“Any Day Now” è un Film Bellissimo

AnyDay

«Any Day Now» è un film bellissimo.
Arrivo con quattro anni di ritardo ma cazzo, la bellezza non ha tempo.

Un paio di sere fa io e Lei decidiamo il film da vedere su Netflix, dopo la solita buona mezz’ora passata a sfogliare la lista dei preferiti. Le due righe di plot le legge dopo tante altre due righe di plot, in terzultima riga, quasi alla fine, ma quelle due righe mi piacciono più delle alte e le chiedo se le va di vederlo.
Le va.
Stasera abbiamo pure la TV, prima volta dopo mesi che sto a casa nuova. Attacchiamo il pc, ci accoccoliamo con latte e mega plumcake e premo play.

Mi si para davanti la storia, ambientata a NYC negli anni ’70, di Rudy Donatello (un immenso, immenso Alan Cumming che conoscete sicuramente per aver interpretato Eli Gold in The Good Wife ma che ha fatto davvero tante altra cose) e di Paul Fliger (un insospettabile Garret Dillhaunt che è stato in mezzo a più serie TV di JJ Abrams). Il primo si esibisce al «Fabius», locale gay dove lui ed altre due drag queens cantano in playback sdolcinate canzoni d’amore. Il secondo è da poco un importante avvocato, che si è scoperto gay dopo un matrimonio fin troppo precoce.
Il terzo protagonista è Marco (interpretato dal bravissimo Isaac Leyva), un ragazzo affetto da sindrome di Down che vive con la madre nell’appartamento accanto a quello di Rudy. Lei, che qui interpreta la madre tossica ed usa al meretricio, è la stessa attrice chge faceva la prostituta drogata in The Shield. Per dire.
Insomma, per farla molto breve lei viene arrestata, Rudy si affeziona a Marco e trascina Paul in una faticosa battaglia per l’affidamento.

AnyDay2

Non vi dico nulla, ma sintetizzo il tutto con: coppia gay formata da una drag queen e da uno stimato avvocato tentano di adottare un ragazzo down. Negli anni ’70.
Si ride? Ovviamente no.
Cioè, anche, e pure parecchio in alcuni punti.
Ma di base non è una commedia, ecco.
Io e Lei abbiamo finito il film in silenzio, in lacrime, con un vuoto dentro che nemmeno una colata di cemento avrebbe riempito.

Ma non è tanto l’eccezionale interpretazione di tutti quanti (ma Cumming, ragazzi miei, che roba). Non è la fotografia semplice, non è nemmeno la colonna sonora che tra l’altro viene in qualche pezzo cantata, superbamente, dallo stesso Cumming.
No.
È la velocità.
Succedono cose.
Era da tanto che non vedevo un film che si può tranquillamente definire drammatico in cui le cose non rimangono sospese e silenziose per interi minuti, in cui non ci sono eterni sguardi muti e dove nessuno spacca cose mente grida con la musica alta in sottofondo.
In «Any Day Now» fin dall’inizio succedono cose tra i due protagonisti, a Marco, a tutti e tre, i personaggi satellite sono interessanti, approfonditi il giusto e parlano di cose utili alla trama, il ritmo insomma è incalzante.

«Any Day Now» è un film bello dall’inizio alla fine. Non una sbavatura, non un momento di imbarazzo, non una scena sprecata.
Se avete Netflix recuperatelo, se non lo avete fatevelo che tanto il primo mese è gratis, altrimenti compratelo/scaricatelo perché davvero, merita.

E ragazzi, che roba Cumming.

Rudy (Alan Cumming), Paul (Garret Dillahunt) and Marco (Isaac Leyva)

Cose Su Cui Impegnarsi Ora Che Di Caprio Ha Vinto L’Oscar

"Avrai pure vinto l'Oscar, ma la Winslet ancora non te la scopi."

“Avrai pure vinto l’Oscar, ma la Winslet ancora non te la scopi.”

