Kahbum – la Musica Oltre la Musica

Ci sono alcuni giochi di società, di quelli in cui le parole sono il cuore di tutto, in cui devi indovinare la risposta avendo meno informazioni possibili, dove devi usare un numero minimo di parole fino al classico gioco dei mimi, in cui al titolo del film devi arrivarci guardando un tuo compagno di squadra che gesticola come uno scemo: una volta, per far indovinare «Qualcuno volò sul Nido del Cuculo», disperato dopo l’ennesimo tentativo andato a vuoto, arrivai a mettere i cuscini del divano in cerchio e, imitando un volatile enorme, planavo sopra questo nido improvvisato. E indovinarono.

Poi ci sono altri giochi in cui ci parti, da una parola, e arrivi a creare un mondo. Anche la semplice associazione di idee, in cui magari parti da una cosa che vedi sul momento, chessò, «mouse», e finisci dopo un bel po’ a nominare Gasparri.

Ecco, Kahbum è più vicino a questa seconda forma di gioco, anche se poi proprio gioco non è.
La regola è semplicissima: prendi due cantanti/cantautori/cantastorie, gli fai portare il loro strumento (chitarra, loop station, batteria, una volta un’arpa, o anche solo la propria voce) e li metti in una stanza dandogli una busta con un titolo e un’ora e mezza di tempo per scriverci una canzone sopra.
I risultati di cui tutti possono usufruire tutti quanti sono dei meravigliosi video in bianco e nero su Youtube, con titoli come -tra i tanti- «Adotta un Fascista» (Lucio Leoni & Giancane), «Mi si è slogato il cervello» (Le Sigarette & Underdog), «Ctrl – Z» (Davide Shorty & Daiana Lou) e la più recente e nonché la più Natalizia di tutte «Palle di Natale» (The Niro & Lucci).
Nel video, la canzone vera e propria è preceduta da una sintesi di quei novanta minuti in cui, appunto, si crea il gioco.

Ed io ho avuto la fortuna di assistere e diciamo anche partecipare a una delle partite della seconda stagione. Partite che non fanno scontrare gli artisti ma li fanno incontrare: citando il sito di Kahbum, «non è un talent, non è un concorso, non ci sono vincitori né giudici».
Premetto subito: per ovvie ragioni di spoiler, non potrò dirvi chi sono i due artisti che hanno giocato, né il titolo della canzone. Posso giusto dire che uno dei è stato una conferma, e l’altro una piacevolissima scoperta.
E il titolo è una bomba.

Arrivo allo studio di registrazione «La Strada», tanto lontano (almeno per un cretino spatentato come me), quanto bello: poco fuori dal GRAGrande Ricordo Anulare», Tommaso di Giulio & Emanuele Colandrea) , arrivato dopo un nemmeno tanto travagliato viaggio su sedici linee diverse e una passeggiata tra campagna e cavalcavia sopra il raccordo, lo studio è immerso in una villa con giardino rigogliosissimo nonostante sia metà Dicembre, una vasca per i pesci, una piccola cappella privata, un paio di gatti e un cane, se non erro, sordo. Mi accoglie Ulisse, il mio insider all’interno della Necos, la società di comunicazione che ha inventato, creato e prodotto Kahbum. Ci sono tutti i soci, ognuno dei quali ha generalmente un ruolo preciso ma che nel giorno delle riprese fa un po’ di tutto, dal preparare un numero imprecisato di caffè a sistemare i microfoni, avanti e indietro prima della prima (e unica) scena del video.
Ulisse mi accompagna verso il resto del gruppo, che chiacchiera subito fuori dallo studio, in cerchio sulla ghiaia bianca.
Saluto in modo fin troppo confidenziale uno dei due artisti, e mi presento per la prima volta con l’altro, nonché con praticamente tutto il resto del team che gira intorno ai due.
Tra sigarette e bicchierini di plastica usati come posacenere, arrivo che si parla, ovviamente, di musica. Mi sento subito, estremamente a mio agio, rimanendo comunque in bilico tra l’inserirmi nella conversazione e guardarmi intorno.
Noto anche una certa elettricità nell’aria, un’atmosfera da prepartita, appunto, e ne ho conferma quando tra i due inizia uno scambio di domande sulle reciproche influenze artistiche, politiche, racconti sul quotidiano tra figli, ex ragazze e genitori.
Capisco che i due si conoscono solo per quello che fanno, e che si piacciono anche parecchio. Ma non si erano mai nemmeno visti da lontano, e questo mi sembra l’unico muro che gli rimane da abbattere: quello della fisicità della musica, il suonare insieme e anzi, il creare musica insieme.

