Fototessera

Istantanee

Istantanee

Qualche tempo fa qualcuno mi ha chiesto

“Ma perché ci tieni così tanto alle miniature?”

Eh

mi son detto io, intrinsecamente dentro il mio stesso più profondo.

Perché?

In effetti non me lo son mai chiesto, ma credo sia normale se una cosa è diventata parte della tua vita in modo naturale. Un conto è chiedersi perché si tiene tanto ad un cellulare da mille euro che dopo sei mesi è obsoleto, un altro è chiedersi perché si vuole bene a dure persone incontrate tre anni fa per caso, e con cui ora ti ritrovi a condividere pasti, progetti e splendide notizie.
C’è una bella differenza.

Però la risposta non è stata questa, perché a mente calda, di puro istinto, ho risposto che in sostanza sono uno dei pochissimi, se non forse l’ultimo esempio che l’amore quello sincero, quello fatto di confidenza e trasparenza nei gesti, nelle parole, anche quelli non fatti/non dette, ancora c’è. Ed onestamente per uno che non ci crede più tanto in queste cose, e che per trovarsi a suo agio se inventa uno diverso ogni giorno, di amore, per rifuggire da quello possibile nella vita reale, è una sorta di oasi in mezzo al deserto dove fermarsi e rinfrescarsi la faccia per rinsavire e non morire cinici e soli.

E non parlo di quell’amore sbandierato, sbattuto in faccia per far vedere che non si è soli, che guarda anche io ho trovato qualcuno. Sono gli sguardi, quelli che parlano, ed i loro dialogano all’infinito mentre suonano, mentre cucinano, mentre Gabriele guida il Westfalia e Silvia beve un goccio d’acqua dalla bottiglia. Sono i sorrisi quando lui si perde in un assolo e lei aspetta per capire quando poter ricominciare. E non c’è una volta che perdano la loro sincronia, non c’è il momento perso o l’inciampo per distrazione. Viaggiano inseme, mano nella mano, ma senza sfiorarsi.

Ecco insomma la mia risposta è stata che se posso passare del bel tempo con delle belle persone, io ce lo passo. Perché ci viziamo a vicenda con gesti belli e gentili, e bellezza e gentilezza sono, adesso più che mai, cose rarissime.

Poco altro da dire se non sperare che i loro progetti si realizzino tutti, e poter essere persino di aiuto nel metterli in piedi è un piacere immenso.
Magari chi legge pensa che, alla fine, questa non sia altro che la descrizione di un’amicizia, e del loro essere una coppia. E non sbaglia nemmeno.
Ma fermatevi a pensare a quanti tipi di rapporti della vostra vita si basano su questo tipo di confidenza e reciprocità. A quanti davvero si rispecchiano nella più pura definizione sincerità. Estendete pure le ricerche a conoscenti, a persone che sono anche solo amiche, e vedrete che il cerchio si stringe, come i riflettori su una specie in via d’estinzione.
Ed è solo avendoli nella propria vita che possiamo salvarli, salvaguardarli e magari poter addolcirla, la nostra vita, imparando pure qualcosa.

Salviamo l’amore, porca zozza.

Mio Fratello

Sì avevo il costume a slip ma ero giovane e stupido.

Sì avevo il costume a slip ma ero giovane e stupido.

Avevo esattamente 4299 giorni quel pomeriggio in ospedale.
“Undici anni e tre quarti”, come si direbbe a quell’età.
Insomma avevo un’età per cui ancora non arrivavo a quell’enorme vetrina. Vedevo giusto un pezzo riflesso su quella parete enorme, con le tende dentro ancora tirate. Non c’era un appiglio, le dita delle mani scivolavano su quel gradino tra al parete ed il vetro, io scalcio anche se le tende impediscono ogni visuale.
Intorno a me ci sono un sacco di parenti, gli adulti, che però mi lasciano un poco di spazio ché sanno bene quanto quel momento sia importante per me. l‘ho aspettato per questi 4299 giorni, per due volte è andata male ma finalmente ci siamo.
Si sente un poco di trambusto provenire da dietro il vetro. Le tende si muovono, spuntano due mani dallo spacco in mezzo che afferrano un lembo per una. Altre due mani mi cingono i fianchi e mi tirano su, proprio mentre le tende si aprono.
Mi si schiude davanti una stanza piena di piccole gabbie senza soffitto. In ognuna c’è un fagottino: qualcuno si muove piano, altri ondeggiano come indemoniati, altri ancora sono immobili, probabilmente dormono e sognano ancora quel posto magnifico dove erano solo qualche ora prima.
Mentre tutti guardiamo un po’ spaesati quelle decine di gabbiette senza soffitto, uno dei parenti dice

– Lì! Eccolo lì!

