E Poe Sia – L’Ultima Volta

l’ultima volta
non erano scritti da te
i foglietti
che scandivano ore
e coppie
per controllare un’entrata
che a dispetto del nome
all’epoca usavamo poco
come entrata per noi
che venivamo da dietro quando ancora il posto dormiva

l’ultima volta
sul coperchio del frigo grosso
non c’erano quei segni dei fondi delle bottiglie di Martini
quasi marchiati sopra
a forza di poggiarcele sopra a fine serata
cicatrici che rimangono
come se non bastassero le altre

l’ultima volta
le sigarette speciali non erano così proibite
non ho capito che è successo
ma almeno pare non sia colpa mia
che pure per altro ancora non ho capito cos’è successo
ma lì pare davvero sia colpa mia

l’ultima volta
saremmo andati via insieme
magari ubriachi marci
sfatti dalla vita
ma ancora con la forza per fare l’ultima
e per “scarico qualcosa al volo, che ci vediamo?”
e poi crollavi che nemmeno stava al cinquanta percento
ed io ti levavo il pc di dosso
ti baciavo
e ti guardavo fino a che non svenivo

l’ultima volta
non avrei rosicato a vederti parlare con uno che chiccazzè
almeno non così tanto
non fino al punto di andarci in loop
con quel nanetto in maglia celeste
e sentir stapparsi lo stomaco dieci minuti dopo
dall’angoscia pura
e correre a vomitare
che manco ero sbronzo
femminuccia

l’ultima volta
quella moretta non l’avrei manco notata
o almeno non ci sarei rimasto così
ché una arriva
ti chiede da bere
e lo fa con quegli occhi enormi
proprio mentre tu ammazzeresti a mani nude
tutto l’esercito russo
e lei ti chiede un cocktail
ti guarda fisso mentre lo chiede
ti guarda fisso mentre lo prepari
ti guarda fisso mentre ti da i soldi
e ti guarda fisso pure mentre le dai le spalle per darle il resto
te li senti nella schiena
quegli occhi neri come l’abbandono
e ti rigiri e lei ti fissa mentre si gira e dici “che le dico?”
ed ovviamente la vedi ballare sotto quel faro rosso
e non puoi muoverti
non vuoi
fatto sta che non lo fai
e lei poi sparisce
per tornare sotto forma
di ennesima sequenza di lettere su di uno schermo
non l’avrei nemmeno sentiti
quegli occhi
e invece sto qui
a sbatter la capoccia
sul nulla

di nuovo

l’ultima volta
nessun angelo mi aveva detto di esser stato un cazzone
con te
e la cosa mi ha sorpreso
perché sì che il discorso l’ho tirato fuori io
ma è pur vero che te lo aspetti da chi conosci meglio
da chi vedi anche fuori da lì
se pur son pochi
e la cosa non mi ha infastidito
anzi
lo sapevo
però m’ha fatto strano
ecco
cazzone
suona bene
da l’idea

l’ultima volta
minimo saresti rimasta a cantare Elvis
o Lucio
ed io a brontolare fuori
sbronzo
sfatto
ma innamorato perso
e ti avrei aspettato
solo per vederti barcollare un po’ in salita
con la luce celeste dell’alba
l’odore dei cornetti caldi
e quella voglia di letto mista ad una di
per sempre
mai detto
ma pensato
tanto
che a dirlo a certe persone
si fanno i danni
e invece a tenerselo dentro
guarda qui
che campione
che ne esce fuori

l’ultima volta
non avrei mai pensato
di pensare
a quando sarebbe stata l’ultima volta
pensa ora
che ho capito proprio
che l’ultima volta
è stata l’ultima volta
ed è anche ora
cioè non proprio ora
giusto il tempo di dirti

“mi dispiace”

ma solo fino ad ora
perché da ora in poi
no more dispiacersi
basta non arrivare al punto
di doverlo fare

quindi ciao
statemi bene
soprattutto tu
ma ora basta
che sarai stanca forte pure tu

o almeno così sembravi

l’ultima volta

E Poe Sia – Ben Venga

casa
cena
amici
disoccupazione
lutto
viaggio
silenzi
lacrime
assenza
tu
occhi
mare
Stretto
pazienza
amore
sorrisi
Angelo
alcool
abbracci
ghigni
spallate
scontri
urla
addii
blackout
confessioni
comprensione
ritorni
partenze
Termini
Berlino x3
aerei
attese
birra
alcool
erba
“piacere Jacopo”
“ti amo”
“coglione”
“perché?”
Breaking Bad
Le Cool
dischi
libro
scrivere scrivere scrivere
Poe Sie
novità
sorrisi
armistizio
sguardi
intensità
paura
insicurezza

