lo sia.

Detto questo, mi allunga un pugno sul naso.

Dissolvenza in nero, con risate di poeta in sottofondo.

Fine.

[Forse]

Ma Spiegatemi Una Cosa

Make down.

Make down.

In questi giorni mi è capitata una cosa strana con una ragazza, che non mi succedeva da anni e no, non dite “scopare” che non fa ridere.
In pratica, mi son (ri)trovato nella situazione in cui siamo amici, però da parte mia c’è un interesse molto forte. Niente innamoramenti, niente cotte, ma del sano ormone misto al piacere di passarci del tempo insieme.
La mia propensione al petting potente è stata subito stoppata:

“Siamo amici.”

Ok, no problem sister.
Continuiamo a vederci senza nessun tipo di malizia, il tempo passa bene e poi arriva l’estate con i “ciao” ed i “ci vediamo a Settembre”. Qualche Uozzappata, due cazzate ed ecco che arriva Settembre. O meglio, il 30 Agosto, ma tant’è.

Ora: pur vero che la situazione era di festa, con alcool che gira e gente allegra dio l’aiuta, però per tutta una serie di cose iniziano strusci e contro strusci, cose e contro cose fino a che.. non succede nulla. Ma tipo proprio nulla eh, niente. Della serie che la gente alla festa in questi giorni si è convinta definitivamente che io sia gay, visto come si era messa la situazione.
Dopo un’alba, due cappuccini ed un viaggio in macchina, la sera mi sento dire di nuovo che

“no Jacopo, colpa dell’alcool ed io rimango ferma qui, chiodandomi i piedi al terreno.”

…..oooooooooooook. Va bene.
Però a questo punto mi chiedo, oltre a farmi tutta un’altra serie di questioni che partono dal sesso per arrivare alla filosofia, passando per la misoginia, insomma io ora mi chiedo no, terra terra, spiegatemi una cosa:

vi truccate per ore, state lì a curarvi i capelli che nemmeno Antonio Conte, fate diete ferree, prove costume, prove costume di Carnevale, scegliete bracciali fra mille bracciali, anelli fra milioni di anelli, giorni per scegliere vestiti che già avete “ma di un’altra fantasia”, vi consultate con le vostre amiche su quale sia l’uomo giusto fra quelli che vi vengon dietro ma intanto vi fate venire dietro da qualcuno di cui poi lamentarvi, vi fate pagare le cena, i pranzi e le colazioni, magari aggiungete un paio di tatuaggi ed un piercing, LE SCARPE..

..e poi vi dimenticate il cuore a casa?

Ragazze, fosforo ci vuole qui, non carezze ed abbracci.

Fermatevi un attimo, oh voi donne, e pensate che se fate anche solo la metà delle cose lì sopra, e poi l’unico modo per sfruttarlo è andare in giro a farla annusare e basta beh, avete perso in partenza. Ma alla grandissima.
Avete un potenziale che senza additivo alcuno può fare la terra cabrio, ma dovete mettervi una maschera addosso per abbassarvi al prototipo che vi propinano ogni, singolo giorno, e che poi non sapete gestire.

Lavatevi la faccia e sbottonatevi il cuore, cristo, che così siete solo manichini.

E almeno datela, Cristo.

Di Cose, Oroscopi Internazionali Ed Into The Wild [Con Un Finale Non Troppo A Sorpresa]

Quest'immagine avrà un doppio senso solo a fine post. Forse.

Quest’immagine avrà un -doppio- senso solo a fine post. Forse.

Ci sono momenti in cui capisci che qualcosa non va.
Magari ti sei fatto quel bicchiere di troppo, e capisci che se chiudi gli occhi vomiti.
Oppure sei a lavoro, e mentre un cliente chiama riconosci il numero e ti ricordi di non avergli preparato le informazioni che volevi.

Sei tranquillo, però senti arrivare da dietro un branco di cazzi che prende la mira, dritta sul tuo sfintere.

