Confessioni di una Mente tra Riso e Rosa

mente

Ciao, mi chiamo Jacopo, ho 31 anni e mezzo compiuti e sì, mi piace tanto scherzare.
Mi piace ridere ed impazzisco di gioia quando faccio ridere.
Fosse per me, metterei due giorni obbligatori di risata libera ogni settimana.
Mi piace scrivere e far ridere scrivendo. Certo, dal vivo è tutt’altra cosa, ma sapere che quello che scrivo fa fare anche una piccola, breve ma sincere smorfia di riso, io sono contento.
Adoro la battuta e cerco di affrontare temi seri mettendoci sempre del cazzeggio.

Questo non vuol dire che non riesca ad essere serio, solo che preferisco evitarlo.
Poi ci son momenti che devo esserlo, e allora mi metto l’anima in pace.

Però ridere è bello, ed anche volersi bene.
Chi mi conosce mi dice che sono una femmina mancata, tanto sono sensibile, ed io sono il primo ad ammetterlo e pure a bullarcisi sopra.
Sono sensibile alle pubblicità coi bimbi ed ai film strappa cuore, come sono sensibile nel capire le persone, o almeno il loro sentimenti. Generalmente mi basta poco per provare empatia per una persona.
Non tutti eh. Un minimo di parametri di normalità e cuore devi averli, ché una testa di cazzo rimane una testa di cazzo, e non voglio certo star lì a provare testadicazzaggine.
Mi piace tanto parlare quanto ascoltare, e faccio entrambe le cose molto volentieri. A volte esagero con la prima ma, tant’è, nessuno è perfetto. Queste due cose però mi hanno aiutato tanto, fino ad ora, perché c’è tutto da imparare e molto da consigliare, a ‘sto mondo, e sono due cose per me molto importanti. Due cose strettamente legate, che si alimentano a vicenda e che smuovono, almeno secondo me, gran parte di ‘sto mondo.

Insomma, credo di essere una persona buona, che ha fatto sicuramente soffrire tanta gente ma che in generale non l’ha mai fatto apposta. Ed ho imparato negli ultimi anni a chiedere scusa, a parlare dei problemi che ritengo tali, a mettermi in gioco quando la situazione lo richiede.

Mi chiamo Jacopo, ho 31 anni e mezzo compiuti, e mi sono rotto il cazzo.
Perché i buoni, o ritenuti tali, in questa città non sopravvivono.
La maleducazione imperante, perenne, sempre più grave imperversa nelle strade, sui mezzi, nelle auto, in ogni angolo di questa città altro non c’è che gente sgarbata e sguardi incarogniti.

Ho creduto in un sindaco che è stato fatto fuori dal suo partito, con qualche spintarella di chi Roma sapeva di prendersela a mani basse, una volta avuta la piazza pulita.
E Roma se la sono presa, ma solo per usarla come tetrino di una politica che nulla ha di nuovo, se non i volti.
Come sempre.

Vedo una città senza una politica sociale, senza un progetto, che ora dice solo no e da la colpa agli altri. A chi c’era prima così come chi c’è ora,siano i poteri forti o il vicino di casa.
Lo scaricabarile fatto quotidianità, lo schivare accuse facendole andare addosso a quello dietro.
Nessuno sa più prendersi la colpa o chiedere scusa, se non per additare qualcun altro subito dopo.
Nessuno, dal sindaco incompetente al passante che ti da la spallata, sa più dire «scusa».
Nessuno vuole più prendersi una responsabilità, che non sia qualcosa di già pronto e fatto, magari da quelli prima di lui.

Mi chiamo Jacopo, ho 31 anni e mezzo compiuti, e sto disperatamente cercando di capire cosa, e come.
Cosa voglio, cosa devo fare per averlo, come farlo, come affrontare la pigrizia e cosa andare a scardinare dentro di me per fare il passo dopo, sapendo che mai come in questo momento è importante prendere decisioni importanti.

Per fortuna so che l’essere un po’ simpatico, sensibile, ascoltatore, insomma di base quell’essere buono di cui sopra, mi regala delle persone bellissime intorno, persone che mi vogliono bene per quelo che sono, e che stanno lì con le bracci aperte pronte ad abbracciarmi.

E questo, alla fine, è tutto quello che serve per ridere ancora.

“Any Day Now” è un Film Bellissimo

AnyDay

«Any Day Now» è un film bellissimo.
Arrivo con quattro anni di ritardo ma cazzo, la bellezza non ha tempo.