‘sticazzi
me butto?
non so
ma intanto
quest’anno
è finito
che tanto
cambia solo
il numero
alla fine
e noi
non cambiamo mai
nemmeno di una virgola

quest’anno
zero propositi
che tanto
non li rispetto mai

anzi uno
uno solo
lo faccio
di star bene
tutti
almeno un po’
almeno nei momenti giusti
almeno insieme a chi se lo merita
giusto un po’
quel che basta
per arrivare alla prossima mezzanotte
indenni

lontani
ma indenni
che i fuochi
se li guardiamo insieme
son diversi
ma lo sfondo
quel cielo nero trapuntato per te
e quello artificiale di luci per me

è lo stesso

che insomma
in questo modo
abbiamo qualcosa in comune
andrebbe bene anche in Provincia
al massimo in Regione

tiè

però ecco
come vada
vada
che si possa avere qualcuno vicino
se non tutto l’anno
almeno quando fa un sacco freddo
quel freddo che ti rinfacci i piedi gelidi
da mettere tra le gambe dell’altro
almeno
quando fa troppo caldo
che ti si appiccicano i corpi
mentre si amoreggia
e fai quella scorreggetta coi petti
che il mio s’incastra
e il suo pure
e non puoi far altro che ridere
e amare

ecco

il mio augurio per tutti
che ci siano più rumori di sesso
e meno urla d’incomprensione
più scorreggette
più molle che cigolano
più incitamenti
più eccitamenti
più punti G
più sguardi in quel monento
più sigarette
più “è stato bellissimo”
e anche più
“non mi è mai successo prima”

l’importante

è che si scopi

tutti

un po’ di più

e se fra quel “tutti”
ci sono anche io

ben venga

il 2014

Harry_Sally

Ma Tu Non Pensare Male Adesso

La mi controfigura ti aveva scritto un canzone, tempo fa.

La mia controfigura ti aveva scritto un canzone, tempo fa.

Difficile spiegare perché sono così contento.
Ballo da più di due ore, ballo della serie “fallo come se nessuno ti stesse guardando” ma è una cazzata, perché ci saranno almeno altre 400 persone intorno a me ed è difficile immaginarsi soli. Però ballo, e poi guardandomi intorno vedo che anche tutti gli altri stanno seguendo il dogma del passare inosservati. Con risultati disastrosi, tra cui probabilmente anche il mio.
Ma ballo.

Che poi non sono due ore, ma due sere. Ieri Angelo, oggi Angelo.
Ieri sera siamo andati via col collo piegato dalle risate. Risate perché presi bene, presi bene perché quando una pischella rimbalza dai tuoi jeans a quelli del tuo migliore amico a così via già ti immagini da vecchio, con i tuoi nipotini seduti uno per gamba, davanti al camino acceso, mentre gli racconti di quella sera quando tu e il tuo amico vi siete montati una in due mentre vi davate il cinque alla Todd. I tuoi nipotini avranno traumi sessuali per sempre, ma ormai erano rimasti solo loro a non sapere la storia.
E la storia è importante.

Inutile dire siam tutti tornati a casa a pacco asciutto ma tant’è, ne sono valse le risate e gli sguardi e la anche remota possibilità di timbrare due biglietti in uno.

Stasera siam di nuovo qui, dopo un bellissimo concerto. C’è Bob che pompa i suoi dischi e noi a ballare. La situazione è simile alla sera prima, con la stessa pischella che aggiunge solo un altro paio di persone al suo carnet ma per il resto siam qui, a divertirci e pure parecchio.
La mia serata non è iniziata serena, questo sì. Non posso negare che mentre il gruppo suonava, più di una volta mi son girato per guardare se fossi lì in mezzo. Potresti esserci, forse non ci sei, ma io controllo. Non so se sperare di beccarti o meno. Forse no. Anzi molto probabilmente no.
No.
Però ti cerco, forse perché così potrei nascondermi e mandar giù questo Gin Tonic con tutto il bicchiere.

Solo che è proprio mentre do un’ultima occhiata in giro, a serata quasi finita, che incrocio un paio d’occhi che c’è da mettersi seduti per riprender fiato.
Lì per lì avevo notato la tua amica, ma più che altro i suoi occhiali enormi da clown e per la voglia che avevo di rubarglieli. Mentre mi guardo intorno per attaccare, mi giro e tu mi stai guardando. Uno di quegli sguardi che distogli subito perché “m’ha beccato”.