A volte, allo stesso tempo, senti che invece qualcosa va.
Non dev’essere per forza un tutto, che prende la strada giusta: l’allineamento dei pianeti è cosa rara ed ancor più raro che Rob Brezsny ci prenda col suo oroscopo quando dice che “Ti consiglio di programmare qualche visita in un luogo tranquillo dove potrai rilassarti più di quanto ti sia concesso di fare da qualche tempo” perché “ultimamente […] Hai dovuto prestare più attenzione di quanto avresti voluto a una serie di complicati dettagli” ed è stato “straziante“.
Dai su. Son capace anche io:
“Stamattina ti sei svegliato stanco, vero? Come diceva il filosofo Giammaria da Bastiello, tutti ci svegliamo stanchi, e stanchi andiamo a dormire. Ma non preoccuparti, [inserire segno zodiacale a caso]. Domani è Sabato, ed è il giorno che precede la Domenica. E la Domenica riposi. A meno che tu non sia un prete. In ogni caso, hallelujah.”

Digressioni astrali a parte, ‘sti giorni qualcosa va.
Ed è divertente perché, al contrario di quando il branco di cazzi arriva in corsa, non sto qui a dettagliarvi. Non sto qui a dirvi che ultimamente non uso più il mio letto solo per dormire, che sono un vulcano di idee e crema crea popoli, o che il mio lavoro mi piace un sacco e che sento quella malattia chiamata maturità crescere inside me.

In realtà, tutta ‘sta cosa era solo per prendere per il culo chi legge l’oroscopo, soprattutto quello dell’Internazionale. Vi voglio bene eh, però checcazzo.

Ma alla fine non era nemmeno per quello. Era solo per farvi capire, se non ci siete arrivati, che sto a scopà. Bene, e tanto.

E la felicità, lo sapete, è reale solo quando è condivisa.

E Poe Sia – L’Ultima Volta

l’ultima volta
non erano scritti da te
i foglietti
che scandivano ore
e coppie
per controllare un’entrata
che a dispetto del nome
all’epoca usavamo poco
come entrata per noi
che venivamo da dietro quando ancora il posto dormiva

l’ultima volta
sul coperchio del frigo grosso
non c’erano quei segni dei fondi delle bottiglie di Martini
quasi marchiati sopra
a forza di poggiarcele sopra a fine serata
cicatrici che rimangono
come se non bastassero le altre

l’ultima volta
le sigarette speciali non erano così proibite
non ho capito che è successo
ma almeno pare non sia colpa mia
che pure per altro ancora non ho capito cos’è successo
ma lì pare davvero sia colpa mia

l’ultima volta
saremmo andati via insieme
magari ubriachi marci
sfatti dalla vita
ma ancora con la forza per fare l’ultima
e per “scarico qualcosa al volo, che ci vediamo?”
e poi crollavi che nemmeno stava al cinquanta percento
ed io ti levavo il pc di dosso
ti baciavo
e ti guardavo fino a che non svenivo

l’ultima volta
non avrei rosicato a vederti parlare con uno che chiccazzè
almeno non così tanto
non fino al punto di andarci in loop
con quel nanetto in maglia celeste
e sentir stapparsi lo stomaco dieci minuti dopo
dall’angoscia pura
e correre a vomitare
che manco ero sbronzo
femminuccia

l’ultima volta
quella moretta non l’avrei manco notata
o almeno non ci sarei rimasto così
ché una arriva
ti chiede da bere
e lo fa con quegli occhi enormi
proprio mentre tu ammazzeresti a mani nude
tutto l’esercito russo
e lei ti chiede un cocktail
ti guarda fisso mentre lo chiede
ti guarda fisso mentre lo prepari
ti guarda fisso mentre ti da i soldi
e ti guarda fisso pure mentre le dai le spalle per darle il resto
te li senti nella schiena
quegli occhi neri come l’abbandono
e ti rigiri e lei ti fissa mentre si gira e dici “che le dico?”
ed ovviamente la vedi ballare sotto quel faro rosso
e non puoi muoverti
non vuoi
fatto sta che non lo fai
e lei poi sparisce
per tornare sotto forma
di ennesima sequenza di lettere su di uno schermo
non l’avrei nemmeno sentiti
quegli occhi
e invece sto qui
a sbatter la capoccia
sul nulla

