A Te e Famiglia

Sai quelle cose tipo buoni propositi?

Ecco.

Non farle.

I buoni propositi servono solo a perdonarti le cazzate fatte nell’anno che si chiude sperando di non ripeterle in quello che arriva.

Ed è qui che sbagli.

Perché le cazzate vanno fatte, però diverse. Devi prenderti nuovi rischi se non vuoi far sempre le stesse puttanate. Devi sbagliare per correggerti ma se sbagli sempre le stesse cose, a ‘sto punto accettale come vengono ed esplora nuovi anfratti, scivola su macchie fresche, sbatti la testa su angoli appena costruiti.

Accetta il fatto che un no come risposta a volte è meglio di un (o comunque di un ‘sto cazzo).

Abbraccia l’idea che ci sarà sempre più ignoranza intorno a te, e che ti rimane solo la gentilezza per combatterla.

Ricordati che il prossimo tuo è diverso da te su un sacco di cose, ma chr siete pure uguali in un modo che non hai nemmeno idea.

Fatti stare sul cazzo qualcuno perché uno non è mai davvero buono, perché “l’odio è un carburante nobile e hai scoperto che non è così male”, perché un po’ di rancore aiuta a tenerti sveglio e vigile.

Ché se non sei stronzo tu, lo è un altro.

Chiama mamma ogni volta che ti viene in mente.

Fai quello che ti piace e tieni al minimo quello che ti serve per vivere.

Non ti dimenticare degli amici.

Pensali, scrivigli, non far scordar loro di te.

Sii il più sincero possibile ma se serve ogni tanto dì una cazzata.

Amati un sacco.

Amala di più.

Sii cauto nell’accettare consigli, ma sii paziente con chi li dispensa. I consigli sono una forma di nostalgia. Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio, ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte e riciclarlo per più di quel che valga.

Ma accetta il consiglio, per questa volta!

Confessioni di una Mente tra Riso e Rosa

mente

Ciao, mi chiamo Jacopo, ho 31 anni e mezzo compiuti e sì, mi piace tanto scherzare.
Mi piace ridere ed impazzisco di gioia quando faccio ridere.
Fosse per me, metterei due giorni obbligatori di risata libera ogni settimana.
Mi piace scrivere e far ridere scrivendo. Certo, dal vivo è tutt’altra cosa, ma sapere che quello che scrivo fa fare anche una piccola, breve ma sincere smorfia di riso, io sono contento.
Adoro la battuta e cerco di affrontare temi seri mettendoci sempre del cazzeggio.

Questo non vuol dire che non riesca ad essere serio, solo che preferisco evitarlo.
Poi ci son momenti che devo esserlo, e allora mi metto l’anima in pace.

Però ridere è bello, ed anche volersi bene.
Chi mi conosce mi dice che sono una femmina mancata, tanto sono sensibile, ed io sono il primo ad ammetterlo e pure a bullarcisi sopra.
Sono sensibile alle pubblicità coi bimbi ed ai film strappa cuore, come sono sensibile nel capire le persone, o almeno il loro sentimenti. Generalmente mi basta poco per provare empatia per una persona.
Non tutti eh. Un minimo di parametri di normalità e cuore devi averli, ché una testa di cazzo rimane una testa di cazzo, e non voglio certo star lì a provare testadicazzaggine.
Mi piace tanto parlare quanto ascoltare, e faccio entrambe le cose molto volentieri. A volte esagero con la prima ma, tant’è, nessuno è perfetto. Queste due cose però mi hanno aiutato tanto, fino ad ora, perché c’è tutto da imparare e molto da consigliare, a ‘sto mondo, e sono due cose per me molto importanti. Due cose strettamente legate, che si alimentano a vicenda e che smuovono, almeno secondo me, gran parte di ‘sto mondo.

Insomma, credo di essere una persona buona, che ha fatto sicuramente soffrire tanta gente ma che in generale non l’ha mai fatto apposta. Ed ho imparato negli ultimi anni a chiedere scusa, a parlare dei problemi che ritengo tali, a mettermi in gioco quando la situazione lo richiede.

Mi chiamo Jacopo, ho 31 anni e mezzo compiuti, e mi sono rotto il cazzo.
Perché i buoni, o ritenuti tali, in questa città non sopravvivono.
La maleducazione imperante, perenne, sempre più grave imperversa nelle strade, sui mezzi, nelle auto, in ogni angolo di questa città altro non c’è che gente sgarbata e sguardi incarogniti.

