Lisbona – Parte Prima

Sono due settimane che cammino con la schiena dritta.
Lei me lo dice sempre, che cammino gobbo. Che dovrei tirar fuori le spalle e fare l’uomo erectus.
Solo che in certi momenti girare per la mia città mi pesava troppo, che i pensieri facevano gruppo e mi schiacciavano il collo. E nonostante io mi guardi molto intorno, mentre cammino, a Roma ormai lo facevo dal basso verso l’alto.

Ora son due settimane, che cammino con la schiena dritta.
Prima di tutto perché mi sento un turista e come ogni turista che si rispetti, guardare ogni angolo di una nuova città è un dovere morale.
E poi perché in realtà mica son venuto qui per fare il turista. Son qui per provarci e provarci significa anche rischiare di fallire, e proprio per questo devi prendere e assimilare e vedere tutto quello che puoi.
Te lo devi godere.

E allora rubo con gli occhi, con le orecchie, ascolto questa lingua che sembra difficilissima e ne rimango affascinato. Obrigado, bom dia, aberto, fechado, tudo bem, non sapere dove vanno gli accenti, sbagliare, riprovare, sbagliare di nuovo, riderne assai.

Il Barrio Alto ti spezza il fiato sia perché per arrivarci, ovviamente, devi salire, ma anche perché ti giri ed è Berlino e poi ti ritrovi a San Lorenzo con gli spacciatori a ogni angolo ma meno rompicoglioni, giri la testa ed è Pigneto coi murales fichissimi e i murales che sfottono i murales. I localacci con la Capirinha a due euro si rincorrono con quelli puliti con la musica dal vivo, con le porte a vetri leggere per attirare la tua attenzione mentre cammini, che vedi i suoni e senti le persone. La birra a poco e i cocktail complicati, lo Ze Dos Bois che ha tre piani praticamente spogli se non fosse per le sedie tutte diverse, un grosso divano e un terrazzo che appena ti affacci pare Trastevere e senti il cuore che vola alto.

Se non fosse che piove da quasi una settimana, il sole a Lisbona è prepotente e colora tutto.
Che io non ci ho mai davvero fatto caso, a quanto i colori fanno bene alla testa, e per fortuna ‘sta città te lo ricorda, con i muri rosa e verdi e gialli e le maioliche che riflettono la luce che si apre e arriva dove quella diretta del sole proprio non potrebbe. I coperchi gialli dei cassonetti e il verde/rosso della bandiera sul parlamento che l’altra sera c’era il vento forte e dava certe schicchere che faceva rumore fino in strada, nonostante se ne stia lì in alto a prendersi tutta l’aria del mondo.

Eh.
Il vento.
Il vento qui è quella cosa che un po’ senti sempre, soprattutto quando il sole ha dominato la giornata e se ne va, lasciando spazio all’aria fredda dell’oceano. O almeno, mi piace pensare che sia così, ma non sono un meteorologo e quindi potrebbe pure essere uno che lascia sempre aperta una porta gigantesca, da qualche parte. Però il vento c’è e con la pioggia a pulviscolo (gnagnarella©) che non smette di scendere ti combina un macello, ti fracichi come se passassi sotto a quelle doccette da festival che ti bagnano a trecentosessanta°. Gli ombrelli si rigirano come pedalini in lavatrice, i binari dei tram diventano degli scivoli in miniatura e le discese si fanno nemiche, tra sanpietrini e pozze agli incroci.

Lisbona è quella città dove hanno deciso di mettere una sede di questa compagnia di telecomunicazioni che è stata abbastanza matta da assumermi, e dove l’aria che si respira è un po’ quella che speri di trovare in una multinazionale, a partire dal prefisso multi: multiculturale, multirazziale. Insomma, una canzone degli Ska-P. Uno di quei posti dove per forza di cose alleni il tuo inglese e conosci un sacco di persone così diverse da te che alla fine ci trovi un sacco di cose in comune. Quei posti in cui il rapporto umano c’è per forza e quindi viene valorizzato. Che almeno ci si confronti alla pari, sempre, ché nessuno sta sopra di te perché è bello, né tu stai sotto perché sei una merda.

Son due settimane che cammino con la schiena dritta.
Mi sento un turista in Erasmus, uno che qui ci sta per sbaglio e allo stesso tempo non poteva far altro che venire qui, come se fosse stato scritto da qualche parte.
Sento cose ora, a trentatré anni compiuti il giorno che sono atterrato qui, che mi chiedo se avrei dovuto provare prima, se magari è la cosa giusta all’età sbagliata.
Poi mi dico che meglio tardi che mai non ha mai avuto più senso che in questo momento e allora ben vengano le paure, i pensieri, ben venga questa enorme amplificazione di sentimenti che ti fa amare il mondo e ti spalanca il cuore e le braccia e la testa.

Ben venga tutto, che è il momento di prenderselo e sorridere se un giorno me lo perderò per strada.

