Mai Stato Bravo #7 – Lui E Lei Ed Io Che Guardo

– Non ce la faccio più.
– Che succede?
– Quella merda, non fa altro che vessarmi.
– Vino?
– Eh?
– Acqua?
– Ma che dici?
– Che ti versa, vorrei capire.
– VeSsarmi, doppia esse, SS.
– Sieg Heil!
– Smettila! Ti dicevo che mi vessa, nel senso che sta a rompermi i coglioni di continuo.
– Del tipo?
– Eh, del tipo che mi chiama ogni due minuti, mi chiede che faccio, dove sono, con chi, quando stiamo insieme mi controlla il telefono, non si fida finché non lo vede, mi picchia, mi tradisce con una grillina vegana, ascolta di continuo Emis Killa a volume altissimo e mi incide nel sonno delle frasi de “I Cani” sulla schiena con una lametta arrugginita.
– Ah. Però.
– Però niente, però è uno stronzo.
– No son d’accordo, era un “però” come a dire “alla faccia der cazzo”.
– Non essere volgare, porca puttana.
– E che hai intenzione di fare?
– Lasciarlo. Basta, non ne posso più. Ho bisogno di un ragazzo normale, che ci tenga.
– Capisco.
– Ma parliamo d’altro.. che hai fatto oggi?
– Bah, niente di che. Stamattina come sempre ho salutato il sole,  portato giù i vestiti che dovrei buttare al barbone in strada, rimesso nel nido un pulcino di passerotto, messo da bere ad un cane abbandonato, poi ho pensato a quanto sarebbe bello stare con qualcuna per poterla anche solo guardare.. sai? Da star così bene che non si parla nemmeno, col fiatone da sesso o il respiro da sonno, al tramonto o all’alba, al mare pieno di gente o in città ormai deserta. Un qualcuno con cui poter condividere tutto ‘st’amore che mi trovo dentro e che finisce che va a male e poi tocca buttarlo.
– Classica giornata, insomma.
– Quasi vintage.
– Scusami, mi sta squillando il telefono.
– Ma non è ver..
– Amore? CIAO! Sì arrivo subito.. come dici? “C’è il delirio al Maracanà”?

Improvvisate #8: Felicittà

A me Roma sta un sacco sul cazzo e ci son mille cose che brucerei manco fossi un nazista davanti ad una pila di libri.

Di certo non potrei fare l’Assessore al turismo, con questo tipo di slogan, però è vero che tutto è tranne che una città normale, funzionante ma soprattutto funzionale.
Roma è il più grosso esperimento sociale mai creato, volto a misurare il limite umano che una volta scavallato porta alla strage condominiale, all’investire un pedone o un ciclista e non fermarsi, fino al metterti le Hogan ed andare a Via del Corso.

Roma però ha il fascino dell’ex, di quella che sa di averti avuto, trattato ammerda ma che appena ti fa l’occhiolino, torni scusandoti e riempendoti gli occhi di lei.

Ti prepara tutto: ti scalda fra i palazzi e ti rinfresca aprendosi nelle piazze, mette il sole in modo tale da non fartelo riflettere dalle finestre diretto negli occhi ed arriva pure a farti andar bene una sosta interminabile ad una stazione della metro, ché così finisci di sentire “Rhapsody In Blue” e poi sei pronto a buttarti dentro e fuori i posti del centro con quella che a fine serata scoprirai essere stata un’ottima compagnia.

Roma la senti, anche quando passi si sfuggita a lato di piazza Navona lei è lì che ti che col suo vuoto ti spinge, ti da i colpetti sulla spalla a dirti girati, eddai girati!!.

E tu lo fai, e per un secondo la luce ed i profili ed il rumore di tacchi ed intorno l’improvviso silenzio di tutti e tutto, in una sincronia così paradossale da farti pensare a “The Truman Show” e pensi che ti prendano per il culo e invece no, è solo Roma che sta a fa la stupida da un po’ troppo però eccole lì, tra le nubi e lo smog, le stelle brillarelle.