Un paio di sere fa io e Lei decidiamo il film da vedere su Netflix, dopo la solita buona mezz’ora passata a sfogliare la lista dei preferiti. Le due righe di plot le legge dopo tante altre due righe di plot, in terzultima riga, quasi alla fine, ma quelle due righe mi piacciono più delle alte e le chiedo se le va di vederlo.
Le va.
Stasera abbiamo pure la TV, prima volta dopo mesi che sto a casa nuova. Attacchiamo il pc, ci accoccoliamo con latte e mega plumcake e premo play.

Mi si para davanti la storia, ambientata a NYC negli anni ’70, di Rudy Donatello (un immenso, immenso Alan Cumming che conoscete sicuramente per aver interpretato Eli Gold in The Good Wife ma che ha fatto davvero tante altra cose) e di Paul Fliger (un insospettabile Garret Dillhaunt che è stato in mezzo a più serie TV di JJ Abrams). Il primo si esibisce al «Fabius», locale gay dove lui ed altre due drag queens cantano in playback sdolcinate canzoni d’amore. Il secondo è da poco un importante avvocato, che si è scoperto gay dopo un matrimonio fin troppo precoce.
Il terzo protagonista è Marco (interpretato dal bravissimo Isaac Leyva), un ragazzo affetto da sindrome di Down che vive con la madre nell’appartamento accanto a quello di Rudy. Lei, che qui interpreta la madre tossica ed usa al meretricio, è la stessa attrice chge faceva la prostituta drogata in The Shield. Per dire.
Insomma, per farla molto breve lei viene arrestata, Rudy si affeziona a Marco e trascina Paul in una faticosa battaglia per l’affidamento.

AnyDay2

Non vi dico nulla, ma sintetizzo il tutto con: coppia gay formata da una drag queen e da uno stimato avvocato tentano di adottare un ragazzo down. Negli anni ’70.
Si ride? Ovviamente no.
Cioè, anche, e pure parecchio in alcuni punti.
Ma di base non è una commedia, ecco.
Io e Lei abbiamo finito il film in silenzio, in lacrime, con un vuoto dentro che nemmeno una colata di cemento avrebbe riempito.

Ma non è tanto l’eccezionale interpretazione di tutti quanti (ma Cumming, ragazzi miei, che roba). Non è la fotografia semplice, non è nemmeno la colonna sonora che tra l’altro viene in qualche pezzo cantata, superbamente, dallo stesso Cumming.
No.
È la velocità.
Succedono cose.
Era da tanto che non vedevo un film che si può tranquillamente definire drammatico in cui le cose non rimangono sospese e silenziose per interi minuti, in cui non ci sono eterni sguardi muti e dove nessuno spacca cose mente grida con la musica alta in sottofondo.
In «Any Day Now» fin dall’inizio succedono cose tra i due protagonisti, a Marco, a tutti e tre, i personaggi satellite sono interessanti, approfonditi il giusto e parlano di cose utili alla trama, il ritmo insomma è incalzante.

«Any Day Now» è un film bello dall’inizio alla fine. Non una sbavatura, non un momento di imbarazzo, non una scena sprecata.
Se avete Netflix recuperatelo, se non lo avete fatevelo che tanto il primo mese è gratis, altrimenti compratelo/scaricatelo perché davvero, merita.

E ragazzi, che roba Cumming.

Rudy (Alan Cumming), Paul (Garret Dillahunt) and Marco (Isaac Leyva)

Una Domenica Come Le Altre

GC

È una Domenica come le altre.
O no?
Non capisco, ho dormito tantissimo e come al solito sono più stanco di quando faccio le due ore di pennica pomeridiana, che ti alzi e sembra che ti abbiano appena scongelato dopo un viaggio di quindici milioni di anni luce.

Ho aperto gli occhi la prima volta alle sette, quasi sorridendo come fosse uno scherzo.
Ho allungato d’istinto la mano ma Lei non c’era. Vero, è via, tornata al suo paese per un weekend lungo, ma sembrava ancora che il suo lato fosse caldo come se fosse scesa solo un attimo per andare al bagno. Quasi l’aspetto per qualche istante, sperando di sentire la porta che si chiude, lo scricchiolio delle scale del soppalco, il piumone che si alza facendo entrare un poco di quella fastidiosa brezza mattutina. Lei si accorge che sono sveglio, mi abbraccia, mi dice quelle cose che lì che ti fanno tornare indietro nel sonno ma anche nel tempo, di quelle che ti metti in posizione fetale ed il respiro si regolarizza nel tempo di dire «crostata di mirtilli».
Lei però non c’è, è al paese ed io devo affrontare la Domenica da solo.
Mi riaddormento.
Mi sveglio.
Sono le dieci.
Che palle.