Mi Raccomando

Esattamente due anni fa, vengo chiamato per un colloquio. Avevo inviato la mia candidatura su LinkedIn, sottoforma di Curriculum Vitae e corredata di lettera di presentazione pulita, informale e diretta all’azienda che cercava un nuovo dipendente.
Non voglio fare nomi, cambierebbe poco, ma la società si presentava come una start up molto innovativa nell’ambito delle telecomunicazioni online, con centralini VOIP e richiesta di determinate conoscenze. Quello che cercavano era un operatore di Customer Care, da mettere al telefono per gestire nuovi e vecchi clienti che riscontravano problemi con il software, o che avevano semplici domande prima di abbonarsi.
La mia carriera professionale inizia (e in quel periodo continuava) proprio come operatore telefonico di Customer Care, dopo qualche anno nella neonata assistenza iPhone per Apple e poi come risponditore agli scemi per un sito di e-commerce. Mancavo sicuramente di qualche conoscenza più hardware tra reti, cavi, DNS e altre cose a me sconosciute: avranno trovato sicuramente (e giustamente) di meglio.
Il colloquio era andato comunque bene, senza grossi imbarazzi e anzi, con un sincero interesse da parte dell’intervistatore, che era poi uno dei fondatori e CEO della start up.

Ora, il punto di tutta ‘sta premessa non è che non mi hanno preso a lavorare con loro (non ho davvero problemi ad ammettere che non ero adatto a quel tipo di Assistenza), ma il fatto che dopo le infinite raccomandazioni da parte sua, nonostante le mille rassicurazioni sul fatto che

«tranquillo, vada come vada comunque ti faccio sapere»

ecco, sono passati due anni e io ancora sto aspettando.

La cosa bella è che, ad apertura di colloquio, ci aveva tenuto tantissimo a farmi sapere che ero uno dei pochi a essere arrivato lì perché uno dei pochi ad aver mandato la lettera di presentazione (oltre a un CV decente).
La cosa mi ha sorpreso (e ovviamente fatto ben sperare) sul momento, ma mi ha fatto rimuginare poi a contatto non avvenuto.

Nel frattempo, in questi due anni, ho:

– continuato a lavorare dove stavo, fino a che la società non ha fallito e sono stato licenziato;
– collaborato con un amico in una web agency, dove ho sperimentato la professione del Copywriter (e lo metto in corsivo non perché non lo consideri un lavoro, ma perché non preparato io a farlo e non messo nelle condizioni ideali per formarmi);
– nel frattempo ho iniziato a collaborare per Alias de il manifesto, grazie alla segnalazione di un amico che lavora nella redazione («servono collaboratori? conosco uno che scrive bene. se vi piace, lo prendiamo. altrimenti, no»).

Terminata la collaborazione con la web agency, ho mandato (di nuovo) tanti, tantissimi CV a cui nessuno, nessunissimo ha risposto.
E l’ho mandato a Netflix come alla Nike («eggrazziarcazzo» direte voi e «c’avete pure ragione ma almeno c’ho provato», dirò io), fino alla trattoria «da Mario alle quattro zoccolette» come lavapiatti. In mezzo, la qualunque, da raccoglitore di ghiaia a pinzatore di foglie in Autunno.
Li ho spediti allegati a mail in cui mi presentavo, stampati e portati dai fruttaroli egiziani di Centocelle.
Nulla.

Poi, pochi giorni fa, una mia amica (conosciuta anni fa grazie al teatro nel nostro liceo, e ritrovata grazie a Facebook negli anni) mi contatta e mi chiede se cerco lavoro.

«C’è una persona che conosco che ha un’agenzia, cerca gente. Io non posso e mi sei venuto in mente tu. Girami il CV e vediamo!»

Lo faccio, lo manda, questa persona mi contatta e, dopo avergli mandato il portfolio (il primo della mia vita!), l’altroieri fissiamo il colloquio e oggi ci siamo fatti due belle chiacchiere.

Qualche giorno dopo la segnalazione della mia amica di teatro, un’altra amica (conosciuta questa volta su un posto di lavoro) mi tagga in un’offerta di lavoro, che altrimenti mi sarei perso.

Mando il CV, una lettera di presentazione di cui sono estremamente orgoglioso e incrocio le dita. Il posto è molto, molto fico, e rispecchia esattamente l’ambiente di lavoro in cui mi piacerebbe andare.
Il giorno dopo mi arriva una mail in cui mi si da libera scelta per il giorno del colloquio. Griglia sul Google Calendar, lo prenoto e vado.
Va bene, e l’impressione che ho avuto è che mentre la lettera di presentazione si è fatta notare, il CV probabilmente non è stato nemmeno aperto.
A breve, comunque, farò un turno di prova (confermato già in sede di colloquio, un miracolo), e ne sono contentissimo.

Nel mezzo di queste due segnalazioni, uno dei migliori amici mi dice che nel locale dove ogni tanto va a dare una mano, cercano qualcuno che si metta a fare accoglienza all’entrata, Niente acchiappino, della serie

«SCIAO RAGASSI! PIATTINO DI RIGATONI CÒR SUGO DE CODA? SARTIMBOCCA?ELLÒ SPÌC ÌNGLISCH? RIGATONI UÌT TEIL TOMATO SOUS?»

ma semplicemente

«Buonasera ragazzi. Un attimo e controllo se ho tavoli liberi.»

E niente, faccio un paio di turni a breve.
Insomma non so se l’avete capito, ma tutto ciò ha un vago, remoto riferimento a tutta la polemica sull'(infelice) uscita di Poletti tra conoscenze e calcetto.
E visto che è stato detto e ridetto già tutto, io volevo ovviamente dire la mia portando sul tavolo la mia esperienza personale.

