Improvvisate #8: Felicittà

A me Roma sta un sacco sul cazzo e ci son mille cose che brucerei manco fossi un nazista davanti ad una pila di libri.

Di certo non potrei fare l’Assessore al turismo, con questo tipo di slogan, però è vero che tutto è tranne che una città normale, funzionante ma soprattutto funzionale.
Roma è il più grosso esperimento sociale mai creato, volto a misurare il limite umano che una volta scavallato porta alla strage condominiale, all’investire un pedone o un ciclista e non fermarsi, fino al metterti le Hogan ed andare a Via del Corso.

Roma però ha il fascino dell’ex, di quella che sa di averti avuto, trattato ammerda ma che appena ti fa l’occhiolino, torni scusandoti e riempendoti gli occhi di lei.

Ti prepara tutto: ti scalda fra i palazzi e ti rinfresca aprendosi nelle piazze, mette il sole in modo tale da non fartelo riflettere dalle finestre diretto negli occhi ed arriva pure a farti andar bene una sosta interminabile ad una stazione della metro, ché così finisci di sentire “Rhapsody In Blue” e poi sei pronto a buttarti dentro e fuori i posti del centro con quella che a fine serata scoprirai essere stata un’ottima compagnia.

Roma la senti, anche quando passi si sfuggita a lato di piazza Navona lei è lì che ti che col suo vuoto ti spinge, ti da i colpetti sulla spalla a dirti girati, eddai girati!!.

E tu lo fai, e per un secondo la luce ed i profili ed il rumore di tacchi ed intorno l’improvviso silenzio di tutti e tutto, in una sincronia così paradossale da farti pensare a “The Truman Show” e pensi che ti prendano per il culo e invece no, è solo Roma che sta a fa la stupida da un po’ troppo però eccole lì, tra le nubi e lo smog, le stelle brillarelle.

In giro tutti attaccati ad uno schermo come falene, i posti son pieni di falene e le case son piene di falene, che la Germania ancora non lo sa ma sta per vincere mentre Roma lo sa già, di aver vinto.

Che si è costruita bene, l’altra sera, da brava scenografa di se stessa qual’è.
Grazie per lo spettacolo.

Me lo tengo stretto, so già che dovrò aspettare un po’ prima di vederti fare il bis.

E Poe Sia – L’Ultima Volta

l’ultima volta
non erano scritti da te
i foglietti
che scandivano ore
e coppie
per controllare un’entrata
che a dispetto del nome
all’epoca usavamo poco
come entrata per noi
che venivamo da dietro quando ancora il posto dormiva

l’ultima volta
sul coperchio del frigo grosso
non c’erano quei segni dei fondi delle bottiglie di Martini
quasi marchiati sopra
a forza di poggiarcele sopra a fine serata
cicatrici che rimangono
come se non bastassero le altre

l’ultima volta
le sigarette speciali non erano così proibite
non ho capito che è successo
ma almeno pare non sia colpa mia
che pure per altro ancora non ho capito cos’è successo
ma lì pare davvero sia colpa mia

l’ultima volta
saremmo andati via insieme
magari ubriachi marci
sfatti dalla vita
ma ancora con la forza per fare l’ultima
e per “scarico qualcosa al volo, che ci vediamo?”
e poi crollavi che nemmeno stava al cinquanta percento
ed io ti levavo il pc di dosso
ti baciavo
e ti guardavo fino a che non svenivo

l’ultima volta
non avrei rosicato a vederti parlare con uno che chiccazzè
almeno non così tanto
non fino al punto di andarci in loop
con quel nanetto in maglia celeste
e sentir stapparsi lo stomaco dieci minuti dopo
dall’angoscia pura
e correre a vomitare
che manco ero sbronzo
femminuccia

l’ultima volta
quella moretta non l’avrei manco notata
o almeno non ci sarei rimasto così
ché una arriva
ti chiede da bere
e lo fa con quegli occhi enormi
proprio mentre tu ammazzeresti a mani nude
tutto l’esercito russo
e lei ti chiede un cocktail
ti guarda fisso mentre lo chiede
ti guarda fisso mentre lo prepari
ti guarda fisso mentre ti da i soldi
e ti guarda fisso pure mentre le dai le spalle per darle il resto
te li senti nella schiena
quegli occhi neri come l’abbandono
e ti rigiri e lei ti fissa mentre si gira e dici “che le dico?”
ed ovviamente la vedi ballare sotto quel faro rosso
e non puoi muoverti
non vuoi
fatto sta che non lo fai
e lei poi sparisce
per tornare sotto forma
di ennesima sequenza di lettere su di uno schermo
non l’avrei nemmeno sentiti
quegli occhi
e invece sto qui
a sbatter la capoccia
sul nulla