Ora, se lo struscio malizioso ed aperto al pluralismo di quella ragazza mi metteva in imbarazzo ma alla fine capisci il gioco delle parti e ci stai, il tuo sguardo di ieri m’ha paralizzato. I tuoi, sguardi.
Da baldanzoso maschio che non sa muoversi ma lo fa lo stesso, regredisco allo stato embrionale: comincio a giocare col bicchiere lanciandolo in aria e rischiando di rompere crani e coglioni altrui.
Mi giro, mi stai guardando.
Faccio giravolte, passetti, impreco a denti stretti perché non ho il coraggio di venir lì sugli spalti a blaterarti qualcosa, tipo la situazione del Nasdaq o se sei convinta anche tu che gli SMS di solidarietà siano una truffa.
Mi giro, mi stai guardando.
Continuo a ballare nonostante la musica stia finendo, le luci siano accese e quindi, in questo momento, sono un coglione di quasi un metro e novanta che balla seguendo le voci nella sua testa.

Mi giro, non ci sei più.

Cazzo.

Comincio a muovere la testa manco fossi un androide in corto circuito.

Dove sei?

Cerco quegli occhi, quei capelli corti biondi e quel viso sicuramente non terrestre. Ti assicuro che con quello sguardo mi hai quasi spaventato. Cerco quel vestito (viola?), quella borsetta nera. Cerco pure la tua amica degli occhiali, o quella riccia con cui ad un certo punto scrutavi la sala, con io che ero lì a zompettare come un lemure nel periodo dell’accoppiamento. Ti sei messa pure gli occhiali da vista. Montatura celeste, se non sbaglio.
Ma non ci sei.

Bevo un’ultima cosa, maledicendomi e mordendomi labbra e gomiti e orecchie.

Un abbraccio a tutti, usciamo. Fuori dall’Angelo ci salutiamo, e mentre il giro di “se beccamo ar kebbabbaro” continua vedo la tua amica riccia.

Ti cerco, di nuovo.

Niente.

Stupido me stupido me.

Sarà impossibile vederci di nuovo, quindi ti ringrazio per avermi fatto innamorare di nuovo dell’idea di essere innamorato. Il nemmeno troppo nascosto sedicenne che è in me ti è debitore, e ti vorrebbe offrire da bere Venerdì. All’Angelo.

Che la magia della casualità e della botta di culo facciano il loro corso.

Sette Gradi Di Una Relazione

La conoscete la teoria dei sei gradi di separazione? Ok, per chi ha vissuto fin ad oggi nel ripostiglio di Brunetta, è la teoria secondo la quale io posso conoscere un’altra qualunque persona nel mondo semplicemente tramite altre quattro persone. Chessò, posso arrivare a Roberto Saviano in cinque mosse, o forse anche meno visto che abito in una zona in cui il più pulito ha la scabbia, ma tant’è.
Ecco, nonostante siamo sette miliardi e tutti diversi, tu che leggi potresti conoscere qualcuno che abita a Civitavecchia. Forte eh?

Insomma, l’altro giorno mentre decidevo se mettermi la cravatta o il cappio, ho pensato che uno schema simile esiste per le relazioni, con un passaggio finale in più. Nonostante si sia innamorati e convinti che sarà per sempre, la maggior parte delle volte una storia finirà in sei punti.
Sempre.

Vi spiego quali.

Incontro

Sono passati mesi dalla tua ultima scopata. Ma che dico scopata, sono passati mesi dall’ultima volta che hai parlato con una donna che non fosse la commessa del Tuodì. Dopo la tua ultima storia, ti sei ripromesso di tutto: basta relazioni serie per un po’, basta donne al di sotto dei 26 anni, basta con quelle viziate, basta basta basta. Hai finalmente raggiunto quell’equilibrio comunque instabile, uscendo però da quella situazione che ti portava un giorno a piangere, ed il giorno dopo a iniettare veleno con lo sguardo. Sei quasi felice.
Poi la incontri.
Magari proprio la sera che ti sei ripromesso di farti una serata facile.
Perché appena la vedi, capisci già che non t’interessa più nulla.

Non ti avevo proprio notato la prima sera.

“Non ti avevo proprio notato la prima sera.”

Approccio

Vi siete guardati. A volte sfiorati. Vi è capitato ancora di vedervi al locale. Lei saluta tutti al bancone, tu poca gente, però è l’occasione per presentarsi. Tu biascichi il tuo nome manco fossi in overdose, lei scandisce ogni lettera del suo manco lavorasse alla Crusca. All’inizio vi ignorate, poi inizia un corteggiamento che il National Geographic ritirerebbe una troupe intenta a riprendere il rarissimo Vermis Giovanardis che dice una cosa giusta, pur di fare un servizio su di voi che schizzate ormoni come in una pubblicità di Hugo Boss.
Tu cominci a girarti sigarette con una mano mentre con l’altra sotto l’ascella intoni “I Can’t Help Falling In Love With You”, nella versione degli UB40.
Lei invece farà capolino con lo sguardo dalla selva delle sue amiche civette, intente a mangiare le budella di un topo, e ti guarderà con gli occhi così illuminati da sembrare uno dei bambini de “Il Villaggio dei Dannati”.