Che poi magari mi salta tutto perché sono uno stronzo o perché proprio non è aria in «questo mondo brutto da cui spero mi porterai via, per poi accettare di sposarmi» [cit. tradotta e parafrasata].
O magari sono bravo, oppure ho culo, e mi confermano tutto, costringendomi così a dover spiegare più di una cosa all’INPS, l’anno prossimo.
Se poi allarghiamo il mio discorso personale agli anni precedenti agli ultimi due, ricordo un solo lavoro per cui feci un colloquio tramite le vie classiche. Mi presero nonostante il mio CV fosse ancora scarno (parliamo di dieci anni fa e, tolta un’esperienza sera a Lecce, era tutto un misto di «banconista nel negozio di famiglia» e «magazziniere»), ma col senno di poi capisco pure che a farlo fu inizialmente un’agenzia interinale, che altro non aspetta che carne fresca su cui lucrare attraverso corsi di sicurezza 626 e aggiornamenti sull’uso del «computatore elettronico domestico».

(che poi, ripensandoci ora, andai io ai colloqui al posto del cugino di un mio amico, che dovette rinunciare per motivi personali e segnalò la mia candidatura al posto della sua. per dire.)

Poi, per carità, a confermarmi e ad assumermi a tempo indeterminato fu l’azienda, grazie alle maniche larghe in materia di contratti in quel periodo, ma anche alle pressioni di quello che all’epoca era il mio Supervisore, e che una volta promosso fece lo stesso con me, cedendomi il suo ruolo (ciao Anto, e grazie ancora).

Tutto il resto è una voce di corridoio tra amici, una segnalazione, un

«se non ho capito male, non stai lavorando in questo periodo, vero?»

buttato in chat un pomeriggio, una cena tra ex compagni di classe, un fermarsi sotto palco dopo un concerto e mettere su la faccia da culo, un non mollare la presa cercando di non essere estenuanti.

Alla fine, è pure una chiacchiera sotto la doccia dopo una partita di calcetto.

Quindi confondere lo scambio di un indirizzo mail, lo stringere rapporti, il mantenerli, il farsi notare in modi alternativi all’invio di formalissimo CV e conquistarsi poi il posto mostrando quello di cui si è capaci (e di questi tempi potremmo farlo di continuo, con i mezzi che abbiamo) ecco, confondere questo e molto altro con la raccomandazione (che è quello a cui tutti ci hanno abituato senza però dirci che è un sistema che si può scardinare, o comunque evitare). Ecco, la raccomandazione non è solo quando il nipote del politico diventa presidente della società X, o se l’attrice Y fa più film di altre senza avere meriti né competenze.
La raccomandazione è pure quando saltate mesi di attesa per un esame medico perché conoscete il tecnico radiologo, quando fate lavorare vostro figlio alle Poste perché la moglie del direttore è cliente del vostro “New Nails Fantasy Love Paillettes”, quando un professore cattolico esercita un illegale diritto di veto su una studentessa di Comunione e Liberazione, scartando la ben più valida (ma dannatamente atea) persona di mia conoscenza (see what I did here?).

Il succo, per me, è che le parole (messe giù male eh, ripeto) di Poletti hanno dato fastidio a tutti quelli che di solito, con i trucchetti del «c’è uno che conosco, ci penso io» ci campano spesso e volentieri, non mettendosi mai in gioco davvero, non avendo proprio nessun tipo di esperienza di confronto nel mondo del lavoro e spesso nemmeno in quello del sociale, del quotidiano. Sono proprio quelli che a calcetto ci vanno per esultare come stronzi per un loro gol, e se capita magari menare pure le mani contro qualche avversario.

E realizzare che invece il mondo è andato avanti e che nel 2017 è proprio il confronto, la discussione in tutte le sue forme a poterti dare più risultati, ti manda in pappa il cervello e ti fa abbaiare stronzate tipo che così si arriva a far lavorare un chirurgo che non capisce niente di chirurgia.

Su dai, a cuccia adesso.

Fate i bravi.

Mi raccomando.

Confessioni di una Mente tra Riso e Rosa

mente

Ciao, mi chiamo Jacopo, ho 31 anni e mezzo compiuti e sì, mi piace tanto scherzare.
Mi piace ridere ed impazzisco di gioia quando faccio ridere.
Fosse per me, metterei due giorni obbligatori di risata libera ogni settimana.
Mi piace scrivere e far ridee scrivendo. Certo, dal vivo è tutt’altra cosa, ma sapere che quello che scrivo fa fare anche una piccola, breve ma sincere smorfia di riso, io sono contento.
Adoro la battuta e cerco di affrontare temi seri mettendoci sempre del cazzeggio.

Questo non vuol dire che non riesca ad essere serio, solo che preferisco evitarlo.
Poi ci son momenti che devo esserlo, e allora mi metto l’anima in pace.