di nuovo

l’ultima volta
nessun angelo mi aveva detto di esser stato un cazzone
con te
e la cosa mi ha sorpreso
perché sì che il discorso l’ho tirato fuori io
ma è pur vero che te lo aspetti da chi conosci meglio
da chi vedi anche fuori da lì
se pur son pochi
e la cosa non mi ha infastidito
anzi
lo sapevo
però m’ha fatto strano
ecco
cazzone
suona bene
da l’idea

l’ultima volta
minimo saresti rimasta a cantare Elvis
o Lucio
ed io a brontolare fuori
sbronzo
sfatto
ma innamorato perso
e ti avrei aspettato
solo per vederti barcollare un po’ in salita
con la luce celeste dell’alba
l’odore dei cornetti caldi
e quella voglia di letto mista ad una di
per sempre
mai detto
ma pensato
tanto
che a dirlo a certe persone
si fanno i danni
e invece a tenerselo dentro
guarda qui
che campione
che ne esce fuori

l’ultima volta
non avrei mai pensato
di pensare
a quando sarebbe stata l’ultima volta
pensa ora
che ho capito proprio
che l’ultima volta
è stata l’ultima volta
ed è anche ora
cioè non proprio ora
giusto il tempo di dirti

“mi dispiace”

ma solo fino ad ora
perché da ora in poi
no more dispiacersi
basta non arrivare al punto
di doverlo fare

quindi ciao
statemi bene
soprattutto tu
ma ora basta
che sarai stanca forte pure tu

o almeno così sembravi

l’ultima volta

Di Rocce, Ragazzi E Rivoluzione

Poi studiano pure eh.

Poi studiano pure eh.

Sono seduto ad una scrivania che conosco da poco più di ventiquattr’ore.
Nell’altra stanza c’è qualcuno che si asciuga i capelli ma pur essendo sveglio dalle nove ancora non ho capito chi sia.
Un sole che ancora non mi aveva mai scaldato filtra da queste tende bianche.
Ascolto l’ultimo di Brad Mehldau e penso sia follemente fico. (così, tanto per)

Sono a Meolo, in provincia di Venezia.
Sono qui perché ho partecipato ad un concorso con una sceneggiatura per un corto, e su più di trecento storie hanno scelto la mia.

Chi?

I ragazzi di BigRock.

Che fanno questi a questa BigRock?

In prati..

E poi ma cos’è BigRock?

OH. Piano con le domande, eh.
In pratica sono una scuola di computer grafica. E fin qui, tutto ok.

Solo che loro filosofia non è: venite in classe, imparate, fate, ciao.
Qui tu entri in un modo, ed esci in un altro. E a me è bastato qualche contatto iniziale ed un giorno per capirlo.

Quando i ragazzi entrano per la prima volta a BigRock, ex fienile immerso nella campagna veneta, sono spinti da una passione enorme per tutto quello che riguarda CG, poligoni, pesature, zone bianche e nere, maquettes (così se mi leggono faccio quello che si è imparato i termini). Arrivano con questa passione selvaggia, incontrollata. C’è chi ha mollato tutto per venire qui e partecipare al master, chi si è sbattuto per pagarselo, chi fa avanti e indietro i weekend per tornare a casa.
Questa passione, però, non viene smorzata, né messa in riga al servizio della produzione.
Il loro impeto viene alimentato, nutrito con viaggi, feste, e con una sola, grande regola: vivere in gruppo.
Quello che Marco, il direttore, ha ribadito più volte è che i ragazzi devono divertirsi, devono studiare, ma prima di tutto devono imparare a stare e principalmente essere, un gruppo.

L’esempio più bello è il viaggio negli Stati Uniti che ogni anno la scuola organizza.

Ci sono quattro tappe: San Francisco, Los Angeles, il deserto del Nevada e Las Vegas.
E ok, ovvio, vanno alla Pixar ed in tutti i posti che fino al giorno prima la maggior parte aveva visto solo come logo all’inizio dei film d’animazione.