di nuovo

l’ultima volta
nessun angelo mi aveva detto di esser stato un cazzone
con te
e la cosa mi ha sorpreso
perché sì che il discorso l’ho tirato fuori io
ma è pur vero che te lo aspetti da chi conosci meglio
da chi vedi anche fuori da lì
se pur son pochi
e la cosa non mi ha infastidito
anzi
lo sapevo
però m’ha fatto strano
ecco
cazzone
suona bene
da l’idea

l’ultima volta
minimo saresti rimasta a cantare Elvis
o Lucio
ed io a brontolare fuori
sbronzo
sfatto
ma innamorato perso
e ti avrei aspettato
solo per vederti barcollare un po’ in salita
con la luce celeste dell’alba
l’odore dei cornetti caldi
e quella voglia di letto mista ad una di
per sempre
mai detto
ma pensato
tanto
che a dirlo a certe persone
si fanno i danni
e invece a tenerselo dentro
guarda qui
che campione
che ne esce fuori

l’ultima volta
non avrei mai pensato
di pensare
a quando sarebbe stata l’ultima volta
pensa ora
che ho capito proprio
che l’ultima volta
è stata l’ultima volta
ed è anche ora
cioè non proprio ora
giusto il tempo di dirti

“mi dispiace”

ma solo fino ad ora
perché da ora in poi
no more dispiacersi
basta non arrivare al punto
di doverlo fare

quindi ciao
statemi bene
soprattutto tu
ma ora basta
che sarai stanca forte pure tu

o almeno così sembravi

l’ultima volta

Tre Secondi, Il Tempo Di Dire “Anche No”

Tic Tac.
Dodici per l’esattezza.
E non intendo ventiquattro secondi.

Ma proprio dodici Tic Tac, di quelle miste, mela-arancia-banana-susina-fragola.
O almeno ti dico essere state dodici, quelle caramelline che mi facevano l’alito hawaiano e che mi hanno permesso di baciarti senza preoccuparmi del fantasma di quattro gillèmmon ed un tre once di idroponica fattincasa che si dibatteva dietro quella coltre fruttata.

Musica reggae che pompa anche fin troppo forte per il nonno seduto in veranda che dondola dentro di me. Il mio corpo che ondeggia senza cadere solo grazie ad un mix di forza di gravità e vibrazioni dei bassi.
Ti vedo con la coda dell’occhio: molto bassa, molto riccia e molto “sbattimi forte ma parliamo anche dell’ultimo di Wes Anderson”.
Scatti foto ad un tizio alla mia destra, che però all’ultimo si sposta ed il flash mi becca con un’espressione in volto tra il sorpreso, il “oh mio dove sono?!” ed uno che sogna fisso un letto autoriscaldato in una stanza di privazione sensoriale per le successive otto barra nove settimane.

Obama_What

Guardi la foto sul telefono, poi guardi me e scoppi a ridere.

In un secondo ti sono addosso, ti prendo per i fianchi e ti sollevo.
Tu non opponi resistenza, anzi. Ti aggrappi con braccia e gambe come un koala sotto emmedì e cominciamo a scambiarci più fluidi di quanti se ne vedano in un porno brutto. Mi guardi e ridi.
“Che c’è?”
“Hai l’alito che profuma di frutta!!”
“Ho appena mangiato dodici Tic Tac!! Ti da fastidio?”
“Macché!! Anzi!! Profuma di Hawaii!!”
“Ma dwai?”
Se rimane aggrappata dopo ‘sta stronzata me la sposo, se scappa fa bene.
Rimani.
Ok. Da domani soldi da parte per il gran giorno. Ma per il momento.. limonare duro.

Dopo tre ore siamo a casa tua, scampati per miracolo ad un posto di blocco, tre elicotteri dell’FBI ed agli attacchini di cacca pound.
Dopo dieci minuti nemmeno provo a dirti che non mi è mai successo, perché sarebbe una cazzata e già so che, anche se per una notte, di cazzate non voglio dirtene. Tu ridi, poi sorridi, mi guardi con quegli occhi che non so e fai per ricominciare.
E.. oh, se ricominciamo.
Dopo altre quattro volte te lo dico, che non mi è mai successo.

