Galattico

Quasi Interstellare

Quasi Interstellare

Mi infilo tra le due colonne di gente pronta a scendere sulla scale mobili, scarto un trolley senza padrone ed un padrone senza cane, scendo le scale immobili a due a due fino a che non ne avanzano tre, che salto a piè dispari.
Il cicalino delle porte che si chiudono fa scattare le mie gambe, che ora corrono così veloci al punto che il busto rimane per un attimo sulla banchina, a leggere le notizie che i diffusori in stazione mandano a ripetizione. Un braccio si aggrappa alla porta che scorre, tira in avanti il busto che si riunisce alle gambe, ma l’impatto mi fa crollare addosso ad una ragazza dai capelli di mandarino, che trascino già sul pavimento di crema al caffè. La guardo nei suoi tre occhi, piango ed asciugandomi le lacrime di lago l’aiuto a rialzarsi. Non sorride, ma nemmeno piange, semplicemente mi guarda e batte un solo colpo con le mani. In quel momento tutti nel vagone s’immobilizzano: madri con mani a mezz’aria ch’eran pronte a precipitare su quelle dei figli che raccolgono le cose per terra e non si fa, pagine di libro che stavano per ripiegarsi dopo esser state girate che rimanendo sospese sembrano petali di marmo, labbra ferme a pochi centimetri da altre labbra o guance o fronti.
Tutto immobile. Tutto fermo.
Lei mi guarda con occhi prima di falco, poi di mantide religiosa, infine di cucciolo di Caribù.

Tengo le braccia lungo i fianchi e le mani strette a pugno, ho paura mista a terrore.
Sbatte impercettibilmente la palpebra del terzo occhio e la metro riparte con uno scatto morbido, che basta però a far cadere una decina di passeggeri ancora pietrificati, che a contatto col pavimento di mousse alla fragola inizialmente rimbalzano, ma mentre ricadono per il secondo tocco il pavimento si trasforma in granito al melone, facendoli sbriciolare in mille piccoli pezzettini di cantautore genovese. Ma lo fanno senza suono alcuno, nel silenzio interrotto solo dalla palpebra del di lei terzo occhio che si apre e chiude più veloce delle ali di un colibrì.
Senza preavviso mi abbraccia, poi mi avvisa col pensiero che sta per baciarmi ma io non mi tiro indietro, nonostante stia tremando come una sfoglia di pasta senza glutine. Poggia le sue labbra alle mie e la metro s’immobilizza di scatto. Questo fa si che tutte le statue che pochi minuti prima erano persone ci passano accanto rotolando, alcune a terra alcune a mezz’aria, altre rimbalzano sul pavimento di gomma arabica che inneggia a Maometto ogni volta che un ex umano ci cade sopra, ma tutte lente manco si fosse in uno shuttle a millemila chilometri dalla Terra. Mi stacco non senza fatica dalle sue labbra e mi giro a guardare anziani che ci scorrono vicino, poi dei giovani hipster seguiti dai loro baffi e dai loro risvolti nei jeans, donne di mezz’età e uomini con un tre quarti, d’età. Un cane, un pacchetto di gomme al cetriolo, una bambola di pezza, pezzi di bambola, un trolley senza padrone ed un padrone senza cane, che forse è quello che è passato prima o forse no. Non lo so, perché ora mi sono di nuovo girato a guardare lei che ha gli occhi azzurri ed il terzo nero come un universo parallelo.
Mi vortica affianco un omino delle rose: ne prendo una, pietrificata, la schiaccio tra le mani ed il risultato in polvere lo soffio via dal palmo su per l’aria, e ricadendo brilla alla luce al tungsteno dei suoi occhi ed alla luce delle lampade attaccate sul muro del tunnel dove siamo rimasti fermi noi, il vagone e tutte queste statue che statue non sono, e la polvere cade e brilla che sembra stiano piovendo stelle supernova appena esplose ma senza le irradiazioni galattiche che ci scomporrebbero gli atomi tutti.
Mi guarda gli occhi e col terzo la fronte, mi prende le mani e le porta al viso. Mi accorgo solo ora che le mani lei se l’è proprio prese, che alla fine delle mie braccia non ci sono più ma la cosa strana è che sento il suo visto, sento la sua pelle e sento il terzo occhio, ma con le mie mani nelle sue, staccate dal corpo mio. Sussurra qualcosa con i capelli, dice che sono cose che le girano in testa da un po’ ma io questo “un po’” non lo quantifico, che la conosco da scarsi minuti e già mi sembra un’eternità alla seconda. All’improvviso comincia a gridare ma non esce nessun suono, o almeno io non lo sento.
Sembrano sentirlo però le statue, che ormai ammassate in fondo cominciano a vibrare e ad emettere un rumore proprio come una vibrazione. Prima a piccole dosi