In giro tutti attaccati ad uno schermo come falene, i posti son pieni di falene e le case son piene di falene, che la Germania ancora non lo sa ma sta per vincere mentre Roma lo sa già, di aver vinto.

Che si è costruita bene, l’altra sera, da brava scenografa di se stessa qual’è.
Grazie per lo spettacolo.

Me lo tengo stretto, so già che dovrò aspettare un po’ prima di vederti fare il bis.

Tre Secondi, Il Tempo Di Dire “Anche No”

Tic Tac.
Dodici per l’esattezza.
E non intendo ventiquattro secondi.

Ma proprio dodici Tic Tac, di quelle miste, mela-arancia-banana-susina-fragola.
O almeno ti dico essere state dodici, quelle caramelline che mi facevano l’alito hawaiano e che mi hanno permesso di baciarti senza preoccuparmi del fantasma di quattro gillèmmon ed un tre once di idroponica fattincasa che si dibatteva dietro quella coltre fruttata.

Musica reggae che pompa anche fin troppo forte per il nonno seduto in veranda che dondola dentro di me. Il mio corpo che ondeggia senza cadere solo grazie ad un mix di forza di gravità e vibrazioni dei bassi.
Ti vedo con la coda dell’occhio: molto bassa, molto riccia e molto “sbattimi forte ma parliamo anche dell’ultimo di Wes Anderson”.
Scatti foto ad un tizio alla mia destra, che però all’ultimo si sposta ed il flash mi becca con un’espressione in volto tra il sorpreso, il “oh mio dove sono?!” ed uno che sogna fisso un letto autoriscaldato in una stanza di privazione sensoriale per le successive otto barra nove settimane.

Obama_What

Guardi la foto sul telefono, poi guardi me e scoppi a ridere.

In un secondo ti sono addosso, ti prendo per i fianchi e ti sollevo.
Tu non opponi resistenza, anzi. Ti aggrappi con braccia e gambe come un koala sotto emmedì e cominciamo a scambiarci più fluidi di quanti se ne vedano in un porno brutto. Mi guardi e ridi.
“Che c’è?”
“Hai l’alito che profuma di frutta!!”
“Ho appena mangiato dodici Tic Tac!! Ti da fastidio?”
“Macché!! Anzi!! Profuma di Hawaii!!”
“Ma dwai?”
Se rimane aggrappata dopo ‘sta stronzata me la sposo, se scappa fa bene.
Rimani.
Ok. Da domani soldi da parte per il gran giorno. Ma per il momento.. limonare duro.

Dopo tre ore siamo a casa tua, scampati per miracolo ad un posto di blocco, tre elicotteri dell’FBI ed agli attacchini di cacca pound.
Dopo dieci minuti nemmeno provo a dirti che non mi è mai successo, perché sarebbe una cazzata e già so che, anche se per una notte, di cazzate non voglio dirtene. Tu ridi, poi sorridi, mi guardi con quegli occhi che non so e fai per ricominciare.
E.. oh, se ricominciamo.
Dopo altre quattro volte te lo dico, che non mi è mai successo.

Ridiamo.
Fuori fa luce, e pure dentro di noi.

L'unica altra alba che mi piace vedere.

L’unica altra alba che mi piace vedere.

Dopo tre mesi entri in camera mia con addosso solo la mia maglietta con il faccione fatto di Super Mario, con annessa canna in bocca e la scritta “Wiid” a caratteri Nintendo. Tazza di caffè fumante in mano. Taglio di sole sulle cosce.
Dea.
Torni sotto le coperte, poggi la testa sul mio petto e la mano con la tazza sul piumone.
“Ti amo”, mi fai.
Cuore out of orecchie.
“Anch’io”, ti faccio.
Guardo la tua nuca e sento il tuo sorriso.
Benessere.

Hipsterismi.

Hipsterismi.

