Cose Per Cui Vale La Pena Vivere, O Almeno Alcune


(per chi si chiedesse chi è l’unico che può permettersi di fare liste del genere)

Idee per un racconto su gente ammalata, con il cuore spezzato, che preferisce pensare a quanto farà male stare senza una persona, per evitare di rispondere a domande universali tipo chi siamo? dove andiamo? chi è l’ultimo per il dottore?

No, devo essere ottimista. Le cose.. le cose per cui vale la pena vivere. Ce ne saranno di cose, che non siano solo scegliere l’alcolico col quale affogare la tristezza. Ma cosa? Beh, per me.. sicuramente le tette. Piccole e belle, possibilmente. L’amore incondizionato di una donna, foss’anche solo per una notte. Il tramonto, ma soprattutto il tramonto di Malagrotta, così bello che è impossibile che non siano i fumi della discarica a renderlo unico. E anche le albe, anche se ne ho viste sempre troppe poche, e me ne ricordo anche meno.

Poi ci metto anche il veder crescere bene mio fratello: bello, intelligente, molto maturo per la sua età, ma sempre pieno di quell’ingenuità di un (quasi) diciassettenne. Guardare i miei genitori e capire che se non fosse stato per loro, spesso ti saresti perso. E non solo da bambino, in strada.

I miei amici. Uh, se ci metto i miei amici. Che nonostante tutto stanno sempre, sempre lì. Anche quando non ci sono e li vorresti con te.

True Love Will Find You In The End“, e quel the light, the light.. di una bellissima, infinita tristezza.

Poi i Led Zeppelin ed i riff di Keith Richards. I RHCP. Bach. La Marcia di Radetzky. La prima volta che senti una canzone, e te ne innamori. Le canzoni tristi. I film, tristi. Le nuvole che sembrano enormi ammassi di panna montata.

Cercare le forme nelle nuvole.

Il White Russian, ma fatto come cazzo comanda. L’odore della pioggia in arrivo, quello dell’asfalto bagnato subito dopo, quello dolciastro dell’erba appena tagliata, il profumo del pane appena sfornato (sì, nonostante sia celiaco. anzi, a maggior ragione). L’odore improvviso di un fuoco controllato nei campi, quello del caffè.

Il suo profumo che rimane sui vestiti, sui cuscini, nell’aria.

Breaking Bad, Lost, The Shield, 24, New Girl, tutti i film del buon Allen, quelli con Jim Carrey, non proprio tutti tutti ma “Eternal Sunshine..” cristoddio sì. I monologhi di Gramellini, e quelli di Paolini.

Quella foto.

Quel quadro bellissimo di cui non ricordo autore né titolo, che c’era alla Berlinische Galerie, con tutti quei personaggi dipinti così bene e fin nei minimi dettagli, che sembrava di osservare quattro frame di un video. Immobili, ma in movimento.

Quelle Domeniche in cui ti svegli e non sei solo, che passi in pigiama a fare l’amore e a fumare sigarette, e a chiedersi perché? e sbattersene della risposta.

Togliersi la soddisfazione di finirla qui, pur avendo mille altre cose da mettere.

Breaking Bad – E adesso?

È difficile dare un giudizio ad una serie come Breaking Bad. È difficile essere oggettivi, e lo è ancora di più etichettare un prodotto che, trasversalmente, ha toccato tutti i punti più alti di quella cosa chiamato Cinema.
Nessuno me lo ha chiesto, sia chiaro.
Ma mi accorgo solo ora, senza avere più il mio chimico preferito accanto, che in questi anni non ho mai scritto di Breaking Bad. E allora perché non farlo ora, per una sola volta?

Non sto nemmeno qui a dirvi che da adesso in poi ci saranno più spoiler che portafortuna a casa Letta.
Zio e nipote.

Sono tanti quei punti di cui parlavo prima e che Gilligan e compagnia hanno raggiunto, non senza fatica.
Innanzitutto quello (scontato?) della sceneggiatura.
Il livello di scrittura è stato così sublime che J.J. Abrams ha pisciato bile per cinque anni. Gilligan ha preso IL personaggio e lo ha fatto partire da A per farlo arrivare alla Z, passando per ogni altra singola lettera dell’alfabeto. Cambogiano.
Premetto che io sono un Lostiano d.o.c. e che per me fino a ieri sera il miglior finale mai visto era proprio quello dei dispersi più famosi al mondo. Detto questo, e senza fare ammenda, capisco solo ora quanto può essere molto più difficile portare avanti un qualcosa di pianificato rispetto ad un prodotto fatto, per mezza serie, improvvisando. Se devi creare in corso d’opera, forse l’effetto sarà più spettacolare ma privo di un colpo vero e proprio. Intendo un pugno in faccia come un conato, ma comunque qualcosa che ti rimane attaccato addosso come se fosse successo davvero.

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“We are a family”.

