Tricase, Molti Cuori

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Descrivere due settimane di Salento per alcuni sarebbe molto facile: Gallipoli, droga, alcool, finanza, dancehall, dita o troppo umide o troppo lisce per chiudere le cartine, amori morti ancor prima di nascere o quando sono ormai adulti, Skrillex il 23 a Parco Gondar, il BluBay a Castro e via così di cliché.

Io però giù ho mia madre e mio fratello. Il resto della mia famiglia, che quando arrivo io una volta l’anno la completo e non perché voglia prendermi ruoli che non mi spettano, ma solo perché in mezzo c’è un vuoto creatosi per altrui volontà, e poco puoi farci.
Attenzione eh: io non mi sento nessuna responsabilità addosso, ché sempre un figlio -seppur maggiore- sono e tale voglio rimanere il più possibile. Però ecco, diciamo questa è un’età in cui scendere da tua madre in Salento vuol dire anche rassicurarsi che vada tutto bene, visto che ormai può definirsi una donna single.

Quindi descrivere due settimane in Salento, non a Gallipoli ma a Tricase che graziaddio è bellissima ma ancora sopportabile in termini di turisti (come me), e accanto a chi ti ha portato dentro per mesi e poi cresciuto per anni, ed avendo la possibilità di vedere tuo fratello crescere ogni giorno in quell’età meravigliosamente strana che sono i vent’anni, sono un altro paio di maniche. Perché sei felice di vederli, felice di poter prendere in giro tua madre e di sentirti rispondere di andare affanculo, felice di scambiare poche ma importanti parole con tuo fratello e sì, felice anche vedere il tuo cane cominciare a zoppicare per i suoi 49, canini anni.

Family

Ed ancora più felice di poter condividere quei momenti così intimi insieme a persone che da relativamente poco fanno parte della vostra vita.
Mi spiego.

Barbara e Marco sono due amici di mamma, che li ha ospitati per un paio di settimane, conosciuti pochi anni fa proprio a Tricase e che non avevo ancora avuto il piacere di incontrare.
Vengono da Verona, e sono quel tipo di persone che vorresti conoscere, solo che ancora non lo sai.
Marco è un fitoterapista: in pratica estrae i principi attivi delle piante, li trasforma in olii essenziali e ci cura la gente. Ovviamente questo è quello che la mia mente semplice riesce ad elaborare quando sente la parola fitoterapia, ma Marco è anche docente all’università, gran lettore, persona informata, resuscitatore/resurrettore (boh) di forni in pietra che grazie a lui abbiamo fatto delle pizze che fermi tutti, massaggiatore stronca cervicali, appassionato di indovinelli e «Trappole Mentali». Persona con cui parleresti per ore di qualunque cosa, dai profumi agli aneddoti storici passando per Ignazio Marino, che scherza e ride ma rimane sempre lucida e coerente.
Barbara è la moglie/compagna/amica di Marco, come lui per lei. Psicologa, lavora con bambini e ragazzi provenienti da situazioni difficili e c’ha una forza dentro che si sente a distanza. Incredibilmente divertente, inarrestabile, con la battuta sempre pronta ed una parola bella per tutti. Soprannominata «la filippina» per la sua inspiegabile voglia di pulire e sistemare casa praticamente ogni giorno, ha fatto un po’ le veci di mamma quando era impegnata a lavorare (santa, santissima donna).
Sono un coppia incredibilmente unita, di quelle coordinate che a vederle da fuori sembra quasi stiano danzando senza prove e senza musica.
Belli come il sole.

Dopo qualche giorno sono arrivate anche le miniature, che chi mi conosce sa l’amore che irradiano e che diffondono e che ora ha anche un segnale più forte grazie alla loro scricciola di poco più di un anno. Se la scorsa estate era ancora un fagotto di dolcezza da portare in braccio, ora è un razzo che parte sulle sue gambine e che cambia continuamente traiettoria e che tu hai paura mica che ti butti giù il muro ma che cada lei ma è già troppo sveglia per farsi davvero male. Per me averli vicino è già generalmente una gioia. Conviverci per giorni è stato un piacere che nemmeno riesco a descrivere. La calma, le risate, gli sguardi che s’incrociano mentre controllano che la piccola Patasfronzoli (cit. Barbara) non si schianti mentre rincorre Drugo chiamandolo “BUBO!”.
Ma non si schianta, ché è troppo forte grazie a tutto l’amore che si prende ogni giorno, e che abbiamo amplificato tutti in questo periodo.