Vrrr

Vrrr

Poi sempre più lunghe ed intense

Vrrrrrrrrrr
Vrrrrrrrrrr

Mi guarda di nuovo, il terzo occhio chiuso così bene che sembra ne abbia solo due. Comincio anche a sentire cosa dice:

“..ivo.. arrivo..”

ma è una voce di uomo che continua a fare

“..in arrivo.. ntina in arrivo..”

Della polvere comincia a cadere dalle persone che piano piano sgranchiscono le dita delle mani ed arricciano i nasi, e ad ogni vibrazione cade sempre più polvere e si muovono sempre più arti

Vrrrrrrrrrrrrrrrrrr
Vrrrrrrrrrrrrrrrrrr
VRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR

Tutto vibra tutto trema e la di lei voce da uomo che continua

“..no per Laurentina in arrivo..”

Oh no. No no no. Stiamo arrivando in qualche stazione. Non può finire così. Deve dirmi, deve dirmi chi sei e su chi pianeta ritornerà dopo che il cicalino segnerà definitivamente l’arrivo del treno alla stazione ed io so, SO che sparirà in un att..

VRRRRRRRRRRRRRR
“TRENO PER LAURENTINA, IN ARRIVO!!”

Scatto indietro con la testa e sbatto la nuca sul muro. Il dolore mi fa sgranare gli occhi nello stesso momento in cui la metro rallenta per fermarsi con una porta proprio davanti alla panchina dove sono seduto, a quanto pare da qualche minuto abbondante visto che mi hanno lasciato delle monete ai piedi. Mi spalmo le mani sulla faccia e sento di essermi un poco sbavato sul mento. Scuoto la testa rassegnato mentre mi guardo le mani luccicanti di saliva, e sento ridere di sottecchi. E mentre mi dico che forse, per la prima volta in vita mia, ho pensato la parola “sottecchi” mi giro e vedo lei. Senza terzo occhio, senza le mia mani nelle sue, senza statue e rose in polvere accanto.
Mi fissa però con la stessa intensità, e soprattutto lo stesso colore della galassia tutta.
Mi dice che si chiama _____, ma per me non è importante. Potrebbe anche chiamarsi Ofninf Junior.

Io so solo che da ora, pochi viaggi mi farò da solo.

Eh. Già.

Harry_Sally

Io, ad approcciar le donne, son sempre stato un cane.
Un cane abbandonato, zoppo e cieco da un occhio.
Se da una parte il mio sfrenato senso del romanticismo nutrito a Dawson’s Creek, Harry Ti Presento Sally e pianti per le pubblicità ha contribuito a fare l’effetto orsacchiotto cuccioloso con le ragazze, dall’altro la mia totale incapacità di gestire l’approccio fisico vero e proprio mi ha sempre inculato.
Se da una parte la simpatia e la socialità hanno sempre giocato un ruolo importante e positivo, dall’altra il mio congelarmi davanti al “adesso parto e la bacio” mi ha fatto perdere più occasione che Alfredo a Vasco Rossi.
L’esempio degli esempi l’ho tirato fuori dopo anni proprio poco tempo fa.