"Dio, già gli succhierei via l'anima."

“Dio, già gli succhierei via l’anima.”

Contatto

Ci siamo.
Dopo le richieste su Facebook, le scambio di mail ed account Twitter, gli hashtag su Instagram e.. ah già, i numeri di telefono, c’è l’appuntamento.
E non parlo di quelli in cui siete entrambi imbarazzati, da “oddio che dico” e sguardi sulle merde per strada pur di non guardare lei.
Parlo di un primo appuntamento a ruota libera, fatto di risate e sguardi che sai già si trasformeranno in scambi di fluidi attraverso modalità più o meno legali.
Un’uscita che sai già diventerà un’entrata.
Vi raccontate tutto quello che il discorso appena chiuso vi fa venire in mente, uno scambio di battute così veloce da far girare la testa agli sceneggiatori di “The Newsroom”.
È lei. È presto, ancora non sei nemmeno sicuro del fatto che abbia davvero una vagina. Ma si sa, nessuno è perfetto.

"Va bene anche se mi dai fuoco nel sonno."

“Va bene anche se mi dai fuoco nel sonno.”

Salita

E non salita faticosa. Ma la salita che fai per arrivare in vetta. Vetta di cui parleremo dopo.
Sono i momenti in cui avete già fatto sesso, amore, bondage e fisting, in cui vi siete raccontati i vostri segreti più nascosti (“e ti giuro, non immaginavo che una testa umana potesse davvero parlare, una volta staccata dal corpo”), in cui ognuno dei due esce anche in compagnia degli amici dell’altro.
Vi sorprendete di quante cose avete in comune: ma va, anche tu trovi INDISPENSABILE respirare?
Quando tu sei in giro e lei ti chiama, cominci a fare le classiche cose da innamorato che sta al telefono: ti allontani dagli amici, ti metti davanti a un muro, poggi il dito su una macchia nella vernice e cominci a far girare il fottuto mondo intorno a quell’indice. Ti bruciasse casa, tu quel dito dal muro non lo leverai fino a quando lei non chiuderà la chiamata.
I tuoi amici intanto si sono già ubriacati, ripresi e sbronzati di nuovo.
Ma anche tu non sei del tutto lucido.


non mi veniva nessuna foto azzeccata, quindi ecco un evergreen

Apice

Eccola, la vetta.

È quando tutto va bene, molto bene. Siete una cosa sola, anche quando non state insieme. La gente vi guarda e muore di dolcezza, i diabetici vengono dimezzati, i cali di zuccheri vengono guariti e vincete il premio Nobel per l’Amore come dei moderni coniugi Curie, ma senza che lei muoia per esposizione alle radiazioni, e lui per una carrozza che gli ha spremuto il cranio.
Siete belli. Vi vedete più belli, in forma, nonostante siate immersi in quell’oceano di cazzi chiamato vita. Lavoro, studio, impegni, responsabilità?

!!SHUT DA FUCK UP!!

Noi siamo innamorati.
Nulla potrà mai scalfirci.
Nulla.

"Ma cosa sarà mai, questo nulla che sento giungere sulla mia nuca?"

“Ma cosa sarà mai, questo nulla che sento giungere sulla mia nuca?”

Discesa

Come la salita non era intesa come negativa, di contro la discesa non è una di quelle da fare coi fiori tra i capelli cantando “Aquarius” e masticando acidi.
Decisamente no.
Diciamo che più come essere infilati in un barile pieno di acciughe morte di varie malattie veneree, sigillato e buttato giù da uno di quei canyon alla Beep Beep.
È che escono fuori i “difetti incrociati”, e cioè tu le fai notare il suo che lei ti fa notare il tuo. Poi entrano in gioco i caratteri, il passato, le situazioni di tutti i giorni.
Insomma, quella che prima era la fabbrica di Willy Wonka ora è la casa di una confraternita dopo la festa di fine anno, ragazza stuprata e piena di Roipnol inclusa.
Non capisci nemmeno come ci siete arrivati, a rinfacciarvi di quando tu hai lasciato il cotton fioc usato nelle lasagne, o di quando lei è uscita una sera tornando due giorni dopo giustificandosi dicendo che c’era una svendita di scarpe a Siena.
È fatta, senti il suolo che si avvicina sempre più veloce.
E vaffanculo lo sapevo che non facevano paracaduti di Hello Kitty.