Cominciamo ad entrare nello studio.
La stanza principale, il cervello di tutto, mi si apre appena varcato l’ingresso. Un pannello di controllo fatto di schermi, mixer grandi come un letto e casse grosse come comodini.
L’attività è frenetica: persone con cavi, microfoni, fari e faretti sfrecciano avanti e indietro, tra il cervello e quello che è il cuore, di Kahbum, e cioè la stanza dove i due artisti rimarranno per quei 90 minuti e da dove pomperanno idee, sensazioni, accordi (uno dei due, in questo caso, ha una chitarra), rime (lo strumento dell’altro) fino a creare una canzone.
Nei momenti successivi si calma la squadra tecnica, e cominciano ad agitarsi i due artisti: è una sensazione positiva, ovviamente, la classica, dovuta e necessaria scarica di adrenalina prima di una cosa che non hai mai fatto e a cui già tieni moltissimo.
Ulisse spiega brevemente le poche e semplici regole: dal momento in cui scoccherà il «ciak!», avranno due taccuini, penne, acqua e un’ora e mezza in cui le comunicazioni tra i due organi saranno ridotte al minimo, gli interventi della squadra nel cuore ancora meno e solo per questioni tecniche [durante la registrazione ci sono state effettivamente rarissime interferenze dal cervello, dovute a problemi tecnici, per alcune foto ai due o per annunciare la fine del tempo].

Respirone da parte di tutti, i due entrano, il ciak! scocca.
Si tira il telo tra cuore e cervello (da quel momento, seguiremo tutto dai monitor).
Le porte si chiudono.
Silenzio, si gira.

Ecco, spiegare senza poter dettagliare non è facile, ma fa più o meno così: la busta, il titolo (e che titolo!), le risate, la discussione sul farne o meno un pezzo cazzone, la virata verso il pezzo «serio», la ricerca di un accordo, un suono, associare dei ricordi in base al titolo e trovare le prime parole, discutere su quali, quante, riesaminarle, eliminarne alcune e scovarne di altre. I lunghi silenzi, i click delle penne, il fruscio leggero delle sfere sulla carta che lasciano una scia di parole, e la pressione frenetica delle linee che le cancellano. Le prime rime, i consigli, come dividersi strofe e ritornello. Altri silenzi, l’accordo ripetuto all’infinito, la calma prima di una piccola tempesta di dubbi, ripensamenti, il tempo che passa («manca mezz’ora!»), la certezza di averne sempre meno («si può bestemmiare?»), iniziare-sbagliare-ricominciare-sbagliare di nuovo.
La quiete che arriva dopo, la conferma di avere un buon pezzo tra le mani, gli ultimi aggiustamenti, pochi minuti in più per recuperare i pochi interventi che ci son stati, proprio come in una partita.

Tempo scaduto.

Almeno per quanto riguarda il gioco.
Adesso il risultato deve essere ripetuto un po’ di volte, così da dare la possibilità al cervello di registrare le versione migliore della canzone.
Esce fuori una gran bella traccia, un perfetto equilibrio tra blues e rap, chitarra e voci, parole e sensazioni.
Poi breve intervista post partita, i due che con noi ascoltano più volte le varie versioni, le ultime sigarette, i loro curiosi «beh, allora, com’è andata?» e i nostri sinceri «una bomba!», le strette di mano, lo scroccare un passaggio all’artista appena conosciuto e scambiare più di una chiacchiera sulla scrittura, la creatività, il poterci o meno campare, con queste cose.

Alla fine dei giochi -mi dico ora che ne scrivo dopo più di un mese- penso che se anche non ci mangi, con lo scrivere e cantare o far creare le canzoni, se sei arrivato al secondo anno di produzione della serie più innovativa e divertente della scena musicale italiana, allora ne vale la pena in ogni caso.
Quando crei un contatto, un incontro, rendendolo possibile grazie alla musica ma facendolo poi andare oltre, rompendo più di una parete tra arte e pubblico, allora hai comunque vinto.

E allora viva Kahbum, viva la musica che non c’era e che grazie a un’idea semplice e geniale, ora c’è.

