Di Rocce, Ragazzi E Rivoluzione

Poi studiano pure eh.

Poi studiano pure eh.

Sono seduto ad una scrivania che conosco da poco più di ventiquattr’ore.
Nell’altra stanza c’è qualcuno che si asciuga i capelli ma pur essendo sveglio dalle nove ancora non ho capito chi sia.
Un sole che ancora non mi aveva mai scaldato filtra da queste tende bianche.
Ascolto l’ultimo di Brad Mehldau e penso sia follemente fico. (così, tanto per)

Sono a Meolo, in provincia di Venezia.
Sono qui perché ho partecipato ad un concorso con una sceneggiatura per un corto, e su più di trecento storie hanno scelto la mia.

Chi?

I ragazzi di BigRock.

Che fanno questi a questa BigRock?

In prati..

E poi ma cos’è BigRock?

OH. Piano con le domande, eh.
In pratica sono una scuola di computer grafica. E fin qui, tutto ok.

Solo che loro filosofia non è: venite in classe, imparate, fate, ciao.
Qui tu entri in un modo, ed esci in un altro. E a me è bastato qualche contatto iniziale ed un giorno per capirlo.

Quando i ragazzi entrano per la prima volta a BigRock, ex fienile immerso nella campagna veneta, sono spinti da una passione enorme per tutto quello che riguarda CG, poligoni, pesature, zone bianche e nere, maquettes (così se mi leggono faccio quello che si è imparato i termini). Arrivano con questa passione selvaggia, incontrollata. C’è chi ha mollato tutto per venire qui e partecipare al master, chi si è sbattuto per pagarselo, chi fa avanti e indietro i weekend per tornare a casa.
Questa passione, però, non viene smorzata, né messa in riga al servizio della produzione.
Il loro impeto viene alimentato, nutrito con viaggi, feste, e con una sola, grande regola: vivere in gruppo.
Quello che Marco, il direttore, ha ribadito più volte è che i ragazzi devono divertirsi, devono studiare, ma prima di tutto devono imparare a stare e principalmente essere, un gruppo.

L’esempio più bello è il viaggio negli Stati Uniti che ogni anno la scuola organizza.

Ci sono quattro tappe: San Francisco, Los Angeles, il deserto del Nevada e Las Vegas.
E ok, ovvio, vanno alla Pixar ed in tutti i posti che fino al giorno prima la maggior parte aveva visto solo come logo all’inizio dei film d’animazione.

Il vero viaggio di scoperta però, come diceva Proust (Google saves), non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.
E sono proprio gli occhi di questi ragazzi che s’illuminano, quando ti parlano del viaggio, a farti capire quanto sia stato importante. Perché ci sono sì quattro tappe, ma nel mezzo loro si perdono. Per scelta, per modalità di viaggio, per viverselo davvero.
Sei jeep, nella numero uno in testa alla fila a volte si fa dire un numero e destra o sinistra.

“Quattro sinistra!!”

E via che alla quarta a sinistra si gira e poi così alla prossima ed alla prossima ancora.
È così che hanno bucato due volte nel deserto, lasciando la macchina lì. Così sono arrivati all’albero dei desideri di San Francisco dove chi vuole può attaccare ad un ramo il suo biglietto con su scritta la cosa che desidera. Così hanno trovato una città abbandonata in mezzo al nulla.

Così tornano da un viaggio con gli occhi nuovi.

Che poi sono gli stessi occhi di ragazzi giovani che fanno feste pazzesche, ma sul serio. Occhi curiosi, affamati del presente e con già apparecchiato per domani.

I fondatori, Marco e Guido, non sono persone normali.
Assolutamente no.
Sono rivoluzionari.
Hanno avuto un’idea, l’hanno portata avanti e dopo pochi anni hanno creato una vera e propria rivoluzione nel mondo della CG e non solo.
La filosofia di BigRock è un qualcosa che se applicato al mondo del lavoro nel settore dell’arte, della cultura, dell’informazione riuscirebbe a creare sinergie uniche in questo campo, ed allo stesso tempo così grandi da aiutare, anzi spingere migliaia di giovani a inseguire i loro sogni.
Nella vicina H-Farm questo concetto si allarga alle start up. Visitate il sito, dico sul serio, vale più di mille miei inutili aggettivi. Un luogo strepitoso.