Però fanno il gioco di Hello Kitty che usa un paracadute. Mind blowing.

Però fanno il gioco di Hello Kitty che usa un paracadute. Mind blowing.

Schianto

BAM!!
Suolo.
Durissimo, granitico suolo.
Ti rialzi, scacci la polvere dai vestiti mentre aspetti che si posi quella alzata dalla caduta.
Per dio non si vede una mazza.

Ma capisci anche senza vedere che lei non c’è più.

Anzi, ora che ci fai caso è passato anche un bel po’ di tempo.
La polvere sta ancora lì, ma sai che tanto prima o poi scenderà.
È questione di fisica, è natura, è la vita.
Da sempre.
E allora prendi delle scatole e ci metti dentro tutto quello che ti servirà in futuro.
Col tempo le aprirai sempre meno, ricordandoti a memoria quello che sai ti sarà utile, per un sorriso come per una riflessione seria.
Col tempo.

E poi oh, col tempo potrai dire che sono passati mesi, dalla tua ultima scopata.

Roma E Lavori, Gioia Ed Odori

Per ogni sesso e quoziente intellettivo al di sotto della media.

Per ogni sesso e quoziente intellettivo al di sotto della media.

Mi alzo ancora impastato dalla sera prima, gli occhi gonfi ed il cervello che sbatte nel cranio nemmeno fosse la fail compilation di Aprile. Dopo la pisciata da seduto per non sbagliar mira ed un caffè veloce, mi metto la maglietta del giorno prima, i jeans dei due giorni prima, e le mutande me le tengo, che da seduto mentre pisciavo ho visto che si può ancora fare. Calzini leggeri, scarpe ancora più leggere. Mi preparo la prima sigaretta della giornata, inforco gli occhiali da sole ed esco.

Dopo aver salutato Drugo per tutte le scale che portano alla strada chiusa, m’incammino per arrivare all’incrocio dove prendere l’autobus. E noto la prima cosa strana. Lì per lì non capisco, è talmente impercettibile e sconcertante allo stesso tempo che i miei occhi si muovono come quelli dei camaleonti per un po’. Considerando che i miei occhi già solitamente si muovono in quel modo, questo crea un corto circuito che mi fa crollare definitivamente, e mentre mi inginocchio in preda ad una crisi mistica, capisco: hanno rifatto la strada. L’asfalto fresco quasi luccica, il suo odore è ancora nell’aria ma non è pesante, è quasi un aroma che mi accompagna fino alla fermata. Questo profumo scatena un qualche ricordo, forse un impegno, un qualcosa da fare tra un po’ ma proprio non mi viene in mente, e poi ecco l’autobus.
Stranamente puntuale.

Dopo nemmeno dieci minuti sono già sul treno. Un piacevole e breve viaggio sull’autobus, senza buche o pannelli di ferro che sbattono contro altro ferro che di solito di fanno sperare di morire il più velocemente possibile, il tempo di arrivare al binario che ecco il treno, anche lui preciso come non lo era da mesi. E mentre sono seduto, in viaggio verso Tiburtina, ecco che compare. Lui, l’altissimo, l’intangibile: il controllore. Pensi che in effetti ultimamente se ne vedono molti di più rispetto al solito. Continuo a pensarci mentre gli mostro l’abbonamento, e ci penso ancora mentre scendo le scalette mentre il treno rallenta, e smetto di pensarci quando sento odore di pulito, di appena pulito, e scatta di nuovo il ricordo di dover ricordare, qualcosa da fare tra qualche settimana, e intanto l’odore di pulito mi accompagna mentre scendo per entrare nei corridoi lunghissimi di Tiburtina.

Scendo a largo Preneste nemmeno venti minuti dopo. Scendo dal 409, stranamente vuoto e veloce. Scendo mentre vedo un altro 409 dall’altra parte, anche lì poca gente. Attraverso la strada e decido di aspettare il tram, anche solo per quella fermata, che oggi il mio culo ha più piombo che gli anni ’70. Cammino sulla banchina ed arrivo vicino alla panchina, una di quelle nuove bianche con la seduta più scomoda del pouff di Fantozzi. E mi accorgo che non solo è una di quelle nuove. È una di quelle nuove, ma nuova. Nel senso di appena bullonata, lucida come un ospedale, con la scritta della fermata ancora tutt’intera ed addirittura la pellicola sui vetri pubblicitari. Se Steve Jobs si fosse lanciato nel mondo delle infrastrutture, questa panchina l’avrebbe disegnata lui. Una folata di vento fa muovere un angolo della pellicola, ed un odore di nuovo mi risveglia. Ancora. Mentre nel naso mi arriva l’odore tipico di una confezione appena aperta, nel cervello riparte la giostra che gira per arrivare a farmi ricordare che cazzo devo fare tra qualche settimana. Continuo a pensarci mentre salgo sul tram, mentre sono sul tram, mentre scendo da questo fottuto tram e ancora non mi ricordo che co..