Come l’idiota, guardo prima il dito.
Poi seguo con lo sguardo la direzione che punta, e finisco a guardare una di quelle gabbie senza soffitto.
Ed eccoti lì, con il tuo nome ben scritto all’interno.

FLAVIO

Rimango un’eternità a guardare quel.. coso lì, quello scricciolo, quel mezzo metro avvolto in un panno ed insaccato in un cappellino.
Comincio a scalciare: voglio entrare, voglio abbracciarti, voglio prenderti e tirarti su verso il sole e gridare “AAAAAAAAAAAAAZVEGNAAAAAAAA!!!!!!!”.
Comincio a dire

– Quello è mio fratello! Quello è mio fratello!

Poi realizzo e dico

– Ehi sto dicendo fratello! Io ho un fratello!

Muovi piano le dita, le apri e le chiudi, e sono sicuro tu mi stia salutando perché lo hai già capito, che spettacolo di cose faremo insieme.
E ne faremo eh.

Per anni ti ho cullato io, e guai a chi altro lo faceva. Mi ti prendevo in braccio e ti portavo piano in giro per casa, fino a quando piano non chiudevi gli occhi e crollavi con la bocca semi aperta, segnale di gran sonno che ti porti dietro ancora adesso. Ricordo ancora quella volta all’isola di San Pietro, in Sardegna (che è dove è stata scattata la foto del post), quando ti misi nella culla e mentre ti guardavo dormire vedo questa biscia entrare dalla finestra, con io che scatto e dopo averti afferrato corro via manco fosse una scena di Indiana Jones.
Portarti sulle spalle mi piaceva un sacco, e farti ridere era la cosa migliore che potesse capitarmi.
Mi sono vestito da Babbo Natale ed ho aspettato minuti buoni al freddo prima che qualcuno si ricordasse che c’era un povero stronzo fuori, a suonare una campanella al freddo, ad aspettar di vedere giusto il naso di Flavio spuntare per poi scappare via al grido fi “OH! OH! OH!”.
Ti ho fatto morire un pesce rosso, ma giuro che è stato per il caldo terribile di quell’estate, e non perché (forse) mi son dimenticato di dargli da mangiare.
Ti ho regalato i miei libri di Roald Dahl e tutti i miei giochi, intonsi dopo molto più di 4299 giorni, che hai provveduto a distruggere uno per uno, nel tempo.
Ti ho fatto fare il bagno in mari e piscine vari, sempre con mille occhi che non si sa mai. Ancora mi prendono in giro per quanto ero apprensivo a tavola ad ogni tuo colpo di tosse, preoccupato che ti stessi soffocando, non so, con l’acqua.
Ti stoppavo quando tiravi al canestro piccolo di plastica, esultando per ogni palla che spazzavo via mentre tu passavi dal divertito all’isterico all’omicida.
Ti facevo compagnia ogni sera mentre vedevi gli Animaniacs, Mucca e Pollo, Ed Edd & Eddy, a ridere a crepapelle sul divano, che visti da fuori non si capiva chi avesse ‘sti quasi dodici anni di più.
Ti ho osservato dormire in quel lettone d’ospedale dove per giorni stavamo tutti con l’ansia a capire come dover gestire quell’enormità che è il diabete, ed ora vederti andare per conto tuo anche in quello fa una certa impressione.
Ti ho fatto vincere (quasi) sempre durante il Wrestling sul lettone, che mi sfiniva e distruggeva ma è stata la miglior stanchissima fatica che abbia mai provato.

Adesso, se dovessimo lottare, non dovrei fingere di perdere.
Perderei e basta, che a nemmeno trent’anni mi fa male tutto e te invece oggi fai diciotto anni.

BAM!

Diciotto.

Non saprei che dire, se non che sei la cosa più incredibile che mi sia capitata.
Oserei dire che sei il fratello che non ho mai avuto, guarda un po’.

Non sto troppo ad elogiarti, che lo so io quanto sveglio, intelligente e (mortaccitua che sono anche i miei) bello tu sia, ma volevo solo far sapere a più gente possibile che se pensavano di aver trovato in me lo Spaziani perfetto, purtroppo dovranno ricredersi.