Ora che Leonardo nostro ha vinto l’Oscar, possiamo concentrarci su altre opere rimaste incompiute, traguardi ancora non raggiunti, usanze da eliminare. Cose che hanno tutte le carte in regola per diventare i prossimi tormentoni da qui alla loro realizzazione.

Tipo:

– impedire ai vip di dare nomi del cazzo ai figli. Basta con Falchi, Civette, Oceani, Tettoniche a Zolle (nome composto). Da quel giorno sarà vietato dare nomi di merda alla propria prole, pena una pensione minima e la radiazione dall’albo delle celebrità;

– beccare quel coglione che ancora scrive “Lulic ’71” in giro per Roma, obbligandolo non solo a cancellare le scritte, ma a sostituirle con “M’illumino d’immenso”;

– eliminare l’adesivo “Vaticano” da sotto alla fermata di Lepanto sulla metro A di Roma. Perché non è vero che ferma a San Pietro. Quindi o fai la fermata alla Basilica, oppure rimane Lepanto e basta;

Che pecionata.

Che pecionata.

– far eliminare ‘sto cazzo di cetriolo da ogni cocktail che chiedi. Perdio, ma che è successo, c’è stata una sovapproduzione di ortaggi fallici che vi permette di metterlo pure nell’acqua? È esploso un Boeing pieno di semi di cetriolo sopra una vallata di merda di mucca?

“Ciao volevo una media chiara.”
“Con o senza cetriolo?”
“Dipende dove lo metti, pazza!”

– far fare un altro giretto a Padre Pio. Stavolta in piedi però, e che si muova con le sue gambe. Sennò di che miracoli parliamo?

– cominciare a poter chiamare le suore pinguini senza per questo essere giudicati come blasfemi;

– poter camminare sulle macchine che parcheggiano sulle strisce, o che ci frenano sopra mentre c’è il pedonale verde, ovviamente avendo sempre con sé delle comode scarpe da alpinista;

– poter tagliare la mano a chi viaggia senza biglietto. Su ogni mezzo pubblico di ogni regione;

– poter bannare dalla vita reale, per un periodo di trenta (30) giorni, chi pubblica bufale. Il ban va scontato dentro una stanza, nutriti di solo pesce, con tutto il repertorio video possibile di Piero&Alberto Angela che spiegano tutto. TUTTO;

– riuscire a riportare a casa i Marò, soprattutto oggi che abbiamo un giorno in più almeno per pensarli;

– poter fare le linguacce ai non vedenti per strada, ed allo stesso tempo non farci brutta figura coi vedenti;

– che tutti i telecomandi, i mouse, le cloche del mondo siano ad immagine e somiglianza di un pene. Così, per ridere;

– che le tette siano riconosciute patrimonio dell’umanità.

Leo

“Lo Chiamavano Jeeg Robot” – I Miei Due Cent

“Ma che t’ha mozzicato, un ragno? Un pipistrello? Sei cascato da ‘n’artro pieneta?”

Questo è quello che dice Lo Zingaro, interpretato da Luca Marinelli, a Enzo Ceccotti, un enorme (in tutti i sensi) Claudio Santamaria.
Glielo dice con gli occhi da pazzo, un po’ Joker un po’ personaggio di Guy Ritchie, affamato di notorietà e potere come non mai.

È una delle scene di “Lo Chiamavano Jeeg Robot”.
Una perla quasi appoggiata nel panorama del cinema italiano, silenziosamente calata dall’alto come farebbe il più classico dei supereroi.

Non vi dico la trama, che quella è facile facile: prendete tutti i più classici stereotipi dei fumetti e film sui superereoi, ed avrete la struttura del film.
Ma è quello che ci viene costruito sopra, e come, a fare la differenza.