Ed ecco che un ultimo odore mi fa ricordare tutto, come uno che si riprende da un amnesia. Sono a pochi passi dal portone del palazzo della mia ragazza, quando la puzza di un’enorme cacca mi apre le porte della percezione e capisco: siamo in odore di voto.
Questa decadente città che è diventata Roma, ad un paio di mesi dalle elezioni per scegliere il sindaco, rinasce. Si popola di operai stradali indaffarati, di integerrimi controllori, di dipendenti ATAC attenti e precisi. Le strade brillano, le buche spariscono, gli alberi sono potati al punto giusto ed i vigili sono sempre nei loro gabbiotti. Ci sono più poliziotti in giro, ma sono meno invadenti e più osservatori.

E capisco che sotto tutta quella serie di odori, quello dell’asfalto, sotto quello di pulito del treno, tra quello della plastica nuova, sotto a tutto questo c’è la puzza di merda e marcio che è sempre presente, ma che in periodi come questo si attenua e cerca di confondersi tra il nuovo. Si insinua e cerca di distrarti da quello che in realtà è sotto i tuoi occhi tutti i giorni, ma che ultimamente è più bello e profumato.

Mi ricordo che a fine Maggio, il 26 ed il 27, devo andare a votare. E devo scegliere tra uno che forse se ne va ma intanto prova a spruzzare deodorante per l’ambiente per aver vomitato su questa città dopo essersi ubriacato a spese nostre con amici e parenti; uno che ha dovuto fare le primarie per essere candidato di un partito che ormai non esiste più, e che in più ha il piglio di un peluche; uno del M5S; uno che ha contribuito a riempire Roma di cemento e che adesso parla di green economy. Tralascio gli altri, che nemmeno meritano attenzione.

E quindi? Niente da fare, ennesimo voto da naso tappato e occhi socchiusi?

Stavolta no.

Me dici chi?
Te dico Sandro Medici.

Uno che sa il fatto suo, sa cosa dice, sa cosa ha fatto. Non mi dilungo, qui trovate tutto. Spoiler: suona le percussioni da dio ed è della Roma. Poi fa anche politica eh.

(rimanete sintonizzati verso l’Angelo Mai Altrove Occupato. non si sa mai)

Ridiculum Vitae

I'm Here For Da Job.

I’m Here For Da Job.

Sono passati più o meno dieci anni da quando ho iniziato a lavorare. Parlo di un lavoro “vero”, con busta paga e contratto. Era un magazzino vicino casa, dove dalle 7 alle 16 mi facevo un culo tanto a riempire muletti di sacchi di concime, fontanelle in ghisa ed ero circondato da gente che aveva finito a malapena le medie grazie probabilmente a minacce e macchine rigate ai professori. C’era uno che diceva di fare rap, mi diede un suo cd perché “non hai capito spacca proprio, e non perché l’ha fatto io zì”. Ecco, sembrava sentir cantare uno affetto da sindrome di Tourette su basi fatte tirando una palla matta di tre chili dentro un negozio di cristalli e pentole, e le tematiche principali delle canzoni erano la figa, i soldi e la figa piena di soldi. Durante le pause pranzo l’argomento più quotato erano le avventure coi transessuali, i neon sotto le scocche della macchina ed il pallone. Niente di diverso dalle chiacchiere da bar, in pratica. Di più c’era solo la puzza di ascelle ed ignoranza.
Poi c’era il responsabile del gruppo, un signore di un metro e mezzo per 130 chili con mani grosse come i Paesi Bassi e così ignorante da far sembrare Antonio Razzi un socio onorario de La Crusca. Probabilmente l’unica cosa che abbia mai letto in vita sua sono le istruzioni della caldaia.
Ed infine il titolare, uno che si faceva vedere solo per strillarti dietro e che ha il cognome della stessa macchina che guida: Ferrari. E mi fermo qui.

Poi ci fu Lecce, dove mi trasferii per provarci. “Chi non risica non rosica”, ed inutile dirvi che se sono tornato a Roma a rosicare ho rosicato parecchio.
Un tour operator che forniva servizi al 90% delle agenzie viaggi della Puglia, Basilicata e nord della Calabria, totalmente a gestione familiare: capo donna, fratello commerciale, altro fratello e cognata in amministrazione, cugine (le uniche sane di mente) con me al booking.