Il vero viaggio di scoperta però, come diceva Proust (Google saves), non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.
E sono proprio gli occhi di questi ragazzi che s’illuminano, quando ti parlano del viaggio, a farti capire quanto sia stato importante. Perché ci sono sì quattro tappe, ma nel mezzo loro si perdono. Per scelta, per modalità di viaggio, per viverselo davvero.
Sei jeep, nella numero uno in testa alla fila a volte si fa dire un numero e destra o sinistra.

“Quattro sinistra!!”

E via che alla quarta a sinistra si gira e poi così alla prossima ed alla prossima ancora.
È così che hanno bucato due volte nel deserto, lasciando la macchina lì. Così sono arrivati all’albero dei desideri di San Francisco dove chi vuole può attaccare ad un ramo il suo biglietto con su scritta la cosa che desidera. Così hanno trovato una città abbandonata in mezzo al nulla.

Così tornano da un viaggio con gli occhi nuovi.

Che poi sono gli stessi occhi di ragazzi giovani che fanno feste pazzesche, ma sul serio. Occhi curiosi, affamati del presente e con già apparecchiato per domani.

I fondatori, Marco e Guido, non sono persone normali.
Assolutamente no.
Sono rivoluzionari.
Hanno avuto un’idea, l’hanno portata avanti e dopo pochi anni hanno creato una vera e propria rivoluzione nel mondo della CG e non solo.
La filosofia di BigRock è un qualcosa che se applicato al mondo del lavoro nel settore dell’arte, della cultura, dell’informazione riuscirebbe a creare sinergie uniche in questo campo, ed allo stesso tempo così grandi da aiutare, anzi spingere migliaia di giovani a inseguire i loro sogni.
Nella vicina H-Farm questo concetto si allarga alle start up. Visitate il sito, dico sul serio, vale più di mille miei inutili aggettivi. Un luogo strepitoso.

Insomma, questa Grande Roccia è un luogo dove la magia si crea principalmente perché ne sei circondato.
Poi certo, sono persone anche loro: non è che non litighino, non abbiano i loro pensieri o non facciano la cacca come le donne.

Ma è un gruppo così bello ed unito che rende tutto il resto intorno meno merda, ecco.

Oggi è il loro ultimo giorno dopo sei mesi folli.
Non sono andato perché sarebbe come imbucarsi ad una festa in casa di qualcuno, da solo e senza nemmeno aver portato da bere.

(che poi la festa stasera ci sarà ed io andrò, è un’altra storia che probabilmente non vi racconterò perché non ricorderò)

Io a ‘sti ragazzi gli auguri ogni fottuto bene, dal primo all’ultimo, da chi mi ha cercato la prima volta a chi mi ha dato un tetto, da chi mi ha offerto quattro Spritz a chi mi ha fatto vedere dei video così stupidi che ho riso tantissimo per ore.

Mi auguro, anzi sono sicuro, che quando vedremo la prossima bomba a mano della Pixar, Dreamworks o chi per loro, lì in mezzo ci sarà un diavolo di BigRocker che avrà reso la nostra visione un’esperienza unica.

Bravi.
Grazi.
Bis.

E speriamo che stasera non mi puntino.

Tre Secondi, Il Tempo Di Dire “Anche No”

Tic Tac.
Dodici per l’esattezza.
E non intendo ventiquattro secondi.

Ma proprio dodici Tic Tac, di quelle miste, mela-arancia-banana-susina-fragola.
O almeno ti dico essere state dodici, quelle caramelline che mi facevano l’alito hawaiano e che mi hanno permesso di baciarti senza preoccuparmi del fantasma di quattro gillèmmon ed un tre once di idroponica fattincasa che si dibatteva dietro quella coltre fruttata.

Musica reggae che pompa anche fin troppo forte per il nonno seduto in veranda che dondola dentro di me. Il mio corpo che ondeggia senza cadere solo grazie ad un mix di forza di gravità e vibrazioni dei bassi.
Ti vedo con la coda dell’occhio: molto bassa, molto riccia e molto “sbattimi forte ma parliamo anche dell’ultimo di Wes Anderson”.
Scatti foto ad un tizio alla mia destra, che però all’ultimo si sposta ed il flash mi becca con un’espressione in volto tra il sorpreso, il “oh mio dove sono?!” ed uno che sogna fisso un letto autoriscaldato in una stanza di privazione sensoriale per le successive otto barra nove settimane.