Ridiamo.
Fuori fa luce, e pure dentro di noi.

L'unica altra alba che mi piace vedere.

L’unica altra alba che mi piace vedere.

Dopo tre mesi entri in camera mia con addosso solo la mia maglietta con il faccione fatto di Super Mario, con annessa canna in bocca e la scritta “Wiid” a caratteri Nintendo. Tazza di caffè fumante in mano. Taglio di sole sulle cosce.
Dea.
Torni sotto le coperte, poggi la testa sul mio petto e la mano con la tazza sul piumone.
“Ti amo”, mi fai.
Cuore out of orecchie.
“Anch’io”, ti faccio.
Guardo la tua nuca e sento il tuo sorriso.
Benessere.

Hipsterismi.

Hipsterismi.

Dopo tre anni siamo a casa dei tuoi amici.
Nelle ultime settimane siamo tesi, tu sempre presa dal tuo correre di casa d’altri in casa d’altri per arredarle, io a sbattermi tra il secondo libro da far uscire ed il trasloco da te.
I progetti si sono ammucchiati da una parte, tutti e due troppo presi da noi stessi senza riuscire però a dirselo in faccia, ad ammetterlo ed andare avanti da soli.
Stasera però siamo tranquilli, senza forzature ci facciamo trasportare in chiacchiere sul perché non siamo scappati tutti quando potevamo farlo. Poi ci accorgiamo di suonare vecchi e per sorridere degli anni che scorrono cominciamo a parlare di quando, come coppie, ci siamo conosciuti.
Iniziano loro con il volo perso per Londra, il caffè di lei, presa in una telefonata col capo per giustificarsi, versato addosso a lui, nervoso nel mandare mail per posticipare la riunione col marketing. Da lì le scuse, le risate, le cene per finire con una splendida casa e due pesti che in quel momento erano nascosti sotto il tavolo a sentire gli adulti.
Risate, “uccheccarini”, silenzio.
Tocca a noi.

Dopo tre ore siamo da te.
Mi lanci addosso di tutto, dai vestiti ai libri di Pessoa alla lampada a forma di chitarra ad altri vestiti, però sporchi.
“Per tutti questi tre anni mi hai mentito? PER TRE ANNI?”
“Tesoro, non credo che possa essere chiamato mentir..”
“Zitto cazzo!! ZITTO!! Sparisci, prendi la tua merda e sparisci PERDIOCAZZOMMERDA!!”

Dopo tre minuti mi ritrovo fuori dalla tua porta, cercando di capire le tre seguenti cose:

– cosa starà pensando la signora Pulletti, la tua vicina, che crede io non la veda ma i suoi capelli bianchi quasi celesti che spuntano dalla sua porta socchiusa si vedono eccome;
perdiocazzommerda? che straminchia significa?
– davvero l’ha fatta finita perché ho mentito sul numero di Tic Tac che avevo mangiato la sera che ci siamo incontrati?

Cioè, le dissi dodici, ma saranno state, tiè, tre. Ma non puoi lasciarmi dopo tre anni per questo, non dopo che ho pronti i miei quattro stracci chiusi in scatoloni pronti per essere portati da te.
No, cristo.

Guarda qui.

Guarda qui.

Ti vedo con la coda dell’occhio: molto bassa, molto riccia e molto “sbattimi forte ma parliamo anche dell’ultimo di Wes Anderson.
Scatti foto ad un tizio alla mia destra, che però all’ultimo si sposta ed il flash mi becca con un’espressione in volto tra il sorpreso, il “oh mio dove sono?!” ed uno che sogna fisso un letto autoriscaldato in una stanza di privazione sensoriale per le successive otto barra nove settimane.

Guardi la foto sul telefono, poi guardi me e scoppi a ridere.

Cazzo ridi, stronza ingrata?

Mi giro verso gli altri e chiedo, nell’ordine

cartina
filtro
sigaretta

che il resto ce l’ho io.

Mi giro di nuovo verso di te e non ci sei più.
Meglio così.
Saremmo stati male ebbasta.
Saremmo arrivati a pensare di aver buttato tre anni.

E invece io ho buttato solo tre secondi per immaginarmi tutto, per poi tornare a farmi sturare le orecchie da questi bassi troppo bassi, e ‘sti alti che non durano mai più di tanto.