Io non son bravo ad affrontare la Domenica da solo.
C’è chi dice che «la Domenica da solo è come kryptonite», ma io non sono Superman né ho intenzione di.
Sono solo uno che camperebbe volentieri di abbracci e sorrisi.

– Ma non si può, e lo sappiamo bene entrambi.

La voce spezza l’unico rumore che sento, quello della macchinetta del caffè che borbotta.
La erre morbida, accento del Nord, voce un po’ sgraffiata da sigarette ed un Negroni di troppo.
GC è seduto sul tavolino, un suo libro in mano, occhiali inforcati e mise da Dylan Dog, quella classica dei suoi reading.

– Cosa ci fa uno il migliore poeta semiprofessionista vivente italiani, seduto non su di una sedia, ma bensì sul tavolo?

– Non lo so, mi ci hai messo tu qui. Io mi stavo godendo la vita, coglione. E almeno scrivi il mio nome per esteso.

– Non so se posso, sai, diritti di immagine, copyright, carcere.

– Fighetta.

– Secondo me non sei davvero lui. Dimostramelo.

– Agata esiste, e ad uno come te non si avvicinerebbe manco sotto minaccia.

Il tempo di un blink degli occhi e mi accorgo che il caffè sta strabordando dal beccuccio. Lo spengo maledicendo me, la Madonna ed anche un po’ GC.

– Coglione.

Adesso è rannicchiato dentro il piccolo camino all’angolo della piccola cucina, inutilizzato perché andrebbe pulito e quindi ecco svelato il perché non sarà mai acceso.

– Sei un coglione, ribadisco.

– Ti facevo più tenero.

– Con le donne certo, me lo impone il mio personaggio. Ma per gli uomini, per uno come te poi, solo parolacce. Pirla.

– GC, ti invito con cortesia, ma anche con fermezza, a lasciare la mia dimora.

– Volentieri.

Un altro blink, e sparisce di nuovo.

Sono fuori in giardino a fumarmi una canna, la tazza di caffè in mano ed il dubbio che ieri sera io sia in realtà uscito, abbia assunto varie droghe mischiate con forti alcoolici tipo il cherosene, e stia quindi subendone i postumi, stanchezza ed apparizioni di GC comprese.
Prendo il cellulare ed apro Whatsapp. Voglio darle il buongiorno e dirle che stamattina ho pensato fosse qui con me.

– Molla quel coso, idiota. Fatti desiderare.

La testa di GC sbuca da sopra la tettoia. È steso a pancia in giù ed essendo la tettoia inclinata la testa gli si sta riempiendo di sangue, rossa come un imbarazzo. Nonostante questo, sporge anche il braccio, che termina con un Negroni stretto forte che riesce anche a sorseggiare, anche se ad ogni sorso metà va di sotto.

– Ma tu non dovresti essere per l’amore, il contatto, gli abbracci e le dolcinerie? Ma soprattutto, un Negroni alle undici? Davvero GC?

– Certo, ma quando son donne per me. Se son per gli altri, faccio di tutto perché diventino mie. E questo è un Negroni analcolico, e comunque non rompermi i coglioni.

– Ma sei consapevole che non puoi stare con tutte, o no? E che sento l’odore del Gin fino a qui?

– Certo. Ma intanto non te le scopi nemmeno tu, disadattato. E comunque non è Gin, a me piace con la Tequila.

Blink, e GC non c’è più di nuovo. Ma l’odore della tequila sì. Tequila nel Negroni, cristo santo.

«Buongiorno TU. Stamattina eri con me. Ma poi in realtà no. Manchi. Ciao.»

Bevo ancora un poco di caffè, e mi chiedo se sia normale in una Domenica qualunque, vedersi comparire il miglior poeta semiprofessionista vivente italiano ubriaco, cinico e più volgare del solito.

– No

mi dice lui, in piedi davanti a me

non è normale, ma faremo finta che lo sia.

Detto questo, mi allunga un pugno sul naso.

Dissolvenza in nero, con risate di poeta in sottofondo.

Fine.