2005, campeggio, Sardegna.
Agli sgoccioli della vacanza, conosco quella che sarà la mia splendida ragazza per i successivi due anni. Colpo di fulmine, tuoni, pioggia di cuori. Riesco a rimanere come animatore per stare con lei, che però deve partire per un giro sull’isola con i suoi e tornare poi gli ultimissimi giorni. E quindi lei parte ed io lì che la penso, la sento e mi manca, ma stiamo bene e consideriamo il tutto come un test, visto che vive a Milano e dovremo poi affrontare la famigerata storia a distanza.
Una delle prime sere in cui sono solo, dopo la solita giornata a lottare con bambini posseduti dallo spirito di Charles Manson ed a prendermi piogge di vaffanculo dagli ospiti quando a cena andavi a scassargli il cazzo per la serata, finita anche la pietosa messinscena di balli e karaoke, mi trovo a parlare con una ragazza che stava lì con la famiglia.
Più grande di me, molto attraente, classica biondocchiazzurri molto messa bene.
Molto.
E insomma si chiacchiera io e lei ad uno dei tavoli della piazzetta del campeggio, io maglia e costume, lei con un vestitino bianco non vedo-non vedo. Siamo soli, gli altri son tutti in spiaggia a contar stelle, shottini e scopate.
Si parla del più o del meno fino a quando lei mi fa una prima osservazione che chiunque avrebbe colto. Anzi, chiunque le sarebbe già saltato addosso, ma giustifichiamoci al momento con “sei impegnato”, ed andiamo avanti.
In pratica mi fa:

“Ma sai che son già due settimane che sto qui, e non sono MAI andata in spiaggia di notte?”

Allora, chiunque avrebbe emesso un solo suono, quello della zip del costume, che non ha zip ma che per l’occasione sì, ci sarebbe stata.
Io invece sto lì e mi limito a dire:

“Beh, avresti dovuto!”

Lei glissa, probabilmente facendo finta di non aver sentito bene.
Dopo qualche altra chiacchiera di convenienza, arriva la seconda ed inequivocabile proposta mascherata da constatazione:

“Mamma mia, ma stasera fa caldissimo!”

E, mentre finisce la frase, senza che io abbia nemmeno il tempo di dire:

“Graziarcazzo siamo a Ferragosto.”

lei si infila le mani sotto il vestito, all’altezza della schiena, e con un gesto sicuro sgancia il ferretto del reggiseno, che getta sul tavolo.

CHE.GETTA.SUL.TAVOLO.

Ora, chiunque si sarebbe già fiondato alla farmacia più vicina (97 chilometri circa), attraversando tappeti di cardi e picchiando cinghiali a mani nude, con sosta mirto al bar più vicino.
Chiunque lo avrebbe fatto.
Io, che non sono chiunque ma sono orgogliosamente qualcuno, me la guardo e faccio:

“Eh. Già.”

Allora, Eh. Già., detto proprio così, con una pausa dopo l’Eh, ed il Già detto quasi scazzato, insomma una lapide del genere va messa solo in alcune occasioni, tipo:

– la tua donna ti fa il pippone sul fatto che, per l’ennesima volta, ti sei ubriacato ammerda con gli amici, hai pisciato addosso all’altarino della Madonna a viale Trastevere ed hai camminato sui cofani delle macchine parcheggiate? Te la cavi con un Eh. Già.;
– ti chiedono se davvero sei riuscito a non sentire la sveglia, rischiando oltre al licenziamento, l’evirazione pubblica? E vai di Eh. Già.;
– CIOÈ ZIO, QUELLA TI SI SLACCIA IL REGGISENO DAVANTI, D’ESTATE, IN CAMPEGGIO, TU VENT’ANNI E LEI TIPO TRENTA, E TU RISPONDI CON EHGGIÀ?

Eh. Già.

Vien da sé che la sua faccia si è impallata in un’espressione tipo

WHAT

WHAT

scappando via con urla alla Flanders.
Mai più vista. O sentita. O pensata, in realtà.

Perché comunque io ero già cotto ed è una cosa che comunque ricordo col sorriso.
Sorriso tipo paresi eh, ma sorriso.
Perché una serata così non sarebbe valsa nemmeno un dieci minuti con lei.
Lei vera, lei che poi c’è stata per tanto.

Ecco, capite?
A vent’anni i miei amici lo ficcavano in ogni buco.
E se non c’era un buco ah beh, lo facevano con la prima cosa a portata.
Tipo il cazzo.

Io invece ho sempre camminato su quello strato di panna montata dove piovono fragole chiamato innamoramento che mi ha dato più fregature del governo Renzi.
E senza manco gli ottanta euro.