Maiolica

E poi c’è la coppia a cui tengo di più di tutte: io e Lei, reduci da una splendida settimana al suo paese, tra pranzi e risate e vino e abbracci e la certezza di star facendo bene, senza fare nulla.
Poi giù di corsa col treno preso all’ultimo e tutta la voglia di stare insieme e finalmente «farla conoscere a casa», quel piccolo evento a cui non hai mai dato davvero così tanto peso come questa volta, senza allo stesso tempo nemmeno pensarci. Dire che è andato tutto più che bene sarebbe nemmeno un eufenismo, ma proprio come non dire nulla. Di quelle cose da rimanerci storditi, imbambolati, come quando vedi davvero l’alba dopo una sacco di anni abbracciato alla persona che hai finalmente trovato, senza averla cercata. Quella Lei che scorre tra le mie foto da bambino, ride e sorride a vedermi crescere davanti ai suoi occhi. Quella Lei che mi prende la mano prima di addormentarsi, coperti da un lenzuolo che alla fine fa anche freschetto ed abbiamo la scusa dei piedi freddi suoi e di quelli caldi miei per annodarci e scendere insieme nel mare del sonno. Quella Lei del nostro primo bagno insieme, quella Lei di cui sento il sorriso addosso mentre mi guarda rannicchiato nel cerchio dell’ombrellone mentre lei fa a gara col sole a chi fa più luce, quella Lei che senza guardarci sappiamo tutto di noi e di quello che potrebbe essere.

Us_Alba

E questo è solo la metà di quello che mi sento dentro, di quello che ho visto (ah! il Celacanto nuovo), ché ‘ste dita non ce la fanno questa volta a star dietro ai battiti. Perché c’è stato anche mio fratello con la sua dolcissima ragazza che guarda non avete idea della felicità. C’è stata mia madre e le sue premure da madre e le risate da madre e le chiacchierate da madre che ci sarebbe da scriverle un libro solo per lei e su di lei. C’è stata la voglia di stare insieme, tutti, nonostante ognuno passasse la giornata a modo suo abbiamo sempre trovato il modo di cenare insieme, magari fare una scappata al mare, fermarci a parlare, ad ascoltare un’improvvisata delle miniature sotto gli ulivi, scambiarci i link dei video doppiati su Youtube.

La normalità. Ma definite normale.

E chissà che non ci venga voglia di ritrovarci, presto, e di nuovo tutti insieme, per essere di nuovo tutti un poco più normali.

Mio Fratello

Sì avevo il costume a slip ma ero giovane e stupido.

Sì avevo il costume a slip ma ero giovane e stupido.

Avevo esattamente 4299 giorni quel pomeriggio in ospedale.
“Undici anni e tre quarti”, come si direbbe a quell’età.
Insomma avevo un’età per cui ancora non arrivavo a quell’enorme vetrina. Vedevo giusto un pezzo riflesso su quella parete enorme, con le tende dentro ancora tirate. Non c’era un appiglio, le dita delle mani scivolavano su quel gradino tra al parete ed il vetro, io scalcio anche se le tende impediscono ogni visuale.
Intorno a me ci sono un sacco di parenti, gli adulti, che però mi lasciano un poco di spazio ché sanno bene quanto quel momento sia importante per me. l‘ho aspettato per questi 4299 giorni, per due volte è andata male ma finalmente ci siamo.
Si sente un poco di trambusto provenire da dietro il vetro. Le tende si muovono, spuntano due mani dallo spacco in mezzo che afferrano un lembo per una. Altre due mani mi cingono i fianchi e mi tirano su, proprio mentre le tende si aprono.
Mi si schiude davanti una stanza piena di piccole gabbie senza soffitto. In ognuna c’è un fagottino: qualcuno si muove piano, altri ondeggiano come indemoniati, altri ancora sono immobili, probabilmente dormono e sognano ancora quel posto magnifico dove erano solo qualche ora prima.
Mentre tutti guardiamo un po’ spaesati quelle decine di gabbiette senza soffitto, uno dei parenti dice

– Lì! Eccolo lì!