Insomma, questa Grande Roccia è un luogo dove la magia si crea principalmente perché ne sei circondato.
Poi certo, sono persone anche loro: non è che non litighino, non abbiano i loro pensieri o non facciano la cacca come le donne.

Ma è un gruppo così bello ed unito che rende tutto il resto intorno meno merda, ecco.

Oggi è il loro ultimo giorno dopo sei mesi folli.
Non sono andato perché sarebbe come imbucarsi ad una festa in casa di qualcuno, da solo e senza nemmeno aver portato da bere.

(che poi la festa stasera ci sarà ed io andrò, è un’altra storia che probabilmente non vi racconterò perché non ricorderò)

Io a ‘sti ragazzi gli auguri ogni fottuto bene, dal primo all’ultimo, da chi mi ha cercato la prima volta a chi mi ha dato un tetto, da chi mi ha offerto quattro Spritz a chi mi ha fatto vedere dei video così stupidi che ho riso tantissimo per ore.

Mi auguro, anzi sono sicuro, che quando vedremo la prossima bomba a mano della Pixar, Dreamworks o chi per loro, lì in mezzo ci sarà un diavolo di BigRocker che avrà reso la nostra visione un’esperienza unica.

Bravi.
Grazi.
Bis.

E speriamo che stasera non mi puntino.

Cose Per Cui Vale La Pena Vivere, O Almeno Alcune


(per chi si chiedesse chi è l’unico che può permettersi di fare liste del genere)

Idee per un racconto su gente ammalata, con il cuore spezzato, che preferisce pensare a quanto farà male stare senza una persona, per evitare di rispondere a domande universali tipo chi siamo? dove andiamo? chi è l’ultimo per il dottore?

No, devo essere ottimista. Le cose.. le cose per cui vale la pena vivere. Ce ne saranno di cose, che non siano solo scegliere l’alcolico col quale affogare la tristezza. Ma cosa? Beh, per me.. sicuramente le tette. Piccole e belle, possibilmente. L’amore incondizionato di una donna, foss’anche solo per una notte. Il tramonto, ma soprattutto il tramonto di Malagrotta, così bello che è impossibile che non siano i fumi della discarica a renderlo unico. E anche le albe, anche se ne ho viste sempre troppe poche, e me ne ricordo anche meno.

Poi ci metto anche il veder crescere bene mio fratello: bello, intelligente, molto maturo per la sua età, ma sempre pieno di quell’ingenuità di un (quasi) diciassettenne. Guardare i miei genitori e capire che se non fosse stato per loro, spesso ti saresti perso. E non solo da bambino, in strada.

I miei amici. Uh, se ci metto i miei amici. Che nonostante tutto stanno sempre, sempre lì. Anche quando non ci sono e li vorresti con te.

True Love Will Find You In The End“, e quel the light, the light.. di una bellissima, infinita tristezza.

Poi i Led Zeppelin ed i riff di Keith Richards. I RHCP. Bach. La Marcia di Radetzky. La prima volta che senti una canzone, e te ne innamori. Le canzoni tristi. I film, tristi. Le nuvole che sembrano enormi ammassi di panna montata.

Cercare le forme nelle nuvole.

Il White Russian, ma fatto come cazzo comanda. L’odore della pioggia in arrivo, quello dell’asfalto bagnato subito dopo, quello dolciastro dell’erba appena tagliata, il profumo del pane appena sfornato (sì, nonostante sia celiaco. anzi, a maggior ragione). L’odore improvviso di un fuoco controllato nei campi, quello del caffè.

Il suo profumo che rimane sui vestiti, sui cuscini, nell’aria.

Breaking Bad, Lost, The Shield, 24, New Girl, tutti i film del buon Allen, quelli con Jim Carrey, non proprio tutti tutti ma “Eternal Sunshine..” cristoddio sì. I monologhi di Gramellini, e quelli di Paolini.

Quella foto.

Quel quadro bellissimo di cui non ricordo autore né titolo, che c’era alla Berlinische Galerie, con tutti quei personaggi dipinti così bene e fin nei minimi dettagli, che sembrava di osservare quattro frame di un video. Immobili, ma in movimento.