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“Lo Chiamavano Jeeg Robot” (da qui “LCJR”, che sennò sbrocco) è un film che va visto se vi piacciono varie cose, e non per forza tutte insieme, tipo: fumetti e robocartoon di enormi pupazzi di latta che se le menano fortecchiaro (no, non ero un fan, io vedevo “La Signora Minù”), un film con una bellissima fotografia, Roma per quello che è (ovvero una città sporca e cattiva che senza aggiunte è una perfetta Gotham), un cattivo superbo che di solito dici di vederlo solo nei film americani, un buono con un sacco di problemi che di solito dici di vederlo solo nei film americani, una protagonista femminile eccezionale che mi ha fatto andare simpatica quella parlata coatto-ripulita-strascicata che anzi fa metà del personaggio, le tette, Santamaria con la panza che comunque fa sempre un sacco manzo, la maschera da supereroe più bella di sempre, alcune delle imprecazioni romane più belle di sempre (“Saremmo due fiji de ‘na supermignotta” mi ha devastato), il Danone, la Curva Sud e di conseguenza la Riomma, il dramma, il dramma interiore di un uomo chiuso in se stesso, il dramma di una ragazza problematica, il dramma di una persona che distrutta dalla voglia di fama-soldi-luce della ribalta criminale è disposto davvero a tutto, il dramma di una città sconvolta da attentati, le tette.

Jeeg

“LCJR” è un film attuale e nuovo nonostante sappiate fin dall’inizio come andrà a finire.
O forse no.
Certo è che io non son bravo a fare le recensioni ma posso metterci la passione per una cosa che mi ha entusiasmato. Posso dirvi che dovreste andare al cinema a vederlo, perché diamine son soldi spesi benissimo. Posso dirvi che vi emozionerete. Posso dirvi che questo film è riuscito sicuramente in un’impresa: quella di ammutolire, in una delle scene più alte, una sala di spettatori quasi tutti casuali, di quelli da multisala e “boh annamese a vedè Gigghe Robbò che l’artri posti sò tutti finiti”. Tutti muti, dopo una visione comunque -lo ammetto- interessata e disturbata solo da quella cretina che dietro di me non riusciva a non scalciare il mio schienale ad ogni cambio di posizione.

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Posso assicurarvi comunque che è un film coraggioso, tecnicamente al limite della perfezione, con interpreti in stato di grazia ed un regista (Gabriele Mainetti) che qualcosa ci ha già detto e che ora ce lo dice un po’ più forte ancora, tirandoci per la manica della giacca ed indicandoci uno dei tetti dell’EUR, di Garbatella, di Trastevere, facendoci notare un’ombra che, spero sinceramente, torni presto a darci almeno il senso, della protezione.

(a margine, vi segnalo l’iniziativa della Gazzetta con la quale, dal 20 Febbraio, si può prendere il fumetto ispirato al film scritto da Roberto Recchioni -che ha anche disegnato una delle quattro copertine variant-, disegnato da Giorgio Pontrelli e Stefano Simeone, e con le restanti tre copertine realizzate da quegli altri tre supereroi di Giacomo Bevilacqua, Zerocalcare e Leo Ortolani)

“La Telecamera” E BigRock Vincono Ancora

Esattamente quattro mesi ed un giorno fa, scrivevo solo che belle parole per i ragazzi di BigRock. Li avevo conosciuti solo il giorno prima, stanchi dell’ultima notte a tirar su la sceneggiatura che avevo scritto per il loro concorso. Ho vinto, e ‘sti matti in tre settimane hanno reso vivaLa Telecamera“.
La bellezza.

E visto che son matti anche peggio di me, in questi mesi ci siamo continuati a sentire ed abbiamo deciso di far girare il corto, in modo molto mirato, in alcuni festival di cinema. Fino ad oggi lo abbiamo proposto a tre festival, e tutti sono sembrati subito molto interessati.
Il primo è stato il SIFF – Salento International Film Festival.
Il SIFF è una bellissima manifestazione che ha concluso ieri la sua undicesima edizione. Undici anni in cui si è evoluto fino ad essere esportato dal suo ideatore Gigi Campanile in Asia, dove ormai è una sicurezza per qualità delle pellicole scelte personalmente da Gigi.
Ho avuto il piacere lo scorso anno di partecipare come giurato, ed ho avuto la possibilità di testare la qualità di tutti i film in concorso, corti compresi.