Come l’idiota, guardo prima il dito.
Poi seguo con lo sguardo la direzione che punta, e finisco a guardare una di quelle gabbie senza soffitto.
Ed eccoti lì, con il tuo nome ben scritto all’interno.

FLAVIO

Rimango un’eternità a guardare quel.. coso lì, quello scricciolo, quel mezzo metro avvolto in un panno ed insaccato in un cappellino.
Comincio a scalciare: voglio entrare, voglio abbracciarti, voglio prenderti e tirarti su verso il sole e gridare “AAAAAAAAAAAAAZVEGNAAAAAAAA!!!!!!!”.
Comincio a dire

– Quello è mio fratello! Quello è mio fratello!

Poi realizzo e dico

– Ehi sto dicendo fratello! Io ho un fratello!

Muovi piano le dita, le apri e le chiudi, e sono sicuro tu mi stia salutando perché lo hai già capito, che spettacolo di cose faremo insieme.
E ne faremo eh.

Per anni ti ho cullato io, e guai a chi altro lo faceva. Mi ti prendevo in braccio e ti portavo piano in giro per casa, fino a quando piano non chiudevi gli occhi e crollavi con la bocca semi aperta, segnale di gran sonno che ti porti dietro ancora adesso. Ricordo ancora quella volta all’isola di San Pietro, in Sardegna (che è dove è stata scattata la foto del post), quando ti misi nella culla e mentre ti guardavo dormire vedo questa biscia entrare dalla finestra, con io che scatto e dopo averti afferrato corro via manco fosse una scena di Indiana Jones.
Portarti sulle spalle mi piaceva un sacco, e farti ridere era la cosa migliore che potesse capitarmi.
Mi sono vestito da Babbo Natale ed ho aspettato minuti buoni al freddo prima che qualcuno si ricordasse che c’era un povero stronzo fuori, a suonare una campanella al freddo, ad aspettar di vedere giusto il naso di Flavio spuntare per poi scappare via al grido fi “OH! OH! OH!”.
Ti ho fatto morire un pesce rosso, ma giuro che è stato per il caldo terribile di quell’estate, e non perché (forse) mi son dimenticato di dargli da mangiare.
Ti ho regalato i miei libri di Roald Dahl e tutti i miei giochi, intonsi dopo molto più di 4299 giorni, che hai provveduto a distruggere uno per uno, nel tempo.
Ti ho fatto fare il bagno in mari e piscine vari, sempre con mille occhi che non si sa mai. Ancora mi prendono in giro per quanto ero apprensivo a tavola ad ogni tuo colpo di tosse, preoccupato che ti stessi soffocando, non so, con l’acqua.
Ti stoppavo quando tiravi al canestro piccolo di plastica, esultando per ogni palla che spazzavo via mentre tu passavi dal divertito all’isterico all’omicida.
Ti facevo compagnia ogni sera mentre vedevi gli Animaniacs, Mucca e Pollo, Ed Edd & Eddy, a ridere a crepapelle sul divano, che visti da fuori non si capiva chi avesse ‘sti quasi dodici anni di più.
Ti ho osservato dormire in quel lettone d’ospedale dove per giorni stavamo tutti con l’ansia a capire come dover gestire quell’enormità che è il diabete, ed ora vederti andare per conto tuo anche in quello fa una certa impressione.
Ti ho fatto vincere (quasi) sempre durante il Wrestling sul lettone, che mi sfiniva e distruggeva ma è stata la miglior stanchissima fatica che abbia mai provato.

Adesso, se dovessimo lottare, non dovrei fingere di perdere.
Perderei e basta, che a nemmeno trent’anni mi fa male tutto e te invece oggi fai diciotto anni.

BAM!

Diciotto.

Non saprei che dire, se non che sei la cosa più incredibile che mi sia capitata.
Oserei dire che sei il fratello che non ho mai avuto, guarda un po’.

Non sto troppo ad elogiarti, che lo so io quanto sveglio, intelligente e (mortaccitua che sono anche i miei) bello tu sia, ma volevo solo far sapere a più gente possibile che se pensavano di aver trovato in me lo Spaziani perfetto, purtroppo dovranno ricredersi.

