Quattro Motivi per Rimanere a Roma – Uno

L’Applicazione Fai-Da-Te del Codice Stradale

Se con Marino la situazione della Polizia Municipale stava cominciando a migliorare (un ex poliziotto a capo, introduzione di nuovi sistemi per le multe, servizi che vivevano di segnalazioni del cittadino) con la giunta Raggi la situazione è tornata come prima, e cioè: liberi tutti.
Questo vuol dire che se hai una macchina puoi tranquillamente continuare a parcheggiare in doppia fila, passare a rosso inoltrato, suonare clacson come se fossimo tutti sordi e stare al telefono per ore, tra le tante cose.
Il pedone non esiste, quindi nessun problema se dovete lasciare la macchina sulle strisce o davanti alle rampe per disabili.
Il ciclista è invece un animale strano, bistrattato da entrambe le suddette categorie ma sempre arrogante quel basta da fregarsene di tutti e fare di necessità (l’arrangiarsi a causa della totale assenza di piste e segnaletica riservate) virtù (stare ovunque, dal marciapiede ai binari del tram).
La quasi totale mancanza di controlli, per nulla compensata da sporadiche quanto aggressive apparizioni di dipendenti ATAC che come avvoltoi girano tra macchine parcheggiate una sopra all’altra, con proprietari che inventano scuse come coi compiti alle elementari («capo m’è appena morta nonna! se l’è magnata er cane!»), insomma se non fosse per le ronde da leghisti stupidi e qualche capannello di vigili ai gabbiotti nelle ore di punta, Roma a livello di civismo stradale starebbe al pari di quelle capitali dell’Est Asiatico dove gli incroci sembrano ingrandimenti di formicai abitati da insetti idrofobi.

Ma è anche tutto quello che riguarda la strada, e non solo chi la abita, a rendere Roma unica.
Alcuni esempi?

I parcheggiatori abusivi sono ormai così presenti e radicati da essere finalmente in procinto di prendere l’autorizzazione per essere regolarmente abusivi.
Alcuni semafori non cambiano colore per così tanto tempo da sembrare dipinti.
I cartelli stradali sono espositori per adesivi “La droga dà la droga daje”, “Welcome to Favelas” e “Ultras Roma Per Sempre Forza Maggica Totti Sindeco”.
I marciapiedi sono tutto tranne zone franche per pedoni: diventano parcheggi, scorciatoie per motorini, banali appendici delle corsie dedicate.
Tassisti che menano autisti NCC che menano conducenti Uber che al mercato mio padre comprò.

Insomma, in un mondo che punta al verde, all’ecologia, alla riduzione di emissioni nocive, che ti obbliga a camminare o pedalare, a rinunciare alla macchina se non addirittura a vietarla, Roma va orgogliosamente controcorrente confermandosi una città a misura d’auto: 613 ogni mille abitanti, oltre due milioni e trecentomila veicoli circolanti su poco meno di tre milioni di abitanti.
E proprio per questo il codice stradale deve, essere speciale. Non può andare incontro al comune senso civico ma deve essere di nicchia, particolare, unico, così come la città che ne permette l’applicazione.
Siamo o non siamo quelli famosi per Gregory Peck e Audrey Hepburn in due sulla vespa, senza casco, a guardare tutto tranne che la strada?

Quattro Motivi per Rimanere a Roma – Un’Introduzione

Da qualche settimana ho iniziato a limitare i miei passaggi su Facebook.
In primis per potermi concentrare (o almeno provarci) sulla scrittura.
E poi perché era diventata la mia principale fonte di notizie quotidiane. Solo che lì sopra non sono mai vere notizie, perché sporcate da opinioni e punti di vista e ragionamenti che le modificano, le distorcono fino a presentarsi come questioni personali: diventiamo tutti sismologi, medici, politici e quasi ti manca quando eravamo solo allenatori di calcio, e solo il Lunedì.

Questa seconda cosa mi sta quindi aiutando molto, perché non sono più costretto a leggere di quanto gli immigrati qui, i politici lì, i terremoti esagerati dallo Stato e la tipa che compare su ogni scena di ogni attentato da quello dell’arciduca Francesco Ferdinando nel ’14.
Ma soprattutto, mi sto depurando da tutta una serie di costanti, continue, quotidiane informazioni sulla malagestione di Roma da parte del Movimento Cinque Stelle, nella persona della Raggi e della sua setta cerchia.
Da accanito sostenitore di Marino, gli ultimi due anni li ho passati arrabbiandomi, contestando, documentandomi, leggendo molto e scrivendo ancora di più. Ho creato pagine e segnalato altre, ho risposto a ogni commento (e all’inizio sono stati davvero tanti), ho bloccato più gente io che Dikembe Mutombo nella sua carriera e poi, a un certo punto, mi sono rotto il cazzo.

E quindi nell’ultimo mese mi sono staccato dall’oversharing di critiche sui mezzi, sull’AMA, sull’amministrazione e le sue non-scelte, iniziando a valutare l’idea di andarmene via e stop, via il dente via il dolore. Ho cominciato a parlare solo tramite la mia pagina Il Penultimo dei Romantici e sono arrivato adesso a capire che non solo questa cosa sta avendo effetti positivi sulla mia scrittura, ma anche sulla sopportazione per la mia città.
A stare sempre lì a puntare il dito, criticare, vedere le cose che non vanno si arriva a far riempire la colonna dei Contro dimenticandosi dell’esistenza di quella dei Pro.
Nonostante tutto Roma i suoi Pro ancora li ha, e avere tempo di osservarla meglio mi ha dato modo di trovarne almeno quattro, di validi motivi per rimanere e godere di quello che la Città Eterna già può offrire anche (soprattutto?) grazie al contributo della Sindaca e il suo staff perennemente in Movimento.

