Improvvisate #6 – Era Maggio, Ora È Peggio

Quella sera stavo in gran forma. Ma forte eh, della serie “look at me, I’m an attention whore”.
Camicia bordeaux, cravatta nera e umorismo da vendere.
Il locale non lo conoscevo, zone tipo Via Candia e robe così per me sono tutt’ora out.
Devo abbassare la testa, fare qualche gradino per ritrovarmi in un posto carino fatto di legno e pietra. Il nome c’entra qualcosa con le fate, ed in effetti il posto di presta.

Siamo una decina, la maggior parte non li conosco ma mi trovo bene. Ci prendiamo ‘sto tavolone in legno grande, e mi siedo schiena all’arco che devi attraversa per entrare.
Si chiacchiera molto, si ride di più.

Ad un certo punto C. alza lo sguardo oltre le mie spalle ed inizia a sorridere, e grida felice il tuo nome. Quel nome che ancora non so ma pronuncerò, strillerò, urlerò millemila volte dopo quella sera.

Ci presentiamo, e sento qualcosa di forte. Strano.
Qualcosa di sopito, nascosto nella polvere di quei mesi brutti.
Probabilmente sono solo ormoni, ma in mezzo a quel mucchio di cosetti arrapati c’è qualcos’altro.

La serata s’impenna, ci si diverte tantissimo.

Scoprirò solo dopo qualche tempo che ne avevi un gran bisogno, di ridere. Che pure a te quei mesi stavan lasciando segni brutti, e proprio quella sera tornavi da una situazione del cazzo.

L’ultimo ricordo che ho di te, legato a quella sera, è del momento in cui rientro in macchina di C. Ricordo perfettamente che mentre mi mettevo seduto pensavo a te. Mentre allungavo la mano per prender lo sportello, e mentre lo chiudevo, io pensavo a te. Le prime parole uscite in macchine, mentre mi giravo la sigaretta un po’ brillo, sono state per dire “un sacco simpatica l’amica tua, proprio tanto”.

Sono passati cinque anni, e se ci penso mi sento male. Per un sacco di motivi.
Di tante cose che ricordo, il giorno esatto in cui finalmente uscimmo da soli non lo ricordo. Ricordo il ponte, l’Africa, i passi in sincrono e la tensione per i tuoi esami.

Dovrebbe essere domani, o forse era due giorni fa. Ricordo ma non ricordo.

Il resto è storia.

E che storia.

Uomini E Topa

Le basi.
Le basi.

Che uomini e donne siano differenti, lo si dovrebbe capire da una semplice cosa: il corpo.

Noi, pene.

Loro, vagina.

E tette, of course.

Da qui tutti i trattati di antropologia, psicologia, tutti i discorsi fatti con gli amici su lui che è uno stronzo e lei una troia PUF! spariti. In un attimo.

In questi giorni mi ritrovo invorticato in un paio di storie altrui che a vederle da fuori non puoi che trarre una sola conclusione: noi uomini siamo dei coglioni.
Il nostro grande problema è che nel momento in cui una qualsiasi pischella in un qualunque momento ci fa annusare il contenuto delle sue mutandine prese in 3×2 da Yamamay, è come se la parte razionale del nostro cervello prendesse la valigia, ci schiaffasse dentro il minimo indispensabile per star via un po’ di tempo e sbattesse la porta al grido di “ma tanto già lo sapevi/che ritorno da te/senza niente da dire”.

E rimaniamo soli, con un pezzo di cervello in meno ed un’erezione potentissima che dura per qualche giorno.
Lo infiliamo ovunque, come forsennati, come se temessimo un’evirazione obbligatoria che da lì ad ore porterebbe tutti gli uomini a guardare il proprio pene galleggiare in un barattolo sotto salamoia.
Quelle nuove tette sono diverse, un nuovo campo da esplorare, per non parlare del triangolo che sì, l’avevamo considerato eccome.
Si scopa, si fan promesse, si vola sul tappeto arcobaleno del “vienimi in faccia ogni volta che vuoi”.

Poi dopo qualche tempo sentiamo bussare.
Alla porta non c’è nessuno.
Di nuovo due colpi.
Poggiamo l’orecchio, ma nulla.
Alla terza volta capisci che non viene da fuori, ma da dentro la tua testa.
E non perché tu stia impazzendo.

È il tuo cervello che chiede di tornare, che ti vede in difficoltà e vuole dare una mano.
Solo che il cervello non è come quell’amico che dice “va beh, hai fatto la stronzata ma è ok dai, te vojo bene lo stesso”.
Eh no.
Lui torna, magari te lo dice pure che ti vuole bene, solo che durante la sua assenza ha collezionato una bella serie di cose: ricordi, rimorsi e sensi di colpa.
E non vede l’ora di farti vedere le diapositive.

“Vedi, uomo, questo sei tu con Lei.. ti ricordi? qui era quando avevate litigato male ma poi vi siete ubriacati e vi siete ammucchiati così bene sul letto che lei quasi lo voleva al culo ma poi no.. ecco sì, lo stesso culo che adesso è traforato da qualcun altro..
CLACK
qui sei sempre tu, però quando ti sei chiuso a riccio e non volevi risponderle, e da lì è stata solo distruzione, morte e sangue..
CLACK
ah beh, questa è la mia preferita! dai che te lo ricordi anche tu.. quando vi stavate promettendo amore eterno, la casa, i bambini.. e poi lei il giorno dopo ti vomitava veleno addosso per cose vecchissime, e tu invece di ascoltare ti incazzavi e la trattavi malissimo.. adoro questo momento.”