Però ridere è bello, ed anche volersi bene.
Chi mi conosce mi dice che sono una femmina mancata, tanto sono sensibile, ed io sono il primo ad ammetterlo e pure a bullarcisi sopra.
Sono sensibile alle pubblicità coi bimbi ed ai film strappa cuore, come sono sensibile nel capire le persone, o almeno il loro sentimenti. Generalmente mi basta poco per provare empatia per una persona.
Non tutti eh. Un minimo di parametri di normalità e cuore devi averli, ché una testa di cazzo rimane una testa di cazzo, e non voglio certo star lì a provare testadicazzaggine.
Mi piace tanto parlare quanto ascoltare, e faccio entrambe le cose molto volentieri. A volte esagero con la prima ma, tant’è, nessuno è perfetto. Queste due cose però mi hanno aiutato tanto, fino ad ora, perché c’è tutto da imparare e molto da consigliare, a ‘sto mondo, e sono due cose per me molto importanti. Due cose strettamente legate, che si alimentano a vicenda e che smuovono, almeno secondo me, gran parte di ‘sto mondo.

Insomma, credo di essere una persona buona, che ha fatto sicuramente soffrire tanta gente ma che in generale non l’ha mai fatto apposta. Ed ho imparato negli ultimi anni a chiedere scusa, a parlare dei problemi che ritengo tali, a mettermi in gioco quando la situazione lo richiede.

Mi chiamo Jacopo, ho 31 anni e mezzo compiuti, e mi sono rotto il cazzo.
Perché i buoni, o ritenuti tali, in questa città non sopravvivono.
La maleducazione imperante, perenne, sempre più grave imperversa nelle strade, sui mezzi, nelle auto, in ogni angolo di questa città altro non c’è che gente sgarbata e sguardi incarogniti.

Ho creduto in un sindaco che è stato fatto fuori dal suo partito, con qualche spintarella di chi Roma sapeva di prendersela a mani basse, una volta avuta la piazza pulita.
E Roma se la sono presa, ma solo per usarla come tetrino di una politica che nulla ha di nuovo, se non i volti.
Come sempre.

Vedo una città senza una politica sociale, senza un progetto, che ora dice solo no e da la colpa agli altri. A chi c’era prima così come chi c’è ora,siano i poteri forti o il vicino di casa.
Lo scaricabarile fatto quotidianità, lo schivare accuse facendole andare addosso a quello dietro.
Nessuno sa più prendersi la colpa o chiedere scusa, se non per additare qualcun altro subito dopo.
Nessuno, dal sindaco incompetente al passante che ti da la spallata, sa più dire «scusa».
Nessuno vuole più prendersi una responsabilità, che non sia qualcosa di già pronto e fatto, magari da quelli prima di lui.

Mi chiamo Jacopo, ho 31 anni e mezzo compiuti, e sto disperatamente cercando di capire cosa, e come.
Cosa voglio, cosa devo fare per averlo, come farlo, come affrontare la pigrizia e cosa andare a scardinare dentro di me per fare il passo dopo, sapendo che mai come in questo momento è importante prendere decisioni importanti.

Per fortuna so che l’essere un po’ simpatico, sensibile, ascoltatore, insomma di base quell’essere buono di cui sopra, mi regala delle persone bellissime intorno, persone che mi vogliono bene per quelo che sono, e che stanno lì con le bracci aperte pronte ad abbracciarmi.

E questo, alla fine, è tutto quello che serve per ridere ancora.

Esercizio

Avevo iniziato un posto sulle cose difficile e facili della mia vita, ma era troppo difficile da sviluppare.
Quindi ho selezionato tutto il testo e l’ho cancellato.
Allora mi son chiesto

di che scrivo?

e subito dopo mi son domandato

perché, scrivere?

Ma non in generale nella propria esistenza, non roba da senso della vita.

Perché scrivere stasera.

– Boh.

direte voi.

– Boh.

Dico io.

Però intanto guardo su ed in effetti ho scritto.
Cacate, principalmente, ma mi piace pensarvi lì che effettivamente dite

– Ma checcazzo stai dicendo?

o magari che già avete mollato che tanto sapete bene che questo post non porterà da nessuna parte. Al massimo vi porterebbe a Roma, che anche se questo post non è una strada alla fine è lì che arrivereste, ché è qui dove abito.

Certo potrei mettermi lì a ricamare ancora le lodi di una donna che forse esiste o forse no, ma che di certo nella mia testa continua a girare come in quelle gabbie sferiche dove gente folle in moto corre sulle pareti a velocità assurde.

Questo è quello che esce se cerchi “motorcycle cage of death gif”.

Ormai non puoi più scrivere Gabbia in inglese che Nicolas sbuca fuori.

Tipo lei, appunto. Esce sempre fuori eh.
Chessò, sto pensando a cosa mangiare a cena?
Eccola che spunta dal frigo, che tanto è vuoto e ci entra precisa.
Penso a quel cliente che oggi mi ha fatto perdere tempo inutilmente?
TAC!, c’è lei a farmi pat pat sulla schiena e carezzarmi la testa, picchiandolo intanto con una copia della Bibbia foderata in pelle umana.
Pensi alla donna a cui pensi sempre?
Manco a dirlo, in quel momento eccola che fa capolino da dietro se stessa.

È tipo dov’è Wally, ma la versione dove tutto il resto della gente tranne lui è morta di Ebola e status di Salvini.

Però vedete, ora zitto zitto qualcosa ho scritto eh.
Fa esercizio.
Magari state lì a dire

– Sì va beh, non che di solito sia ‘sta lettura profonda, ma ‘sto post è proprio la morte dei contenuti.

ed avreste pure ragione.