Dopo tre anni siamo a casa dei tuoi amici.
Nelle ultime settimane siamo tesi, tu sempre presa dal tuo correre di casa d’altri in casa d’altri per arredarle, io a sbattermi tra il secondo libro da far uscire ed il trasloco da te.
I progetti si sono ammucchiati da una parte, tutti e due troppo presi da noi stessi senza riuscire però a dirselo in faccia, ad ammetterlo ed andare avanti da soli.
Stasera però siamo tranquilli, senza forzature ci facciamo trasportare in chiacchiere sul perché non siamo scappati tutti quando potevamo farlo. Poi ci accorgiamo di suonare vecchi e per sorridere degli anni che scorrono cominciamo a parlare di quando, come coppie, ci siamo conosciuti.
Iniziano loro con il volo perso per Londra, il caffè di lei, presa in una telefonata col capo per giustificarsi, versato addosso a lui, nervoso nel mandare mail per posticipare la riunione col marketing. Da lì le scuse, le risate, le cene per finire con una splendida casa e due pesti che in quel momento erano nascosti sotto il tavolo a sentire gli adulti.
Risate, “uccheccarini”, silenzio.
Tocca a noi.

Dopo tre ore siamo da te.
Mi lanci addosso di tutto, dai vestiti ai libri di Pessoa alla lampada a forma di chitarra ad altri vestiti, però sporchi.
“Per tutti questi tre anni mi hai mentito? PER TRE ANNI?”
“Tesoro, non credo che possa essere chiamato mentir..”
“Zitto cazzo!! ZITTO!! Sparisci, prendi la tua merda e sparisci PERDIOCAZZOMMERDA!!”

Dopo tre minuti mi ritrovo fuori dalla tua porta, cercando di capire le tre seguenti cose:

– cosa starà pensando la signora Pulletti, la tua vicina, che crede io non la veda ma i suoi capelli bianchi quasi celesti che spuntano dalla sua porta socchiusa si vedono eccome;
perdiocazzommerda? che straminchia significa?
– davvero l’ha fatta finita perché ho mentito sul numero di Tic Tac che avevo mangiato la sera che ci siamo incontrati?

Cioè, le dissi dodici, ma saranno state, tiè, tre. Ma non puoi lasciarmi dopo tre anni per questo, non dopo che ho pronti i miei quattro stracci chiusi in scatoloni pronti per essere portati da te.
No, cristo.

Guarda qui.

Guarda qui.

Ti vedo con la coda dell’occhio: molto bassa, molto riccia e molto “sbattimi forte ma parliamo anche dell’ultimo di Wes Anderson.
Scatti foto ad un tizio alla mia destra, che però all’ultimo si sposta ed il flash mi becca con un’espressione in volto tra il sorpreso, il “oh mio dove sono?!” ed uno che sogna fisso un letto autoriscaldato in una stanza di privazione sensoriale per le successive otto barra nove settimane.

Guardi la foto sul telefono, poi guardi me e scoppi a ridere.

Cazzo ridi, stronza ingrata?

Mi giro verso gli altri e chiedo, nell’ordine

cartina
filtro
sigaretta

che il resto ce l’ho io.

Mi giro di nuovo verso di te e non ci sei più.
Meglio così.
Saremmo stati male ebbasta.
Saremmo arrivati a pensare di aver buttato tre anni.

E invece io ho buttato solo tre secondi per immaginarmi tutto, per poi tornare a farmi sturare le orecchie da questi bassi troppo bassi, e ‘sti alti che non durano mai più di tanto.

Abruzzo: Un Weekend Che Ci Voleva

"Foto che non c'entra Gnente", Ponte Galeria, (poco fuori) Roma.

“Foto che non c’entra Gnente”, Ponte Galeria, (poco fuori) Roma.

Tre giorni di montagne e nuvole, foglie secche e grappa, tavole sempre piene e camini che a starci davanti avrebbe problemi anche Vulcano.

Un mix tra “Stand By Me” e “Il Grande Freddo”, ma senza cadaveri nei boschi o essere amici da una vita. Non tutti, almeno. Iniziare stringendosi la mano e cercando in tutti i modi di non dimenticarsi il nome dell’altro, per finire abbracciati tra un “è stato un piacere” ed i mille “ribecchiamoci a Roma”.
Ed allo stesso tempi condividere risate che non ti facevi e non facevi fare ai tuoi amici di sempre, con un buonumore che da qualche settimana avevi detto “lo metto qui che così me lo ricordo” e che ovviamente non trovavi più ma che all’improvviso BAM! eccolo e senti che bello, tiene quasi caldo qui in montagna.