Farai grandi cose, lo so.
Intanto però goditi ‘st’età strana e fichissima.

Io intanto preparo il lettone per la  rivincita.

Qui Si Fa La Storia

Mio nonno materno lo chiamavano tutti Cipì. Ma tutti. Lui si chiamava Carlo, ma tutti hanno cominciato a chiamarlo Cipì da quando Sofia Loren sposò Carlo Ponti, produttore cinematografico che dal dopoguerra in poi portò al cinema pellicole di Fellini, De Sica e Godard. E visto che la Loren ha il vizio di chiamare tutti come se fossero dei cuccioli di chihuahua, il marito lo chiamava CP, per le sue iniziali.
E quindi niente, ‘sta cosa alla mia famiglia piaceva così tanto che cominciarono a chiamarlo, appunto, Cipì, anche se il cognome di nonno era Salvati.
Ciesse non suonava bene, in effetti.

Non l’ho mai conosciuto, Cipì. O meglio, ci siamo conosciuti ma è morto quando avevo poco più di un anno, il che significa che non ho memoria di lui. Qui però pesco dalla sacca dei cliché e dico che per quanto me ne hanno raccontato è come se lo avessi conosciuto.
Una persona buona, che nonostante moltissimi problemi in famiglia è cresciuto con un cuore enorme. Sempre disponibile con tutti, legato da un fortissimo affetto con mio padre, venerato (e venerante) dalla moglie e dalle sue figlie.
Quell’anno in cui ci siamo sfiorati, me lo descrivono come un nonno impeccabile, presente e pronto allo scherzo, nonostante il cancro lo stesse devastando.
E sorrideva, sempre. Tutte le foto che ho visto, intrecciate con i racconti, lo stampano nella mia mente come un sorriso con un uomo attaccato dietro.

Tra le tante storie che mi sono state raccontate, quella sulla sua prigionia in un campo di lavoro mi ha sempre affascinato tantissimo.
Ricordavo molto poco, così qualche settimana fa ho chiesto a mia madre di parlarmene un po’, più dettagliatamente, approfittando del fatto che ci fosse anche mia zia per avere più punti di vista possibili. Parlando, mamma si è ricordata di avere ancora dei documenti e lettere di quel periodo. Mi si sono illuminati gli occhi e, finalmente dopo quasi un mese, posso scriverne.

Tutto quello che segue (date, luoghi, ruoli) è dannatamente vero.

12 Settembre 1943.

Cipì è un soldato dell’undicesimo reggimento Autieri di Udine, e cioè gli autisti dei mezzi militari. Il suo certificato di idoneità alla guida di motocicli lo vedeva in sella ad una Benelli 500. Mi piace pensare che fosse questo modello qui:

Molto Indiana Jones.

Molto Indiana Jones.

Ha compiuto vent’anni cinque giorni prima, e lo vedo festeggiare con i suoi commilitoni a suon di vino e grappa, o magari era astemio e allora giù di buon cibo e chiacchiere da ragazzi.

Ha vent’anni e cinque giorni nel momento in cui lo catturano.
Hai venti anni e ti ritrovi nelle mani del nemico.
Che a vent’anni i nostri, di nemici, erano il capitalismo ed i genitori rompicoglioni.

Tra i vari documenti, c’è quello delle “date ricordative”:

"Ricordative" è da brividi.

Ricordative è da brividi.

Lo so, si legge poco, vi trascrivo sotto quelle più ricordative (sì mi piace proprio tanto come termine):

8 Settembre 1943 Fine della guerra in Italia
10 Settembre 1943 partenza da Sussak (cittadina croata all’epoca appartenente al Regno d’Italia, ndJ)
11 Settembre 1943 Arrivo a Pola (altra città croata con una storia travagliata, ndJ)
12   ”       ”       ”       Prigionieri dai Tedeschi

[passa circa un mese di viaggio verso il campo di lavoro]

11 Ottobre 1943 Arrivo a Putbus (una delle cittadine più importanti di Rügen, la più grande isola tedesca)

[poi tutto si ferma per quasi un anno]

10 Settembre 1944 Passaggio da prigionieri a civili

[dopo altri mesi, finalmente]