La situazione era tranquilla fino a quando si è inserito il marito della “capa”, un folle la cui idea di commerciale era fare volantini fatti con Paint. Giuro. Sarebbe stato meglio fare scritte in verde carciofo su sfondo verde pisello in Comic Sans. Corsivo. Grassetto.
Inutile dire che, essendo tutti imparentati, in problemi lavorativi (che c’erano) venivano schiacciati da quelli personali: da una cena del giorno prima ai più vecchi ed ammuffiti scheletri nell’armadio, ogni giorno era una puntata di Beautiful di cui ero il protagonista inconsapevole. Mi sentivo come l’amico della famiglia Forrester invitato al dietro le quinte di una loro sfilata che assiste ad un omicidio tra parenti, viene interrogato dalla polizia, trattenuto, percosso ma poi rilasciato.
Previously on “Tour Operator”.

E si torna a Roma, e si va a Tp (che vi risparmio, visto che ne ho parlato in abbondanza, ma se proprio volete uno spiegone lo trovate qui).

Prima dopo e durante, ci sono state vendemmie, animazioni, accoglienza ad un centro estivo, banchista da papà, pubblicista-social networker, receptionist in un lido di lusso che di lusso aveva solo i prezzi. Ora sono all’Angelo, mi trovo bene ma non posso considerarlo un lavoro vero e proprio per quanto non abbia intenzione di mollarlo.

Insomma, il mio curriculum è quello di uno che non ha una laurea, non ha studiato mai davvero qualcosa e non si è mai specializzato in nulla. Ma ci ho provato, ho girato, tentato, sudato e raccolto molto, nonostante tutto e tutti, ma soprattutto nonostante me.

Ed ora, quindi, insomma, “ma che vòi da noi”?
Boh, non lo so. So solo che questo, più che curriculum, è il mio “Ridiculum Vitae”.

E se adesso, dopo mesi, ancora non vengo chiamato da nessuno, io comunque non mi sento in colpa per le scelte che ho fatto. Non avrò un pezzo di carta col prefisso “Dott.” davanti al nome, ma sono pieno di esperienze da mettere sul campo. Quale, ancora, non lo so.
Ho provato ovunque, per qualunque tipo di lavoro. Le risposte che ho ricevuto sono le stesse che ho di vincere la schedina senza giocarla.
Ma non m’arrendo: mi viene il vomito, mi stanco, mi illudo e poi ci rimango male.. ma non m’arrendo.

E giuro che non ho visto Ridge infilare mezzo metro di lama nella schiena di quel tizio.

Roma Kaput Mundi

Lo è.

C’è stato un periodo, qualche anno fa, in cui si andava tutti in giro con i motorini fino a Trastevere e si beveva al Mr. Brown fino a cominciare a ridere da sentirsi male. Era il periodo del Villaggio Globale a sentire i concerti, a ballare e a bere Merlot scadente nella loro osteria. Serate che finivano con gente (me) ubriaca marcia nei carrelli della spesa trainata da gente altrettanto ubriaca. Weekend che finivano troppo presto ma che venivano vissuti dal primo all’ultimo minuto, come se spingendosi oltre il limite epatico fosse possibile rimandare l’arrivo del maledetto Lunedì, fatto di aule, banchi e professori che “tanto non capiranno mai”. Erano serate da passare infreddoliti su selle di mille motorini, di catene difficili da aprire dopo troppe vodka alla pesca (mi viene il vomito solo a scriverlo), serate di abbracci spontanei e guance rosse. Tutti erano amici di tutti, e nessuno era solo: c’era la comitiva, il gestore del locale, la cameriera, il passante. C’era Piazza Trilussa con i suoi scalini che ospitavano sempre qualcuno da incontrare, dove ti ci mettevi davanti e cominciavi a scrutare tra la folla manco si avesse tra le mani un libro di “Dov’è Wally?”. E la gioia di trovarlo, il proprio Wally, era sincera e spontanea, perché magari era pure un tuo compagno di scuola ma, che cazzo, non eri in quel cortile o nei corridoi ma in giro, e potevi fare quello che volevi.
Roma, in quei tempi e con la testa di un adolescente, era un intero mondo da scoprire, anche se magari si rimaneva (e si è rimasti) sempre nello stesso quartiere, quasi sulla stessa via.

