Tre Secondi, Il Tempo Di Dire “Anche No”

Tic Tac.
Dodici per l’esattezza.
E non intendo ventiquattro secondi.

Ma proprio dodici Tic Tac, di quelle miste, mela-arancia-banana-susina-fragola.
O almeno ti dico essere state dodici, quelle caramelline che mi facevano l’alito hawaiano e che mi hanno permesso di baciarti senza preoccuparmi del fantasma di quattro gillèmmon ed un tre once di idroponica fattincasa che si dibatteva dietro quella coltre fruttata.

Musica reggae che pompa anche fin troppo forte per il nonno seduto in veranda che dondola dentro di me. Il mio corpo che ondeggia senza cadere solo grazie ad un mix di forza di gravità e vibrazioni dei bassi.
Ti vedo con la coda dell’occhio: molto bassa, molto riccia e molto “sbattimi forte ma parliamo anche dell’ultimo di Wes Anderson”.
Scatti foto ad un tizio alla mia destra, che però all’ultimo si sposta ed il flash mi becca con un’espressione in volto tra il sorpreso, il “oh mio dove sono?!” ed uno che sogna fisso un letto autoriscaldato in una stanza di privazione sensoriale per le successive otto barra nove settimane.

Obama_What

Guardi la foto sul telefono, poi guardi me e scoppi a ridere.

In un secondo ti sono addosso, ti prendo per i fianchi e ti sollevo.
Tu non opponi resistenza, anzi. Ti aggrappi con braccia e gambe come un koala sotto emmedì e cominciamo a scambiarci più fluidi di quanti se ne vedano in un porno brutto. Mi guardi e ridi.
“Che c’è?”
“Hai l’alito che profuma di frutta!!”
“Ho appena mangiato dodici Tic Tac!! Ti da fastidio?”
“Macché!! Anzi!! Profuma di Hawaii!!”
“Ma dwai?”
Se rimane aggrappata dopo ‘sta stronzata me la sposo, se scappa fa bene.
Rimani.
Ok. Da domani soldi da parte per il gran giorno. Ma per il momento.. limonare duro.

Dopo tre ore siamo a casa tua, scampati per miracolo ad un posto di blocco, tre elicotteri dell’FBI ed agli attacchini di cacca pound.
Dopo dieci minuti nemmeno provo a dirti che non mi è mai successo, perché sarebbe una cazzata e già so che, anche se per una notte, di cazzate non voglio dirtene. Tu ridi, poi sorridi, mi guardi con quegli occhi che non so e fai per ricominciare.
E.. oh, se ricominciamo.
Dopo altre quattro volte te lo dico, che non mi è mai successo.

Ridiamo.
Fuori fa luce, e pure dentro di noi.

L'unica altra alba che mi piace vedere.

L’unica altra alba che mi piace vedere.

Dopo tre mesi entri in camera mia con addosso solo la mia maglietta con il faccione fatto di Super Mario, con annessa canna in bocca e la scritta “Wiid” a caratteri Nintendo. Tazza di caffè fumante in mano. Taglio di sole sulle cosce.
Dea.
Torni sotto le coperte, poggi la testa sul mio petto e la mano con la tazza sul piumone.
“Ti amo”, mi fai.
Cuore out of orecchie.
“Anch’io”, ti faccio.
Guardo la tua nuca e sento il tuo sorriso.
Benessere.

Hipsterismi.

Hipsterismi.

Dopo tre anni siamo a casa dei tuoi amici.
Nelle ultime settimane siamo tesi, tu sempre presa dal tuo correre di casa d’altri in casa d’altri per arredarle, io a sbattermi tra il secondo libro da far uscire ed il trasloco da te.
I progetti si sono ammucchiati da una parte, tutti e due troppo presi da noi stessi senza riuscire però a dirselo in faccia, ad ammetterlo ed andare avanti da soli.
Stasera però siamo tranquilli, senza forzature ci facciamo trasportare in chiacchiere sul perché non siamo scappati tutti quando potevamo farlo. Poi ci accorgiamo di suonare vecchi e per sorridere degli anni che scorrono cominciamo a parlare di quando, come coppie, ci siamo conosciuti.
Iniziano loro con il volo perso per Londra, il caffè di lei, presa in una telefonata col capo per giustificarsi, versato addosso a lui, nervoso nel mandare mail per posticipare la riunione col marketing. Da lì le scuse, le risate, le cene per finire con una splendida casa e due pesti che in quel momento erano nascosti sotto il tavolo a sentire gli adulti.
Risate, “uccheccarini”, silenzio.
Tocca a noi.