E c’ho le prove.

Tricase, Molti Cuori

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Descrivere due settimane di Salento per alcuni sarebbe molto facile: Gallipoli, droga, alcool, finanza, dancehall, dita o troppo umide o troppo lisce per chiudere le cartine, amori morti ancor prima di nascere o quando sono ormai adulti, Skrillex il 23 a Parco Gondar, il BluBay a Castro e via così di cliché.

Io però giù ho mia madre e mio fratello. Il resto della mia famiglia, che quando arrivo io una volta l’anno la completo e non perché voglia prendermi ruoli che non mi spettano, ma solo perché in mezzo c’è un vuoto creatosi per altrui volontà, e poco puoi farci.
Attenzione eh: io non mi sento nessuna responsabilità addosso, ché sempre un figlio -seppur maggiore- sono e tale voglio rimanere il più possibile. Però ecco, diciamo questa è un’età in cui scendere da tua madre in Salento vuol dire anche rassicurarsi che vada tutto bene, visto che ormai può definirsi una donna single.

Quindi descrivere due settimane in Salento, non a Gallipoli ma a Tricase che graziaddio è bellissima ma ancora sopportabile in termini di turisti (come me), e accanto a chi ti ha portato dentro per mesi e poi cresciuto per anni, ed avendo la possibilità di vedere tuo fratello crescere ogni giorno in quell’età meravigliosamente strana che sono i vent’anni, sono un altro paio di maniche. Perché sei felice di vederli, felice di poter prendere in giro tua madre e di sentirti rispondere di andare affanculo, felice di scambiare poche ma importanti parole con tuo fratello e sì, felice anche vedere il tuo cane cominciare a zoppicare per i suoi 49, canini anni.

Family

Ed ancora più felice di poter condividere quei momenti così intimi insieme a persone che da relativamente poco fanno parte della vostra vita.
Mi spiego.

Barbara e Marco sono due amici di mamma, che li ha ospitati per un paio di settimane, conosciuti pochi anni fa proprio a Tricase e che non avevo ancora avuto il piacere di incontrare.
Vengono da Verona, e sono quel tipo di persone che vorresti conoscere, solo che ancora non lo sai.
Marco è un fitoterapista: in pratica estrae i principi attivi delle piante, li trasforma in olii essenziali e ci cura la gente. Ovviamente questo è quello che la mia mente semplice riesce ad elaborare quando sente la parola fitoterapia, ma Marco è anche docente all’università, gran lettore, persona informata, resuscitatore/resurrettore (boh) di forni in pietra che grazie a lui abbiamo fatto delle pizze che fermi tutti, massaggiatore stronca cervicali, appassionato di indovinelli e «Trappole Mentali». Persona con cui parleresti per ore di qualunque cosa, dai profumi agli aneddoti storici passando per Ignazio Marino, che scherza e ride ma rimane sempre lucida e coerente.
Barbara è la moglie/compagna/amica di Marco, come lui per lei. Psicologa, lavora con bambini e ragazzi provenienti da situazioni difficili e c’ha una forza dentro che si sente a distanza. Incredibilmente divertente, inarrestabile, con la battuta sempre pronta ed una parola bella per tutti. Soprannominata «la filippina» per la sua inspiegabile voglia di pulire e sistemare casa praticamente ogni giorno, ha fatto un po’ le veci di mamma quando era impegnata a lavorare (santa, santissima donna).
Sono un coppia incredibilmente unita, di quelle coordinate che a vederle da fuori sembra quasi stiano danzando senza prove e senza musica.
Belli come il sole.

Dopo qualche giorno sono arrivate anche le miniature, che chi mi conosce sa l’amore che irradiano e che diffondono e che ora ha anche un segnale più forte grazie alla loro scricciola di poco più di un anno. Se la scorsa estate era ancora un fagotto di dolcezza da portare in braccio, ora è un razzo che parte sulle sue gambine e che cambia continuamente traiettoria e che tu hai paura mica che ti butti giù il muro ma che cada lei ma è già troppo sveglia per farsi davvero male. Per me averli vicino è già generalmente una gioia. Conviverci per giorni è stato un piacere che nemmeno riesco a descrivere. La calma, le risate, gli sguardi che s’incrociano mentre controllano che la piccola Patasfronzoli (cit. Barbara) non si schianti mentre rincorre Drugo chiamandolo “BUBO!”.
Ma non si schianta, ché è troppo forte grazie a tutto l’amore che si prende ogni giorno, e che abbiamo amplificato tutti in questo periodo.