In questi anni, però, troppe cose sono precipitate a Roma. Il connubio fra menti spappolate e politiche devastanti ha fatto precipitare la capitale in un vortice che risucchia tutto quello che di buono c’è. Ho visto locali chiudere sotto i colpi dei verbali dei Vigili, ragazzi morire per un rissa idiota, cambi di gestione che hanno obbligato ad alzare i prezzi abbassando la qualità. I Centri Sociali sono stati presi di mira da istituzioni che pensano solamente a gonfiare i propri portafogli e ad inchinarsi ai capetti che a Roma vogliono la disciplina e  l’ordine. Le associazioni culturali aggirano le regole con trucchetti da due soldi, mentre chi tenta di farle rispettare, quelle regole, viene additato e messo in un angolo, vessato di continuo fino a quando, stremato, rinuncia a portare avanti le proprie iniziative.
E faccio mea culpa, mea iper culpa per il fatto di non essermi mai davvero interessato a come funziona un luogo in cui le cose vengono fatte girare per il verso giusto, e pochissime volte mi sono impegnato davvero per far sì che questi posti potessero continuare ad avere i propri cancelli aperti.

Ora però ne ho la possibilità, perché da una settimana ho la fortuna, ed il piacere, di lavorare all’Angelo Mai Altrove. L’Angelo ha una storia forte, potente, fatta di occupazioni, sgomberi, altre occupazioni, delibere, ristrutturazioni, impegno, sudore, lacrime e risate. E’ uno di quei luoghi che, minimizzando, si potrebbe dire di “aggregazione”. E dico minimizzando perché non è solo questo, ma è mille cose di più. Mi sono bastati pochi giorni per capire che lì dentro ognuno è parte di un gruppo, che tu sia uno di loro da anni o da pochi giorni. Entrando in quel posto, si capisce che l’aria è piena di idee che vengono condivise e sviluppate, progetti che anche se a fatica vengono realizzati con i soldi di tutti.
L’Angelo, dove si trova ora, non era così: era una bocciofila dimenticata da tutti che è stata presa e trasformata in teatro e sala concerti, con due bar ed un’osteria in cui tutti sono i benvenuti. Non c’è una prima volta in cui si entra lì, perché c’è sempre un momento in cui riconosci una situazione vissuta, che siano gli gnocchi di Pina fatti in casa come faceva tua nonna, o i sorrisi di chi ti serve da bere come succedeva tempo fa. Quella dell’Angelo è una famiglia, che va oltre il legame di sangue ed arriva ad un livello più alto, un livello di collaborazione e sostegno che in giro, in questa città, non si trova più.

Ma non è tutto rosa e fiori: l’Angelo Mai, da otto giorni, è occupato. Ed il motivo è molto semplice.
Circa un mese fa sono stati costretti a chiudere il bar e l’osteria, uniche fonti di sostentamento (oltre all’entrata che però non è sempre a pagamento) per poter continuare a finanziare i concerti, le mostre, gli spettacoli, le rassegne cinematografiche. Un’imposizione che, nel giro di pochi giorni, ha portato i ragazzi a dover chiudere tutta la struttura. Un’imposizione giustificata dal fatto che, secondo la giunta Alemanno, i fondi non venivano usati per le cose citate sopra ma solo per guadagnarci sopra. Un’accusa grave ed infondata, un colpo duro per un collettivo fatto di ragazzi pieni di passione.
E proprio questa passione ha portato tutti a decidere di occupare, unica scelta possibile per poter far fronte alle spese di gestione e ai pagamenti di chi ci lavora quotidianamente. Una decisione difficile ma affrontata con gioia, nonostante il costante spauracchio dello sgombero.

(vi ricordo, nel frattempo, che “associazioni” come Casa Pound hanno ricevuto -gratis- dal comune di Roma edifici e spazi enormi per le loro attività come riunioni, cinghiamattanza ed organizzazione di raid contro chi è ritenuto “altro”.)

Insomma, l’Angelo è in pericolo.
Noi (perché sì, mi reputo già un “noi”) siamo pronti a tutto, perché luoghi come l’Angelo DEVONO rimanere aperti, DEVONO essere ancora luoghi di incontro per i cittadini, DEVONO continuare a proporre iniziative culturali. Ricordatevi che l’Angelo Mai ha ospitato centinaia di eventi, ed ultimamente ha ricevuto il supporto degli affezionatissimi Afterhours con un concerto davvero unico. E continua ad avere supporto da esponenti di tutti i generi.
Quello che credo però è che debba avere anche il vostro, di supporto. Anzi, soprattutto il vostro. E non intendo che dobbiate venire a spendere per forza, perché il supporto più grande che possiamo ricevere è la vostra presenza, il vostro passaparola, la vostra voglia di vedere ancora aperti posti come questo.

Solo con posti come l’Angelo Mai altrove si può ancora far qualcosa per la comunità, per poter tornare tutti sui motorini a cantare, per fare amicizia con il gestore del locale e col passante, per poter di nuovo incasinarci ad aprire la catena.

Per poter tornare, di nuovo, ad essere orgogliosi della nostra città e di chi ci abita.