Oh, ovviamente ammè, me piace.
Mi piace anche scopare senza interesse eh, o comunque senza impegno alcuno. Cioè, mi piacerebbe, almeno. Ci sono anche riuscito, nei mesi passati, non senza difficoltà ma almeno ho la mia isola felice, ogni tanto.

Il problema ora è che io su quel tappeto di panna ci sto camminando. Ancora. Di nuovo. All’improvviso, oserei dire.
Però Cupido anche ‘sto giro ha fatto un macello infilzando me una quindicina di volte, e con lei manco ci ha provato a scoccare, chessò, una freccia con la ventosa. Una bacchetta da sushi.
Un cazzo di cotton fioc.

Ché io ora andrei lì, da lei, pure ora che ha iniziato a piovere e non smetterà più.
Andrei lì a tirarle i sassolini sulla finestra, con un paio di amici chitarra muniti, a cantarle la canzone che so io, per poi dirle tutte cose sdolcinate di vita insieme e risate ed abbracci e viaggi e che vorrei stringerla in mezzo al suo vento forte e rincorrerla sulle mie spiagge enormi e..

Capite che abbiamo un problema? LO CAPITE?

Sì, lo capite. Lo capisco. Lo capiamo.
E nonostante tutto, io, lo farei lo stesso?

Eh.

Già.

“La Telecamera” E BigRock Vincono Ancora

Esattamente quattro mesi ed un giorno fa, scrivevo solo che belle parole per i ragazzi di BigRock. Li avevo conosciuti solo il giorno prima, stanchi dell’ultima notte a tirar su la sceneggiatura che avevo scritto per il loro concorso. Ho vinto, e ‘sti matti in tre settimane hanno reso vivaLa Telecamera“.
La bellezza.

E visto che son matti anche peggio di me, in questi mesi ci siamo continuati a sentire ed abbiamo deciso di far girare il corto, in modo molto mirato, in alcuni festival di cinema. Fino ad oggi lo abbiamo proposto a tre festival, e tutti sono sembrati subito molto interessati.
Il primo è stato il SIFF – Salento International Film Festival.
Il SIFF è una bellissima manifestazione che ha concluso ieri la sua undicesima edizione. Undici anni in cui si è evoluto fino ad essere esportato dal suo ideatore Gigi Campanile in Asia, dove ormai è una sicurezza per qualità delle pellicole scelte personalmente da Gigi.
Ho avuto il piacere lo scorso anno di partecipare come giurato, ed ho avuto la possibilità di testare la qualità di tutti i film in concorso, corti compresi.

Per questo, parlando con Marco di BigRock, abbiamo pensato potesse essere un buon inizio per vedere cosa poteva succedere.

Ed è successo.

È infatti col cuore pieno di gioia che posso annunciare ufficialmente la vittoria de “La Telecamera” al SIFF, nella categoria “Corto di Animazione”.

È difficilissimo spiegare a parole il frullato di pensieri che si rincorrono in testa ora.
Ho già spiegato come il corto è nato dalle mie dita e come quelle splendide creature di BigRock lo hanno reso vero, reale con un lavoro immenso in pochissimo tempo.
Che voi penserete che per quei due minuti finali saran serviti tre giorni.

Selallero.

Tre settimane che son bastate pelo pelo, e la loro stanchezza di cui parlavo all’inizio, il giorno della prima, ne era una prova più che chiara.
Ma erano felici, felici di aver fatto bene quello che piace a tutti loro. Soddisfatti di aver visto un mucchietto di parole diventare quello splendore che è “La Telecamera”.

Io mica smetto di ringraziarli eh. Non ci penso proprio.
Perché per me questa cosa ha significato, e continua a farlo, tantissimo. Una distrazione che è diventata un’amicizia, uno stimolo, magari anche il metter lì altri progetti.

Di certo con i festival non ci fermiamo. Anche perché ora, le pellicole vincitrici in ogni categoria del SIFF si faranno un bel viaggetto fuori di nostri confini. Ora si va ad Hong Kong, e Los-fuckin’-Angeles (o forse Lon-fuckin’-don, ancora non si è ben capito!!).

OH YEAH!!