Una camminata in un bosco che aspettavi da tempo senza cercarla, quei silenzi di sottofondo e quei rumori improvvisi, secchi. Ricci che ti cadono sulle spalle sfiorandoti la testa mentre ti fai una foto, quasi a volerti sgridare per le tue distrazioni da uomo di città.
La legna da raccogliere, tronchi caduti a fare da leva e ancora tante risate, tagli sui pollici, la pioggia che ti sorprende nell’unico momento di relax, quello fatto di panini e vino e racconti. E poi quelle stronzate che ti illuminano il cervello e che ti fanno capire come l’uomo, pur di faticare di meno, se ne inventerebbe di ogni.

Lo zaino porta legno porta legna. Brevetto, please.

Lo zaino porta legno porta legna. Brevetto, please.

E dopo due giorni di tutto questo e molto altro, due tappe così pesanti che al giro d’Italia sarebbero quelle da centoventi chilometri di salita con pendenza al novantaquattro percento.
La seconda è L’Aquila.

Non c’ero mai stato, all’Aquila, né prima né dopo quella notte. E soprattutto dopo mi ero ripromesso di andarci ed invece eccomi lì, ieri, per la prima volta.
Era sera, buio, con pioggia leggera ma così fitta che è facile immaginare l’acqua infiltrarsi nelle crepe. Crepe che sono ovunque, e sono tutte enormi. Ed anche loro si possono tranquillamente paragonare a delle enormi cicatrici.
Ed i punti per provare a richiuderle sono tanti, diversi, ma che a poco sembrano servire. Sembrano sacchi stracolmi di macerie che qualcuno ha provato a chiudere con il filo da cucire.

Camminando per le strade, i vicoli, mi ha colpito l’odore di legna, quello classico della segatura e delle falegnamerie. All’inizio non capivo da dove arrivasse: intorno a noi c’erano solo piccoli cumuli di calcinacci, impalcature in ferro che amplificavano il rumore delle gocce di pioggia tanto da farle sembrare i passi di un qualche mostro nascosto nel buio, e tanto silenzio. Poi ho collegato: praticamente tutte le porte, soprattutto quelle ad arco, avevano delle strutture in travi di legno che ne sostenevano la struttura. Tonnellate di pietra e cemento sostenute da quattro travi messe in croce.

E poi le tante finestre aperte. Una delle cose più inquietanti che abbia mai visto con i miei occhi.
Decine di finestre aperte su stanze in cui ormai non c’è più nessuno che si possa affacciare, fumare una sigaretta guardando stancamente le vecchiette che camminano con le buste della spesa, o lo studente di corsa con i libri sottobraccio.
Finestre che sembrano occhi spalancati di edifici sofferenti, in punto di morte, increduli nel momento di andarsene.

Due cose, però, mi hanno colpito in modo molto positivo.

La prima, anche se molto strana, è stata della musica in filodiffusione che abbiamo sentito due volte in due vicoli diversi. Premetto, entrambe canzoni di merda da hit radio, ma mi hanno fatto pensare tantissimo alla Overture 1812 di Tchaikovsky che parte nelle strade di Londra in “V per Vendetta” per arrivare a esplodere insieme al palazzo di Giustizia. E spero di poter vedere altrettanta gente per le strade di quella splendida città.

La seconda [JINGLE PUBBLICITARIO] è il ristorante-pizzeria-facciamo un filetto al Montepulciano da sentirsi male “Oro Rosso” di cui ho trovato solo questa versione brutta di una pagina FB. Proprio al centro storico, vicino ad una rotonda e a due passi dallo strano e molto Berlinese auditorium in legno colorato, costruito all’ingresso del Parco del Castello. Si mangia benissimo, c’è un cameriere simpatico quanto sudato e ripeto, quel filetto con crema al Montepulciano era una cosa che vale il viaggio.

Insomma, un weekend che ci voleva, soprattutto per questo weekend.