Obama_What

Guardi la foto sul telefono, poi guardi me e scoppi a ridere.

In un secondo ti sono addosso, ti prendo per i fianchi e ti sollevo.
Tu non opponi resistenza, anzi. Ti aggrappi con braccia e gambe come un koala sotto emmedì e cominciamo a scambiarci più fluidi di quanti se ne vedano in un porno brutto. Mi guardi e ridi.
“Che c’è?”
“Hai l’alito che profuma di frutta!!”
“Ho appena mangiato dodici Tic Tac!! Ti da fastidio?”
“Macché!! Anzi!! Profuma di Hawaii!!”
“Ma dwai?”
Se rimane aggrappata dopo ‘sta stronzata me la sposo, se scappa fa bene.
Rimani.
Ok. Da domani soldi da parte per il gran giorno. Ma per il momento.. limonare duro.

Dopo tre ore siamo a casa tua, scampati per miracolo ad un posto di blocco, tre elicotteri dell’FBI ed agli attacchini di cacca pound.
Dopo dieci minuti nemmeno provo a dirti che non mi è mai successo, perché sarebbe una cazzata e già so che, anche se per una notte, di cazzate non voglio dirtene. Tu ridi, poi sorridi, mi guardi con quegli occhi che non so e fai per ricominciare.
E.. oh, se ricominciamo.
Dopo altre quattro volte te lo dico, che non mi è mai successo.

Ridiamo.
Fuori fa luce, e pure dentro di noi.

L'unica altra alba che mi piace vedere.

L’unica altra alba che mi piace vedere.

Dopo tre mesi entri in camera mia con addosso solo la mia maglietta con il faccione fatto di Super Mario, con annessa canna in bocca e la scritta “Wiid” a caratteri Nintendo. Tazza di caffè fumante in mano. Taglio di sole sulle cosce.
Dea.
Torni sotto le coperte, poggi la testa sul mio petto e la mano con la tazza sul piumone.
“Ti amo”, mi fai.
Cuore out of orecchie.
“Anch’io”, ti faccio.
Guardo la tua nuca e sento il tuo sorriso.
Benessere.

Hipsterismi.

Hipsterismi.

Dopo tre anni siamo a casa dei tuoi amici.
Nelle ultime settimane siamo tesi, tu sempre presa dal tuo correre di casa d’altri in casa d’altri per arredarle, io a sbattermi tra il secondo libro da far uscire ed il trasloco da te.
I progetti si sono ammucchiati da una parte, tutti e due troppo presi da noi stessi senza riuscire però a dirselo in faccia, ad ammetterlo ed andare avanti da soli.
Stasera però siamo tranquilli, senza forzature ci facciamo trasportare in chiacchiere sul perché non siamo scappati tutti quando potevamo farlo. Poi ci accorgiamo di suonare vecchi e per sorridere degli anni che scorrono cominciamo a parlare di quando, come coppie, ci siamo conosciuti.
Iniziano loro con il volo perso per Londra, il caffè di lei, presa in una telefonata col capo per giustificarsi, versato addosso a lui, nervoso nel mandare mail per posticipare la riunione col marketing. Da lì le scuse, le risate, le cene per finire con una splendida casa e due pesti che in quel momento erano nascosti sotto il tavolo a sentire gli adulti.
Risate, “uccheccarini”, silenzio.
Tocca a noi.

Dopo tre ore siamo da te.
Mi lanci addosso di tutto, dai vestiti ai libri di Pessoa alla lampada a forma di chitarra ad altri vestiti, però sporchi.
“Per tutti questi tre anni mi hai mentito? PER TRE ANNI?”
“Tesoro, non credo che possa essere chiamato mentir..”
“Zitto cazzo!! ZITTO!! Sparisci, prendi la tua merda e sparisci PERDIOCAZZOMMERDA!!”