Farai grandi cose, lo so.
Intanto però goditi ‘st’età strana e fichissima.

Io intanto preparo il lettone per la  rivincita.

Improvvisate #5 – I Giochi Son Finiti

Mi sei stata accanto, questo so.
Intere nottate passate insieme a ridere, gridare, imprecare e gioire.
Poi magari per giorni, a volte mesi, ci si perdeva di vista: io ero troppo impegnato con la mia vita, tu sempre chiusa in casa davanti alla tv.
Ma quando ci si rivedeva, mi bastava un dito per accenderti e scaldarti. E tu non dicevi mai nulla, stavi lì e ti facevi dire e fare di tutto.
Insieme abbiamo visto film (pure quelli zozzi), serie tv, foto, abbiamo ascoltato musica ma soprattutto giocato, grazie al tuo dono innato di farmi tornare bambino tutte le volte.
E le tue forme. Cazzo, le tue forme: morbide, piene, con quel tuo vestito sempre nero ma portato con eleganza e disinvoltura, che quasi sembravi una sposa in negativo.
Mentre poi, in tutti questi anni, mi divertivo con altre donne, tu mi hai sempre aspettato, senza mai farmi pesare i miei difetti e le mie mancanze.
Sei stata un’amica, una compagna, un’amante, tutto quello che ho sempre cercato in qualcuno.

Ora, dopo quattro anni, te ne sei andata.
È stato un attimo: mi son girato, e sei finita nelle braccia di un altro.
Molto più giovane di me, tra l’altro.
Ma ti capisco, ti capisco davvero.
E penso, con tutto il cuore, che te lo meriti.

Addio amica mia, ti vorrò per sempre bene.

Nemmeno quel bambino ti tratterà bene come ti ho fatto io.

Nemmeno quel bambino ti tratterà bene come ti ho fatto io.

Qui Si Fa La Storia

Mio nonno materno lo chiamavano tutti Cipì. Ma tutti. Lui si chiamava Carlo, ma tutti hanno cominciato a chiamarlo Cipì da quando Sofia Loren sposò Carlo Ponti, produttore cinematografico che dal dopoguerra in poi portò al cinema pellicole di Fellini, De Sica e Godard. E visto che la Loren ha il vizio di chiamare tutti come se fossero dei cuccioli di chihuahua, il marito lo chiamava CP, per le sue iniziali.
E quindi niente, ‘sta cosa alla mia famiglia piaceva così tanto che cominciarono a chiamarlo, appunto, Cipì, anche se il cognome di nonno era Salvati.
Ciesse non suonava bene, in effetti.

Non l’ho mai conosciuto, Cipì. O meglio, ci siamo conosciuti ma è morto quando avevo poco più di un anno, il che significa che non ho memoria di lui. Qui però pesco dalla sacca dei cliché e dico che per quanto me ne hanno raccontato è come se lo avessi conosciuto.
Una persona buona, che nonostante moltissimi problemi in famiglia è cresciuto con un cuore enorme. Sempre disponibile con tutti, legato da un fortissimo affetto con mio padre, venerato (e venerante) dalla moglie e dalle sue figlie.
Quell’anno in cui ci siamo sfiorati, me lo descrivono come un nonno impeccabile, presente e pronto allo scherzo, nonostante il cancro lo stesse devastando.
E sorrideva, sempre. Tutte le foto che ho visto, intrecciate con i racconti, lo stampano nella mia mente come un sorriso con un uomo attaccato dietro.

Tra le tante storie che mi sono state raccontate, quella sulla sua prigionia in un campo di lavoro mi ha sempre affascinato tantissimo.
Ricordavo molto poco, così qualche settimana fa ho chiesto a mia madre di parlarmene un po’, più dettagliatamente, approfittando del fatto che ci fosse anche mia zia per avere più punti di vista possibili. Parlando, mamma si è ricordata di avere ancora dei documenti e lettere di quel periodo. Mi si sono illuminati gli occhi e, finalmente dopo quasi un mese, posso scriverne.

Tutto quello che segue (date, luoghi, ruoli) è dannatamente vero.

12 Settembre 1943.

Cipì è un soldato dell’undicesimo reggimento Autieri di Udine, e cioè gli autisti dei mezzi militari. Il suo certificato di idoneità alla guida di motocicli lo vedeva in sella ad una Benelli 500. Mi piace pensare che fosse questo modello qui:

Molto Indiana Jones.