Maiolica

E poi c’è la coppia a cui tengo di più di tutte: io e Lei, reduci da una splendida settimana al suo paese, tra pranzi e risate e vino e abbracci e la certezza di star facendo bene, senza fare nulla.
Poi giù di corsa col treno preso all’ultimo e tutta la voglia di stare insieme e finalmente «farla conoscere a casa», quel piccolo evento a cui non hai mai dato davvero così tanto peso come questa volta, senza allo stesso tempo nemmeno pensarci. Dire che è andato tutto più che bene sarebbe nemmeno un eufenismo, ma proprio come non dire nulla. Di quelle cose da rimanerci storditi, imbambolati, come quando vedi davvero l’alba dopo una sacco di anni abbracciato alla persona che hai finalmente trovato, senza averla cercata. Quella Lei che scorre tra le mie foto da bambino, ride e sorride a vedermi crescere davanti ai suoi occhi. Quella Lei che mi prende la mano prima di addormentarsi, coperti da un lenzuolo che alla fine fa anche freschetto ed abbiamo la scusa dei piedi freddi suoi e di quelli caldi miei per annodarci e scendere insieme nel mare del sonno. Quella Lei del nostro primo bagno insieme, quella Lei di cui sento il sorriso addosso mentre mi guarda rannicchiato nel cerchio dell’ombrellone mentre lei fa a gara col sole a chi fa più luce, quella Lei che senza guardarci sappiamo tutto di noi e di quello che potrebbe essere.

Us_Alba

E questo è solo la metà di quello che mi sento dentro, di quello che ho visto (ah! il Celacanto nuovo), ché ‘ste dita non ce la fanno questa volta a star dietro ai battiti. Perché c’è stato anche mio fratello con la sua dolcissima ragazza che guarda non avete idea della felicità. C’è stata mia madre e le sue premure da madre e le risate da madre e le chiacchierate da madre che ci sarebbe da scriverle un libro solo per lei e su di lei. C’è stata la voglia di stare insieme, tutti, nonostante ognuno passasse la giornata a modo suo abbiamo sempre trovato il modo di cenare insieme, magari fare una scappata al mare, fermarci a parlare, ad ascoltare un’improvvisata delle miniature sotto gli ulivi, scambiarci i link dei video doppiati su Youtube.

La normalità. Ma definite normale.

E chissà che non ci venga voglia di ritrovarci, presto, e di nuovo tutti insieme, per essere di nuovo tutti un poco più normali.

Il Nemico Pubblico Siete Voi

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Ieri sera sono andato a vedere un pezzo di storia delle musica tutta, i Public Enemy.
Boom baby direi, ché io è la scena rap non è che siamo amici ma ci vogliamo comunque bene, e dopo Wu-Tang e Cypress Hill, non potevo perdermi chi ha contribuito a rendere la musica più ricca, potente ed impegnata. E poi oh, hanno fatto «He Got Game», che per me è come vedere la Gioconda dal vivo pure se non conosco tutti i quadri del Da Vinci.

HGG

Insomma, grazie principalmente al Emiliano che mi ha prestato i soldi del biglietto pur sapendo che li rivedrà quando avremo un primo ministro grillino, ieri andiamo a Spazio 900. Ce lo avete presente? Sta all’EUR e pare un posto dove farebbe fallire le feste Jep Gambardella. Quindi, l’associazione «negri esperti nell’arte del rap” dentro a «luogo che va bene per la droga costosa” non c’azzeccava molto ma tant’è, c’era il rischio pioggia e poi non è che ci si possa lamentare sempre.
Forse.
Perché quello che ha catturato la mia attenzione, e che mi ha non poco sorpreso, è la gente di merda che c’era. Io concerti rap/hip hop grandi e piccoli me li son fatti. Al chiuso con le svampre d’erba che quasi ti infastidiscono, all’aperto col freddo boia, insomma le classiche situazioni da concerto ma con intorno una fauna a sé. E che di solito è educata, anche perché ‘sti rapper non è che si odiano e si portano le pistole dietro, né son sempre incattiviti e pronti a menarti (tranne una bodyguard di Flavor Fav che stava per sgozzare con lo sguardo proprio Emiliano, che lo ha toccato mentre passava tra il pubblico), e di conseguenza la gente è sempre presa bene, visto che pure i testi vogliono quello: unione, condivisione, e al massimo odio per dei mali che sono sempre più grandi di noi.
Partiamo anche da un presupposto importante però: ieri il mio livello di misantropia oscillava tra il «rimango a casa così non mi incazzo con nessuno» e «esco SOLO per prendermela con qualcuno», che poi è un tutto un rosicamento interno che non è attacco briga. Anzi, abbozzo pure troppo. Diciamo che ero un misto di noia, incazzatura, irritabilità e apatia nei confronti del mondo classico del periodo premestruale.