Dopo tre ore siamo da te.
Mi lanci addosso di tutto, dai vestiti ai libri di Pessoa alla lampada a forma di chitarra ad altri vestiti, però sporchi.
“Per tutti questi tre anni mi hai mentito? PER TRE ANNI?”
“Tesoro, non credo che possa essere chiamato mentir..”
“Zitto cazzo!! ZITTO!! Sparisci, prendi la tua merda e sparisci PERDIOCAZZOMMERDA!!”

Dopo tre minuti mi ritrovo fuori dalla tua porta, cercando di capire le tre seguenti cose:

– cosa starà pensando la signora Pulletti, la tua vicina, che crede io non la veda ma i suoi capelli bianchi quasi celesti che spuntano dalla sua porta socchiusa si vedono eccome;
perdiocazzommerda? che straminchia significa?
– davvero l’ha fatta finita perché ho mentito sul numero di Tic Tac che avevo mangiato la sera che ci siamo incontrati?

Cioè, le dissi dodici, ma saranno state, tiè, tre. Ma non puoi lasciarmi dopo tre anni per questo, non dopo che ho pronti i miei quattro stracci chiusi in scatoloni pronti per essere portati da te.
No, cristo.

Guarda qui.

Guarda qui.

Ti vedo con la coda dell’occhio: molto bassa, molto riccia e molto “sbattimi forte ma parliamo anche dell’ultimo di Wes Anderson.
Scatti foto ad un tizio alla mia destra, che però all’ultimo si sposta ed il flash mi becca con un’espressione in volto tra il sorpreso, il “oh mio dove sono?!” ed uno che sogna fisso un letto autoriscaldato in una stanza di privazione sensoriale per le successive otto barra nove settimane.

Guardi la foto sul telefono, poi guardi me e scoppi a ridere.

Cazzo ridi, stronza ingrata?

Mi giro verso gli altri e chiedo, nell’ordine

cartina
filtro
sigaretta

che il resto ce l’ho io.

Mi giro di nuovo verso di te e non ci sei più.
Meglio così.
Saremmo stati male ebbasta.
Saremmo arrivati a pensare di aver buttato tre anni.

E invece io ho buttato solo tre secondi per immaginarmi tutto, per poi tornare a farmi sturare le orecchie da questi bassi troppo bassi, e ‘sti alti che non durano mai più di tanto.

Ma Tu Non Pensare Male Adesso

La mi controfigura ti aveva scritto un canzone, tempo fa.

La mia controfigura ti aveva scritto un canzone, tempo fa.

Difficile spiegare perché sono così contento.
Ballo da più di due ore, ballo della serie “fallo come se nessuno ti stesse guardando” ma è una cazzata, perché ci saranno almeno altre 400 persone intorno a me ed è difficile immaginarsi soli. Però ballo, e poi guardandomi intorno vedo che anche tutti gli altri stanno seguendo il dogma del passare inosservati. Con risultati disastrosi, tra cui probabilmente anche il mio.
Ma ballo.

Che poi non sono due ore, ma due sere. Ieri Angelo, oggi Angelo.
Ieri sera siamo andati via col collo piegato dalle risate. Risate perché presi bene, presi bene perché quando una pischella rimbalza dai tuoi jeans a quelli del tuo migliore amico a così via già ti immagini da vecchio, con i tuoi nipotini seduti uno per gamba, davanti al camino acceso, mentre gli racconti di quella sera quando tu e il tuo amico vi siete montati una in due mentre vi davate il cinque alla Todd. I tuoi nipotini avranno traumi sessuali per sempre, ma ormai erano rimasti solo loro a non sapere la storia.
E la storia è importante.

Inutile dire siam tutti tornati a casa a pacco asciutto ma tant’è, ne sono valse le risate e gli sguardi e la anche remota possibilità di timbrare due biglietti in uno.