Molto Indiana Jones.

Ha compiuto vent’anni cinque giorni prima, e lo vedo festeggiare con i suoi commilitoni a suon di vino e grappa, o magari era astemio e allora giù di buon cibo e chiacchiere da ragazzi.

Ha vent’anni e cinque giorni nel momento in cui lo catturano.
Hai venti anni e ti ritrovi nelle mani del nemico.
Che a vent’anni i nostri, di nemici, erano il capitalismo ed i genitori rompicoglioni.

Tra i vari documenti, c’è quello delle “date ricordative”:

"Ricordative" è da brividi.

Ricordative è da brividi.

Lo so, si legge poco, vi trascrivo sotto quelle più ricordative (sì mi piace proprio tanto come termine):

8 Settembre 1943 Fine della guerra in Italia
10 Settembre 1943 partenza da Sussak (cittadina croata all’epoca appartenente al Regno d’Italia, ndJ)
11 Settembre 1943 Arrivo a Pola (altra città croata con una storia travagliata, ndJ)
12   ”       ”       ”       Prigionieri dai Tedeschi

[passa circa un mese di viaggio verso il campo di lavoro]

11 Ottobre 1943 Arrivo a Putbus (una delle cittadine più importanti di Rügen, la più grande isola tedesca)

[poi tutto si ferma per quasi un anno]

10 Settembre 1944 Passaggio da prigionieri a civili

[dopo altri mesi, finalmente]

4 Maggio 1945A Arrivo dei Russi a Putbus
8  ”       ”       ”      Fine totale della Guerra
13 ”       ”       ”      Partenza per il rientro in Patria (Patria, con la P maiuscola, ndJ)

E qui Cipì torna a casa, dopo altri quattro mesi di viaggio.
Il documento che attesta la sua “licenza straordinaria perché reduce dalla prigionia” lo vede rimpatriato il 15 Settembre 1945.
A ventidue anni e dieci giorni, mio nonno è un reduce.
Due anni e tre giorni lontano dall’affetto dei cari, in un campo del nord Europa a fare il fabbro, lui che poi sarebbe tornato per fare il bigliettaio sui mezzi pubblici (che fico che era).
Sempre col suo sorriso stampato in faccia.

Ci sono anche delle lettere, che però voglio ancora tenere per me.
Magari, un giorno.

Però vi lascio con un aneddoto che mi farà per sempre ridere e ricordare chi era mio nonno.
Durante la prigionia, dove comunque diceva di trovarsi bene e di esser stato trattato nei limiti della decenza, era appunto un fabbro. Ogni giorno andava in officina, e si metteva a lavorare.
Erano ovviamente costantemente piantonati dai tedeschi, che però erano sempre gli stessi e alla fine quasi si creava un rapporto tale da potersi permettere qualche battuta.
Perché quando mio nonno entrava, la guardia lo salutava con un “Guten morgen!!”, e mio nonno di tutta risposta gli sparava un “mortacci tua”, sempre col suo sorriso. Dopo un po’, la guardia chiede a Cipì cosa volesse dire, e lui fa “significa buon giorno, in italiano!!”.
Sorriso.

Il giorno dopo, la guardia lo vede arrivare verso l’officina, alza la mano e tutto contento fa “Carlo!! Mortàsci ttua!!”. Cipì lo guarda, alza la mano a sua volta mentre si avvicina e fa “e de tu nonno!!”.

Sorriso.

Nel Bene E Nel Mare

“Che io in Germania non potrei mai andare a vivere. Parliamoci chiaro, in Italia abbiamo il clima mite, il buon cibo. E poi i posti da vedere, i monumenti, la cultura, la storia. Cazzo il mare!! Abbiamo il mare!!”.