Feel

Quindi, nell’ordine, ieri mi son dovuto subire:

– buttafuori che ci guarda male nonostante stessimo portandogli 150€ di biglietto. Evidentemente è abituato a gente incravattata e con rimasugli di polvere bianca alle narici, noi che al massimo ce l’abbiamo sulle spalle di magliette con le scritte;

Lisa

– un gruppo di pischelli appena baciati dalla dea barba già ubriachi e fatti come fegatelli alla brace, agitati manco stessero aspettando un carico di corpi umani su cui fare esperimenti con la colla a caldo. Io dico no, ci sta a rompere il cazzo al prossimo ad un concerto, soprattutto se sei sulla terra da dopo l’undici Settembre. Però non è che puoi SOLO, rompere il cazzo alla gente. Non puoi pestarmi i piedi di continuo, sempre, ogni volta che respiri, perché stai ballando su un pezzo che tutto vuole, tranne che tu ti muova come uno affetto da sindrome di Tourette mentre gli sparano peperoncini sul collo con le cerbottane, epporca puttana. Poi, all’improvviso, uno si ferma e si piazza esattamente a a cinque centimetri dal mio mento, di spalle, con i suoi capelli a spazzola dimmerda proprio sotto al mio naso. Immobile, tranne quando ondeggia all’indietro toccandomi appena il petto con la schiena per poi staccarsi, poi di nuovo, poi no, poi di nuovo. E questo nonostante i miei calci dietro ai suoi talloni, e sbuffate di aria calda dal naso proprio in testa. Niente;

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– ecco, ‘sta cosa dello stare appiccicati. Parliamone. Senza nulla togliere all’evento, ieri anche sotto palco c’era spazio. Abbastanza spazio da permettere a noi cinque di ricavarci un nostro angolo dove ci siamo messi e dove siamo stati tranquilli e fermi, a vedere il concerto, non a provare ad entrare in simbiosi con la gente. Cazzo. Se intorno a te c’è spazio di manovra, di quello che puoi pure metterti con le gambe un po’ larghe per delimitarne i confini, cristo santo tu non puoi piazzarti coi tuoi talloni sulle mie punte. È fuori logica, irrazionale, è assolutamente incredibile che la gente si porti dietro il suo cazzo di metro quadro di egoismo ed egocentrismo ovunque. Non lo lascia in macchina per sbraitare appena scatta il verde, non in ufficio per sentirsi migliore di tutti, non se lo tiene in tasca per sicurezza. No. Bisogna sempre averlo sotto ai piedi, piccolo orticello portatile da usare come scusa quando non si sa vivere nel mondo, quando l’educazione manca come il respiro quando realizzo quanta gente stronza c’è al mondo;

Angry

– e poi, ultimo punto, che so di aver già toccato ma che proprio io non ce la faccio: i cellulari. Regà, ‘sti cazzo de telefoni. Basta, ve prego. Già i Public Enemy ieri v’han chiesto di tirarli fuori, non c’è bisogno poi di averceli sempre tra le mani. Mani che lo tirano su e lo tengono, su, per troppo tempo. Io non posso vedermi un lvie attraverso i display per dio, sennò sto a casa e poi mi vedo i vostri cazzo di video di merda. Non potete sempre mandare note vocali. Io capisco chi lo fa una volta perché le manda al fratello fuori dall’Italia e fuori per il rap, davvero. Ma avete TUTTI una persona fuori dall’Italia? Tutti avete qualcuno a cui mandare metà concerto via note vocali, che tanto quello che gli arriva è un fruscio fortissimo, i piatti che sgranano e la voce di uno che va e viene di continuo? Dai. E poi le foto, i seflie, gente che sta con la faccia sul cellulare mentre sul palco si fa la storia. Eccheccazzo. Una, foto. UNA. Io ve lo dico, regolatevi, che è un attimo che uno sbrocca davvero e ve li fionda sul muro.