Quelle Domeniche in cui ti svegli e non sei solo, che passi in pigiama a fare l’amore e a fumare sigarette, e a chiedersi perché? e sbattersene della risposta.

Togliersi la soddisfazione di finirla qui, pur avendo mille altre cose da mettere.

Breaking Bad – E adesso?

È difficile dare un giudizio ad una serie come Breaking Bad. È difficile essere oggettivi, e lo è ancora di più etichettare un prodotto che, trasversalmente, ha toccato tutti i punti più alti di quella cosa chiamato Cinema.
Nessuno me lo ha chiesto, sia chiaro.
Ma mi accorgo solo ora, senza avere più il mio chimico preferito accanto, che in questi anni non ho mai scritto di Breaking Bad. E allora perché non farlo ora, per una sola volta?

Non sto nemmeno qui a dirvi che da adesso in poi ci saranno più spoiler che portafortuna a casa Letta.
Zio e nipote.

Sono tanti quei punti di cui parlavo prima e che Gilligan e compagnia hanno raggiunto, non senza fatica.
Innanzitutto quello (scontato?) della sceneggiatura.
Il livello di scrittura è stato così sublime che J.J. Abrams ha pisciato bile per cinque anni. Gilligan ha preso IL personaggio e lo ha fatto partire da A per farlo arrivare alla Z, passando per ogni altra singola lettera dell’alfabeto. Cambogiano.
Premetto che io sono un Lostiano d.o.c. e che per me fino a ieri sera il miglior finale mai visto era proprio quello dei dispersi più famosi al mondo. Detto questo, e senza fare ammenda, capisco solo ora quanto può essere molto più difficile portare avanti un qualcosa di pianificato rispetto ad un prodotto fatto, per mezza serie, improvvisando. Se devi creare in corso d’opera, forse l’effetto sarà più spettacolare ma privo di un colpo vero e proprio. Intendo un pugno in faccia come un conato, ma comunque qualcosa che ti rimane attaccato addosso come se fosse successo davvero.

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“We are a family”.

Breaking Bad ha fatto proprio questo. Ha lasciato dopo ogni puntata un dubbio morale, etico. Ogni volta ci siamo ritrovati a dover fare i conti con le scelte di Walt, sin dall’inizio, sin dal non volersi curare per non finire come un un morto vivente, ancora prima dal trovarci d’accordo o meno con l’uccidere Krazy8, e persino prima con il mettersi a cucinare metanfetamina. Per cinque anni, quel capolavoro di attore che è Bryan Cranston ci ha messo lì, vicino a lui, ed ha diviso con noi il peso di ogni singola scelta. Fino all’ultimo, fino a non farcela più, fino a distogliere lo sguardo dal suo volto. Ma anche fino ad accennare quel sorriso insieme a lui e Jesse, quel “grazie a dio è un addio” negli occhi di Aaron Paul e poi nelle sue lacrime mentre ride ed urla e guarda lo specchietto e poi urla ancora di più. Non ci lasciano il dubbio su cosa farà: magari andrà davvero davvero in Alaska a costruire scatole di legno, ma sarà comunque lontano e forse, finalmente, felice.
Sappiamo con certezza che Walt se ne va più leggero, dopo aver tolto definitivamente la maschera, ammettendo che gli piaceva eccome, fare l’imperatore della droga. Ma allo stesso tempo liberando, davvero e per sempre, lo stesso Jesse.
E non ci lasciano nessun dubbio sugli altri: Skyler, insieme a Flynn ed Holly, passerà una vita misera, che probabilmente neanche i soldi che arriveranno meno di un anno dopo riusciranno a toglierle il peso di tante, troppe macchie del suo passato.
Marie, probabilmente, si suiciderà. O comincerà a fumare meth.
Saul, se tutto va davvero bene, lo vedremo nel suo ormai confermato spin-off, antecedente a tutto quello che conosciamo. Speriamo bene.