Allora, tralasciamo per qualche riga la questione mare, che affronteremo brevemente ma di testa. Quello all’inizio è il mattone classico che l’italiano ti propina tornando dalla Germania (o come dalla Gran Bretagna, dalla Francia e così via), o rispondendoti dopo avergli detto che pensi di trasferirti. Solitamente chi dice questa sfilza di cliché che nemmeno tua nonna quando ti ammoniva di “copritte li reni” sta seduto al gate di Schoenefeld con la felpa della FIAT e sotto la maglietta “I ♥ Berlin”, occhiali da sole Prada falsi come Pannella e panino con prosciutto da 12€ all’etto preso al Kadewe. Parla come se la Germania fosse stata scoperta l’altro ieri da esploratori napoletani con le Hogan.
Il concetto che il venditore abusivo di birre alla sagre tenta di esprimere con frasi prese dal calendario di padre pio, tra un morso al panino ed una ravanata di pacco, non sarebbe nemmeno troppo esagerato, almeno per quanto riguarda il binomio clima-cibo. A Berlino, perché lì sono stato e di questo parlo, si passa dal “freddino oggi” al “ti prego pisciami addosso”. Anche il cibo non è che sia eccellente: preferisco una singola mozzarella ovolina ad una dieta basata esclusivamente su stinco di porco affogato in lardo umano con contorno di cipolle e crauti.
Ma ci si abitua a tutto no? Per i vego-vegetariani noi non dovremmo essere predisposti a mangiare carne e invece guarda quanto sangue mi cola sul mento.
La cultura vabbè, a un certo punto cheppalle le rovine: a Berlino potresti girare per musei e gallerie e studi d’arte per giorni senza dormire e ancora non avresti nemmeno iniziato.

Ma arriviamo al mare, perché è qui che voglio andare a parare. La rovina dell’Italia, oltre agli italiani stessi, è proprio il mare. Il nostro mare, insieme alle sue spiagge, sono il più grosso cesso a cielo aperto che si possa immaginare. Peggio di quella fiumana di gente che ogni anno si “purifica” nel Gange.
Parlo nello specifico del Salento, che conosco bene ormai ma ne parlo soprattutto perché altrimenti certa gente mi accusa di parlare di cose che non conosco solo perché non lo prendo al culo. Come loro. Ma vabbè, sto divagando.
Voi in Salento venite quelle due settimane al massimo dove correte da Otranto a Santa Maria di Leuca, con tappe nei vari locali più o meno chiccosi del cazzo. “Ma che mare, ma altro che [Sicilia, Sardegna, Caraibi], GUARDACHEMMARECAZZOOOOO!!”, o “ma costa pochissimo questo Mojito fatto col rum dell’Eurospin” sono le frasi tipiche da dire in circostanze salentine.

E via che migliaia di famiglie urlanti e senza dio si riversano con i loro materassini, le loro parmigiane e la loro innata, italianissima maleducazione. Mamme che chiamano i loro figli manco fossero la Magnani prima di essere sparata, vecchi catarrosi che giocano a racchettoni con la pallina che regolarmente finisce più sui tuoi coglioniche in aria tra di loro, cellulari usati come stereo con ancora sparata a palla quella merda infinita di “mossa mossa” che spero quel cretino sia finito in coma per abuso di fisarmonica.
Cicche, bottiglie, carta: tutto in spiaggia, però stasera andiamo alla sagra ecologica che fanno la differenziata.
In questo esatto momento sono a Punta della Suina.
Vi linko quello che trovereste cercandola sulle immagini di Google. Via aspetto qui.
Pronti?

Via.

Fatto?
Bella vero? “Che mare eh? Altro che  [Sicilia, Sardegna, Caraibi], guarda che sabbia dioooooomiooooo!!”.
Bene, adesso guardate qui:

Che spettacolo.

Che spettacolo.

Che mare eh?

Nel caso servisse la cassetta per il pesce che non pescherete.

No dico: guarda che bello.

No dico: guarda che bello. Nel caso affogassi nella sabbia.

Bello vero?
“Eh ma quella è roba da mareggiata, che vuoi farci?”.
Ci faccio che ho pagato cinque euro per il parcheggio, e mi aspetto che qualcuno levi la merda che comunque, qualcun altro, in mare ha buttato. Perché mentre qui vicino allo stabilimento privato è così pulito che manco in ospedale, io sono vicino a così tanta plastica che se la sciolgo faccio il pieno ad una nave mercantile per i prossimi sei mesi.

Il mare, in Italia, è il male.
È il posto dove la feccia maleducata di città viene a fare le stesse cose che fa a casa sua: sporcare, dare fastidio, farsi vedere. A discapito del prossimo più vicino, che sia quello d’ombrellone o quello di casa vacanza.
Se non ci fosse il mare, forse occuperemo il nostro tempo a rivalutare città che solitamente ignoriamo. Come la nostra, per esempio. Potremmo andare in musei che di solito usiamo solo come riparo dalla pioggia, ci godremmo di più scorci ed angoli che solitamente ignoriamo, magari anche impegnandoci a rivalutarli ed a renderli più belli.

E invece no, tutti al mare.
Guarda qui, altro che Germania.