Breaking Bad ha fatto proprio questo. Ha lasciato dopo ogni puntata un dubbio morale, etico. Ogni volta ci siamo ritrovati a dover fare i conti con le scelte di Walt, sin dall’inizio, sin dal non volersi curare per non finire come un un morto vivente, ancora prima dal trovarci d’accordo o meno con l’uccidere Krazy8, e persino prima con il mettersi a cucinare metanfetamina. Per cinque anni, quel capolavoro di attore che è Bryan Cranston ci ha messo lì, vicino a lui, ed ha diviso con noi il peso di ogni singola scelta. Fino all’ultimo, fino a non farcela più, fino a distogliere lo sguardo dal suo volto. Ma anche fino ad accennare quel sorriso insieme a lui e Jesse, quel “grazie a dio è un addio” negli occhi di Aaron Paul e poi nelle sue lacrime mentre ride ed urla e guarda lo specchietto e poi urla ancora di più. Non ci lasciano il dubbio su cosa farà: magari andrà davvero davvero in Alaska a costruire scatole di legno, ma sarà comunque lontano e forse, finalmente, felice.
Sappiamo con certezza che Walt se ne va più leggero, dopo aver tolto definitivamente la maschera, ammettendo che gli piaceva eccome, fare l’imperatore della droga. Ma allo stesso tempo liberando, davvero e per sempre, lo stesso Jesse.
E non ci lasciano nessun dubbio sugli altri: Skyler, insieme a Flynn ed Holly, passerà una vita misera, che probabilmente neanche i soldi che arriveranno meno di un anno dopo riusciranno a toglierle il peso di tante, troppe macchie del suo passato.
Marie, probabilmente, si suiciderà. O comincerà a fumare meth.
Saul, se tutto va davvero bene, lo vedremo nel suo ormai confermato spin-off, antecedente a tutto quello che conosciamo. Speriamo bene.

Il pregio vero della serie, in pratica, è stata la costanza. La cura e la precisione di Vince Gilligan nel preparare, pezzo dopo pezzo, un gigantesco domino. L’insieme perfetto di un sogno americano che si spezza, la crisi di mezza età tipica degli uomini, il rapporto tra parenti, lo scontro generazionale. Ha trovato gli attori giusti, si è circondato di gente fidata ed affidabile, ed ha dato il colpo alla prima tessera.
Aveva preparato tutto con cura, nei minimi dettagli: si dice che in una passata stagione abbia impiegato ore nello scegliere la tonalità di grigio di una maglietta da far indossare a Dean Norris. Non il colore, attenzione. La tonalitàCi ha fatto capire sempre tutto, ma sempre due minuti dopo: è il cosiddetto foreshadowing, e cioè l’abilità di un autore (letterario, musicale, o come in questo caso televis.. pardon, cinematografico) di inserire alcuni indizi su cosa succederà nel corso della trama. E la maggior parte delle volte non sono così evidenti.

Zac.

Zac.

La puntata “Box Cutter“, ad esempio, si apre con l’inquadratura di un taglierino, che il povero Gale usa per aprire le scatole degli strumenti del laboratorio. Lo stesso taglierino, viene usata da Gus per sgozzare come un capretto Victor. Anche in “Face Off“, mentre Gus si trova nell’ascensore per porre fine alla scampanellante fine di Hector Salamanca, l’inquadratura si sofferma sulla sua mano mentre, come un tic, si tocca  le punte di pollice e medio mentre si sente l’insistente “ding ding” dell’ascensore. Proprio come, poco dopo, lo storpio kamikaze suonerà per far esplodere la bomba.

(da notare che anche già solo i titoli, sono indizi)

Persino il comparto costumi ha contribuito in modo enorme alla riuscita della serie: partendo da tutte le sfumature possibili di viola di Marie, ai primi arancioni di Hank che si trasformano in colori più cupi man mano che il suo personaggio diventa sempre più consapevole dello tsunami di merda che gli si sta per abbattere addosso.

Se pensate che io perda tempo, guardate qui.

Se pensate che io perda tempo, guardate qui.

Ovviamente, c’è Walt. Dai colori pastello, così neutri da farlo sparire nella sua iniziale inutilità, arrivando al nero di Heisenberg, un nero più integrale possibile, con cappello ed occhiali. Fino a tornare ai colori fermi una volta uscito dal giro, per lasciarsi poi morire con l’identico dress code della prima puntata, quello prima di trovarsi in mutande nel deserto.

La musica. Ah, la musica di Breking Bad. È da ieri sera che ascolto la playlist su Spotify, e credo che mai nessuna serie abbia mai avuto una migliore scelta di brani. La migliore, in assoluto.
Se pensando a Lost mi verrà in mente la sigla, e le due canzoni top che tutti conosciamo, pensando a BB penso a mille momenti, mille singole canzoni magari anche solo accennate che hanno accompagnato un momento, solitamente non parlato. Inutile dire che questo rimarrà probabilmente il miglior abbinamento canzone/scena finale della storia del mondo tutto.

Per il resto, non so che altro dire se non che sono anche queste stronzate a rendermi felice di essere nato in questi anni. Già le soddisfazioni son poche, almeno quelle virtuali.

Inutile dire che tutto questa manfrina non ha uno scopo, forse nemmeno un senso. Spero di non avervi annoiato.
Ma, anche solo per una volta, volevo dare il mio omaggio a quella che rimarrà per molto tempo, forse per sempre, la migliore serie tv che sia mai stata ideata, scritta ed interpretata.

"Guess I got what I deserved".

“Guess I got what I deserved”.

 

Un solo appunto: ma Huell?

Meanwhile..

Meanwhile..