Ma Tu Non Pensare Male Adesso

La mi controfigura ti aveva scritto un canzone, tempo fa.

La mia controfigura ti aveva scritto un canzone, tempo fa.

Difficile spiegare perché sono così contento.
Ballo da più di due ore, ballo della serie “fallo come se nessuno ti stesse guardando” ma è una cazzata, perché ci saranno almeno altre 400 persone intorno a me ed è difficile immaginarsi soli. Però ballo, e poi guardandomi intorno vedo che anche tutti gli altri stanno seguendo il dogma del passare inosservati. Con risultati disastrosi, tra cui probabilmente anche il mio.
Ma ballo.

Che poi non sono due ore, ma due sere. Ieri Angelo, oggi Angelo.
Ieri sera siamo andati via col collo piegato dalle risate. Risate perché presi bene, presi bene perché quando una pischella rimbalza dai tuoi jeans a quelli del tuo migliore amico a così via già ti immagini da vecchio, con i tuoi nipotini seduti uno per gamba, davanti al camino acceso, mentre gli racconti di quella sera quando tu e il tuo amico vi siete montati una in due mentre vi davate il cinque alla Todd. I tuoi nipotini avranno traumi sessuali per sempre, ma ormai erano rimasti solo loro a non sapere la storia.
E la storia è importante.

Inutile dire siam tutti tornati a casa a pacco asciutto ma tant’è, ne sono valse le risate e gli sguardi e la anche remota possibilità di timbrare due biglietti in uno.

Stasera siam di nuovo qui, dopo un bellissimo concerto. C’è Bob che pompa i suoi dischi e noi a ballare. La situazione è simile alla sera prima, con la stessa pischella che aggiunge solo un altro paio di persone al suo carnet ma per il resto siam qui, a divertirci e pure parecchio.
La mia serata non è iniziata serena, questo sì. Non posso negare che mentre il gruppo suonava, più di una volta mi son girato per guardare se fossi lì in mezzo. Potresti esserci, forse non ci sei, ma io controllo. Non so se sperare di beccarti o meno. Forse no. Anzi molto probabilmente no.
No.
Però ti cerco, forse perché così potrei nascondermi e mandar giù questo Gin Tonic con tutto il bicchiere.

Solo che è proprio mentre do un’ultima occhiata in giro, a serata quasi finita, che incrocio un paio d’occhi che c’è da mettersi seduti per riprender fiato.
Lì per lì avevo notato la tua amica, ma più che altro i suoi occhiali enormi da clown e per la voglia che avevo di rubarglieli. Mentre mi guardo intorno per attaccare, mi giro e tu mi stai guardando. Uno di quegli sguardi che distogli subito perché “m’ha beccato”.

Ora, se lo struscio malizioso ed aperto al pluralismo di quella ragazza mi metteva in imbarazzo ma alla fine capisci il gioco delle parti e ci stai, il tuo sguardo di ieri m’ha paralizzato. I tuoi, sguardi.
Da baldanzoso maschio che non sa muoversi ma lo fa lo stesso, regredisco allo stato embrionale: comincio a giocare col bicchiere lanciandolo in aria e rischiando di rompere crani e coglioni altrui.
Mi giro, mi stai guardando.
Faccio giravolte, passetti, impreco a denti stretti perché non ho il coraggio di venir lì sugli spalti a blaterarti qualcosa, tipo la situazione del Nasdaq o se sei convinta anche tu che gli SMS di solidarietà siano una truffa.
Mi giro, mi stai guardando.
Continuo a ballare nonostante la musica stia finendo, le luci siano accese e quindi, in questo momento, sono un coglione di quasi un metro e novanta che balla seguendo le voci nella sua testa.

Mi giro, non ci sei più.

Cazzo.

Comincio a muovere la testa manco fossi un androide in corto circuito.

Dove sei?

Cerco quegli occhi, quei capelli corti biondi e quel viso sicuramente non terrestre. Ti assicuro che con quello sguardo mi hai quasi spaventato. Cerco quel vestito (viola?), quella borsetta nera. Cerco pure la tua amica degli occhiali, o quella riccia con cui ad un certo punto scrutavi la sala, con io che ero lì a zompettare come un lemure nel periodo dell’accoppiamento. Ti sei messa pure gli occhiali da vista. Montatura celeste, se non sbaglio.
Ma non ci sei.