Il pregio vero della serie, in pratica, è stata la costanza. La cura e la precisione di Vince Gilligan nel preparare, pezzo dopo pezzo, un gigantesco domino. L’insieme perfetto di un sogno americano che si spezza, la crisi di mezza età tipica degli uomini, il rapporto tra parenti, lo scontro generazionale. Ha trovato gli attori giusti, si è circondato di gente fidata ed affidabile, ed ha dato il colpo alla prima tessera.
Aveva preparato tutto con cura, nei minimi dettagli: si dice che in una passata stagione abbia impiegato ore nello scegliere la tonalità di grigio di una maglietta da far indossare a Dean Norris. Non il colore, attenzione. La tonalitàCi ha fatto capire sempre tutto, ma sempre due minuti dopo: è il cosiddetto foreshadowing, e cioè l’abilità di un autore (letterario, musicale, o come in questo caso televis.. pardon, cinematografico) di inserire alcuni indizi su cosa succederà nel corso della trama. E la maggior parte delle volte non sono così evidenti.

Zac.

Zac.

La puntata “Box Cutter“, ad esempio, si apre con l’inquadratura di un taglierino, che il povero Gale usa per aprire le scatole degli strumenti del laboratorio. Lo stesso taglierino, viene usata da Gus per sgozzare come un capretto Victor. Anche in “Face Off“, mentre Gus si trova nell’ascensore per porre fine alla scampanellante fine di Hector Salamanca, l’inquadratura si sofferma sulla sua mano mentre, come un tic, si tocca  le punte di pollice e medio mentre si sente l’insistente “ding ding” dell’ascensore. Proprio come, poco dopo, lo storpio kamikaze suonerà per far esplodere la bomba.

(da notare che anche già solo i titoli, sono indizi)

Persino il comparto costumi ha contribuito in modo enorme alla riuscita della serie: partendo da tutte le sfumature possibili di viola di Marie, ai primi arancioni di Hank che si trasformano in colori più cupi man mano che il suo personaggio diventa sempre più consapevole dello tsunami di merda che gli si sta per abbattere addosso.

Se pensate che io perda tempo, guardate qui.

Se pensate che io perda tempo, guardate qui.

Ovviamente, c’è Walt. Dai colori pastello, così neutri da farlo sparire nella sua iniziale inutilità, arrivando al nero di Heisenberg, un nero più integrale possibile, con cappello ed occhiali. Fino a tornare ai colori fermi una volta uscito dal giro, per lasciarsi poi morire con l’identico dress code della prima puntata, quello prima di trovarsi in mutande nel deserto.

La musica. Ah, la musica di Breking Bad. È da ieri sera che ascolto la playlist su Spotify, e credo che mai nessuna serie abbia mai avuto una migliore scelta di brani. La migliore, in assoluto.
Se pensando a Lost mi verrà in mente la sigla, e le due canzoni top che tutti conosciamo, pensando a BB penso a mille momenti, mille singole canzoni magari anche solo accennate che hanno accompagnato un momento, solitamente non parlato. Inutile dire che questo rimarrà probabilmente il miglior abbinamento canzone/scena finale della storia del mondo tutto.

Per il resto, non so che altro dire se non che sono anche queste stronzate a rendermi felice di essere nato in questi anni. Già le soddisfazioni son poche, almeno quelle virtuali.

Inutile dire che tutto questa manfrina non ha uno scopo, forse nemmeno un senso. Spero di non avervi annoiato.
Ma, anche solo per una volta, volevo dare il mio omaggio a quella che rimarrà per molto tempo, forse per sempre, la migliore serie tv che sia mai stata ideata, scritta ed interpretata.

"Guess I got what I deserved".

“Guess I got what I deserved”.

 

Un solo appunto: ma Huell?

Meanwhile..

Meanwhile..

Introduzione Retroattiva

Mi piacerebbe dare per scontato che tutti voi abbiate già sentito (parlare) delle miniature, ma di scontato ormai ci sono solamente le tariffe per i cellulari ed i prodotti di prima necessità alla Coop. Quindi se proprio non ci siete ancora arrivati, vi do un assaggio:

Senza dilungarmi troppo, ieri Gabriele e Silvia (le minature, se ancora non si è capito) si sono esibiti al Celacanto, piccolo grande centro di quella che tutti chiamano cittadinanza attiva, ma che lì si fa per davvero. Creato dall’associazione “Coppula Tisa” anni fa, il Celacanto ha cominciato a distinguersi dalla massa di associazioni più o meno attive sul territorio salentino. Territorio che sembra essere stato scoperto solo negli ultimi cinque anni, ma che ha più storia e tradizioni degli Stati Uniti d’America. Una terra amata ed allo stesso tempo presa di mira da speculazioni, palazzinari, gente che senza scrupoli devasta interi terreni con i purtroppo noti “ecomostri”, dalla casa costruita sulla scogliera al bar che per essere tirato su distrugge costa e spiaggia.
Antesignani nel campo, i soci di Coppula Tisa nel non troppo lontano 2005 acquistarono un orribile fabbricato abusivo mai terminato che deturpava da fin troppo tempo un tratto bellissimo di costa. Dopo averlo acquistato, beh.. lo hanno distrutto a colpi di ruspe e picconi. Un’azione, una di quelle vere in cui ci sporcano le mani, la fronte, in cui ci ferisce e si marchia il posto col sangue. Da lì, questo tipo di azione è stata ispirazione per tantissime altri “compra per distruggere” nell’ambito dell’abusivismo edilizio.
Gente col cuore, quella di Coppula Tisa.
Cuore e palle, lasciatemelo dire.

Azioni. Reazioni. Emozioni.

Azioni. Reazioni. Emozioni.

Oltre a questo e ad altre tantissime iniziative (laboratori di riuso e riciclo, falegnameria, detersivi e prodotti per la casa fai da te), una delle più belle è forse quella dell’ospitalità solidale. Esempio: se sei un musicista, cantante, artista di strada e vuoi esibirti o solo trovare un posto dove dormire, tu ci metti la tua arte, e loro l’ospitalità tutta salentina. Una camera, il cibo, ma soprattutto la compagnia ed i sorrisi, che di questi tempi sono più rari di un assessore che ci capisca qualcosa del suo lavoro.
Ma può capitare che tu non sappia suonare altro che un citofono, e che la tua arte di strada al massimo sia tenere la porta aperta alle signore. Ecco, anche in questo caso sei sempre loro ospite e tutto quello che devi fare è dare una mano a sistemare il posto. Dal mettere un paio di chiodi al dipingere, dal cucinare e scartavetrare un muro.

“Ma io sto in vacanza!!”

E allora vai a spendere un sacco di soldi per un posto affollato e che è tenuto come la stanza delle torture di Guantanamo.

(ok mi sono dilungato)

Insomma, ieri sera il mondo miniature e quello Coppula Tisa sono entrati in collisione, una splendida collisione.
Mi hanno chiesto di introdurli prima del concerto. Visto che non parlavo davanti a così tanta gente da quando mi sono dovuto giustificare per un arresto per atti osceni in luogo pubblico, mi sono un po’ emozionato.
Quello che è uscito fuori è stato:
“hghghghgh miniature ghghghhg orgoglioso ghhghghg grazie ghhghggh miniature!!”

Quello che avrei voluto dire, invece, è questo:
“Gabriele e Silvia, qui dietro a me, sono le miniature. Li ho conosciuti quasi due anni fa mentre passeggiavoa Piazza Navona con un’amica per Roma. Non so se, in un altro momento della mia vita, mi sarei fermato. E non per togliere qualcosa a loro, anzi. A fine serata vi sentirete più ricchi di ora, ne sono sicuro. Ma sapete quando “è il momento”? Ecco, quello lo era. Quel giorno di Ottobre col sole, il sorriso e la bellezza di quella mia amica che non vedevo da troppo tempo, la piazza piena al punto giusto. Insomma, era il momento.
E dopo un’intervista, dopo averli fatti conoscere in giro grazie alla rivista per cui collaboro, grazie alla loro disponibilità artistica ma soprattutto umana eccoli qui. Dopo avergli rotto le scatole per tutto questo tempo, avergli scroccato pranzi, passaggi e cd, è con un piacere che non so nemmeno descrivere in questo momento che vi presento due bravissimi artisti, due geniali musicisti ma, ecchecavolo lasciatemelo dire, due amici.

Le miniature.”

Ecco, vale sicuramente meno ora che il concerto è finito tra applausi, sorrisi e tanta ottima musica.
Ma credo valga e varrà per sempre come introduzione a due persone straordinarie, e che mi aiuterà a ricordare la serata di ieri come una delle più belle della mia vita.