Ho creduto in un sindaco che è stato fatto fuori dal suo partito, con qualche spintarella di chi Roma sapeva di prendersela a mani basse, una volta avuta la piazza pulita.
E Roma se la sono presa, ma solo per usarla come tetrino di una politica che nulla ha di nuovo, se non i volti.
Come sempre.

Vedo una città senza una politica sociale, senza un progetto, che ora dice solo no e da la colpa agli altri. A chi c’era prima così come chi c’è ora,siano i poteri forti o il vicino di casa.
Lo scaricabarile fatto quotidianità, lo schivare accuse facendole andare addosso a quello dietro.
Nessuno sa più prendersi la colpa o chiedere scusa, se non per additare qualcun altro subito dopo.
Nessuno, dal sindaco incompetente al passante che ti da la spallata, sa più dire «scusa».
Nessuno vuole più prendersi una responsabilità, che non sia qualcosa di già pronto e fatto, magari da quelli prima di lui.

Mi chiamo Jacopo, ho 31 anni e mezzo compiuti, e sto disperatamente cercando di capire cosa, e come.
Cosa voglio, cosa devo fare per averlo, come farlo, come affrontare la pigrizia e cosa andare a scardinare dentro di me per fare il passo dopo, sapendo che mai come in questo momento è importante prendere decisioni importanti.

Per fortuna so che l’essere un po’ simpatico, sensibile, ascoltatore, insomma di base quell’essere buono di cui sopra, mi regala delle persone bellissime intorno, persone che mi vogliono bene per quelo che sono, e che stanno lì con le bracci aperte pronte ad abbracciarmi.

E questo, alla fine, è tutto quello che serve per ridere ancora.

Tricase, Molti Cuori

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Descrivere due settimane di Salento per alcuni sarebbe molto facile: Gallipoli, droga, alcool, finanza, dancehall, dita o troppo umide o troppo lisce per chiudere le cartine, amori morti ancor prima di nascere o quando sono ormai adulti, Skrillex il 23 a Parco Gondar, il BluBay a Castro e via così di cliché.

Io però giù ho mia madre e mio fratello. Il resto della mia famiglia, che quando arrivo io una volta l’anno la completo e non perché voglia prendermi ruoli che non mi spettano, ma solo perché in mezzo c’è un vuoto creatosi per altrui volontà, e poco puoi farci.
Attenzione eh: io non mi sento nessuna responsabilità addosso, ché sempre un figlio -seppur maggiore- sono e tale voglio rimanere il più possibile. Però ecco, diciamo questa è un’età in cui scendere da tua madre in Salento vuol dire anche rassicurarsi che vada tutto bene, visto che ormai può definirsi una donna single.

Quindi descrivere due settimane in Salento, non a Gallipoli ma a Tricase che graziaddio è bellissima ma ancora sopportabile in termini di turisti (come me), e accanto a chi ti ha portato dentro per mesi e poi cresciuto per anni, ed avendo la possibilità di vedere tuo fratello crescere ogni giorno in quell’età meravigliosamente strana che sono i vent’anni, sono un altro paio di maniche. Perché sei felice di vederli, felice di poter prendere in giro tua madre e di sentirti rispondere di andare affanculo, felice di scambiare poche ma importanti parole con tuo fratello e sì, felice anche vedere il tuo cane cominciare a zoppicare per i suoi 49, canini anni.

Family

Ed ancora più felice di poter condividere quei momenti così intimi insieme a persone che da relativamente poco fanno parte della vostra vita.
Mi spiego.

Barbara e Marco sono due amici di mamma, che li ha ospitati per un paio di settimane, conosciuti pochi anni fa proprio a Tricase e che non avevo ancora avuto il piacere di incontrare.
Vengono da Verona, e sono quel tipo di persone che vorresti conoscere, solo che ancora non lo sai.
Marco è un fitoterapista: in pratica estrae i principi attivi delle piante, li trasforma in olii essenziali e ci cura la gente. Ovviamente questo è quello che la mia mente semplice riesce ad elaborare quando sente la parola fitoterapia, ma Marco è anche docente all’università, gran lettore, persona informata, resuscitatore/resurrettore (boh) di forni in pietra che grazie a lui abbiamo fatto delle pizze che fermi tutti, massaggiatore stronca cervicali, appassionato di indovinelli e «Trappole Mentali». Persona con cui parleresti per ore di qualunque cosa, dai profumi agli aneddoti storici passando per Ignazio Marino, che scherza e ride ma rimane sempre lucida e coerente.
Barbara è la moglie/compagna/amica di Marco, come lui per lei. Psicologa, lavora con bambini e ragazzi provenienti da situazioni difficili e c’ha una forza dentro che si sente a distanza. Incredibilmente divertente, inarrestabile, con la battuta sempre pronta ed una parola bella per tutti. Soprannominata «la filippina» per la sua inspiegabile voglia di pulire e sistemare casa praticamente ogni giorno, ha fatto un po’ le veci di mamma quando era impegnata a lavorare (santa, santissima donna).
Sono un coppia incredibilmente unita, di quelle coordinate che a vederle da fuori sembra quasi stiano danzando senza prove e senza musica.
Belli come il sole.