Però questo è esercizio.
Come quando vedete passare il tizio che corre in strada con la tuta e le cuffie e vi dite

quasi quasi butto la sigaretta e mi metto a correre con lui.

(a me non cpaita mai. anzi, di solito mi accendo un’altra sigaretta e rido. tossendo)

Ma fate che io sono il tizio che corre: a volte per un cento metri, altre come Forrest Gump.
Se mi vedete passare, ci facciamo un po’ di strada insieme.
Magari sulla tratta breve vi fate due palle, ma sulla maratona ci si diverte eccome.

– Ma checcazzo stai dicendo?

Non lo so ancora, ma un paio di voi intanto stanno correndo con me.

Improvvisate #9 – Un Caffè Freddo

Ovvimente ho rapinato da  qui e qui.

Ovviamente ho rapinato da qui e qui.

Entro nel bar che fa freddo, ed è strano che è Agosto inoltrato e l’aria condizionata non funziona, visto che c’è un cartello attaccato sotto il condizionatore con su scritto “Non si fa credito”.

Se fosse accesa l’angolo staccato del cartello si muoverebbe per il getto d’aria.

Fatto sta cheffaffreddo e non dovrebbe. Come al solito il caffè non è accompagnato dal bicchiere d’acqua, che devo chiedere, e come al solito il pischello si scusa mille volte.
Saluto ed esco, mi rimetto le cuffie ed esco di nuovo.

Fottute doppie porte.

Fuori fa caldo, ed ancora non mi spiego perché nel bar facesse freddo.
Il marciapiede sembra sempre più corto la mattina che devo attaccare, e fottutamente lungo quando invece l’auto mi aspetta prima che io debba aspettare lui. Ovviamente lui non mi aspetta se faccio tardi, io invece la prendo in culo ed aspetto. Finisce spesso che la prendo al culo, al capolinea. Che c’è un panchina ma la gente ci piscia ché riparata da un cartellone pubblicitario di una pubblicità che non interessa mai a nessuno. Perché il nuovo profumo di ‘sto cazzo dovrebbe interessare a me, che non vedo l’ora di tornare a casa che son stanco e manca poco alle ferie e lei non dovrebbe mancarmi e le narici mi pizzicano per il piscio e nessun profumo da troppi euro ne toglierà via il puzzo.

Quindi no, grazie, ma mi basta la mia boccetta dell’Adidas che ho da secoli e per secoli altri mi basterà.

Io alla fine non lo so, perché facesse freddo in quel cazzo di bar. Il sapore di caffè mi è rimasto in bocca, la sigaretta dopo era densa come tutte le mattine, i soliti tre vecchietti con le mani incrociate dietro la schiena se la zompettavano ed uno di loro, come tutte le mattine, si ferma allo spiazzo col cancelletto per pisciare.

Non lo so spiegare davvero, il freddo dentro a quel bar, con l’angolo del cartello fermo e le scuse del pischello.
Forse il sonno, ma prima o poi dormirò.
Forse il lavoro, ma in realtà è ok e domani suona la campanella estiva.
Forse tu, ma tanto torni.

Però, mi sa, forse tu.

Rome Rider

Edizioni rarissime.

Edizioni rarissime.

Abitare a Roma, per tutta una serie di motivi, non è proprio il massimo.

Si ok, i monumenti e l’atmosfera, il cazzo che vi pare. Ma ormai il quotidiano romano equivale ad essere messo in una stanza con le migliori pornostar del momento, ma legato ad una sedia. Ci sarebbe tanto da leccare, ma non puoi.
Qualche minuto fa, mentre rientravo a casa, mi sono immaginato Roma, ma soprattutto la mia zona, come un videogioco. E nonostante abbia alle spalle praticamente venti, onoratissimi anni da videogamer, non sono sicuro di poter riuscire a finirlo, ‘sto gioco qui.

Inizia la mattina, con la sveglia. Ecco, questo è il tutorial, il livello che fai senza rischiare di morire e dove una voce metallica di donna ti guida passo passo.

“Apri gli occhi. Bravo! Ora, se vedi un poco appannato, non preoccuparti: ti sei appena svegliato, è normale! E poi se continui ad andare a dormire come se fossi John Belushi mezz’ora prima di morire, ringrazia dio che ti svegli!!

Grazie, tutorial. È sempre un piacere.

“Figurati. Ora fai un breve riepilogo mentale di quanto fa schifo la tua vita, e poi piedi in terra! Forza! Perfetto, così. Ora, muovendoti a destra e sinistra, evita nell’ordine: il termosifone elettrico, quattro paia di mutande, cinque di calzini più quei tredici spaiati.. così, bravissimo!! Ora allunga la mano ed apri la porta, ma prima preparati all’impatto con la luceeeeeeeee appunto. Aspetto che finisca la cecità. Rielaboro. Ok, possiamo andare.”

 

E così via, fino a quando quell’insieme di pipì/macchinette del caffè/cacca/dentifricio/tuffo nell’armadio cosparso di colla diventi un tu, magari un poco diverso dal giorno prima ma comunque incastrato nello stesso, identico livello.