Per questo, parlando con Marco di BigRock, abbiamo pensato potesse essere un buon inizio per vedere cosa poteva succedere.

Ed è successo.

È infatti col cuore pieno di gioia che posso annunciare ufficialmente la vittoria de “La Telecamera” al SIFF, nella categoria “Corto di Animazione”.

È difficilissimo spiegare a parole il frullato di pensieri che si rincorrono in testa ora.
Ho già spiegato come il corto è nato dalle mie dita e come quelle splendide creature di BigRock lo hanno reso vero, reale con un lavoro immenso in pochissimo tempo.
Che voi penserete che per quei due minuti finali saran serviti tre giorni.

Selallero.

Tre settimane che son bastate pelo pelo, e la loro stanchezza di cui parlavo all’inizio, il giorno della prima, ne era una prova più che chiara.
Ma erano felici, felici di aver fatto bene quello che piace a tutti loro. Soddisfatti di aver visto un mucchietto di parole diventare quello splendore che è “La Telecamera”.

Io mica smetto di ringraziarli eh. Non ci penso proprio.
Perché per me questa cosa ha significato, e continua a farlo, tantissimo. Una distrazione che è diventata un’amicizia, uno stimolo, magari anche il metter lì altri progetti.

Di certo con i festival non ci fermiamo. Anche perché ora, le pellicole vincitrici in ogni categoria del SIFF si faranno un bel viaggetto fuori di nostri confini. Ora si va ad Hong Kong, e Los-fuckin’-Angeles (o forse Lon-fuckin’-don, ancora non si è ben capito!!).

OH YEAH!!

Quindi non è proprio il momento di lasciarci stare, anzi.
Ora i BigRockers se ne stanno in giro per gli States, come ogni anno, a girare nei Canyon o a correr come i matti su sterminati laghi salati.

Poi tornano, faran mille feste e nel frattempo, forse, MAGARI STUDIANO PURE.

Bastardi ❤

Stay tuned, “La Telecamera” ancora non si è spenta.

Sentimenti E Percentuali

Arrivi poco dopo che il treno si è mosso.
Piccola e vestita di nero, collo zuccoto ben calcato in testa, occhiali da vista nerdici.
Ti siedi vicino a me, che manco dovrebbe essere il mio posto ma un guppo di quattro cinesi probabilmente appartenenti alla Yakuza si è preso anche il mio prenotato e piuttosto che farmi tagliare i coglioni con una katana mi son preso questo qui.
Per levarti il cappotto lo scialle viola che hai al collo scivola un po’, e lascia una scia di un profumo buonissimo. Un angolo si poggia sulla mia gamba.
Che resti lì.
Hai una busta di tela, con un disegno un po’ creepy un po’ hipster.
Dentro ci tieni dei rotoli di carta adesiva d’oro ed argentata. Non capisco bene cosa potresti farci, ma già t’immagino seduta in una stanza enorme, a gambe incrociate, a ritagliarne pezzi di forme diversi e farci collage strani.

Dopo questa immagine, la barra di caricamento della cotta sale al 5%.

Comincio a spizzarti. Mannaggia a me e “al dono malgestito/di sapere parlare“. Sembro un maniaco che aspetta che lei si giri per menarsi l’uccello.
Hai un’orchidea tatuata all’interno del braccio sinistro, e dei puntini sempre tatuati sul dorso delle dita. Non so se su tutte, ma quelle che vedo sono almeno tre della destra, medio incluso.
T’immagino con la faccia seria mandare affanculo col dito qualcuno e mostrare anche quei puntini neri.

Seconda immagine, 23%.