Quindi non è proprio il momento di lasciarci stare, anzi.
Ora i BigRockers se ne stanno in giro per gli States, come ogni anno, a girare nei Canyon o a correr come i matti su sterminati laghi salati.

Poi tornano, faran mille feste e nel frattempo, forse, MAGARI STUDIANO PURE.

Bastardi ❤

Stay tuned, “La Telecamera” ancora non si è spenta.

Improvvisate#7: Una Favola Di Corsa [Morale Included]

loverunmain

18:25

Paolo si siede sul letto e si allaccia le scarpe nuove. Strette, che quasi gli si ferma il sangue nelle caviglie.
Maglietta e pantaloncini sono sempre gli stessi. Ogni sera, tornato dai soliti cinque chilometri di corsa, lascia asciugare un’ora i vestiti e poi li mette in lavatrice. La mattina dopo li ritira dal balcone e li lascia piegati accanto all’asciugamano.
Lo stesso asciugamano che ora prende e si mette intorno al collo.

18:27

Si ferma un secondo allo specchio, e come tutte le sere rinuncia subito ché tanto dopo sarà zuppo di sudore e sistemarsi i capelli ora sarebbe come lavare la macchina con il cielo carico di nuvole nere.
Si leva il braccialetto in cuoio comprato anni fa in Salento, lo poggia sulla mensola accanto allo specchio. Comincia a correre sul posto a passi lenti e regolari, si gira e mette la mano sulla maniglia.
Il cuore gli batte già forte.
Ma non per la corsa.

18:30

È all’angolo della strada, il piccolo incrocio che si forma con la fine della sua via e la strada principale. A quell’ora non passa un macchina, e l’unico pericolo arriva dallo stanco 906 che ogni tanto arranca tra le viuzze dei complessi residenziali.
Paolo continua a correre sul posto, guarda l’orologio ed i secondi fanno per arrivare a fine giro, quando sente i passi.
Li riconoscerebbe in mezzo alla maratona di New York.
Alice gira l’angolo della strada principale, guardando l’orologio. Alza lo sguardo che si schianta con quello di lui.
Si sorridono mentre lei si avvicina, e quando è ormai accanto a Paolo, lui da fermo fa qualche passo in corsa goffo, per prendere il ritmo con lei, e partono insieme.

18:54

Parlano, e tanto. La corsa ormai non li scalfisce più.
Quando s’incontrarono la prima volta, sempre correndo, non si scambiarono un parola. Ancora non si spiegano perché cominciarono a correre insieme, tra l’altro non erano e non sono nemmeno gli unici a farlo. Ma tant’è. Cominciarono e senza darsi appuntamento regolarono i loro tempi naturalmente, fino ad arrivare ad incontrarsi ogni sera alle sei e mezza. E negli ultimi tre mesi non c’è stato giorno in cui non hanno corso insieme.

19:12

Sono seduti a terra, all’angolo dove si incontrano.
Col fiatone, sudati, e col sorriso.
Si passano una bottiglia di integratori al gusto mirtillo, e continuano a parlare.
Si guardano e si raccontano la loro giornata, spettegolano sui rispettivi colleghi.
Alice sa che Paolo non è uno che di solito parla molto, lo ha capito.
All’inizio aveva enormi difficoltà, e lei ha sempre assecondato i suoi silenzi non parlando a sua volta, o raccontandogli cose stupide per farlo sciogliere.
Ci era riuscita. Ed era molto bello vedere il mondo con i suoi occhi, fatti di quell’ironia mista a cinismo che le piaceva tanto.

20:44

Sono abbracciati a letto.
Finalmente.
Era stata lei a saltargli addosso, interrompendolo e facendo quasi cadere entrambi sull’asfalto.
Si erano tolti i vestiti appena entrati dentro casa di lui, dopo un’adolescenziale corsa mano nella mano attraverso il giardino.
La scia di intimo, pantaloncini e scarpe da corsa portava al materasso in terra, con una piccola abat-jour che aveva appena illuminato il loro corpi in movimento, proiettando le ombre delle loro schiene curve e delle gambe di lei proiettate verso il cielo.
Ora l’ombra era del fumo di una canna, che bello correre e la salute ma il vizio perché levarselo, e dei loro corpi distesi ed abbracciati.
Non parlano, non ce n’è bisogno.
Non ora.