4 Maggio 1945A Arrivo dei Russi a Putbus
8  ”       ”       ”      Fine totale della Guerra
13 ”       ”       ”      Partenza per il rientro in Patria (Patria, con la P maiuscola, ndJ)

E qui Cipì torna a casa, dopo altri quattro mesi di viaggio.
Il documento che attesta la sua “licenza straordinaria perché reduce dalla prigionia” lo vede rimpatriato il 15 Settembre 1945.
A ventidue anni e dieci giorni, mio nonno è un reduce.
Due anni e tre giorni lontano dall’affetto dei cari, in un campo del nord Europa a fare il fabbro, lui che poi sarebbe tornato per fare il bigliettaio sui mezzi pubblici (che fico che era).
Sempre col suo sorriso stampato in faccia.

Ci sono anche delle lettere, che però voglio ancora tenere per me.
Magari, un giorno.

Però vi lascio con un aneddoto che mi farà per sempre ridere e ricordare chi era mio nonno.
Durante la prigionia, dove comunque diceva di trovarsi bene e di esser stato trattato nei limiti della decenza, era appunto un fabbro. Ogni giorno andava in officina, e si metteva a lavorare.
Erano ovviamente costantemente piantonati dai tedeschi, che però erano sempre gli stessi e alla fine quasi si creava un rapporto tale da potersi permettere qualche battuta.
Perché quando mio nonno entrava, la guardia lo salutava con un “Guten morgen!!”, e mio nonno di tutta risposta gli sparava un “mortacci tua”, sempre col suo sorriso. Dopo un po’, la guardia chiede a Cipì cosa volesse dire, e lui fa “significa buon giorno, in italiano!!”.
Sorriso.

Il giorno dopo, la guardia lo vede arrivare verso l’officina, alza la mano e tutto contento fa “Carlo!! Mortàsci ttua!!”. Cipì lo guarda, alza la mano a sua volta mentre si avvicina e fa “e de tu nonno!!”.

Sorriso.

Nel Bene E Nel Mare

“Che io in Germania non potrei mai andare a vivere. Parliamoci chiaro, in Italia abbiamo il clima mite, il buon cibo. E poi i posti da vedere, i monumenti, la cultura, la storia. Cazzo il mare!! Abbiamo il mare!!”.

Allora, tralasciamo per qualche riga la questione mare, che affronteremo brevemente ma di testa. Quello all’inizio è il mattone classico che l’italiano ti propina tornando dalla Germania (o come dalla Gran Bretagna, dalla Francia e così via), o rispondendoti dopo avergli detto che pensi di trasferirti. Solitamente chi dice questa sfilza di cliché che nemmeno tua nonna quando ti ammoniva di “copritte li reni” sta seduto al gate di Schoenefeld con la felpa della FIAT e sotto la maglietta “I ♥ Berlin”, occhiali da sole Prada falsi come Pannella e panino con prosciutto da 12€ all’etto preso al Kadewe. Parla come se la Germania fosse stata scoperta l’altro ieri da esploratori napoletani con le Hogan.
Il concetto che il venditore abusivo di birre alla sagre tenta di esprimere con frasi prese dal calendario di padre pio, tra un morso al panino ed una ravanata di pacco, non sarebbe nemmeno troppo esagerato, almeno per quanto riguarda il binomio clima-cibo. A Berlino, perché lì sono stato e di questo parlo, si passa dal “freddino oggi” al “ti prego pisciami addosso”. Anche il cibo non è che sia eccellente: preferisco una singola mozzarella ovolina ad una dieta basata esclusivamente su stinco di porco affogato in lardo umano con contorno di cipolle e crauti.
Ma ci si abitua a tutto no? Per i vego-vegetariani noi non dovremmo essere predisposti a mangiare carne e invece guarda quanto sangue mi cola sul mento.
La cultura vabbè, a un certo punto cheppalle le rovine: a Berlino potresti girare per musei e gallerie e studi d’arte per giorni senza dormire e ancora non avresti nemmeno iniziato.