Dopo qualche giorno sono arrivate anche le miniature, che chi mi conosce sa l’amore che irradiano e che diffondono e che ora ha anche un segnale più forte grazie alla loro scricciola di poco più di un anno. Se la scorsa estate era ancora un fagotto di dolcezza da portare in braccio, ora è un razzo che parte sulle sue gambine e che cambia continuamente traiettoria e che tu hai paura mica che ti butti giù il muro ma che cada lei ma è già troppo sveglia per farsi davvero male. Per me averli vicino è già generalmente una gioia. Conviverci per giorni è stato un piacere che nemmeno riesco a descrivere. La calma, le risate, gli sguardi che s’incrociano mentre controllano che la piccola Patasfronzoli (cit. Barbara) non si schianti mentre rincorre Drugo chiamandolo “BUBO!”.
Ma non si schianta, ché è troppo forte grazie a tutto l’amore che si prende ogni giorno, e che abbiamo amplificato tutti in questo periodo.

Maiolica

E poi c’è la coppia a cui tengo di più di tutte: io e Lei, reduci da una splendida settimana al suo paese, tra pranzi e risate e vino e abbracci e la certezza di star facendo bene, senza fare nulla.
Poi giù di corsa col treno preso all’ultimo e tutta la voglia di stare insieme e finalmente «farla conoscere a casa», quel piccolo evento a cui non hai mai dato davvero così tanto peso come questa volta, senza allo stesso tempo nemmeno pensarci. Dire che è andato tutto più che bene sarebbe nemmeno un eufenismo, ma proprio come non dire nulla. Di quelle cose da rimanerci storditi, imbambolati, come quando vedi davvero l’alba dopo una sacco di anni abbracciato alla persona che hai finalmente trovato, senza averla cercata. Quella Lei che scorre tra le mie foto da bambino, ride e sorride a vedermi crescere davanti ai suoi occhi. Quella Lei che mi prende la mano prima di addormentarsi, coperti da un lenzuolo che alla fine fa anche freschetto ed abbiamo la scusa dei piedi freddi suoi e di quelli caldi miei per annodarci e scendere insieme nel mare del sonno. Quella Lei del nostro primo bagno insieme, quella Lei di cui sento il sorriso addosso mentre mi guarda rannicchiato nel cerchio dell’ombrellone mentre lei fa a gara col sole a chi fa più luce, quella Lei che senza guardarci sappiamo tutto di noi e di quello che potrebbe essere.

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E questo è solo la metà di quello che mi sento dentro, di quello che ho visto (ah! il Celacanto nuovo), ché ‘ste dita non ce la fanno questa volta a star dietro ai battiti. Perché c’è stato anche mio fratello con la sua dolcissima ragazza che guarda non avete idea della felicità. C’è stata mia madre e le sue premure da madre e le risate da madre e le chiacchierate da madre che ci sarebbe da scriverle un libro solo per lei e su di lei. C’è stata la voglia di stare insieme, tutti, nonostante ognuno passasse la giornata a modo suo abbiamo sempre trovato il modo di cenare insieme, magari fare una scappata al mare, fermarci a parlare, ad ascoltare un’improvvisata delle miniature sotto gli ulivi, scambiarci i link dei video doppiati su Youtube.

La normalità. Ma definite normale.

E chissà che non ci venga voglia di ritrovarci, presto, e di nuovo tutti insieme, per essere di nuovo tutti un poco più normali.

Mio Fratello

Sì avevo il costume a slip ma ero giovane e stupido.

Sì avevo il costume a slip ma ero giovane e stupido.