Bevo un’ultima cosa, maledicendomi e mordendomi labbra e gomiti e orecchie.

Un abbraccio a tutti, usciamo. Fuori dall’Angelo ci salutiamo, e mentre il giro di “se beccamo ar kebbabbaro” continua vedo la tua amica riccia.

Ti cerco, di nuovo.

Niente.

Stupido me stupido me.

Sarà impossibile vederci di nuovo, quindi ti ringrazio per avermi fatto innamorare di nuovo dell’idea di essere innamorato. Il nemmeno troppo nascosto sedicenne che è in me ti è debitore, e ti vorrebbe offrire da bere Venerdì. All’Angelo.

Che la magia della casualità e della botta di culo facciano il loro corso.

Rome Rider

Edizioni rarissime.

Edizioni rarissime.

Abitare a Roma, per tutta una serie di motivi, non è proprio il massimo.

Si ok, i monumenti e l’atmosfera, il cazzo che vi pare. Ma ormai il quotidiano romano equivale ad essere messo in una stanza con le migliori pornostar del momento, ma legato ad una sedia. Ci sarebbe tanto da leccare, ma non puoi.
Qualche minuto fa, mentre rientravo a casa, mi sono immaginato Roma, ma soprattutto la mia zona, come un videogioco. E nonostante abbia alle spalle praticamente venti, onoratissimi anni da videogamer, non sono sicuro di poter riuscire a finirlo, ‘sto gioco qui.

Inizia la mattina, con la sveglia. Ecco, questo è il tutorial, il livello che fai senza rischiare di morire e dove una voce metallica di donna ti guida passo passo.

“Apri gli occhi. Bravo! Ora, se vedi un poco appannato, non preoccuparti: ti sei appena svegliato, è normale! E poi se continui ad andare a dormire come se fossi John Belushi mezz’ora prima di morire, ringrazia dio che ti svegli!!

Grazie, tutorial. È sempre un piacere.

“Figurati. Ora fai un breve riepilogo mentale di quanto fa schifo la tua vita, e poi piedi in terra! Forza! Perfetto, così. Ora, muovendoti a destra e sinistra, evita nell’ordine: il termosifone elettrico, quattro paia di mutande, cinque di calzini più quei tredici spaiati.. così, bravissimo!! Ora allunga la mano ed apri la porta, ma prima preparati all’impatto con la luceeeeeeeee appunto. Aspetto che finisca la cecità. Rielaboro. Ok, possiamo andare.”

 

E così via, fino a quando quell’insieme di pipì/macchinette del caffè/cacca/dentifricio/tuffo nell’armadio cosparso di colla diventi un tu, magari un poco diverso dal giorno prima ma comunque incastrato nello stesso, identico livello.

Nei videogiochi, ci sono punti di un quadro che devi ripetere per ore: un salto in Prince of Persia, una curva a Gran Turismo, una Sniper Wolf a Metal Gear Solid o una combinazione di tasti a Fahrenheit. Il tutto corredato da lanci di joypad e fitte precipitazioni di madonne con improvvisi rovesci di cristi. Piano piano, però, riesci a capire angolazioni, tasti, momenti giusti fino a quando non superi quel punto e via, più felice e più saggio, verso il nuovo ostacolo.
Nella vita, idem.

Uscito di casa, devi prendere l’autobus. Chi prende la macchina è a livello extreme, ed io non ci gioco mai al livello extreme perché rosico troppo.

L’autobus è come una di quelle pedane mobili dei platform, come in Crash Bandicoot. Arrivi alla fermata e come con le pedane devi beccare il momento giusto per saltarci su, sperando che non sia appena passato perché altrimenti devi aspettare troppo e rischi che scada il tempo. Quando c’è sciopero, è una parte del livello a difficoltà hard e solo dopo anni d’esperienza puoi risolvere grazie a trucchi come il passaggio a scrocco o la carta lavoro da casa.
Inoltre, sulla pedana-autobus corri il rischio di trovare un boss, il controllore. Ma io ho il mio scudo protettivo annuale, la carta Metrebus. È uno di quegli accessori che non acquisisci con il tempo, ma con i soldi sullo store dell’Atac.