La faccia seria, dicevo.
Hai gli occhi neri come il rimmel e lo zuccotto ed il cappotto, e sei seria seria.
Sfogli annoiata la rivista di Trenitalia che pensare che è pagato anche solo con un cent degli ottantasei euro che gli ho dato mi fa venir voglia di pisciargli in testa.
Ti fermi su due pagine, una dal titolo “Leggere l’Arte Contemporanea”, l’altro qualcosa sul riciclo. Stendi la mano sinistra a palmo fra le due pagine, indice e pollice della destra pizzicano l’angolo della pagina del riciclo. E con nochalance la strappi piano, lentamente, poi la pieghi in quattro e continui a leggere.
Ti vedo attaccare la ruota della tua vecchia bici al muro di casa dopo averla dipinta tutta rossa da bianca che era, farci passare in mezzo delle luci di Natale ed ammirarla mentre luccica e t’illumina un po’ il viso ad intermittenza.

58%.

Io intanto ti spizzo e guardo “Soul Kitchen”, ogni tanto rido perché non l’avevo mai visto e mi diverte non poco. Un paio di volte ti giri a guardare lo schermo, ed io ne approfitto per guardarti.
Cristo hai gli occhi così neri che Obama li invaderebbe pensando ci sia del petrolio.
Un secondo, niente più. Ma cazzo se vedo i caccia tirar giù bombe all’amore e soldati sparare proiettili di ormoni.

74%.

Prendi il cellulare, un vecchio Nokia appena polifonico. Gli togli la scocca dietro e con la punta della stanghetta degli occhiali premi la micro SD, che con un clicchettino impercettibile esce fuori. Poi dalla giacca prendi un lettore mp3 che un po’ di tempo fa se ne vedevano a bizzeffe, quadrato e blu. Prendi la scheda e la metti dentro al lettore. Non ho idea del perché ma questa cosa mi scioglie dentro, è di una tenerezza incredibile.
Lo fai con calma poi, senza fretta di nulla.
Ed ecco un altro viaggio: la mattina ti alzi, metti su la macchinetta ed accendi una piccola quanto vecchia radio a transistor, che gracchia ma tu l’hai presa proprio per quello. Cominci a mhmhare una canzone vecchia, di quelle che già hanno i gracchi perché registrate dai grammofoni. I tuoi occhi in guerra si posano sulla ruota che hai dimentcato di spegnere la sera prima e che quindi ancora luccica. Poi guardi a terra, i pezzi di carta dorata a terra. Gli alzi il dito medio, e scoppi a piangere.

98%.

Tamburello le dita sulla mia gamba a ritmo della colonna sonora del film, ed ogni tanto il mignolo arriva a tanto così dallo sfiorarti la gamba. Tu sembri accorgertene ma non ti sposti, anzi cambi pure un po’ posizione quasi a farti un poco più vicina.
Io tamburello, tu non ti sposti. Anzi.
Io tamburello, tu non ti sposti. Anzi.
Io tamburello, tu non ti sposti. Anzi.

“Avvisiamo i gentili viaggiatori che siamo in arrivo nella stazione di Firenze Santa Maria Novella”.

98%.
98%.
98%.

Niente, fottuto buffering di cuore.

Quasi di scatto metti giacca, scialle, recuperi la busta e mentre ti alzi fai passare braccio e testa nella tracolla della borsa, con un movimento unico.
Rimango a fissarti, che tanto non ti girerai.
Figurati se si gira, penso. Ma quando succede che questa adesso, mentre sta ferma ad aspettare che la gente si sposti dal corridoio, dico quando succede che questa prende e si turniga e mi guarda.

Aò, non ci crederete mai.

Ma mica s’è girata.

Di Rocce, Ragazzi E Rivoluzione

Poi studiano pure eh.

Poi studiano pure eh.