Avevo esattamente 4299 giorni quel pomeriggio in ospedale.
“Undici anni e tre quarti”, come si direbbe a quell’età.
Insomma avevo un’età per cui ancora non arrivavo a quell’enorme vetrina. Vedevo giusto un pezzo riflesso su quella parete enorme, con le tende dentro ancora tirate. Non c’era un appiglio, le dita delle mani scivolavano su quel gradino tra al parete ed il vetro, io scalcio anche se le tende impediscono ogni visuale.
Intorno a me ci sono un sacco di parenti, gli adulti, che però mi lasciano un poco di spazio ché sanno bene quanto quel momento sia importante per me. l‘ho aspettato per questi 4299 giorni, per due volte è andata male ma finalmente ci siamo.
Si sente un poco di trambusto provenire da dietro il vetro. Le tende si muovono, spuntano due mani dallo spacco in mezzo che afferrano un lembo per una. Altre due mani mi cingono i fianchi e mi tirano su, proprio mentre le tende si aprono.
Mi si schiude davanti una stanza piena di piccole gabbie senza soffitto. In ognuna c’è un fagottino: qualcuno si muove piano, altri ondeggiano come indemoniati, altri ancora sono immobili, probabilmente dormono e sognano ancora quel posto magnifico dove erano solo qualche ora prima.
Mentre tutti guardiamo un po’ spaesati quelle decine di gabbiette senza soffitto, uno dei parenti dice

– Lì! Eccolo lì!

Come l’idiota, guardo prima il dito.
Poi seguo con lo sguardo la direzione che punta, e finisco a guardare una di quelle gabbie senza soffitto.
Ed eccoti lì, con il tuo nome ben scritto all’interno.

FLAVIO

Rimango un’eternità a guardare quel.. coso lì, quello scricciolo, quel mezzo metro avvolto in un panno ed insaccato in un cappellino.
Comincio a scalciare: voglio entrare, voglio abbracciarti, voglio prenderti e tirarti su verso il sole e gridare “AAAAAAAAAAAAAZVEGNAAAAAAAA!!!!!!!”.
Comincio a dire

– Quello è mio fratello! Quello è mio fratello!

Poi realizzo e dico

– Ehi sto dicendo fratello! Io ho un fratello!

Muovi piano le dita, le apri e le chiudi, e sono sicuro tu mi stia salutando perché lo hai già capito, che spettacolo di cose faremo insieme.
E ne faremo eh.

Per anni ti ho cullato io, e guai a chi altro lo faceva. Mi ti prendevo in braccio e ti portavo piano in giro per casa, fino a quando piano non chiudevi gli occhi e crollavi con la bocca semi aperta, segnale di gran sonno che ti porti dietro ancora adesso. Ricordo ancora quella volta all’isola di San Pietro, in Sardegna (che è dove è stata scattata la foto del post), quando ti misi nella culla e mentre ti guardavo dormire vedo questa biscia entrare dalla finestra, con io che scatto e dopo averti afferrato corro via manco fosse una scena di Indiana Jones.
Portarti sulle spalle mi piaceva un sacco, e farti ridere era la cosa migliore che potesse capitarmi.
Mi sono vestito da Babbo Natale ed ho aspettato minuti buoni al freddo prima che qualcuno si ricordasse che c’era un povero stronzo fuori, a suonare una campanella al freddo, ad aspettar di vedere giusto il naso di Flavio spuntare per poi scappare via al grido fi “OH! OH! OH!”.
Ti ho fatto morire un pesce rosso, ma giuro che è stato per il caldo terribile di quell’estate, e non perché (forse) mi son dimenticato di dargli da mangiare.
Ti ho regalato i miei libri di Roald Dahl e tutti i miei giochi, intonsi dopo molto più di 4299 giorni, che hai provveduto a distruggere uno per uno, nel tempo.
Ti ho fatto fare il bagno in mari e piscine vari, sempre con mille occhi che non si sa mai. Ancora mi prendono in giro per quanto ero apprensivo a tavola ad ogni tuo colpo di tosse, preoccupato che ti stessi soffocando, non so, con l’acqua.
Ti stoppavo quando tiravi al canestro piccolo di plastica, esultando per ogni palla che spazzavo via mentre tu passavi dal divertito all’isterico all’omicida.
Ti facevo compagnia ogni sera mentre vedevi gli Animaniacs, Mucca e Pollo, Ed Edd & Eddy, a ridere a crepapelle sul divano, che visti da fuori non si capiva chi avesse ‘sti quasi dodici anni di più.
Ti ho osservato dormire in quel lettone d’ospedale dove per giorni stavamo tutti con l’ansia a capire come dover gestire quell’enormità che è il diabete, ed ora vederti andare per conto tuo anche in quello fa una certa impressione.
Ti ho fatto vincere (quasi) sempre durante il Wrestling sul lettone, che mi sfiniva e distruggeva ma è stata la miglior stanchissima fatica che abbia mai provato.