Dopo tre minuti mi ritrovo fuori dalla tua porta, cercando di capire le tre seguenti cose:

– cosa starà pensando la signora Pulletti, la tua vicina, che crede io non la veda ma i suoi capelli bianchi quasi celesti che spuntano dalla sua porta socchiusa si vedono eccome;
perdiocazzommerda? che straminchia significa?
– davvero l’ha fatta finita perché ho mentito sul numero di Tic Tac che avevo mangiato la sera che ci siamo incontrati?

Cioè, le dissi dodici, ma saranno state, tiè, tre. Ma non puoi lasciarmi dopo tre anni per questo, non dopo che ho pronti i miei quattro stracci chiusi in scatoloni pronti per essere portati da te.
No, cristo.

Guarda qui.

Guarda qui.

Ti vedo con la coda dell’occhio: molto bassa, molto riccia e molto “sbattimi forte ma parliamo anche dell’ultimo di Wes Anderson.
Scatti foto ad un tizio alla mia destra, che però all’ultimo si sposta ed il flash mi becca con un’espressione in volto tra il sorpreso, il “oh mio dove sono?!” ed uno che sogna fisso un letto autoriscaldato in una stanza di privazione sensoriale per le successive otto barra nove settimane.

Guardi la foto sul telefono, poi guardi me e scoppi a ridere.

Cazzo ridi, stronza ingrata?

Mi giro verso gli altri e chiedo, nell’ordine

cartina
filtro
sigaretta

che il resto ce l’ho io.

Mi giro di nuovo verso di te e non ci sei più.
Meglio così.
Saremmo stati male ebbasta.
Saremmo arrivati a pensare di aver buttato tre anni.

E invece io ho buttato solo tre secondi per immaginarmi tutto, per poi tornare a farmi sturare le orecchie da questi bassi troppo bassi, e ‘sti alti che non durano mai più di tanto.

E Poe Sia – Ben Venga

casa
cena
amici
disoccupazione
lutto
viaggio
silenzi
lacrime
assenza
tu
occhi
mare
Stretto
pazienza
amore
sorrisi
Angelo
alcool
abbracci
ghigni
spallate
scontri
urla
addii
blackout
confessioni
comprensione
ritorni
partenze
Termini
Berlino x3
aerei
attese
birra
alcool
erba
“piacere Jacopo”
“ti amo”
“coglione”
“perché?”
Breaking Bad
Le Cool
dischi
libro
scrivere scrivere scrivere
Poe Sie
novità
sorrisi
armistizio
sguardi
intensità
paura
insicurezza

‘sticazzi
me butto?
non so
ma intanto
quest’anno
è finito
che tanto
cambia solo
il numero
alla fine
e noi
non cambiamo mai
nemmeno di una virgola

quest’anno
zero propositi
che tanto
non li rispetto mai

anzi uno
uno solo
lo faccio
di star bene
tutti
almeno un po’
almeno nei momenti giusti
almeno insieme a chi se lo merita
giusto un po’
quel che basta
per arrivare alla prossima mezzanotte
indenni

lontani
ma indenni
che i fuochi
se li guardiamo insieme
son diversi
ma lo sfondo
quel cielo nero trapuntato per te
e quello artificiale di luci per me

è lo stesso

che insomma
in questo modo
abbiamo qualcosa in comune
andrebbe bene anche in Provincia
al massimo in Regione

tiè

però ecco
come vada
vada
che si possa avere qualcuno vicino
se non tutto l’anno
almeno quando fa un sacco freddo
quel freddo che ti rinfacci i piedi gelidi
da mettere tra le gambe dell’altro
almeno
quando fa troppo caldo
che ti si appiccicano i corpi
mentre si amoreggia
e fai quella scorreggetta coi petti
che il mio s’incastra
e il suo pure
e non puoi far altro che ridere
e amare

ecco

il mio augurio per tutti
che ci siano più rumori di sesso
e meno urla d’incomprensione
più scorreggette
più molle che cigolano
più incitamenti
più eccitamenti
più punti G
più sguardi in quel monento
più sigarette
più “è stato bellissimo”
e anche più
“non mi è mai successo prima”

l’importante

è che si scopi

tutti

un po’ di più

e se fra quel “tutti”
ci sono anche io

ben venga

il 2014

Harry_Sally