UNA foto.

UNA foto.

Insomma, ribadisco la mia non predisposizione alla vita sociale, ieri sera come spesso mi accade ormai ad eventi affollati. Sarà che me sento pure un po’ stocazzo eh o forse che penso troppo, però mamma l’educazione me l’ha insegnata e me la porto dietro sempre, che sempre serve. Dovreste imparare pure voi ad essere un pochino più educati col mondo, un po’ più rispettosi (lo so, ci provo) verso il prossimo. Poi uno i momenti suoi ce li ha sempre eh, però cazzo, se state davvero così tutti i giorni l’estinzione è vicina, ed augurabile.

(e davvero, gran cazzo di concerto, stra contento alla fine di aver visto per la prima volta quei mostri ed un poco di Gigi Egreen Fantini che mi fa sempre volare altissimo)

“Any Day Now” è un Film Bellissimo

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«Any Day Now» è un film bellissimo.
Arrivo con quattro anni di ritardo ma cazzo, la bellezza non ha tempo.

Un paio di sere fa io e Lei decidiamo il film da vedere su Netflix, dopo la solita buona mezz’ora passata a sfogliare la lista dei preferiti. Le due righe di plot le legge dopo tante altre due righe di plot, in terzultima riga, quasi alla fine, ma quelle due righe mi piacciono più delle alte e le chiedo se le va di vederlo.
Le va.
Stasera abbiamo pure la TV, prima volta dopo mesi che sto a casa nuova. Attacchiamo il pc, ci accoccoliamo con latte e mega plumcake e premo play.

Mi si para davanti la storia, ambientata a NYC negli anni ’70, di Rudy Donatello (un immenso, immenso Alan Cumming che conoscete sicuramente per aver interpretato Eli Gold in The Good Wife ma che ha fatto davvero tante altra cose) e di Paul Fliger (un insospettabile Garret Dillhaunt che è stato in mezzo a più serie TV di JJ Abrams). Il primo si esibisce al «Fabius», locale gay dove lui ed altre due drag queens cantano in playback sdolcinate canzoni d’amore. Il secondo è da poco un importante avvocato, che si è scoperto gay dopo un matrimonio fin troppo precoce.
Il terzo protagonista è Marco (interpretato dal bravissimo Isaac Leyva), un ragazzo affetto da sindrome di Down che vive con la madre nell’appartamento accanto a quello di Rudy. Lei, che qui interpreta la madre tossica ed usa al meretricio, è la stessa attrice chge faceva la prostituta drogata in The Shield. Per dire.
Insomma, per farla molto breve lei viene arrestata, Rudy si affeziona a Marco e trascina Paul in una faticosa battaglia per l’affidamento.

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Non vi dico nulla, ma sintetizzo il tutto con: coppia gay formata da una drag queen e da uno stimato avvocato tentano di adottare un ragazzo down. Negli anni ’70.
Si ride? Ovviamente no.
Cioè, anche, e pure parecchio in alcuni punti.
Ma di base non è una commedia, ecco.
Io e Lei abbiamo finito il film in silenzio, in lacrime, con un vuoto dentro che nemmeno una colata di cemento avrebbe riempito.

Ma non è tanto l’eccezionale interpretazione di tutti quanti (ma Cumming, ragazzi miei, che roba). Non è la fotografia semplice, non è nemmeno la colonna sonora che tra l’altro viene in qualche pezzo cantata, superbamente, dallo stesso Cumming.
No.
È la velocità.
Succedono cose.
Era da tanto che non vedevo un film che si può tranquillamente definire drammatico in cui le cose non rimangono sospese e silenziose per interi minuti, in cui non ci sono eterni sguardi muti e dove nessuno spacca cose mente grida con la musica alta in sottofondo.
In «Any Day Now» fin dall’inizio succedono cose tra i due protagonisti, a Marco, a tutti e tre, i personaggi satellite sono interessanti, approfonditi il giusto e parlano di cose utili alla trama, il ritmo insomma è incalzante.

«Any Day Now» è un film bello dall’inizio alla fine. Non una sbavatura, non un momento di imbarazzo, non una scena sprecata.
Se avete Netflix recuperatelo, se non lo avete fatevelo che tanto il primo mese è gratis, altrimenti compratelo/scaricatelo perché davvero, merita.