Stasera siam di nuovo qui, dopo un bellissimo concerto. C’è Bob che pompa i suoi dischi e noi a ballare. La situazione è simile alla sera prima, con la stessa pischella che aggiunge solo un altro paio di persone al suo carnet ma per il resto siam qui, a divertirci e pure parecchio.
La mia serata non è iniziata serena, questo sì. Non posso negare che mentre il gruppo suonava, più di una volta mi son girato per guardare se fossi lì in mezzo. Potresti esserci, forse non ci sei, ma io controllo. Non so se sperare di beccarti o meno. Forse no. Anzi molto probabilmente no.
No.
Però ti cerco, forse perché così potrei nascondermi e mandar giù questo Gin Tonic con tutto il bicchiere.

Solo che è proprio mentre do un’ultima occhiata in giro, a serata quasi finita, che incrocio un paio d’occhi che c’è da mettersi seduti per riprender fiato.
Lì per lì avevo notato la tua amica, ma più che altro i suoi occhiali enormi da clown e per la voglia che avevo di rubarglieli. Mentre mi guardo intorno per attaccare, mi giro e tu mi stai guardando. Uno di quegli sguardi che distogli subito perché “m’ha beccato”.

Ora, se lo struscio malizioso ed aperto al pluralismo di quella ragazza mi metteva in imbarazzo ma alla fine capisci il gioco delle parti e ci stai, il tuo sguardo di ieri m’ha paralizzato. I tuoi, sguardi.
Da baldanzoso maschio che non sa muoversi ma lo fa lo stesso, regredisco allo stato embrionale: comincio a giocare col bicchiere lanciandolo in aria e rischiando di rompere crani e coglioni altrui.
Mi giro, mi stai guardando.
Faccio giravolte, passetti, impreco a denti stretti perché non ho il coraggio di venir lì sugli spalti a blaterarti qualcosa, tipo la situazione del Nasdaq o se sei convinta anche tu che gli SMS di solidarietà siano una truffa.
Mi giro, mi stai guardando.
Continuo a ballare nonostante la musica stia finendo, le luci siano accese e quindi, in questo momento, sono un coglione di quasi un metro e novanta che balla seguendo le voci nella sua testa.

Mi giro, non ci sei più.

Cazzo.

Comincio a muovere la testa manco fossi un androide in corto circuito.

Dove sei?

Cerco quegli occhi, quei capelli corti biondi e quel viso sicuramente non terrestre. Ti assicuro che con quello sguardo mi hai quasi spaventato. Cerco quel vestito (viola?), quella borsetta nera. Cerco pure la tua amica degli occhiali, o quella riccia con cui ad un certo punto scrutavi la sala, con io che ero lì a zompettare come un lemure nel periodo dell’accoppiamento. Ti sei messa pure gli occhiali da vista. Montatura celeste, se non sbaglio.
Ma non ci sei.

Bevo un’ultima cosa, maledicendomi e mordendomi labbra e gomiti e orecchie.

Un abbraccio a tutti, usciamo. Fuori dall’Angelo ci salutiamo, e mentre il giro di “se beccamo ar kebbabbaro” continua vedo la tua amica riccia.

Ti cerco, di nuovo.

Niente.

Stupido me stupido me.

Sarà impossibile vederci di nuovo, quindi ti ringrazio per avermi fatto innamorare di nuovo dell’idea di essere innamorato. Il nemmeno troppo nascosto sedicenne che è in me ti è debitore, e ti vorrebbe offrire da bere Venerdì. All’Angelo.

Che la magia della casualità e della botta di culo facciano il loro corso.

Notizie Ansia

Grazie a Tono Bruno per l'immagine e, senza volerlo, l'ispirazione per questo post. Per qualunque cosa, quindi, è colpa sua. (tonibrunostory.blogspot.it)

Grazie a Tono Bruno per l’immagine e, senza volerlo, l’ispirazione per questo post. Per qualunque cosa, quindi, è colpa sua. (tonibrunostory.blogspot.it)