Adesso, se dovessimo lottare, non dovrei fingere di perdere.
Perderei e basta, che a nemmeno trent’anni mi fa male tutto e te invece oggi fai diciotto anni.

BAM!

Diciotto.

Non saprei che dire, se non che sei la cosa più incredibile che mi sia capitata.
Oserei dire che sei il fratello che non ho mai avuto, guarda un po’.

Non sto troppo ad elogiarti, che lo so io quanto sveglio, intelligente e (mortaccitua che sono anche i miei) bello tu sia, ma volevo solo far sapere a più gente possibile che se pensavano di aver trovato in me lo Spaziani perfetto, purtroppo dovranno ricredersi.

Farai grandi cose, lo so.
Intanto però goditi ‘st’età strana e fichissima.

Io intanto preparo il lettone per la  rivincita.

Cose Per Cui Vale La Pena Vivere, O Almeno Alcune


(per chi si chiedesse chi è l’unico che può permettersi di fare liste del genere)

Idee per un racconto su gente ammalata, con il cuore spezzato, che preferisce pensare a quanto farà male stare senza una persona, per evitare di rispondere a domande universali tipo chi siamo? dove andiamo? chi è l’ultimo per il dottore?

No, devo essere ottimista. Le cose.. le cose per cui vale la pena vivere. Ce ne saranno di cose, che non siano solo scegliere l’alcolico col quale affogare la tristezza. Ma cosa? Beh, per me.. sicuramente le tette. Piccole e belle, possibilmente. L’amore incondizionato di una donna, foss’anche solo per una notte. Il tramonto, ma soprattutto il tramonto di Malagrotta, così bello che è impossibile che non siano i fumi della discarica a renderlo unico. E anche le albe, anche se ne ho viste sempre troppe poche, e me ne ricordo anche meno.

Poi ci metto anche il veder crescere bene mio fratello: bello, intelligente, molto maturo per la sua età, ma sempre pieno di quell’ingenuità di un (quasi) diciassettenne. Guardare i miei genitori e capire che se non fosse stato per loro, spesso ti saresti perso. E non solo da bambino, in strada.

I miei amici. Uh, se ci metto i miei amici. Che nonostante tutto stanno sempre, sempre lì. Anche quando non ci sono e li vorresti con te.

True Love Will Find You In The End“, e quel the light, the light.. di una bellissima, infinita tristezza.

Poi i Led Zeppelin ed i riff di Keith Richards. I RHCP. Bach. La Marcia di Radetzky. La prima volta che senti una canzone, e te ne innamori. Le canzoni tristi. I film, tristi. Le nuvole che sembrano enormi ammassi di panna montata.

Cercare le forme nelle nuvole.

Il White Russian, ma fatto come cazzo comanda. L’odore della pioggia in arrivo, quello dell’asfalto bagnato subito dopo, quello dolciastro dell’erba appena tagliata, il profumo del pane appena sfornato (sì, nonostante sia celiaco. anzi, a maggior ragione). L’odore improvviso di un fuoco controllato nei campi, quello del caffè.

Il suo profumo che rimane sui vestiti, sui cuscini, nell’aria.

Breaking Bad, Lost, The Shield, 24, New Girl, tutti i film del buon Allen, quelli con Jim Carrey, non proprio tutti tutti ma “Eternal Sunshine..” cristoddio sì. I monologhi di Gramellini, e quelli di Paolini.

Quella foto.

Quel quadro bellissimo di cui non ricordo autore né titolo, che c’era alla Berlinische Galerie, con tutti quei personaggi dipinti così bene e fin nei minimi dettagli, che sembrava di osservare quattro frame di un video. Immobili, ma in movimento.

Quelle Domeniche in cui ti svegli e non sei solo, che passi in pigiama a fare l’amore e a fumare sigarette, e a chiedersi perché? e sbattersene della risposta.

Togliersi la soddisfazione di finirla qui, pur avendo mille altre cose da mettere.