Sono seduto ad una scrivania che conosco da poco più di ventiquattr’ore.
Nell’altra stanza c’è qualcuno che si asciuga i capelli ma pur essendo sveglio dalle nove ancora non ho capito chi sia.
Un sole che ancora non mi aveva mai scaldato filtra da queste tende bianche.
Ascolto l’ultimo di Brad Mehldau e penso sia follemente fico. (così, tanto per)

Sono a Meolo, in provincia di Venezia.
Sono qui perché ho partecipato ad un concorso con una sceneggiatura per un corto, e su più di trecento storie hanno scelto la mia.

Chi?

I ragazzi di BigRock.

Che fanno questi a questa BigRock?

In prati..

E poi ma cos’è BigRock?

OH. Piano con le domande, eh.
In pratica sono una scuola di computer grafica. E fin qui, tutto ok.

Solo che loro filosofia non è: venite in classe, imparate, fate, ciao.
Qui tu entri in un modo, ed esci in un altro. E a me è bastato qualche contatto iniziale ed un giorno per capirlo.

Quando i ragazzi entrano per la prima volta a BigRock, ex fienile immerso nella campagna veneta, sono spinti da una passione enorme per tutto quello che riguarda CG, poligoni, pesature, zone bianche e nere, maquettes (così se mi leggono faccio quello che si è imparato i termini). Arrivano con questa passione selvaggia, incontrollata. C’è chi ha mollato tutto per venire qui e partecipare al master, chi si è sbattuto per pagarselo, chi fa avanti e indietro i weekend per tornare a casa.
Questa passione, però, non viene smorzata, né messa in riga al servizio della produzione.
Il loro impeto viene alimentato, nutrito con viaggi, feste, e con una sola, grande regola: vivere in gruppo.
Quello che Marco, il direttore, ha ribadito più volte è che i ragazzi devono divertirsi, devono studiare, ma prima di tutto devono imparare a stare e principalmente essere, un gruppo.

L’esempio più bello è il viaggio negli Stati Uniti che ogni anno la scuola organizza.

Ci sono quattro tappe: San Francisco, Los Angeles, il deserto del Nevada e Las Vegas.
E ok, ovvio, vanno alla Pixar ed in tutti i posti che fino al giorno prima la maggior parte aveva visto solo come logo all’inizio dei film d’animazione.

Il vero viaggio di scoperta però, come diceva Proust (Google saves), non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.
E sono proprio gli occhi di questi ragazzi che s’illuminano, quando ti parlano del viaggio, a farti capire quanto sia stato importante. Perché ci sono sì quattro tappe, ma nel mezzo loro si perdono. Per scelta, per modalità di viaggio, per viverselo davvero.
Sei jeep, nella numero uno in testa alla fila a volte si fa dire un numero e destra o sinistra.

“Quattro sinistra!!”

E via che alla quarta a sinistra si gira e poi così alla prossima ed alla prossima ancora.
È così che hanno bucato due volte nel deserto, lasciando la macchina lì. Così sono arrivati all’albero dei desideri di San Francisco dove chi vuole può attaccare ad un ramo il suo biglietto con su scritta la cosa che desidera. Così hanno trovato una città abbandonata in mezzo al nulla.

Così tornano da un viaggio con gli occhi nuovi.

Che poi sono gli stessi occhi di ragazzi giovani che fanno feste pazzesche, ma sul serio. Occhi curiosi, affamati del presente e con già apparecchiato per domani.

I fondatori, Marco e Guido, non sono persone normali.
Assolutamente no.
Sono rivoluzionari.
Hanno avuto un’idea, l’hanno portata avanti e dopo pochi anni hanno creato una vera e propria rivoluzione nel mondo della CG e non solo.
La filosofia di BigRock è un qualcosa che se applicato al mondo del lavoro nel settore dell’arte, della cultura, dell’informazione riuscirebbe a creare sinergie uniche in questo campo, ed allo stesso tempo così grandi da aiutare, anzi spingere migliaia di giovani a inseguire i loro sogni.
Nella vicina H-Farm questo concetto si allarga alle start up. Visitate il sito, dico sul serio, vale più di mille miei inutili aggettivi. Un luogo strepitoso.