Viaggiare su un autobus di periferia significa reggere l’impatto con una media tripla di buche rispetto a quelle del centro. Ce ne sono così tante che a volte mi salta l’iPod come se fosse un lettore cd.
Questo punto, come i ritardi e la maleducazione degli autisti, si supera con l’abilità Santa Pazienza, una delle più difficili da acquisire al 100% ma anche una delle più utili in quanto, per esempio, impedisce di dare in escandescenze come i matti a Termini ed evita il conseguente arresto per atti osceni in luogo pubblico.

Diciamo che mettiamo il gioco in pausa da quando entrate a lavoro o dove cazzo passate le giornate fino a quando ne uscite.

“Allora? Che facciamo? Qui si deve ricominciare!!”

Checcazzo tutorial, avvisa. Mi hai svegliato.

“Appunto. Forza, prepara lo zaino e via dall’ufficio. Sai cosa dobbiamo fare.”

No dai, oggi no. Guarda, dormo qui. Mi metto sotto la scrivania.. oppure metto un po’ di scatole vuote schiacciate a terra, eh? Che dici?

“No. Forza, in marcia.”

Ennò su. Facciamo così: vado a prendere del vino, un paio di pizze e stiamo qui a parlare.. nemmeno ci conosciamo!!

“Certo, che non ci conosciamo. Non ci conosciamo perché io sono una voce nella tua testa, e non puoi conoscere le voci nella tua testa. Né tantomeno offrir loro del vino sperando poi in chissà cosa.”

Ah no?

“No. Possiamo andare, ora?”

Andiamo.

Uscito dall’ufficio, entri in modalità Hard: sei stanco, hai perso punti energia ed hai bisogni di salvare i progressi fatti.
Prima di tutto, devi attivare subito l’abilità Visione NotturnoPeriferica, per avere una vista ottimale dato che ora fa buio alle due di pomeriggio, ed anche la più ampia possibile per evitare le mine disseminate lungo il percorso.
E per mine intendo merde di cane. Decine, di merde. Che poi, cane. Magari fossero solo di cane.
Fatto sta che queste enormi montagne di merda che manco il dottor Grant di Jurassic Park ha visto mai sono ovunque, alcune negli stessi punti di qualche ora prima alle quali se ne sono aggiunte altre ancora.
Pensi al gioco dei giochi, Campo Minato si Windows, e vorresti mettere bandierine su bandierine.
Non sulle merde eh, ma nel culo dei proprietari dei cani.

Poi devi aspettare di nuovo la pedanautobus, e non capisci il perché ma sempre, da sempre, la sera in quella zona passa una tua pedana ogni tre, quattro pedane degli altri. Che mica puoi prenderne una a caso, altrimenti rischi di andartene dritto in un livello che non conosci. E poi come torni?
Insomma aspetti, e intanto completi qualche piccola missione complementare: fumare una sigaretta, appuntare un’idea sul taccuino, guardare più culi possibili senza farsi beccare, tipo il fantasmino di Super Mario Bros. 3.
Ecco la pedana, che a quest’ora è piena di altri giocatori, e dalle facce di vincenti ce ne son pochi.
Mentre sopporti l’ennesimo tour di buche che sembra un massaggio shiatsu fatto da una pressa idraulica alimentata ad anfetamine, cambia la musica.
Quello che prima era un motivetto ripetitivo in midi, diventa un insieme di violini che scandiscono il tempo in crescendo, facendo salire la tensione: è il momento del boss.

A differenza dei boss classici dei videogiochi, che solitamente sono o mostri giganteschi sputa morte o personaggio super intelligenti che sarebbe più facile battere a scacchi il Deep Blue della IBM, il mio mostro finale è una serie di ostacoli uno dopo l’altro, accomunati da un’unica cosa: il buio. Perché i lampioni che funzionano, a Ponte Galeria, li danno solo nella versione deluxe.
Tali ostacoli, nell’ordine, sono:

– l’autista che potrebbe non sapere dov’è la fermata e quindi tirare dritto, visto che fino al turno prima ha fatto la navetta circolare del Gianicolo, e perché sul rettilineo tutto dritto con un mezzo che pesa mille milioni di chili che fai, non vai a 180? Evidentemente lui sta giocando a GTA.

Ma diciamo che si ferma in tempo.

– devo attraversare la strada. Ripeto, è buio pesto, c’è un rettilineo che nemmeno quello nel circuito di Catalogna quindi  se l’autobus correva, immaginate le macchine. Fari che da punte di spilli si trasformano nelle luci dell’astronave di E.T. in due secondi netti, DeLorean che sfrecciano a mezz’aria gareggiando con i veicoli di Wipeout. Attraversare la strada è come farlo in Frogger, solo che non vedi in tempo quando arrivano.