Ma arriviamo al mare, perché è qui che voglio andare a parare. La rovina dell’Italia, oltre agli italiani stessi, è proprio il mare. Il nostro mare, insieme alle sue spiagge, sono il più grosso cesso a cielo aperto che si possa immaginare. Peggio di quella fiumana di gente che ogni anno si “purifica” nel Gange.
Parlo nello specifico del Salento, che conosco bene ormai ma ne parlo soprattutto perché altrimenti certa gente mi accusa di parlare di cose che non conosco solo perché non lo prendo al culo. Come loro. Ma vabbè, sto divagando.
Voi in Salento venite quelle due settimane al massimo dove correte da Otranto a Santa Maria di Leuca, con tappe nei vari locali più o meno chiccosi del cazzo. “Ma che mare, ma altro che [Sicilia, Sardegna, Caraibi], GUARDACHEMMARECAZZOOOOO!!”, o “ma costa pochissimo questo Mojito fatto col rum dell’Eurospin” sono le frasi tipiche da dire in circostanze salentine.

E via che migliaia di famiglie urlanti e senza dio si riversano con i loro materassini, le loro parmigiane e la loro innata, italianissima maleducazione. Mamme che chiamano i loro figli manco fossero la Magnani prima di essere sparata, vecchi catarrosi che giocano a racchettoni con la pallina che regolarmente finisce più sui tuoi coglioniche in aria tra di loro, cellulari usati come stereo con ancora sparata a palla quella merda infinita di “mossa mossa” che spero quel cretino sia finito in coma per abuso di fisarmonica.
Cicche, bottiglie, carta: tutto in spiaggia, però stasera andiamo alla sagra ecologica che fanno la differenziata.
In questo esatto momento sono a Punta della Suina.
Vi linko quello che trovereste cercandola sulle immagini di Google. Via aspetto qui.
Pronti?

Via.

Fatto?
Bella vero? “Che mare eh? Altro che  [Sicilia, Sardegna, Caraibi], guarda che sabbia dioooooomiooooo!!”.
Bene, adesso guardate qui:

Che spettacolo.

Che spettacolo.

Che mare eh?

Nel caso servisse la cassetta per il pesce che non pescherete.

No dico: guarda che bello.

No dico: guarda che bello. Nel caso affogassi nella sabbia.

Bello vero?
“Eh ma quella è roba da mareggiata, che vuoi farci?”.
Ci faccio che ho pagato cinque euro per il parcheggio, e mi aspetto che qualcuno levi la merda che comunque, qualcun altro, in mare ha buttato. Perché mentre qui vicino allo stabilimento privato è così pulito che manco in ospedale, io sono vicino a così tanta plastica che se la sciolgo faccio il pieno ad una nave mercantile per i prossimi sei mesi.

Il mare, in Italia, è il male.
È il posto dove la feccia maleducata di città viene a fare le stesse cose che fa a casa sua: sporcare, dare fastidio, farsi vedere. A discapito del prossimo più vicino, che sia quello d’ombrellone o quello di casa vacanza.
Se non ci fosse il mare, forse occuperemo il nostro tempo a rivalutare città che solitamente ignoriamo. Come la nostra, per esempio. Potremmo andare in musei che di solito usiamo solo come riparo dalla pioggia, ci godremmo di più scorci ed angoli che solitamente ignoriamo, magari anche impegnandoci a rivalutarli ed a renderli più belli.

E invece no, tutti al mare.
Guarda qui, altro che Germania.

Pillole Salentine #8 – Doppio Dosaggio

Dosaggio #1 – Sì e Non

La vedi la noia, il non saper cosa fare negli occhi della gente? La senti l’assenza di un odore nell’aria, che non sia quello della paura e del timore?
C’era un tempo in cui la voglia di fare qualunque cosa nasceva come nulla, momenti in cui ci si alzava e si facevano cose per ore, giorni. Che fosse aprire un’attività, sistemarsi una vecchia auto o falciare il giardino. Si faceva perché si poteva, e perché si aveva la voglia.
In anni come questi, invece, la voglia è annullata. C’è il dovere, la sensazione che anche prendere il caffè la mattina al bar sotto casa sia un atto dovuto, e non più perché è un momento di pausa. Che cazzo, si chiama “pausa caffè” in tutto il mondo, un motivo dovrà pur esserci.