Studi recenti dimostrano che l’ansia fa male. Ma nemmeno troppo recenti, basti vedere vari episodi storici per capire quanto possa influire negativamente sulle azioni delle persone. Napoleone, ad esempio, la sera prima della battaglia di Waterloo era talmente ansioso che si mangiò tutte le unghie, e quando il giorno dopo si trovo a dover fronteggiare un soldato inglese a mani nude provò a graffiarlo in faccia ma non ci riuscì. L’ansia incise molto anche sulla carriera di Andy Warhol, che mentre tentava di riprodurre il barattolo di zuppa Campbell ne mangiò talmente tanta che passò ore al bagno in preda ad un’intossicazione da pomodori. Da lì cominciò ad usare esclusivamente il colore rosso che lo portò presto al declino. Ultimo, ma solo in ordine cronologico, ad essere stato per sempre segnato dall’ansia è Daniele Luttazzi, che ansioso di continuare a far ridere ha saccheggiato da ogni dove battute ed interi monologhi di standup comedian americani. Una volta scoperto, Daniele ha inizialmente negato per poi sparire nell’ombra del silenzio. Voci di corridoio lo vogliono in Thailandia, perso nella prostituzione minorile e l’abuso di Oki per via anale.

È palese e comprovato, quindi, che l’ansia fa male.
O no?
Di sicuro, storicamente e scientificamente, l’ansia è una condizione mentale che porta da una parte a chiudersi con dei pensieri negativi. Dall’altra però, paradossalmente, la mente la apre, perché si pensano cose che in una condizione di serenità, o comunque di relax cerebrale, non si penserebbero. Spesso sono comunque ipotesi di morte ed apocalisse, ma sono comunque scenari che in una condizione normale non si presenterebbero.
Facciamo degli esempi:

– “non mi cerca/non risponde al telefono”: in una situazione normale, si penserebbe che il soggetto delle proprie non-attenzioni è impegnato in una qualsiasi attività: mangiare, dormire, nuotare, spray, Superman, salutare. In una condizione di ansia, si viene portati a pensare si pensano le stesse cose, ma fatte con qualcun altro, di nascosto dal mondo e con un ghigno malefico stampato in volto.
In questo caso, il lato negativo di questi pensieri è quello per cui si pensa al suicidio, lo sbriciolamento dei denti e l’autoscarnificazione dell’intestino tenue tramite la masticazione di ghiaia con conseguente deglutizione, o correre nudo per le strade al grido di “è tutto finito, è tutto finito!!”. Ovviamente non in quest’ordine.
Ma il lato positivo è quello di essere preparati nel caso in cui uno o più di quei pensieri risultasse effettivamente avvenuto. In quel caso, si possono affrontare le conseguenze a testa alta, della serie “io lo sapevo”, andare via per poi mettersi a piangere girato il primo angolo;

– “lo faccio o no?”: ovviamente non parlo di “mi tuffo da questo scoglio alto venti centimetri?”, né “prendo gusto frutta invece del solito gusto crema?”. Parlo di scelte più importanti, come accettare un lavoro che ci fa schifo ma è l’unico a disposizione, o lasciarsi andare in una cosa che si sa avrà conseguenze gravi, o parto e mollo tutto e tutti. Per le donne nella categoria “scelte serie” rientrano anche questioni come “metto o no lo smalto ocra” o “stasera sono indecisa tra gonna e pantaloni” ma vabbè, sappiamo bene che le ore impiegato per decidere saranno ore sprecate perché nessuno tranne le loro amiche noteranno l’abbinamento smalto ocra-gonna.
Il lato nero di essere in bilico tra il “lo faccio” ed il “non lo faccio” è sempre quello dei pensieri, delle valutazioni fatte con lo stomaco che ti brontola dal nervoso e con la faccia bollente. Pensi che, per esempio, il partire o meno comporterà la sparizione dei tuoi amici, il sapere chi o cosa lasci e quanto male potrà farti, l’idea di ritrovarti solo per la maggior parte del tempo e non sapere se troverai qualcuno con cui sfogare le tue preoccupazioni. C’è la paura di fallire, di ritrovarsi a fare i conti con l’eventuale fallimento ed il dover tornare con la coda tra le gambe, magari dopo aver montato su un casino della madonna. Certo, se letteralmente monti un Casino della madonna, le probabilità di fallimento sono poche ma il mio scopo non è gettarmi nell’industria della prostituzione legalizzata.
Il lato bianco è che se i tuoi amici spariscono, la selezione naturale delle connessioni umane avrà fatto il suo corso. Ti ritrovi solo? Beh, ieri qualcuno mi ha detto che da solo capisci e scopri cose su te stesso che prima nemmeno pensavi, ed io di questa persona mi fido. Se invece dovesse arrivare il fallimento vorrà dire che ci hai provato. Almeno ci hai provato, forse per la prima volta in vita tua ti sei buttato in qualcosa di più grande di te che sì, ti ha sconfitto, ma cazzo almeno hai combattuto. E poi se apri un Casino della madonna le ipotesi di fallimento si riducono come i piselli dei tuoi eventuali clienti dopo aver usufruito del servizio da te offerto.