18:30 (del giorno dopo)

Paolo corre sul posto all’angolo, un sorriso ebete che cerca di scrollarsi via stampato in faccia.
La aspetta, questa volta con il cuore che batte quell’attimo in più ancora.

18:32

Da lontano una macchina fa strillare le gomme.
Paolo, che già non sorrideva da due minuti buoni, sorride ancora meno.
La macchina imbocca la strada principale, e lo punta.
A pochi metri da lui inchioda, fari smarmellati al massimo.
Lui si copre la faccia con le mani, mettendole tra lui e la macchina.
La portiera del guidatore si apre, un piede sinistro si poggia a terra, la mani si aggrappano a sportello e tetto e la testa di Alice spunta.
Imbronciata.
Anzi.
Avvelenata a bestia.
Lui non fa in tempo a dire nulla che lei gli punta il dito contro e grida:
“Tu sei unammerda!!”
Risale in macchina, sgomma e riparte.
Paolo rimane a guardare lì, dove prima c’era la macchina. Non la segue nemmeno con lo sguardo.
E in tutto ciò, si accorge solo ora di una cosa: sta continuando a correre sul posto, e non ha mai smesso di farlo per tutto il tempo.

Morale:
tieniti sempre pronto a scappare perché LE DONNE SONO TUTTE MATTE.

Tre Secondi, Il Tempo Di Dire “Anche No”

Tic Tac.
Dodici per l’esattezza.
E non intendo ventiquattro secondi.

Ma proprio dodici Tic Tac, di quelle miste, mela-arancia-banana-susina-fragola.
O almeno ti dico essere state dodici, quelle caramelline che mi facevano l’alito hawaiano e che mi hanno permesso di baciarti senza preoccuparmi del fantasma di quattro gillèmmon ed un tre once di idroponica fattincasa che si dibatteva dietro quella coltre fruttata.

Musica reggae che pompa anche fin troppo forte per il nonno seduto in veranda che dondola dentro di me. Il mio corpo che ondeggia senza cadere solo grazie ad un mix di forza di gravità e vibrazioni dei bassi.
Ti vedo con la coda dell’occhio: molto bassa, molto riccia e molto “sbattimi forte ma parliamo anche dell’ultimo di Wes Anderson”.
Scatti foto ad un tizio alla mia destra, che però all’ultimo si sposta ed il flash mi becca con un’espressione in volto tra il sorpreso, il “oh mio dove sono?!” ed uno che sogna fisso un letto autoriscaldato in una stanza di privazione sensoriale per le successive otto barra nove settimane.

Obama_What

Guardi la foto sul telefono, poi guardi me e scoppi a ridere.

In un secondo ti sono addosso, ti prendo per i fianchi e ti sollevo.
Tu non opponi resistenza, anzi. Ti aggrappi con braccia e gambe come un koala sotto emmedì e cominciamo a scambiarci più fluidi di quanti se ne vedano in un porno brutto. Mi guardi e ridi.
“Che c’è?”
“Hai l’alito che profuma di frutta!!”
“Ho appena mangiato dodici Tic Tac!! Ti da fastidio?”
“Macché!! Anzi!! Profuma di Hawaii!!”
“Ma dwai?”
Se rimane aggrappata dopo ‘sta stronzata me la sposo, se scappa fa bene.
Rimani.
Ok. Da domani soldi da parte per il gran giorno. Ma per il momento.. limonare duro.

Dopo tre ore siamo a casa tua, scampati per miracolo ad un posto di blocco, tre elicotteri dell’FBI ed agli attacchini di cacca pound.
Dopo dieci minuti nemmeno provo a dirti che non mi è mai successo, perché sarebbe una cazzata e già so che, anche se per una notte, di cazzate non voglio dirtene. Tu ridi, poi sorridi, mi guardi con quegli occhi che non so e fai per ricominciare.
E.. oh, se ricominciamo.
Dopo altre quattro volte te lo dico, che non mi è mai successo.

Ridiamo.
Fuori fa luce, e pure dentro di noi.

L'unica altra alba che mi piace vedere.