Nel Bene E Nel Mare

“Che io in Germania non potrei mai andare a vivere. Parliamoci chiaro, in Italia abbiamo il clima mite, il buon cibo. E poi i posti da vedere, i monumenti, la cultura, la storia. Cazzo il mare!! Abbiamo il mare!!”.

Allora, tralasciamo per qualche riga la questione mare, che affronteremo brevemente ma di testa. Quello all’inizio è il mattone classico che l’italiano ti propina tornando dalla Germania (o come dalla Gran Bretagna, dalla Francia e così via), o rispondendoti dopo avergli detto che pensi di trasferirti. Solitamente chi dice questa sfilza di cliché che nemmeno tua nonna quando ti ammoniva di “copritte li reni” sta seduto al gate di Schoenefeld con la felpa della FIAT e sotto la maglietta “I ♥ Berlin”, occhiali da sole Prada falsi come Pannella e panino con prosciutto da 12€ all’etto preso al Kadewe. Parla come se la Germania fosse stata scoperta l’altro ieri da esploratori napoletani con le Hogan.
Il concetto che il venditore abusivo di birre alla sagre tenta di esprimere con frasi prese dal calendario di padre pio, tra un morso al panino ed una ravanata di pacco, non sarebbe nemmeno troppo esagerato, almeno per quanto riguarda il binomio clima-cibo. A Berlino, perché lì sono stato e di questo parlo, si passa dal “freddino oggi” al “ti prego pisciami addosso”. Anche il cibo non è che sia eccellente: preferisco una singola mozzarella ovolina ad una dieta basata esclusivamente su stinco di porco affogato in lardo umano con contorno di cipolle e crauti.
Ma ci si abitua a tutto no? Per i vego-vegetariani noi non dovremmo essere predisposti a mangiare carne e invece guarda quanto sangue mi cola sul mento.
La cultura vabbè, a un certo punto cheppalle le rovine: a Berlino potresti girare per musei e gallerie e studi d’arte per giorni senza dormire e ancora non avresti nemmeno iniziato.

Ma arriviamo al mare, perché è qui che voglio andare a parare. La rovina dell’Italia, oltre agli italiani stessi, è proprio il mare. Il nostro mare, insieme alle sue spiagge, sono il più grosso cesso a cielo aperto che si possa immaginare. Peggio di quella fiumana di gente che ogni anno si “purifica” nel Gange.
Parlo nello specifico del Salento, che conosco bene ormai ma ne parlo soprattutto perché altrimenti certa gente mi accusa di parlare di cose che non conosco solo perché non lo prendo al culo. Come loro. Ma vabbè, sto divagando.
Voi in Salento venite quelle due settimane al massimo dove correte da Otranto a Santa Maria di Leuca, con tappe nei vari locali più o meno chiccosi del cazzo. “Ma che mare, ma altro che [Sicilia, Sardegna, Caraibi], GUARDACHEMMARECAZZOOOOO!!”, o “ma costa pochissimo questo Mojito fatto col rum dell’Eurospin” sono le frasi tipiche da dire in circostanze salentine.

E via che migliaia di famiglie urlanti e senza dio si riversano con i loro materassini, le loro parmigiane e la loro innata, italianissima maleducazione. Mamme che chiamano i loro figli manco fossero la Magnani prima di essere sparata, vecchi catarrosi che giocano a racchettoni con la pallina che regolarmente finisce più sui tuoi coglioniche in aria tra di loro, cellulari usati come stereo con ancora sparata a palla quella merda infinita di “mossa mossa” che spero quel cretino sia finito in coma per abuso di fisarmonica.
Cicche, bottiglie, carta: tutto in spiaggia, però stasera andiamo alla sagra ecologica che fanno la differenziata.
In questo esatto momento sono a Punta della Suina.
Vi linko quello che trovereste cercandola sulle immagini di Google. Via aspetto qui.
Pronti?

Via.

Fatto?
Bella vero? “Che mare eh? Altro che  [Sicilia, Sardegna, Caraibi], guarda che sabbia dioooooomiooooo!!”.
Bene, adesso guardate qui:

Che spettacolo.