CLACK

Ecco il tuo cervello: ore di foto ormai strappate e momenti che non torneranno e frasi che era meglio farsicazzipropri.

Tutto questo, però, è amplificato nel momento in cui quella nuova valle di piaceri l’hai esplorata mentre eri uscito da casa vecchia. Tradotto: è peggio se le hai messo le corna, o se comunque l’hai lasciata per la nuova.

Perché è lì che le sfumature scompaiono e si taglia tutto con l’accetta. Quel poco di cervello rimasto, quello che non è andato in ferie perché tanto non lavora mai, non filtra più i pensieri e comincia a farti cacare dalla bocca le prime stronzate che gli vengono: voglio stare da solo, non sei tu sono io, è un periodo in cui non posso concentrarmi su troppe cose, mi dispiace.

Ora, non so se vale anche per le donne -non ho termini di paragone a riguardo in quanto le mie storie son sempre finite in tragedia- ma attivamente ci sono passato, a dire certe puttanate. Ed era sempre perché insieme al mio cervello, in ferie c’erano andati anche i miei coglioni, e quindi dire “oh guarda mi scopo/vorrei scoparmi un’altra” sarebbe stata, col senno di poi, un’uscita di scena dignitosa.
Di sicuro avrebbe evitato lunghe scie di cuori morti, o feriti male.
Certamente, avrebbe evitato lunghe ore di diapositive dei ricordi, mostrate da un paziente cervello e due palle litigiose.

Ci sono cresciuto, tanto e bene, in mezzo alle donne. Da mia nonna in giù, dalle mie migliori amiche passando per l’amica degli amici che becchi una sola volta.
Siete diverse, sì.
Perché avete quella marcia in più che viaggiare di pari passo con voi, anche se capita così raramente, è un piacere che vale la fatica del viaggio.
È quando ci ritroviamo ad inseguirvi, che ci stanchiamo subito.

Il nostro problema, tutto maschile, è che ce ne accorgiamo dopo, di questa bellezza.
Ci ricordiamo dei panorami visti insieme correndo di pari passo con voi solo dopo che ci ritroviamo fermi.
Immobili.
Soli.

Starvi dietro è impossibile, generalmente.
Siete pazze, imprevedibili, gelose senza motivo -non sempre-, quel cazzo di ciclo fa più morti dell’autore di Game Of Thrones, a volte spiegarvi una semplice cosa diventa più difficile che insegnare ai pinguini a volare ma cazzo, se siamo ancora qui a scrivere/leggere di quanto siam diversi (e ripeto: pene – vagina/tette, vincete già solo per numero di attributi) vuole dire che ne varrete la pena.
Sempre.

E quindi, in conclusione finale ultima, mi auguro che chi in cuor suo si sia sentito colpito, sfiorato o comunque gli siano fischiate le orecchie capisca che a volte fermarsi, guardarsi in faccia ed ammettere di aver fatto del male a chi prima si diceva di amare può servire a molti.
È una cosa terribile, solo a pensarci.

Realizzare di averlo fatto è peggio, ma poterlo ammettere a se stessi ed alla diretta interessata almeno è liberatorio.

Credetemi.

Improvvisate #3 – Diecimila E Un Colpo In Testa

Un uomo torna a casa dopo una giornata di lavoro, ed i suoi gesti sono quelli di tutti: si spoglia, accende il ventilatore, si toglie le scarpe e fa per mettersi le ciabatte. Ciabatte che sono dietro la porta della sua camera, quella porta che non si apre del tutto e si blocca con un bell’angolo di 75°.
L’uomo sente subito il caldo della stanza chiusa da ore, infila i piedi nelle ciabatte e si gira, quasi di scatto per uscire da quella fornace.

L’impatto con la porta bloccata è tremendo. Colpisce con la fronte l’angolo affilato, il contraccolpo gli fa sbattere i denti e girare la testa.
Cade in ginocchio a terra, gli parte un bestemmione da far intimidire Paolo Chiavator e per un attimo tutto si spegne. Un secondo, quel secondo che gli fa pensare “ecco, dopo tutta ‘sta farsa da misurare in anni, dopo tutto ‘sto sbattimento guarda te se devo morire solo e in una pozza di sangue.
Eh sì, perché è sangue che esce da un taglio fin troppo profondo, ed è sangue quello che non smette di sgorgare.

Riesce ad alzarsi, corre allo specchio e comincia a contare: arrivato al 7 sale il dolore, a 10 sale ancora di più, a 15 il sangue smette di uscire per poi ricominciare peggio di prima, a 20 si ricorda dei denti che hanno sbattuto e vederli intatti lo fa sorridere. A 21 smette di sorridere, a 26 ride di nuovo, a 35 chiama la sua ragazza per lamentarsi da vero uomo quale è.

Adesso quell’uomo pensa a quant’è stato stupido, ma anche che ‘sta farsa continua e che almeno adesso e per un po’ avrà qualcuno che lo starà a sentire mentre si lamenta sul fatto di essere stupido.

E, sì, quell’uomo sono io.

 

[che dite festeggiamo anche qui? Masì dai.

DIECIMILA visitatori, o anche 5 del vecchio conio di visitatori.

Grazie davvero, il mio ego da scrittore maledetto è gonfio come il naso della Tommasi.

Speriamo di leggerci ancora, ma se così non fosse ‘sti cazzi.

Un altro uso dello ‘sti cazzi? Voi che rispondete a me che vi dico che Lunedì torno a Berlino.]