– “quello che ho appena fatto è sbagliato?”: poche chiacchiere su questo punto. Ormai l’hai fatto, a ragione o torto ma l’hai fatto. Che si parli di gente eliminata da un social network, di una frase scritta che vorresti rimangiarti, di uno sguardo di troppo alle tette di qualcuna. Ogni cosa fatta è fatta, e così sia. “Sì ma avrei potuto..”. Sì, avresti potuto, ma non l’hai fatto. Oppure non l’hai fatto ma avresti potuto farlo. Amen, come dicono quelli che parlano col loro amico immaginario. E se riesci a non provare rimorso, nonostante tu possa essere stato in torto, vuol dire che comunque è stata la decisione giusta da prendere.

Per concludere, che tu sia figlio di un re, o capo di stato, l’ansia ti accompagnerà sempre. Magari se ne starà nascosta da qualche parte in attesa, nella sua piccola grotta umida ad aspettare il momento buono per uscire dal letargo. Ma ti farà sempre compagnia, in un modo o nell’altro. E non dico che bisogna imparare a conviverci, ma farci l’abitudine può aiutare.
Come abbiamo visto, è un sentimento forte e spartiacque, che può far prendere decisioni più o meno sbagliate. Ma è pure un gran calcio in culo che non riceverai da nessun altro.

L’importante è sempre e comunque guardare il lato positivo della vita.

“Fi-fi, fi-fi-fi-fi-fi-fi!!”

Improvvisate #3 – Diecimila E Un Colpo In Testa

Un uomo torna a casa dopo una giornata di lavoro, ed i suoi gesti sono quelli di tutti: si spoglia, accende il ventilatore, si toglie le scarpe e fa per mettersi le ciabatte. Ciabatte che sono dietro la porta della sua camera, quella porta che non si apre del tutto e si blocca con un bell’angolo di 75°.
L’uomo sente subito il caldo della stanza chiusa da ore, infila i piedi nelle ciabatte e si gira, quasi di scatto per uscire da quella fornace.

L’impatto con la porta bloccata è tremendo. Colpisce con la fronte l’angolo affilato, il contraccolpo gli fa sbattere i denti e girare la testa.
Cade in ginocchio a terra, gli parte un bestemmione da far intimidire Paolo Chiavator e per un attimo tutto si spegne. Un secondo, quel secondo che gli fa pensare “ecco, dopo tutta ‘sta farsa da misurare in anni, dopo tutto ‘sto sbattimento guarda te se devo morire solo e in una pozza di sangue.
Eh sì, perché è sangue che esce da un taglio fin troppo profondo, ed è sangue quello che non smette di sgorgare.

Riesce ad alzarsi, corre allo specchio e comincia a contare: arrivato al 7 sale il dolore, a 10 sale ancora di più, a 15 il sangue smette di uscire per poi ricominciare peggio di prima, a 20 si ricorda dei denti che hanno sbattuto e vederli intatti lo fa sorridere. A 21 smette di sorridere, a 26 ride di nuovo, a 35 chiama la sua ragazza per lamentarsi da vero uomo quale è.

Adesso quell’uomo pensa a quant’è stato stupido, ma anche che ‘sta farsa continua e che almeno adesso e per un po’ avrà qualcuno che lo starà a sentire mentre si lamenta sul fatto di essere stupido.

E, sì, quell’uomo sono io.

 

[che dite festeggiamo anche qui? Masì dai.

DIECIMILA visitatori, o anche 5 del vecchio conio di visitatori.

Grazie davvero, il mio ego da scrittore maledetto è gonfio come il naso della Tommasi.

Speriamo di leggerci ancora, ma se così non fosse ‘sti cazzi.

Un altro uso dello ‘sti cazzi? Voi che rispondete a me che vi dico che Lunedì torno a Berlino.]