[Forse]

Tette

Emily_Ratajkowski

Io il primo bacio vero, quello con lingua e bava e parecchio schifo, l’ho dato alle medie.
Lei si chiamava Sara, era quella un po’ tonta della classe, era dislessica, puzzava pure un po’, ma aveva due tette enormi. Gigantesche. Una cosa che a 13 anni ti manda fuori dalla grazia di dio, ma ancora non sai perché. Natura, dicono.
Io stavo lì e non pensavo altro che alle sue tette, anche se tenevo in piedi dialoghi fissandola negli occhi. E sapete una cosa?
Non sono mai, mai riuscito nemmeno a sfioragliele. Mi ha sempre fermato, sempre.
Nemmeno per sbaglio, sai ti giri per prendere una cosa e.. niente.
Durò un paio mesi, ma fu per altri motivi e non per le tette, giuro.

Insomma io da lì avrei dovuto capire che sarei stato attratto da donne problematiche, magari non a livello di ritardo mentale o dislessia. Oddio, sulla prima in alcuni casi non ci metterei proprio la mano sul fuoco, comunque diciamo esemplari più unici che rari. Ed avrei dovuto anche capire che avrei sempre voluto qualcosa di irraggiungibile, da loro. Qualcosa di vietato, di proibito.
E non parlo di tette. Cioè, anche quello. Ogni uomo vuole toccare le tette di una donna, ovvio. Ma non è questo il discorso. Anche se sembra.

Il discorso vero è che voi donne avete qualcosa di indefinito che noi uomini non potremo mai raggiungere. Non riusciremo mai a stare al vostro passo.
Io con tutte le ragazze con cui sono stato, con le donne con le quali ho condiviso parole e racconti e lenzuola e non per forza tutti insieme, ho sempre provato questa sensazione di eterno secondo.
So che detto così è tutto completamente soggettivo, ma fermatevi a pensare alla donna con cui siete ora, a quelle che vi sono state accanto per mesi o anche solo lunghi aperitivi ma a cui comunque avete raccontato le vostre vite o le vostre giornate, con le quali avete viaggiato, anche solo a parole, a quelle che vi hanno visto piangere. Voi eravate lì e loro vi hanno ascoltato, vi hanno consgliato, vi hanno carezzato la testa e lo avranno fatto guardandovi coi loro occhi pieni d’amore, pieni di quel qualcosa di indefinito che è riservato a pochi e desiderato da molti.
Loro sono davvero l’altra metà del cielo. Anche quando minaccia tempesta.
Se siete fortunati, vi potrete godere la parte serena e con qualche nuvola sempre diversa giusto per farne ogni volta un cielo splendido e unico.

E se siete davvero, davvero fortunati, vi faranno anche toccare le tette.

E Poe Sia – Dappertutto

Scripturient

Oggi mi lamentavo
(come sempre)
della vita

Mi lamentavo
dei soldi che mancano
dei pensieri brutti che abbondano
della mancanza di donne abbondanti

Mi lamentavo
con un’amica

(ché siamo amici, no?)

e le dicevo che vorrei affittare i pensieri a qualchedunaltro
e farci i soldi
così due piccioni li prendevo
con ‘sta fava

Ma le donne?

“Eh, le donne”
mi fa lei
che donna è
e quindi lo saprà
“le donne”
mi fa
“son cinquanta percento gioie
e cinquanta dolori
i cinquanta delle gioie, ben vengano
ma dei dolori
dai cinquanta
prendi trenta”

mi fa

“e quei trenta levano tutto il resto
mangiano le gioie
un per una
dall’uno
al cinquanta
e rimani coi dolori”

(e senza manco i motori
-penso io-
che non ho patente)

E allora ci penso
e le dico che se ne vale la pena
alla fine
io i dolori me li tengo pure
se ne vale
la pena

Ché mi manca un braccio sui fianchi mentre dormo
e il fiato alla base del collo
e pure un po’ quello puzzoso dei buongiorno freddi

Mi manca che qualcuno
mentre sono a lavoro
mi pensi

mi manca il fischio all’orecchio di chi ti pensa da lontano

Mi manca un po’
incontrarmi con qualcuno la sera
un po’ stanco e nervoso
qualcuno che mi dica

“è tutto perfettamente occhéi”

Mi manca chi possa mettermi le mani sulle guance
e mi guardi
diritto
negli occhi
e senza dir nulla
tutto mi dicesse

Qualcuno insomma
che m’accetti per come sono
m’infili in delle buste
tutto a pezzetti
accettati
e mi porti con sé

dappertutto

Fototessera

Istantanee

Istantanee

Qualche tempo fa qualcuno mi ha chiesto

“Ma perché ci tieni così tanto alle miniature?”