Nei videogiochi, ci sono punti di un quadro che devi ripetere per ore: un salto in Prince of Persia, una curva a Gran Turismo, una Sniper Wolf a Metal Gear Solid o una combinazione di tasti a Fahrenheit. Il tutto corredato da lanci di joypad e fitte precipitazioni di madonne con improvvisi rovesci di cristi. Piano piano, però, riesci a capire angolazioni, tasti, momenti giusti fino a quando non superi quel punto e via, più felice e più saggio, verso il nuovo ostacolo.
Nella vita, idem.

Uscito di casa, devi prendere l’autobus. Chi prende la macchina è a livello extreme, ed io non ci gioco mai al livello extreme perché rosico troppo.

L’autobus è come una di quelle pedane mobili dei platform, come in Crash Bandicoot. Arrivi alla fermata e come con le pedane devi beccare il momento giusto per saltarci su, sperando che non sia appena passato perché altrimenti devi aspettare troppo e rischi che scada il tempo. Quando c’è sciopero, è una parte del livello a difficoltà hard e solo dopo anni d’esperienza puoi risolvere grazie a trucchi come il passaggio a scrocco o la carta lavoro da casa.
Inoltre, sulla pedana-autobus corri il rischio di trovare un boss, il controllore. Ma io ho il mio scudo protettivo annuale, la carta Metrebus. È uno di quegli accessori che non acquisisci con il tempo, ma con i soldi sullo store dell’Atac.

Viaggiare su un autobus di periferia significa reggere l’impatto con una media tripla di buche rispetto a quelle del centro. Ce ne sono così tante che a volte mi salta l’iPod come se fosse un lettore cd.
Questo punto, come i ritardi e la maleducazione degli autisti, si supera con l’abilità Santa Pazienza, una delle più difficili da acquisire al 100% ma anche una delle più utili in quanto, per esempio, impedisce di dare in escandescenze come i matti a Termini ed evita il conseguente arresto per atti osceni in luogo pubblico.

Diciamo che mettiamo il gioco in pausa da quando entrate a lavoro o dove cazzo passate le giornate fino a quando ne uscite.

“Allora? Che facciamo? Qui si deve ricominciare!!”

Checcazzo tutorial, avvisa. Mi hai svegliato.

“Appunto. Forza, prepara lo zaino e via dall’ufficio. Sai cosa dobbiamo fare.”

No dai, oggi no. Guarda, dormo qui. Mi metto sotto la scrivania.. oppure metto un po’ di scatole vuote schiacciate a terra, eh? Che dici?

“No. Forza, in marcia.”

Ennò su. Facciamo così: vado a prendere del vino, un paio di pizze e stiamo qui a parlare.. nemmeno ci conosciamo!!

“Certo, che non ci conosciamo. Non ci conosciamo perché io sono una voce nella tua testa, e non puoi conoscere le voci nella tua testa. Né tantomeno offrir loro del vino sperando poi in chissà cosa.”

Ah no?

“No. Possiamo andare, ora?”

Andiamo.

Uscito dall’ufficio, entri in modalità Hard: sei stanco, hai perso punti energia ed hai bisogni di salvare i progressi fatti.
Prima di tutto, devi attivare subito l’abilità Visione NotturnoPeriferica, per avere una vista ottimale dato che ora fa buio alle due di pomeriggio, ed anche la più ampia possibile per evitare le mine disseminate lungo il percorso.
E per mine intendo merde di cane. Decine, di merde. Che poi, cane. Magari fossero solo di cane.
Fatto sta che queste enormi montagne di merda che manco il dottor Grant di Jurassic Park ha visto mai sono ovunque, alcune negli stessi punti di qualche ora prima alle quali se ne sono aggiunte altre ancora.
Pensi al gioco dei giochi, Campo Minato si Windows, e vorresti mettere bandierine su bandierine.
Non sulle merde eh, ma nel culo dei proprietari dei cani.

Poi devi aspettare di nuovo la pedanautobus, e non capisci il perché ma sempre, da sempre, la sera in quella zona passa una tua pedana ogni tre, quattro pedane degli altri. Che mica puoi prenderne una a caso, altrimenti rischi di andartene dritto in un livello che non conosci. E poi come torni?
Insomma aspetti, e intanto completi qualche piccola missione complementare: fumare una sigaretta, appuntare un’idea sul taccuino, guardare più culi possibili senza farsi beccare, tipo il fantasmino di Super Mario Bros. 3.
Ecco la pedana, che a quest’ora è piena di altri giocatori, e dalle facce di vincenti ce ne son pochi.
Mentre sopporti l’ennesimo tour di buche che sembra un massaggio shiatsu fatto da una pressa idraulica alimentata ad anfetamine, cambia la musica.
Quello che prima era un motivetto ripetitivo in midi, diventa un insieme di violini che scandiscono il tempo in crescendo, facendo salire la tensione: è il momento del boss.

A differenza dei boss classici dei videogiochi, che solitamente sono o mostri giganteschi sputa morte o personaggio super intelligenti che sarebbe più facile battere a scacchi il Deep Blue della IBM, il mio mostro finale è una serie di ostacoli uno dopo l’altro, accomunati da un’unica cosa: il buio. Perché i lampioni che funzionano, a Ponte Galeria, li danno solo nella versione deluxe.
Tali ostacoli, nell’ordine, sono:

– l’autista che potrebbe non sapere dov’è la fermata e quindi tirare dritto, visto che fino al turno prima ha fatto la navetta circolare del Gianicolo, e perché sul rettilineo tutto dritto con un mezzo che pesa mille milioni di chili che fai, non vai a 180? Evidentemente lui sta giocando a GTA.