Pillole Salentine #6 – Pasticche dei freni e Compresse Blu(es)

Allora, l’ultima volta che ho parlato di Salento ero praticamente appena tornato dai Bud, contento e felice, pieno di fede per l’umanità e per il prossimo.
Ora, contento e felice lo sono ancora, per quanto riguarda la fede mi sento un po’ come Giordano Bruno quando ha cominciato a sentire caldo.

Orgasmici.

Ma prima piccolo spot per approfondire meglio la questione “concerto dei Bud”: strepitosi, unici, belli, bravi, bis. Dei quattro concerti classici più quello live allo StudioNero, quello di Leverano è stato il migliore. Sarà perché caricati più del solito per un’attesa infinita dovuta a due idioti che hanno presentato la serata tra balli di gruppo, pulcini pio e premiazioni con targa + foto ad ogni singolo rappresentante di qualunque cosa del paese, imbarazzanti come l’amico estraneo al gruppo classico che porti in vacanza e si mette a ruttare birra dal culo, fatto sta che Cesare ed Adriano hanno dato del loro meglio. Una scaletta diversa rispetto al solito, un finale praticamente a richiesta, un’energia che forse solo il Salento può darti. In più si sono anche fermati a salutarmi dopo avermi riconosciuto, poco prima del concerto, e son cose che fanno solo che piacere. Se poi il tuo amico amante del rap si comincia a scatenare e verso la fine, sudato e stremato, ti dice “sai che è cò ‘sto cazzo de gruppo? È che c’hanno una cifra dei Rage!!”.. son soddisfazioni.

Poi però, manco due giorni, ed ecco che l’essere umano ti schifa. È bastato un vicino durante una mattinata rovente, dove mi preparavo per “mettere i dischi” la sera stessa. Una scampanellata, una frase in dialetto dove però tua madre, dal salotto, capisce collare.. e la tragedia è fatta.
A cento metri da casa hanno investito la gattina di famiglia, Olivia.
Perché qui la gente deve correre, deve aver fretta, sembrano tutti protagonisti di “Speed”, dove se vai piano salta per aria la macchina. Merde.
Che poi io e Olivia non è che avessimo ‘sto gran rapporto, era più la gatta del resto della famiglia visto che ci passavano più tempo. Ma era comunque una gatta dolce, quando ci si metteva, bella e dolce. E vedere mamma e mio fratello distrutti, e sentire mio padre ammutolito al telefono, non è stato proprio bello. Doverle scavare una buca, poi, devo dire che alla fine mi ha abbattuto. E parecchio.
Quindi spero che qualcuno abbia letto il cartello minatorio appeso al semaforo dove se la sono portata via, spero che a qualcuno un po’ di senso di colpa sia arrivato, e spero che chi sia stato si affezioni tantissimo ad un animale e poi muoia.. non l’animale, ma proprio lui.

Olivia.

Ora mi consolo con il triste Zeus, che si vede bene quanto gli possa mancare quella stronzetta che lo trattava male. A volte spero di rivederla affacciata alla finestra che i avvisa di aprire la porta, o a quando questo inverno non andrà a sbracarsi sul letto di mamma. Ma so che non sarà così, quindi chiudiamo anche questa, che solo così si può fare.

Che dire poi?
Ah si.. ho anche lavorato.
Undici giorni netti.
Il posto peggiore della storia.

Ma ve la dico un’altra volta, che fa ridere parecchio.

Cinque Cose Che Odio Ora Più Che Mai

1 – i Vegetariani/Vegani:

già il fatto che la correzione automatica non riconosca la parola “vegani”, mi fa capire quanto inutilità ci sia in questa categoria. È come se ci fosse una categoria di persone che si chiama iohfhf.
Il fare spocchioso con il quale si innalzano fino alla cima nella piramide alimentare è paragonabile solo a quello con cui Formigoni continua a dire di non essere indagato.
Sono ovunque, e mi preoccupo più di loro che della droga zombie, anche perché fosse vero finalmente li vedrei mangiare carne. Tra l’altro l’unica che non mangerei mai. Quindi mi starebbero ancora di più sul cazzo. A me la carne piace, dai vitellini dagli occhi dolci al pollo più rincoglionito del mondo. Mi piacciono le uova, amo il burro, muoio per il latte. Mi dispiace tanto per come li trattano in allevamento, sia chiaro, ma non sono gatti, o cani.
Manca poco che cacano il cazzo perché ammazzo le zanzare, invece di prenderle dolcemente per le zampette e metterle a letto;