Insomma, questa Grande Roccia è un luogo dove la magia si crea principalmente perché ne sei circondato.
Poi certo, sono persone anche loro: non è che non litighino, non abbiano i loro pensieri o non facciano la cacca come le donne.

Ma è un gruppo così bello ed unito che rende tutto il resto intorno meno merda, ecco.

Oggi è il loro ultimo giorno dopo sei mesi folli.
Non sono andato perché sarebbe come imbucarsi ad una festa in casa di qualcuno, da solo e senza nemmeno aver portato da bere.

(che poi la festa stasera ci sarà ed io andrò, è un’altra storia che probabilmente non vi racconterò perché non ricorderò)

Io a ‘sti ragazzi gli auguri ogni fottuto bene, dal primo all’ultimo, da chi mi ha cercato la prima volta a chi mi ha dato un tetto, da chi mi ha offerto quattro Spritz a chi mi ha fatto vedere dei video così stupidi che ho riso tantissimo per ore.

Mi auguro, anzi sono sicuro, che quando vedremo la prossima bomba a mano della Pixar, Dreamworks o chi per loro, lì in mezzo ci sarà un diavolo di BigRocker che avrà reso la nostra visione un’esperienza unica.

Bravi.
Grazi.
Bis.

E speriamo che stasera non mi puntino.

E Poe Sia – Ben Venga

casa
cena
amici
disoccupazione
lutto
viaggio
silenzi
lacrime
assenza
tu
occhi
mare
Stretto
pazienza
amore
sorrisi
Angelo
alcool
abbracci
ghigni
spallate
scontri
urla
addii
blackout
confessioni
comprensione
ritorni
partenze
Termini
Berlino x3
aerei
attese
birra
alcool
erba
“piacere Jacopo”
“ti amo”
“coglione”
“perché?”
Breaking Bad
Le Cool
dischi
libro
scrivere scrivere scrivere
Poe Sie
novità
sorrisi
armistizio
sguardi
intensità
paura
insicurezza

‘sticazzi
me butto?
non so
ma intanto
quest’anno
è finito
che tanto
cambia solo
il numero
alla fine
e noi
non cambiamo mai
nemmeno di una virgola

quest’anno
zero propositi
che tanto
non li rispetto mai

anzi uno
uno solo
lo faccio
di star bene
tutti
almeno un po’
almeno nei momenti giusti
almeno insieme a chi se lo merita
giusto un po’
quel che basta
per arrivare alla prossima mezzanotte
indenni

lontani
ma indenni
che i fuochi
se li guardiamo insieme
son diversi
ma lo sfondo
quel cielo nero trapuntato per te
e quello artificiale di luci per me

è lo stesso

che insomma
in questo modo
abbiamo qualcosa in comune
andrebbe bene anche in Provincia
al massimo in Regione

tiè

però ecco
come vada
vada
che si possa avere qualcuno vicino
se non tutto l’anno
almeno quando fa un sacco freddo
quel freddo che ti rinfacci i piedi gelidi
da mettere tra le gambe dell’altro
almeno
quando fa troppo caldo
che ti si appiccicano i corpi
mentre si amoreggia
e fai quella scorreggetta coi petti
che il mio s’incastra
e il suo pure
e non puoi far altro che ridere
e amare

ecco

il mio augurio per tutti
che ci siano più rumori di sesso
e meno urla d’incomprensione
più scorreggette
più molle che cigolano
più incitamenti
più eccitamenti
più punti G
più sguardi in quel monento
più sigarette
più “è stato bellissimo”
e anche più
“non mi è mai successo prima”

l’importante

è che si scopi

tutti

un po’ di più

e se fra quel “tutti”
ci sono anche io

ben venga

il 2014

Harry_Sally