Eh

mi son detto io, intrinsecamente dentro il mio stesso più profondo.

Perché?

In effetti non me lo son mai chiesto, ma credo sia normale se una cosa è diventata parte della tua vita in modo naturale. Un conto è chiedersi perché si tiene tanto ad un cellulare da mille euro che dopo sei mesi è obsoleto, un altro è chiedersi perché si vuole bene a dure persone incontrate tre anni fa per caso, e con cui ora ti ritrovi a condividere pasti, progetti e splendide notizie.
C’è una bella differenza.

Però la risposta non è stata questa, perché a mente calda, di puro istinto, ho risposto che in sostanza sono uno dei pochissimi, se non forse l’ultimo esempio che l’amore quello sincero, quello fatto di confidenza e trasparenza nei gesti, nelle parole, anche quelli non fatti/non dette, ancora c’è. Ed onestamente per uno che non ci crede più tanto in queste cose, e che per trovarsi a suo agio se inventa uno diverso ogni giorno, di amore, per rifuggire da quello possibile nella vita reale, è una sorta di oasi in mezzo al deserto dove fermarsi e rinfrescarsi la faccia per rinsavire e non morire cinici e soli.

E non parlo di quell’amore sbandierato, sbattuto in faccia per far vedere che non si è soli, che guarda anche io ho trovato qualcuno. Sono gli sguardi, quelli che parlano, ed i loro dialogano all’infinito mentre suonano, mentre cucinano, mentre Gabriele guida il Westfalia e Silvia beve un goccio d’acqua dalla bottiglia. Sono i sorrisi quando lui si perde in un assolo e lei aspetta per capire quando poter ricominciare. E non c’è una volta che perdano la loro sincronia, non c’è il momento perso o l’inciampo per distrazione. Viaggiano inseme, mano nella mano, ma senza sfiorarsi.

Ecco insomma la mia risposta è stata che se posso passare del bel tempo con delle belle persone, io ce lo passo. Perché ci viziamo a vicenda con gesti belli e gentili, e bellezza e gentilezza sono, adesso più che mai, cose rarissime.

Poco altro da dire se non sperare che i loro progetti si realizzino tutti, e poter essere persino di aiuto nel metterli in piedi è un piacere immenso.
Magari chi legge pensa che, alla fine, questa non sia altro che la descrizione di un’amicizia, e del loro essere una coppia. E non sbaglia nemmeno.
Ma fermatevi a pensare a quanti tipi di rapporti della vostra vita si basano su questo tipo di confidenza e reciprocità. A quanti davvero si rispecchiano nella più pura definizione sincerità. Estendete pure le ricerche a conoscenti, a persone che sono anche solo amiche, e vedrete che il cerchio si stringe, come i riflettori su una specie in via d’estinzione.
Ed è solo avendoli nella propria vita che possiamo salvarli, salvaguardarli e magari poter addolcirla, la nostra vita, imparando pure qualcosa.

Salviamo l’amore, porca zozza.

Mio Fratello

Sì avevo il costume a slip ma ero giovane e stupido.

Sì avevo il costume a slip ma ero giovane e stupido.

Avevo esattamente 4299 giorni quel pomeriggio in ospedale.
“Undici anni e tre quarti”, come si direbbe a quell’età.
Insomma avevo un’età per cui ancora non arrivavo a quell’enorme vetrina. Vedevo giusto un pezzo riflesso su quella parete enorme, con le tende dentro ancora tirate. Non c’era un appiglio, le dita delle mani scivolavano su quel gradino tra al parete ed il vetro, io scalcio anche se le tende impediscono ogni visuale.
Intorno a me ci sono un sacco di parenti, gli adulti, che però mi lasciano un poco di spazio ché sanno bene quanto quel momento sia importante per me. l‘ho aspettato per questi 4299 giorni, per due volte è andata male ma finalmente ci siamo.
Si sente un poco di trambusto provenire da dietro il vetro. Le tende si muovono, spuntano due mani dallo spacco in mezzo che afferrano un lembo per una. Altre due mani mi cingono i fianchi e mi tirano su, proprio mentre le tende si aprono.
Mi si schiude davanti una stanza piena di piccole gabbie senza soffitto. In ognuna c’è un fagottino: qualcuno si muove piano, altri ondeggiano come indemoniati, altri ancora sono immobili, probabilmente dormono e sognano ancora quel posto magnifico dove erano solo qualche ora prima.
Mentre tutti guardiamo un po’ spaesati quelle decine di gabbiette senza soffitto, uno dei parenti dice

– Lì! Eccolo lì!