Che spettacolo.

Che mare eh?

Nel caso servisse la cassetta per il pesce che non pescherete.

No dico: guarda che bello.

No dico: guarda che bello. Nel caso affogassi nella sabbia.

Bello vero?
“Eh ma quella è roba da mareggiata, che vuoi farci?”.
Ci faccio che ho pagato cinque euro per il parcheggio, e mi aspetto che qualcuno levi la merda che comunque, qualcun altro, in mare ha buttato. Perché mentre qui vicino allo stabilimento privato è così pulito che manco in ospedale, io sono vicino a così tanta plastica che se la sciolgo faccio il pieno ad una nave mercantile per i prossimi sei mesi.

Il mare, in Italia, è il male.
È il posto dove la feccia maleducata di città viene a fare le stesse cose che fa a casa sua: sporcare, dare fastidio, farsi vedere. A discapito del prossimo più vicino, che sia quello d’ombrellone o quello di casa vacanza.
Se non ci fosse il mare, forse occuperemo il nostro tempo a rivalutare città che solitamente ignoriamo. Come la nostra, per esempio. Potremmo andare in musei che di solito usiamo solo come riparo dalla pioggia, ci godremmo di più scorci ed angoli che solitamente ignoriamo, magari anche impegnandoci a rivalutarli ed a renderli più belli.

E invece no, tutti al mare.
Guarda qui, altro che Germania.

Pillole Salentine #8 – Doppio Dosaggio

Dosaggio #1 – Sì e Non

La vedi la noia, il non saper cosa fare negli occhi della gente? La senti l’assenza di un odore nell’aria, che non sia quello della paura e del timore?
C’era un tempo in cui la voglia di fare qualunque cosa nasceva come nulla, momenti in cui ci si alzava e si facevano cose per ore, giorni. Che fosse aprire un’attività, sistemarsi una vecchia auto o falciare il giardino. Si faceva perché si poteva, e perché si aveva la voglia.
In anni come questi, invece, la voglia è annullata. C’è il dovere, la sensazione che anche prendere il caffè la mattina al bar sotto casa sia un atto dovuto, e non più perché è un momento di pausa. Che cazzo, si chiama “pausa caffè” in tutto il mondo, un motivo dovrà pur esserci.

Il non, il non come stile di vita, il non come prerogativa. Non distinguiamo più quando dire non perché è dovuto, e quando invece potremmo dire sì, o anche solo muovere su e giù la testa come quando da bambini volevamo convincere i nostri genitori a farci fare qualcosa che invece loro non. Non sappiamo più fare quel movimento quando un signore ci chiede due monete per un panino, “perché tanto non li usa per mangiare ma si va a fare il Campari”. La memoria sociale, quella che ti fa dire si e no, è cancellata. Ovunque è truffa, inganno e raggiro. Dietro ogni angolo c’è chi ci vuole fregare, chi non aspetta altro che un nostro sì per farcelo rimpiangere.

E ci dimentichiamo che invece, con un sì, ci ritroviamo più liberi di quanto non saremo mai. Quando ci dicono no spesso ci innervosiamo, ci agitiamo, un divieto o una negazione sono sempre e comunque una limitazione della nostra libertà. Dal voler pisciare in strada allo scrivere su un muro, dal “andiamo insieme” al “ne voglio mangiare un altro”: a nessuno dovrebbe essere detto di no (tranne a richieste di omicidi e furti, o comunque ad atti illegali in generale). Vuoi farlo? Fallo. Poi sono cazzi tuoi. Ma intanto fallo, perché è facendo cose che ci si fa esperienza.

“Sbagliando s’impara?”

Sì tu in prima fila, ma non proprio. Anche facendo le cose giuste s’impara. Che alla ruota ci siamo arrivati dopo un sacco di tentativi, ma anche dopo averla fatta tonda abbiam capito un bel po’ di cose.

Chiamatelo lasciarsi andare, ingenuità, poco giudizio.