Il non, il non come stile di vita, il non come prerogativa. Non distinguiamo più quando dire non perché è dovuto, e quando invece potremmo dire sì, o anche solo muovere su e giù la testa come quando da bambini volevamo convincere i nostri genitori a farci fare qualcosa che invece loro non. Non sappiamo più fare quel movimento quando un signore ci chiede due monete per un panino, “perché tanto non li usa per mangiare ma si va a fare il Campari”. La memoria sociale, quella che ti fa dire si e no, è cancellata. Ovunque è truffa, inganno e raggiro. Dietro ogni angolo c’è chi ci vuole fregare, chi non aspetta altro che un nostro sì per farcelo rimpiangere.

E ci dimentichiamo che invece, con un sì, ci ritroviamo più liberi di quanto non saremo mai. Quando ci dicono no spesso ci innervosiamo, ci agitiamo, un divieto o una negazione sono sempre e comunque una limitazione della nostra libertà. Dal voler pisciare in strada allo scrivere su un muro, dal “andiamo insieme” al “ne voglio mangiare un altro”: a nessuno dovrebbe essere detto di no (tranne a richieste di omicidi e furti, o comunque ad atti illegali in generale). Vuoi farlo? Fallo. Poi sono cazzi tuoi. Ma intanto fallo, perché è facendo cose che ci si fa esperienza.

“Sbagliando s’impara?”

Sì tu in prima fila, ma non proprio. Anche facendo le cose giuste s’impara. Che alla ruota ci siamo arrivati dopo un sacco di tentativi, ma anche dopo averla fatta tonda abbiam capito un bel po’ di cose.

Chiamatelo lasciarsi andare, ingenuità, poco giudizio.

Ma io sono dell’idea che un sì detto spesso faccia bene molto più di un no d’istinto ed innato. Un sì per quelle due monete, per quel panino al signore, fa comparire sorrisi che non ci ricordiamo più come son fatti.
Il no detto a priori, perché è meglio e toglie un sacco di problemi, è una cazzata.

Peggio.

È proprio dannoso, e solo per chi lo dice.
Dite più sì, motivate i vostri pochi no con ragioni vere ed ireemovibili.

Pensate, cazzo.

Dosaggio #2 – Stelle e Terrazzi

Poco più di un anno fa ero su questo stesso terrazzo, e per la prima volta in vita mia mi sono trovato a pregare. Non so come si fa, dicono che ognuno ha il modo suo.
Il mio fu rabbioso, di una rabbia genuina, pura ed istintiva.
Pregai semplicemente di non farmi portare via qualcuno, qualcuno a me troppo caro per vederlo andar via così presto. Mi stesi sul rialzo, un miccio
stretto tra le labbra e le mano dietro la testa. Che a leggere sopra, uno mica deve state per forza in ginocchio.
Guardavo le stelle, brillanti come non mai nel cielo di Luglio. Ma erano troppo luminose. Allora mi misi a guardare meglio, e ne trovai una dalla luce fioca, isolata.
Sembrava quasi il bambino che se ne sta in un angolo del parco giochi a guardare gli altri correre e cadere e rialzarsi e ridere.
La puntai e le diedi il suo nome, con la promessa di ritrovarci qui l’anno dopo.

Poco più di un anno dopo sono di nuovo su questo stesso terrazzo, e non sto pregando.
Il cielo è macchiato di nuvole, ma le stelle brillano ancora.
Lei però no.
Non ho un’ottima memoria, ma lei era lì. Ne sono sicuro come lo sono di tutte le mie insicurezze.
Lei non c’è, e questo mi conferma due cose.

La prima era quasi scontata, ma ora ne sono certo: le preghiere non si esaudiscono, perché non c’è nessuno a riceverle. È come voler mandare lettere con ricevente nel Medioevo.

La seconda è invece una realtà più dura,  e cioè che le promesse, anche quelle, non vanno a buon fine. E non parlo di quelle di routine su cui puoi sforare tipo “passo a prenderti alle otto” ed arrivi alle otto e dieci, oppure tipo “stasera ti faccio venire”.

Parlo di quelle grosse, quelle che una volta non mantenute fanno sparire le persone. Quelle reiterate nel tempo e che lì, sospese, rimangono.

Sono su questo terrazzo, poco più di un anno dopo.

E ancora fa un male cane.