Monotonia

Jacopo.

Jacopo è uno come tanti. Ha 27 anni e come molti, forse troppi, non ha un lavoro. E come molti, ma forse non troppi, non ha una laurea. L’ultimo vero impiego l’ha lasciato lui, con grande sorpresa di tutti. Dopo quasi quattro anni è scappato da un call center, con un contratto a tempo indeterminato e mille euro al mese. Una follia, in un 2011 in piena crisi economica e sociale, una tempesta che abbatte tutto quello che trova. Lì la crisi c’era, ma interna, diversa. Poteva sicuramente tenere duro, ma le troppe notti insonni, il bruciore di stomaco che lo svegliava ormai da mesi ed una dirigenza disastrosa, quando non assente, lo portano a mollare tutto. Dimissioni, e via verso un futuro che dura un giorno, tutti i giorni.

Per mesi Jacopo se la cava: un minimo di sussidio lo percepisce, si gode un più che meritata vacanza in camper con gli amici e la compagnia di una ragazza.
Poi affronta il ritorno a Roma, una città che diventa ogni giorno sempre più difficile da capire, da vivere. Il sussidio finisce, le donne passano, e la pressione lo schiaccia sempre di più. Lo chiamano per dei colloqui, sempre nell’ambito delle comunicazioni. Alcuni sono senza speranza fin dall’inizio, altri si protraggono per settimane per finire in una bolla di sapone. Settimane appeso ad un telefono che non squilla mai.

Quando Jacopo decide che non ce la fa più, approfitta della sua famiglia divisa per andare in Salento dove la madre ed il fratello più piccolo quasi si sono dimenticati la sua faccia. Ne ha bisogno: la capitale ormai è in mano a fascisti più o meno eletti, gli amici sono sempre amici ma con altro per la testa e la sua, di testa, non riesce più a ragionare come prima. E quindi parte.
Arrivato in Salento, Jacopo rinasce: vuoi la cucina di mamma, vuoi l’orgoglio di veder crescere splendidamente il fratello, vuoi le facce accoglienti e sorridenti della gente del posto.. insomma Jacopo sorride di nuovo.
E dopo un po’ trova anche un lavoro. Giusto per tenersi impegnato, ma sono soldi. E visto che non li ha..
Si tratta di accoglienza in un lido di lusso: deve solo stare dentro un gabbiotto, dire si a gente ricca e stare attento che non si sovrappongano abbonamenti e prenotazioni dei lettini. Questa è gente che paga, che non ha mai lavorato e che si lamenta facilmente. Jacopo già sa che dei suoi princìpi dovrà fare un bel rotolo e metterseli proprio lì.

Ma non credeva che quel rotolo potesse diventare così grande.

Anziché stare in affiancamento a chi dovrà poi sostituire per evitare di avere (e creare) problemi, dopo tre giorni Jacopo ha: svuotato più volte i posacenere di tutti lo stabilimento; tolto i sacchi dell’immondizia (pieni senza criterio di carta, plastica ed umido tutti insieme) per portarli in strada in attesa del camion; messo i sacchi nuovi; ha caricato e scaricato casse su casse di liquori e champagne; ha aiutato un collega a sistemare un filo immerso nella fogna del lido, senza mascherina; si è massacrato i piedi di vesciche e calli che ancora oggi, dopo un mese, non scompaiono; visto una cameriera sentirsi male per il caldo perché assegnata alla pedana assolata nonostante si sapesse di suoi problemi al cuore; ha sorvegliato i bagnanti (in pratica ha fatto il bagnino) nonostante la mareggiata e la bandiera rossa, solo perché i clienti erano incazzati per il fatto di non poter entrare in acqua, e quando si è rifiutato per paura di vedere gente farsi male è anche stato etichettato come “polemico”; è stato chiamato Giuseppe per i primi tre giorni perché la cocaina parlava al posto dei padroni del lido; è stato chiamato col fischio da un cliente; ha subito quotidianamente sfoghi di trentenni viziati, sfociati in un “tu non sai chi sono io” solo perché ha chiesto, come era previsto in quel caso, uno spostamento di lettino.
Il tutto gli ha impedito, ovviamente, di fare il lavoro per cui era stato chiamato, con risultati disastrosi nel momento in cui è rimasto solo, senza più “tutor”. E per Jacopo sbagliare sul lavoro è una cosa terribile, per cui si è sempre sentito in colpa.