E ragazzi, che roba Cumming.

Rudy (Alan Cumming), Paul (Garret Dillahunt) and Marco (Isaac Leyva)

“Lo Chiamavano Jeeg Robot” – I Miei Due Cent

“Ma che t’ha mozzicato, un ragno? Un pipistrello? Sei cascato da ‘n’artro pieneta?”

Questo è quello che dice Lo Zingaro, interpretato da Luca Marinelli, a Enzo Ceccotti, un enorme (in tutti i sensi) Claudio Santamaria.
Glielo dice con gli occhi da pazzo, un po’ Joker un po’ personaggio di Guy Ritchie, affamato di notorietà e potere come non mai.

È una delle scene di “Lo Chiamavano Jeeg Robot”.
Una perla quasi appoggiata nel panorama del cinema italiano, silenziosamente calata dall’alto come farebbe il più classico dei supereroi.

Non vi dico la trama, che quella è facile facile: prendete tutti i più classici stereotipi dei fumetti e film sui superereoi, ed avrete la struttura del film.
Ma è quello che ci viene costruito sopra, e come, a fare la differenza.

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“Lo Chiamavano Jeeg Robot” (da qui “LCJR”, che sennò sbrocco) è un film che va visto se vi piacciono varie cose, e non per forza tutte insieme, tipo: fumetti e robocartoon di enormi pupazzi di latta che se le menano fortecchiaro (no, non ero un fan, io vedevo “La Signora Minù”), un film con una bellissima fotografia, Roma per quello che è (ovvero una città sporca e cattiva che senza aggiunte è una perfetta Gotham), un cattivo superbo che di solito dici di vederlo solo nei film americani, un buono con un sacco di problemi che di solito dici di vederlo solo nei film americani, una protagonista femminile eccezionale che mi ha fatto andare simpatica quella parlata coatto-ripulita-strascicata che anzi fa metà del personaggio, le tette, Santamaria con la panza che comunque fa sempre un sacco manzo, la maschera da supereroe più bella di sempre, alcune delle imprecazioni romane più belle di sempre (“Saremmo due fiji de ‘na supermignotta” mi ha devastato), il Danone, la Curva Sud e di conseguenza la Riomma, il dramma, il dramma interiore di un uomo chiuso in se stesso, il dramma di una ragazza problematica, il dramma di una persona che distrutta dalla voglia di fama-soldi-luce della ribalta criminale è disposto davvero a tutto, il dramma di una città sconvolta da attentati, le tette.

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“LCJR” è un film attuale e nuovo nonostante sappiate fin dall’inizio come andrà a finire.
O forse no.
Certo è che io non son bravo a fare le recensioni ma posso metterci la passione per una cosa che mi ha entusiasmato. Posso dirvi che dovreste andare al cinema a vederlo, perché diamine son soldi spesi benissimo. Posso dirvi che vi emozionerete. Posso dirvi che questo film è riuscito sicuramente in un’impresa: quella di ammutolire, in una delle scene più alte, una sala di spettatori quasi tutti casuali, di quelli da multisala e “boh annamese a vedè Gigghe Robbò che l’artri posti sò tutti finiti”. Tutti muti, dopo una visione comunque -lo ammetto- interessata e disturbata solo da quella cretina che dietro di me non riusciva a non scalciare il mio schienale ad ogni cambio di posizione.

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Posso assicurarvi comunque che è un film coraggioso, tecnicamente al limite della perfezione, con interpreti in stato di grazia ed un regista (Gabriele Mainetti) che qualcosa ci ha già detto e che ora ce lo dice un po’ più forte ancora, tirandoci per la manica della giacca ed indicandoci uno dei tetti dell’EUR, di Garbatella, di Trastevere, facendoci notare un’ombra che, spero sinceramente, torni presto a darci almeno il senso, della protezione.

(a margine, vi segnalo l’iniziativa della Gazzetta con la quale, dal 20 Febbraio, si può prendere il fumetto ispirato al film scritto da Roberto Recchioni -che ha anche disegnato una delle quattro copertine variant-, disegnato da Giorgio Pontrelli e Stefano Simeone, e con le restanti tre copertine realizzate da quegli altri tre supereroi di Giacomo Bevilacqua, Zerocalcare e Leo Ortolani)