Ma oggi è il mio giorno fortunato, ed attraverso la strada.

– il cane della cava e il cane dei vicini. Ammetto che non mi è mai successo di trovarmeli davanti entrambi nello stesso momento. Ma singolarmente sì, e visto che il primo è un pastore tedesco addestrato da polacchi ignoranti come italiani ed il secondo un Rottweiler che hanno chiamato Kabul, preferirei trovarmi davanti dieci cani zombie di Resident Evil da uccidere a mani nude piuttosto che doverli affrontare, da soli o meno.

Quindi qui va tutto ok come sempre, e riesco a salire fino a casa. Devo solo superare la pozza (e puzza) di fogna che spurga dal muro di alcuni vicini, i quali hanno deciso che loro non lo riparano e che tutti dobbiamo indossare maschere tattiche come in Call of Duty.

Insomma, non è una passeggiata, ma devo dire che ogni giorno perfeziono il metodo e curo lo stile, così da superare al primo colpo ogni ostacolo e metterci meno a studiarne di nuovi.

Che nonostante tutto, alla fine, ‘sto pallosissimo, enorme gioco è pieno di stanze segrete che compaiono a sorpresa, ti fanno felice anche solo per un po’ regalandoti cuoricini e dolci e funghi e gemme, e ti ricaricano prima di ricominciare a saltare di pedana in pedana, di livello in livello, di boss in boss.

L’unico vero obiettivo missione, in fin dei conti, è quello di arrivare il più tardi possibile al game over, possibilmente pieno di monete e cuoricini.

 

Momento cLou

Tutto il bene per tutto il resto, ma a me rimarrai per sempre nel cuore per questa, e per quei momenti:

Pillole Salentine #8 – Doppio Dosaggio

Dosaggio #1 – Sì e Non

La vedi la noia, il non saper cosa fare negli occhi della gente? La senti l’assenza di un odore nell’aria, che non sia quello della paura e del timore?
C’era un tempo in cui la voglia di fare qualunque cosa nasceva come nulla, momenti in cui ci si alzava e si facevano cose per ore, giorni. Che fosse aprire un’attività, sistemarsi una vecchia auto o falciare il giardino. Si faceva perché si poteva, e perché si aveva la voglia.
In anni come questi, invece, la voglia è annullata. C’è il dovere, la sensazione che anche prendere il caffè la mattina al bar sotto casa sia un atto dovuto, e non più perché è un momento di pausa. Che cazzo, si chiama “pausa caffè” in tutto il mondo, un motivo dovrà pur esserci.

Il non, il non come stile di vita, il non come prerogativa. Non distinguiamo più quando dire non perché è dovuto, e quando invece potremmo dire sì, o anche solo muovere su e giù la testa come quando da bambini volevamo convincere i nostri genitori a farci fare qualcosa che invece loro non. Non sappiamo più fare quel movimento quando un signore ci chiede due monete per un panino, “perché tanto non li usa per mangiare ma si va a fare il Campari”. La memoria sociale, quella che ti fa dire si e no, è cancellata. Ovunque è truffa, inganno e raggiro. Dietro ogni angolo c’è chi ci vuole fregare, chi non aspetta altro che un nostro sì per farcelo rimpiangere.

E ci dimentichiamo che invece, con un sì, ci ritroviamo più liberi di quanto non saremo mai. Quando ci dicono no spesso ci innervosiamo, ci agitiamo, un divieto o una negazione sono sempre e comunque una limitazione della nostra libertà. Dal voler pisciare in strada allo scrivere su un muro, dal “andiamo insieme” al “ne voglio mangiare un altro”: a nessuno dovrebbe essere detto di no (tranne a richieste di omicidi e furti, o comunque ad atti illegali in generale). Vuoi farlo? Fallo. Poi sono cazzi tuoi. Ma intanto fallo, perché è facendo cose che ci si fa esperienza.

“Sbagliando s’impara?”

Sì tu in prima fila, ma non proprio. Anche facendo le cose giuste s’impara. Che alla ruota ci siamo arrivati dopo un sacco di tentativi, ma anche dopo averla fatta tonda abbiam capito un bel po’ di cose.

Chiamatelo lasciarsi andare, ingenuità, poco giudizio.