L’unica altra alba che mi piace vedere.

Dopo tre mesi entri in camera mia con addosso solo la mia maglietta con il faccione fatto di Super Mario, con annessa canna in bocca e la scritta “Wiid” a caratteri Nintendo. Tazza di caffè fumante in mano. Taglio di sole sulle cosce.
Dea.
Torni sotto le coperte, poggi la testa sul mio petto e la mano con la tazza sul piumone.
“Ti amo”, mi fai.
Cuore out of orecchie.
“Anch’io”, ti faccio.
Guardo la tua nuca e sento il tuo sorriso.
Benessere.

Hipsterismi.

Hipsterismi.

Dopo tre anni siamo a casa dei tuoi amici.
Nelle ultime settimane siamo tesi, tu sempre presa dal tuo correre di casa d’altri in casa d’altri per arredarle, io a sbattermi tra il secondo libro da far uscire ed il trasloco da te.
I progetti si sono ammucchiati da una parte, tutti e due troppo presi da noi stessi senza riuscire però a dirselo in faccia, ad ammetterlo ed andare avanti da soli.
Stasera però siamo tranquilli, senza forzature ci facciamo trasportare in chiacchiere sul perché non siamo scappati tutti quando potevamo farlo. Poi ci accorgiamo di suonare vecchi e per sorridere degli anni che scorrono cominciamo a parlare di quando, come coppie, ci siamo conosciuti.
Iniziano loro con il volo perso per Londra, il caffè di lei, presa in una telefonata col capo per giustificarsi, versato addosso a lui, nervoso nel mandare mail per posticipare la riunione col marketing. Da lì le scuse, le risate, le cene per finire con una splendida casa e due pesti che in quel momento erano nascosti sotto il tavolo a sentire gli adulti.
Risate, “uccheccarini”, silenzio.
Tocca a noi.

Dopo tre ore siamo da te.
Mi lanci addosso di tutto, dai vestiti ai libri di Pessoa alla lampada a forma di chitarra ad altri vestiti, però sporchi.
“Per tutti questi tre anni mi hai mentito? PER TRE ANNI?”
“Tesoro, non credo che possa essere chiamato mentir..”
“Zitto cazzo!! ZITTO!! Sparisci, prendi la tua merda e sparisci PERDIOCAZZOMMERDA!!”

Dopo tre minuti mi ritrovo fuori dalla tua porta, cercando di capire le tre seguenti cose:

– cosa starà pensando la signora Pulletti, la tua vicina, che crede io non la veda ma i suoi capelli bianchi quasi celesti che spuntano dalla sua porta socchiusa si vedono eccome;
perdiocazzommerda? che straminchia significa?
– davvero l’ha fatta finita perché ho mentito sul numero di Tic Tac che avevo mangiato la sera che ci siamo incontrati?

Cioè, le dissi dodici, ma saranno state, tiè, tre. Ma non puoi lasciarmi dopo tre anni per questo, non dopo che ho pronti i miei quattro stracci chiusi in scatoloni pronti per essere portati da te.
No, cristo.

Guarda qui.

Guarda qui.

Ti vedo con la coda dell’occhio: molto bassa, molto riccia e molto “sbattimi forte ma parliamo anche dell’ultimo di Wes Anderson.
Scatti foto ad un tizio alla mia destra, che però all’ultimo si sposta ed il flash mi becca con un’espressione in volto tra il sorpreso, il “oh mio dove sono?!” ed uno che sogna fisso un letto autoriscaldato in una stanza di privazione sensoriale per le successive otto barra nove settimane.

Guardi la foto sul telefono, poi guardi me e scoppi a ridere.

Cazzo ridi, stronza ingrata?

Mi giro verso gli altri e chiedo, nell’ordine

cartina
filtro
sigaretta

che il resto ce l’ho io.

Mi giro di nuovo verso di te e non ci sei più.
Meglio così.
Saremmo stati male ebbasta.
Saremmo arrivati a pensare di aver buttato tre anni.

E invece io ho buttato solo tre secondi per immaginarmi tutto, per poi tornare a farmi sturare le orecchie da questi bassi troppo bassi, e ‘sti alti che non durano mai più di tanto.