Come l’idiota, guardo prima il dito.
Poi seguo con lo sguardo la direzione che punta, e finisco a guardare una di quelle gabbie senza soffitto.
Ed eccoti lì, con il tuo nome ben scritto all’interno.

FLAVIO

Rimango un’eternità a guardare quel.. coso lì, quello scricciolo, quel mezzo metro avvolto in un panno ed insaccato in un cappellino.
Comincio a scalciare: voglio entrare, voglio abbracciarti, voglio prenderti e tirarti su verso il sole e gridare “AAAAAAAAAAAAAZVEGNAAAAAAAA!!!!!!!”.
Comincio a dire

– Quello è mio fratello! Quello è mio fratello!

Poi realizzo e dico

– Ehi sto dicendo fratello! Io ho un fratello!

Muovi piano le dita, le apri e le chiudi, e sono sicuro tu mi stia salutando perché lo hai già capito, che spettacolo di cose faremo insieme.
E ne faremo eh.

Per anni ti ho cullato io, e guai a chi altro lo faceva. Mi ti prendevo in braccio e ti portavo piano in giro per casa, fino a quando piano non chiudevi gli occhi e crollavi con la bocca semi aperta, segnale di gran sonno che ti porti dietro ancora adesso. Ricordo ancora quella volta all’isola di San Pietro, in Sardegna (che è dove è stata scattata la foto del post), quando ti misi nella culla e mentre ti guardavo dormire vedo questa biscia entrare dalla finestra, con io che scatto e dopo averti afferrato corro via manco fosse una scena di Indiana Jones.
Portarti sulle spalle mi piaceva un sacco, e farti ridere era la cosa migliore che potesse capitarmi.
Mi sono vestito da Babbo Natale ed ho aspettato minuti buoni al freddo prima che qualcuno si ricordasse che c’era un povero stronzo fuori, a suonare una campanella al freddo, ad aspettar di vedere giusto il naso di Flavio spuntare per poi scappare via al grido fi “OH! OH! OH!”.
Ti ho fatto morire un pesce rosso, ma giuro che è stato per il caldo terribile di quell’estate, e non perché (forse) mi son dimenticato di dargli da mangiare.
Ti ho regalato i miei libri di Roald Dahl e tutti i miei giochi, intonsi dopo molto più di 4299 giorni, che hai provveduto a distruggere uno per uno, nel tempo.
Ti ho fatto fare il bagno in mari e piscine vari, sempre con mille occhi che non si sa mai. Ancora mi prendono in giro per quanto ero apprensivo a tavola ad ogni tuo colpo di tosse, preoccupato che ti stessi soffocando, non so, con l’acqua.
Ti stoppavo quando tiravi al canestro piccolo di plastica, esultando per ogni palla che spazzavo via mentre tu passavi dal divertito all’isterico all’omicida.
Ti facevo compagnia ogni sera mentre vedevi gli Animaniacs, Mucca e Pollo, Ed Edd & Eddy, a ridere a crepapelle sul divano, che visti da fuori non si capiva chi avesse ‘sti quasi dodici anni di più.
Ti ho osservato dormire in quel lettone d’ospedale dove per giorni stavamo tutti con l’ansia a capire come dover gestire quell’enormità che è il diabete, ed ora vederti andare per conto tuo anche in quello fa una certa impressione.
Ti ho fatto vincere (quasi) sempre durante il Wrestling sul lettone, che mi sfiniva e distruggeva ma è stata la miglior stanchissima fatica che abbia mai provato.

Adesso, se dovessimo lottare, non dovrei fingere di perdere.
Perderei e basta, che a nemmeno trent’anni mi fa male tutto e te invece oggi fai diciotto anni.

BAM!

Diciotto.

Non saprei che dire, se non che sei la cosa più incredibile che mi sia capitata.
Oserei dire che sei il fratello che non ho mai avuto, guarda un po’.

Non sto troppo ad elogiarti, che lo so io quanto sveglio, intelligente e (mortaccitua che sono anche i miei) bello tu sia, ma volevo solo far sapere a più gente possibile che se pensavano di aver trovato in me lo Spaziani perfetto, purtroppo dovranno ricredersi.

Farai grandi cose, lo so.
Intanto però goditi ‘st’età strana e fichissima.

Io intanto preparo il lettone per la  rivincita.