Ma io sono dell’idea che un sì detto spesso faccia bene molto più di un no d’istinto ed innato. Un sì per quelle due monete, per quel panino al signore, fa comparire sorrisi che non ci ricordiamo più come son fatti.
Il no detto a priori, perché è meglio e toglie un sacco di problemi, è una cazzata.

Peggio.

È proprio dannoso, e solo per chi lo dice.
Dite più sì, motivate i vostri pochi no con ragioni vere ed ireemovibili.

Pensate, cazzo.

Dosaggio #2 – Stelle e Terrazzi

Poco più di un anno fa ero su questo stesso terrazzo, e per la prima volta in vita mia mi sono trovato a pregare. Non so come si fa, dicono che ognuno ha il modo suo.
Il mio fu rabbioso, di una rabbia genuina, pura ed istintiva.
Pregai semplicemente di non farmi portare via qualcuno, qualcuno a me troppo caro per vederlo andar via così presto. Mi stesi sul rialzo, un miccio
stretto tra le labbra e le mano dietro la testa. Che a leggere sopra, uno mica deve state per forza in ginocchio.
Guardavo le stelle, brillanti come non mai nel cielo di Luglio. Ma erano troppo luminose. Allora mi misi a guardare meglio, e ne trovai una dalla luce fioca, isolata.
Sembrava quasi il bambino che se ne sta in un angolo del parco giochi a guardare gli altri correre e cadere e rialzarsi e ridere.
La puntai e le diedi il suo nome, con la promessa di ritrovarci qui l’anno dopo.

Poco più di un anno dopo sono di nuovo su questo stesso terrazzo, e non sto pregando.
Il cielo è macchiato di nuvole, ma le stelle brillano ancora.
Lei però no.
Non ho un’ottima memoria, ma lei era lì. Ne sono sicuro come lo sono di tutte le mie insicurezze.
Lei non c’è, e questo mi conferma due cose.

La prima era quasi scontata, ma ora ne sono certo: le preghiere non si esaudiscono, perché non c’è nessuno a riceverle. È come voler mandare lettere con ricevente nel Medioevo.

La seconda è invece una realtà più dura,  e cioè che le promesse, anche quelle, non vanno a buon fine. E non parlo di quelle di routine su cui puoi sforare tipo “passo a prenderti alle otto” ed arrivi alle otto e dieci, oppure tipo “stasera ti faccio venire”.

Parlo di quelle grosse, quelle che una volta non mantenute fanno sparire le persone. Quelle reiterate nel tempo e che lì, sospese, rimangono.

Sono su questo terrazzo, poco più di un anno dopo.

E ancora fa un male cane.

Pillole Salentine #3

Da quant’è che non alzate la testa per guardare le stelle?
E non vale dire “da poco” solo perché siete andati a fare il falò a Fiumicino, o a Sestri Levante o in qualche altro cazzo di posto dove andate una sera all’anno, pieni d’alcool e di gente intorno.
Dico mentre siete lì, a fumarvi un sigaretta, da soli, in un VERO posto di mare.

Io l’ho fatto oggi. Mi sono ricordato che le stelle che vedi qui raramente le vedi da altre parti. Mi fa male il collo, per quanto sono stato in piedi come uno scemo con la testa tirata su.
C’era il Carro così vicino che ho provato ad allungare una mano per toccarlo. Cassiopea non era così luminosa da quando generò Andromeda.

[sapete che Cassiopea, insieme alla costellazione di Cefeo che vi si trova accanto, sono le uniche due formazioni che rappresentano moglie e marito? Teneroni.]

Ma la cosa che mi dimentico sempre, quando mi metto a guardare le stelle da qui, è la Via Lattea. È così ben distinta che ti toglie il fiato. Una lunghissima e larghissima fascia di stelle che sono così lontane da noi da sembrare vicine. Un insieme compatto di puntini che formano un’unica, sterminata distesa di bianco candido che non esiste in natura se non lì, nel cielo.

Guardare le stelle, tutte le volte, mi fa capire che i problemi che pensiamo di avere qui non contano, perché alla fine ci sbattiamo, ci sudiamo l’anima per risolvere casini che moriranno con noi, mentre lassù tutto continuerà a brillare per sempre e come sempre.

Mi piacerebbe solo avere qualcuno qui accanto a cui srotolare questi pensieri, invece di starli a scrivere a voi stronzi che pensate solo a voi stessi.

Ma vi voglio bene lo stesso.