Ma diciamo che si ferma in tempo.

– devo attraversare la strada. Ripeto, è buio pesto, c’è un rettilineo che nemmeno quello nel circuito di Catalogna quindi  se l’autobus correva, immaginate le macchine. Fari che da punte di spilli si trasformano nelle luci dell’astronave di E.T. in due secondi netti, DeLorean che sfrecciano a mezz’aria gareggiando con i veicoli di Wipeout. Attraversare la strada è come farlo in Frogger, solo che non vedi in tempo quando arrivano.

Ma oggi è il mio giorno fortunato, ed attraverso la strada.

– il cane della cava e il cane dei vicini. Ammetto che non mi è mai successo di trovarmeli davanti entrambi nello stesso momento. Ma singolarmente sì, e visto che il primo è un pastore tedesco addestrato da polacchi ignoranti come italiani ed il secondo un Rottweiler che hanno chiamato Kabul, preferirei trovarmi davanti dieci cani zombie di Resident Evil da uccidere a mani nude piuttosto che doverli affrontare, da soli o meno.

Quindi qui va tutto ok come sempre, e riesco a salire fino a casa. Devo solo superare la pozza (e puzza) di fogna che spurga dal muro di alcuni vicini, i quali hanno deciso che loro non lo riparano e che tutti dobbiamo indossare maschere tattiche come in Call of Duty.

Insomma, non è una passeggiata, ma devo dire che ogni giorno perfeziono il metodo e curo lo stile, così da superare al primo colpo ogni ostacolo e metterci meno a studiarne di nuovi.

Che nonostante tutto, alla fine, ‘sto pallosissimo, enorme gioco è pieno di stanze segrete che compaiono a sorpresa, ti fanno felice anche solo per un po’ regalandoti cuoricini e dolci e funghi e gemme, e ti ricaricano prima di ricominciare a saltare di pedana in pedana, di livello in livello, di boss in boss.

L’unico vero obiettivo missione, in fin dei conti, è quello di arrivare il più tardi possibile al game over, possibilmente pieno di monete e cuoricini.

 

Momento cLou

Tutto il bene per tutto il resto, ma a me rimarrai per sempre nel cuore per questa, e per quei momenti:

Sette Gradi Di Una Relazione

La conoscete la teoria dei sei gradi di separazione? Ok, per chi ha vissuto fin ad oggi nel ripostiglio di Brunetta, è la teoria secondo la quale io posso conoscere un’altra qualunque persona nel mondo semplicemente tramite altre quattro persone. Chessò, posso arrivare a Roberto Saviano in cinque mosse, o forse anche meno visto che abito in una zona in cui il più pulito ha la scabbia, ma tant’è.
Ecco, nonostante siamo sette miliardi e tutti diversi, tu che leggi potresti conoscere qualcuno che abita a Civitavecchia. Forte eh?

Insomma, l’altro giorno mentre decidevo se mettermi la cravatta o il cappio, ho pensato che uno schema simile esiste per le relazioni, con un passaggio finale in più. Nonostante si sia innamorati e convinti che sarà per sempre, la maggior parte delle volte una storia finirà in sei punti.
Sempre.

Vi spiego quali.

Incontro

Sono passati mesi dalla tua ultima scopata. Ma che dico scopata, sono passati mesi dall’ultima volta che hai parlato con una donna che non fosse la commessa del Tuodì. Dopo la tua ultima storia, ti sei ripromesso di tutto: basta relazioni serie per un po’, basta donne al di sotto dei 26 anni, basta con quelle viziate, basta basta basta. Hai finalmente raggiunto quell’equilibrio comunque instabile, uscendo però da quella situazione che ti portava un giorno a piangere, ed il giorno dopo a iniettare veleno con lo sguardo. Sei quasi felice.
Poi la incontri.
Magari proprio la sera che ti sei ripromesso di farti una serata facile.
Perché appena la vedi, capisci già che non t’interessa più nulla.

Non ti avevo proprio notato la prima sera.

“Non ti avevo proprio notato la prima sera.”

Approccio

Vi siete guardati. A volte sfiorati. Vi è capitato ancora di vedervi al locale. Lei saluta tutti al bancone, tu poca gente, però è l’occasione per presentarsi. Tu biascichi il tuo nome manco fossi in overdose, lei scandisce ogni lettera del suo manco lavorasse alla Crusca. All’inizio vi ignorate, poi inizia un corteggiamento che il National Geographic ritirerebbe una troupe intenta a riprendere il rarissimo Vermis Giovanardis che dice una cosa giusta, pur di fare un servizio su di voi che schizzate ormoni come in una pubblicità di Hugo Boss.
Tu cominci a girarti sigarette con una mano mentre con l’altra sotto l’ascella intoni “I Can’t Help Falling In Love With You”, nella versione degli UB40.
Lei invece farà capolino con lo sguardo dalla selva delle sue amiche civette, intente a mangiare le budella di un topo, e ti guarderà con gli occhi così illuminati da sembrare uno dei bambini de “Il Villaggio dei Dannati”.

"Dio, già gli succhierei via l'anima."