Ma soprattutto, Jacopo ha visto ragazzi sfruttati fino al midollo, è stato pagato con 30 euro al giorno per (minimo) undici ore di lavoro senza mai aver firmato un foglio, ha visto dichiarati 90 euro su oltre 1000 di incasso. In un giorno. Solo di lettini. E quel posto ha anche un bar ed un ristorante.

Alla fine Jacopo si è tolto il rotolo di principi dal didietro e se n’è andato, perché le crisi di pianto e le notti insonni le aveva già affrontate, perché i conati di vomito e la paura di svegliarsi la mattina (sempre che avesse dormito) gli erano già venuti.

E quando pensa che c’è stato chi ha detto che il posto fisso è monotono, ride. Di un riso amaro, perché di contro pensa a quanti Jacopo tutti i giorni affrontano le stesse cose.
E per quanto sa di essere stato fin troppo perseverante, si sente quasi in colpa a lamentarsi. Ma Jacopo è uno come tanti che il lavoro lo trova, a volte, ed è così poco monotono che lo lascia.
E che per il lavoro, adesso, deve di nuovo cambiare vita, e tornare lì da dove era scappato.

Tutto quello che avete letto è vero. Verissimo. Non faccio nomi perché di posti come questo, purtroppo, ne è piena l’Italia. Spero solo che tutti gli Jacopo che esistono, che vivono questa situazione lavorativa che sfiora lo schiavismo, possano un giorno trovare la loro strada solo grazie al merito ed all’impegno. Un impegno che venga riconosciuto, pagato e tassato.

Spero.

Sapete Qual è Il Fatto?

Alcune delle cose che dici “le metto lì così me le ricordo”.

 

A parte me, ovviamente.

Il fatto è che oggi sono stato bene. Di un bene che ‘sto periodo sono andato a cercare in giro eh.
Non sapete quanto ho girato, almeno nella mia testa, per cercarlo.
Sapete quando siete a casa, ed avete una cosa che dovete assolutamente ricordarvi di prendere. Che dite di solito?

“La metto qui, così me la ricordo.”

Ecco, io con il mio benessere avevo fatto la stessa cosa. Dopo averlo ritrovato, anche se a pezzi e sparsi, l’avevo un po’ ammucchiato e messo lì, “che poi me lo ricordo”.
C’avevo messo una vita a trovarlo.
Tutto incasinato.
Tutto sottosopra.
Ma c’era, me lo ricordavo.

Ed oggi mentre camminavo con cinque ore di sonno sulle spalle, presto che così presto al centro non ci andavo nemmeno quando frequentavo il Kennedy, con ‘ste nuvole in testa che non si capiva se dovevamo fare tutti la fine di Caio Cestio o se dovevamo sudare come quelli che la piramide Cestia l’hanno tirata su . Insomma, ‘na giornata demmerda.

E invece, quando meno te lo aspetti, tra tante nuove conoscenze e tante idee che piacciono a te, agli altri e che soprattutto prendono forma, ecco lì che mentre ti prendi il caffè.. ridi.

Col cuore.
Cogli occhi.
Con tutto il tuo fottuto corpo.

E per una giornata intera non ci pensi nemmeno se ne parli, e grazie a dio ne parli sempre meno.
Sudi ma sei felice, è nuvolo ma senti il sole, è grigio ma sembra che la Uniposca abbia fatto esplodere in cielo i serbatoi con cui riempiono i pennarelli.

Vita.

 

E adesso che un po di questo benessere l’ho ritrovato, non voglio proprio perdermelo.

Lo metto qui.

Così me lo ricordo.

Caricati A Pallettoni

Cesare ed Adriano

Qualche mese fa, uno che è come un fratello amico fratello (Andrea aka CVO), mi ha regalato un cd live di un duo che avevo sentito nominare ma che, come sempre, avevo un po’ evitato perché “in Italia la musica buona non la fa più nessuno” o meglio “a me la musica italiana in genere fa cagare”. Nonostante Andrea sia un grandissimo conoscitore di musica a trecentosessanta gradi, molto più di quanto possa io vantarmi, a me questi due non è che mi convincevano molto. Li avevo conosciuti con una cover di “Hey Girl, Hey Boy” in versione elettrica e sporca, ma proprio non mi entravano in testa. E poi quel nome mi sembrava ingombrante, “Bud Spencer Blues Explosion”.