2 – gli Olimpionici:

improvvisamente, tutti quanti sanno cos’è una carabina, conoscono i record delle ultime ventisei Olimpiadi, rimangono basiti di fronte alla protesta di una coreana spadaccina.. poi a Settembre di nuovo tutti quanti di nuovo rincoglioniti davanti a ventidue stronzi dietro ad un pallone, mentre magari mancano i fondi per quella carabina che su Facebook avevate tanto adorato, e ciao carabina alle Olimpiadi. Ma tanto ve la sarete già dimenticata no?;

3 – Quelli che si lamentano del diario di FB:

mettiamola in questo modo: non muore nessuno se cambia la home della vostra pagina. Come vi siete abituati una volta iscritti al social tutto blu, vi abituerete anche a questo. Lamentarsi di Facebook su Facebook è come lamentarsi della crisi in banca, della carne in un recinto di buoi o della tua donna con la tua donna. È inutile. È fastidioso. Fatevi Twitter, andate a rimorchiare su Badoo, fate le foto e iscrivetevi a Flickr.. o la vostra necessità di apparire è troppa, così tanta da non poter fare a meno di Zuck? Allora fermatevi a ragionare, scegliete una bella foto per la copertina e non rompete i coglioni;

4 – le lesbiche a tempo:

attenzione, non fraintendetemi, non ho nulla ma nulla proprio contro i gay, uomini, donne o cani. Zero. Non sono così addentro al mondo gay da poter avere conferme, ed allo stesso tempo so quanto imperversa la lotta tra le due sponde. Ma ho la sensazione che ultimamente le effusioni saffiche, in Italia, si siano diffuse come la paura dello spread. Tagli di capelli birbantelli, magliette con maniche stracciate, sguardi torvi e camminate alla James Dean, quando fino al giorno prima il cazzo un po’ piaceva, anzi piaceva parecchio, però gli uomini sono stronzi e quella tipa (che lesbica lo è davvero) mi guarda strano e poi pare che come una donna fa godere un’altra donna nemmeno Rocco. E non mi dite che noi non facciamo lo stesso perché ci fa schifo l’idea: anche per quello.. ma soprattutto perché non siamo così subdoli. Sorry, e preferiamo soffrire di pippe acute piuttosto che prenderlo al culo;

5 – i complottisti:

scie chimiche, signoraggio, cibi modificati, scie chimiche. Basta, godetevi la cazzo di vita. Fa schifo anche a me quello che vedo (scie chimiche!), sto senza lavoro da più di un anno ma per questo non do la colpa alle (scie chimiche!!) schifezze che il mondo mi propina. Esiste la diseguaglianza sociale, la povertà, le (scie chimiche!!!) differenze tra ricchi e poveri. Ma questo è dovuto alla cattiveria dell’uomo non alle SCIE CHIMICHE!! Aprite gli occhi, alzateli al cielo per guardare le stelle e la luna (si, ci siamo atterrati), fatevi una passeggiata e non, rompete, i, coglioni.

SCIE CHIMICHE!!!!!!!!!!!!

Pillole Salentine #2

Mare.
Mare potente che in centinaia d’anni modella rocce, che si schianta addosso agli scogli.
Mare che ti accoglie e ti smuove e ti riempie di sale.
Mare che riflette il sole, che copre le urla dei bambini, che ti arriva sotto forma di vapore e ti brucia gli occhi.

E poi la pietra leccese che esalta il sole, i vecchi sulle sedie alla ricerca disperata di un po di sollievo, bambini che ancora giocano in piazza con il pallone o che fanno le impennate con le bici, adolescenti che si baciano e si tengono per mano e si fanno i dispetti, operai neri come pece, ragazzine che dio non voglia ma santa madre copritevi che io non scopo da 5 mesi 5 e qui i caramba arrivano in zero.

Ed il vento, finalmente. Vento che taglia, modella, sposta, ferma, muove, smuove.

Grazie Salento, non hai idea di quanto mi servivi.