“Dio, già gli succhierei via l’anima.”

Contatto

Ci siamo.
Dopo le richieste su Facebook, le scambio di mail ed account Twitter, gli hashtag su Instagram e.. ah già, i numeri di telefono, c’è l’appuntamento.
E non parlo di quelli in cui siete entrambi imbarazzati, da “oddio che dico” e sguardi sulle merde per strada pur di non guardare lei.
Parlo di un primo appuntamento a ruota libera, fatto di risate e sguardi che sai già si trasformeranno in scambi di fluidi attraverso modalità più o meno legali.
Un’uscita che sai già diventerà un’entrata.
Vi raccontate tutto quello che il discorso appena chiuso vi fa venire in mente, uno scambio di battute così veloce da far girare la testa agli sceneggiatori di “The Newsroom”.
È lei. È presto, ancora non sei nemmeno sicuro del fatto che abbia davvero una vagina. Ma si sa, nessuno è perfetto.

"Va bene anche se mi dai fuoco nel sonno."

“Va bene anche se mi dai fuoco nel sonno.”

Salita

E non salita faticosa. Ma la salita che fai per arrivare in vetta. Vetta di cui parleremo dopo.
Sono i momenti in cui avete già fatto sesso, amore, bondage e fisting, in cui vi siete raccontati i vostri segreti più nascosti (“e ti giuro, non immaginavo che una testa umana potesse davvero parlare, una volta staccata dal corpo”), in cui ognuno dei due esce anche in compagnia degli amici dell’altro.
Vi sorprendete di quante cose avete in comune: ma va, anche tu trovi INDISPENSABILE respirare?
Quando tu sei in giro e lei ti chiama, cominci a fare le classiche cose da innamorato che sta al telefono: ti allontani dagli amici, ti metti davanti a un muro, poggi il dito su una macchia nella vernice e cominci a far girare il fottuto mondo intorno a quell’indice. Ti bruciasse casa, tu quel dito dal muro non lo leverai fino a quando lei non chiuderà la chiamata.
I tuoi amici intanto si sono già ubriacati, ripresi e sbronzati di nuovo.
Ma anche tu non sei del tutto lucido.


non mi veniva nessuna foto azzeccata, quindi ecco un evergreen

Apice

Eccola, la vetta.

È quando tutto va bene, molto bene. Siete una cosa sola, anche quando non state insieme. La gente vi guarda e muore di dolcezza, i diabetici vengono dimezzati, i cali di zuccheri vengono guariti e vincete il premio Nobel per l’Amore come dei moderni coniugi Curie, ma senza che lei muoia per esposizione alle radiazioni, e lui per una carrozza che gli ha spremuto il cranio.
Siete belli. Vi vedete più belli, in forma, nonostante siate immersi in quell’oceano di cazzi chiamato vita. Lavoro, studio, impegni, responsabilità?

!!SHUT DA FUCK UP!!

Noi siamo innamorati.
Nulla potrà mai scalfirci.
Nulla.

"Ma cosa sarà mai, questo nulla che sento giungere sulla mia nuca?"

“Ma cosa sarà mai, questo nulla che sento giungere sulla mia nuca?”

Discesa

Come la salita non era intesa come negativa, di contro la discesa non è una di quelle da fare coi fiori tra i capelli cantando “Aquarius” e masticando acidi.
Decisamente no.
Diciamo che più come essere infilati in un barile pieno di acciughe morte di varie malattie veneree, sigillato e buttato giù da uno di quei canyon alla Beep Beep.
È che escono fuori i “difetti incrociati”, e cioè tu le fai notare il suo che lei ti fa notare il tuo. Poi entrano in gioco i caratteri, il passato, le situazioni di tutti i giorni.
Insomma, quella che prima era la fabbrica di Willy Wonka ora è la casa di una confraternita dopo la festa di fine anno, ragazza stuprata e piena di Roipnol inclusa.
Non capisci nemmeno come ci siete arrivati, a rinfacciarvi di quando tu hai lasciato il cotton fioc usato nelle lasagne, o di quando lei è uscita una sera tornando due giorni dopo giustificandosi dicendo che c’era una svendita di scarpe a Siena.
È fatta, senti il suolo che si avvicina sempre più veloce.
E vaffanculo lo sapevo che non facevano paracaduti di Hello Kitty.

Però fanno il gioco di Hello Kitty che usa un paracadute. Mind blowing.

Però fanno il gioco di Hello Kitty che usa un paracadute. Mind blowing.

Schianto

BAM!!
Suolo.
Durissimo, granitico suolo.
Ti rialzi, scacci la polvere dai vestiti mentre aspetti che si posi quella alzata dalla caduta.
Per dio non si vede una mazza.

Ma capisci anche senza vedere che lei non c’è più.

Anzi, ora che ci fai caso è passato anche un bel po’ di tempo.
La polvere sta ancora lì, ma sai che tanto prima o poi scenderà.
È questione di fisica, è natura, è la vita.
Da sempre.
E allora prendi delle scatole e ci metti dentro tutto quello che ti servirà in futuro.
Col tempo le aprirai sempre meno, ricordandoti a memoria quello che sai ti sarà utile, per un sorriso come per una riflessione seria.
Col tempo.

E poi oh, col tempo potrai dire che sono passati mesi, dalla tua ultima scopata.