Ma io sono dell’idea che un sì detto spesso faccia bene molto più di un no d’istinto ed innato. Un sì per quelle due monete, per quel panino al signore, fa comparire sorrisi che non ci ricordiamo più come son fatti.
Il no detto a priori, perché è meglio e toglie un sacco di problemi, è una cazzata.

Peggio.

È proprio dannoso, e solo per chi lo dice.
Dite più sì, motivate i vostri pochi no con ragioni vere ed ireemovibili.

Pensate, cazzo.

Dosaggio #2 – Stelle e Terrazzi

Poco più di un anno fa ero su questo stesso terrazzo, e per la prima volta in vita mia mi sono trovato a pregare. Non so come si fa, dicono che ognuno ha il modo suo.
Il mio fu rabbioso, di una rabbia genuina, pura ed istintiva.
Pregai semplicemente di non farmi portare via qualcuno, qualcuno a me troppo caro per vederlo andar via così presto. Mi stesi sul rialzo, un miccio
stretto tra le labbra e le mano dietro la testa. Che a leggere sopra, uno mica deve state per forza in ginocchio.
Guardavo le stelle, brillanti come non mai nel cielo di Luglio. Ma erano troppo luminose. Allora mi misi a guardare meglio, e ne trovai una dalla luce fioca, isolata.
Sembrava quasi il bambino che se ne sta in un angolo del parco giochi a guardare gli altri correre e cadere e rialzarsi e ridere.
La puntai e le diedi il suo nome, con la promessa di ritrovarci qui l’anno dopo.

Poco più di un anno dopo sono di nuovo su questo stesso terrazzo, e non sto pregando.
Il cielo è macchiato di nuvole, ma le stelle brillano ancora.
Lei però no.
Non ho un’ottima memoria, ma lei era lì. Ne sono sicuro come lo sono di tutte le mie insicurezze.
Lei non c’è, e questo mi conferma due cose.

La prima era quasi scontata, ma ora ne sono certo: le preghiere non si esaudiscono, perché non c’è nessuno a riceverle. È come voler mandare lettere con ricevente nel Medioevo.

La seconda è invece una realtà più dura,  e cioè che le promesse, anche quelle, non vanno a buon fine. E non parlo di quelle di routine su cui puoi sforare tipo “passo a prenderti alle otto” ed arrivi alle otto e dieci, oppure tipo “stasera ti faccio venire”.

Parlo di quelle grosse, quelle che una volta non mantenute fanno sparire le persone. Quelle reiterate nel tempo e che lì, sospese, rimangono.

Sono su questo terrazzo, poco più di un anno dopo.

E ancora fa un male cane.

Pillole Salentine #1

Grazie per la foto zì, sto ancora ridendo fortissimo.

Non mi ricordo l’ultima volta che ho preso il treno per scendere in Salento.
O forse me lo ricordo e voglio far finta che non sia così.
Però la sensazione di leggerezza ce mi mette addosso anche solo il viaggio è qualcosa a cui non rinuncerei mai, per nulla al mondo.

Eccoli, gli ulivi. Infiniti. Eterni. Stanno sempre lì, e questa è già una certezza che di questi tempi è qualcosa.

Il sole, questo sole che si è sempre lui, ma qui è diverso. Qui ti batte addosso come onde continue sugli scogli, quasi ti modella a sua immagine e somiglianza, come un dio pagano che ti regala il dono dello splendere.

E adesso un incendio controllato, qui a bordo binari. L’odore di bruciato (quanto mi piace l’odore del bruciato), ecco l’odore entra dentro i condotti dell’aria condizionata e mi apre le narici.

Non m’interessa nemmeno di questo gruppo di vecchi e meno vecchi che da quando siamo partiti non ha fatto altro che ridere in modo fastidioso, parlando ad alta voce di “quei poverini del terremoto e compriamo il parmigiano di Modena e poverini quelli del terremoto”.

Mi ci voglio perdere questi mesi, in Salento. Voglio dimenticarmi chi sono stato in questo periodo e cercare di scoprire chi potrei essere. Magari lo sono già stato, ma proprio non mi ricordo quando.
O forse lo so, ma pensarci fa troppo male, e allora penso che non sia mai stato così.

Perché sto già una bomba.