Mah.

Il giorno che Andrea mi ha regalato il cd sono tornato a casa, l’ho messo nel mio stereo e mi ci sono messo. E non c’è voluto molto prima di farmi esclamare “ma chi cazzo sono ‘sti mostri?”.
Il cd in questione è “Fuoco Lento”, registrato a Marzo dell’anno scorso al Circolo degli Artisti a Roma. La scaletta, breve ma intensa come una sveltina nel cesso del Circolo, è composta da sei tracce di cui cinque sono cover, da Hendrix agli Area, da Britti ai Rage Against The Machine. Apre una loro traccia strumentale e chiude una cover di Blind Willie Johnson (che credo sia basata su di una vita umana, cioè, pare scritta in base alla nascita-vita-morte di una persona, ma è complicato)
È un album fulminante, con un registrazione perfetta (merito anche di Francesco aka VSK), ma soprattutto una sintonia da fare invidia ai Vianello, con la differenza che i Bud sono vivi, anzi vivissimi. Non voglio esagerare, ma il live in questione è passato nelle mie orecchie almeno un centinaio di volte in meno di un anno, e devo dire che non ho problemi ad ascoltarlo ancora, come sto facendo adesso.

E allo gliel’ho data ‘sta soddisfazione ad Adriano (chitarra e voce) e Cesare (batteria), e visti i risultati gliene darei ancora mille.
Prima un grandioso concerto al Lanificio 159, dove hanno presentato il loro ultimo album “Do It”: un disco onesto, diretto, dove (secondo me) le parti vocali stentano ancora a decollare (eccezion fatta per “Come Un Mare” e “Mi Addormenterò”, ma forse è la mia anima malinconica a parlare), ma dove la parte musicale è finalmente qualcosa di fresco, di vero, senza esagerazioni e con una gran voglia di condividere ogni vibrazione. Sembrano quasi volerci portare accanto a loro e dire “stai qui ed ascolta, ma soprattutto ti prego dicci se ti piace o no”. Basti vedere l’interno del loro primo vero album, dove senza problemi ci dicono che tutte le tracce sono state registrate in quello o quell’altro studio, ma dove tengono a sottolineare che la numero sette -se non erro- è stata registrata in camera di Adriano.
Poi un’intima session allo “Studio Nero” di Roma, dove sono riuscito ad andare rientrando nei primi tot a mandare una mail. L’occasione è stata la registrazione del loro primo “studio dvd”, in cui entrambi hanno dato ennesima prova (e dio solo sa quanto non ce ne sarebbe stato bisogno) di un gran talento e, sorpresa, un’umiltà senza pari. Accoglienti, tranquilli e sempre pronti ad ascoltare le nostre reazioni durante e dopo l’esecuzione di un pezzo. Addirittura alla fine (dopo una doppia esecuzione dell’intera scaletta per questione di registrazione), Adriano ci ha chiesto quale versione poteva essere la migliore, ed i loro sorrisi durante il live dovuti ai nostri incitamenti sono la cerniera che sigilla un rapporto speciale che questi due ragazzi vogliono mantenere con il loro pubblico. Sempre all’interno dei loro album, troverete sempre un grazie scritto a mano per aver comprato il cd, e per essere andati (eventualmente) ai loro concerti.

È una cazzata, forse, ma vedere che non sei solo uno che va ad ascoltarli, ma anche uno il quale può “giudicare” senza censure, è una cosa che ricordo solo nella Bandabardò, parlando di live.

Insomma, la potenza di entrambi è irripetibile, la passione che ci mettono e che è chiara a chi li ha visti almeno una volta non è paragonabile a nessun concerto a cui io abbia assistito, dagli Afterhours a Jovanotti.
Vederli dal vivo è un’esperienza che dovete fare, e forse mi ringrazierete.

Il 21 Aprile suoneranno all’Orion di Ciampino. Fatevi un favore, e venite.

http://www.bsbemusic.com/