A partire dal prossimo Lunedì, per quattro Lunedì consecutivi, le quattro ragioni per cui alla fine Roma può offrire delle possibilità che non solo sono nascoste, ma sotto il nostro naso (e a volte dentro) tutto il giorno, tutti i giorni, e che possiamo sfruttare per restare, e trarne tutti i vantaggi possibili.

Avvisi di Garantismo

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– Allora ragazzi: secondo il nuovo codice di comportamento del Movimento, che ho scritto io nella mia stanza e che vale per tutti, da oggi la linea da seguire è «un avviso di garanzia non vuol dire nulla». Siamo d’accordo?
– Sì Beppe!
Certo boss!
– Beh, io
– Io cosa, Joker?
– Dai Beppe lo sai che mi da fastidio quando mi chiami così!
– Di Maio non posso farci nulla. Quando sorridi sembri un misto tra Heath Ledger e uno con un ictus. E tu sorridi sempre. Quindi, Joker, spiegami che problema hai col nuovo codice.
– E chi ha parlato di problema! È solo che dall’inizio fino a ieri abbiamo tenuto la barra dritta sugli avvisi di garanzia degli altri.
– Esatto. Fino a ieri. Ma visto che qui ormai siete incontrollabili, e che starvi dietro è peggio che avere figli scemi, facciamo che se ve li beccate vi difendo una tantum. Da oggi.
– Ma certo, capisco benissimo e condivido appieno. Mi domando solo come gestiremo la prevedibile valanga di merda che ci pioverà addosso. Fino all’altro giorno se nella stessa frase c’era scritto “indagine” e “nome politico a caso“, eravamo pronti ad arrotare la lama della ghigliottina.
– Per quello vi ho già mandato una mail ieri l’altro, dovresti averla ricev
– Mail?
– Lascia stare. La strategia è questa: facciamo i vaghi. Ci diranno di tutto. Che ci siamo risvegliati garantisti. Che questo è un provvedimento ad personam (o in questo caso, ad Virginiam), proprio come faceva Berlusconi. Quindi noi facciamo i vaghi. Tiriamo avanti. Fidatevi, questi ci vengono dietro comunque.
– Difi?
– Alessandro, levati quel cazzo di casco che le vacanze in scooter son finite da mesi.
– Ok. Io però lo tengo per sicurezza. Che c’ho paura mi arrivino sassate.
– Ma da chi?
– Boh, che ne so. Dalla gente che s’è stufata.
– Ma che cazzo dici. Quella poca gente che si è stufata di noi è troppo intelligente per passare alla violenza. E guarda che è meglio che quelli svegli smettano di sostenerci, anche di votarci. Son pericolosi, quelli intelligenti. Guarda me.
– Beh io mi ritengo abbastanza intelligente.
– Fico stai zitto, che nemmeno il cognome c’hai di pericoloso.
– Scusa.

– Ragazzi meravigliosi, forse non vi ancora chiaro il concetto. Finché il nostro elettorato, come anche solo chi ci sostiene e ci difende sulla rete, ha il quoziente intellettivo di una piastrella da bagno, siamo in una botte di ferro. Ma voi su Facebook ci state solo per Candy Crush o vi fate un giro sulle vostre bacheche? Appena uno, dieci, cento piddioti si mettono a criticare quello che avete appena scritto, arriva l’esercito delle dodicimila scimmie a prendere le nostre difese. Si fanno i copincolla tra di loro, diventano più virali dei video di gattini pucciosi. Sono il nostro pane quotidiano e per dio se me li voglio tenere stretti. Senza di loro, e se questo fosse un paese con una memoria storica che vada oltre il Mondiale del 2006, non saremmo arrivati manco a fare il secondo V-Day. Grazie al cielo siamo circondati da allenatori attaccati alle slot machine, cinquantenni che hanno capito da venti minuti come si accede a Facebook dallo smartphone e schiere di giovani accecati dalla rabbia di un paese che gliel’ha messo nel culo già da ragazzini. E poi, non dimenticatevi la mole di fasci e fancazzisti comunali che hanno votato Virginia. Non scordateveli mai, quelli come gli altri sparsi per l’Italia, che son buoni pure per difendere una femminuccia come te, Alessandro. Comunque, tornando al discorso.

Fate.
I.
Vaghi.

Non possiamo permetterci di cadere nella tentazione della polemica e dello scontro. Qui, appena arriva qualcosa a Virginia, dobbiamo essere compatti nel difenderla. Almeno pubblicamente. Poi, per conto nostro, ne parliamo meglio. Però devo saperlo subito, e per farlo ho bisogno che un portavoce mandi una mail tramite il sito altrimenti non vale. Joker, tu puoi farmi una telefonata.
– Grazie. Quindi poi, tra di noi, andiamo di Trattamento Pizzarotti?
– Ma no Joker, che poi finisce come con lui, che ti ha smerdato mille volte per non aver risposto alle sue richieste di incontro.
– Ma quando mai?
Via mail.
– Ah.
– Detto questo, io torno a Malindi. Avete qualcosa da aggiungere? Alessandro?
– Io voglio che gli aretini devono votare.
– Eh?
– No scusa, pensavo a Scanzi.
– Stai tradendo gli ideali della logica. Joker?
– Io vorrei un consiglio.
– Dicci pure.
Hotmail o Libero?
– Fico?
– Fico come? Punto com o punto it?
– Dio santissimo. Che ragazzi meravigliosi.

L’Appartamento di Via Roma – Seconda Parte

palazzo

[la prima parte qui]

Il nuovo proprietario sapeva però che non sarebbe stato facile, per tanti motivi: prima di tutto veniva da tutt’altra città, e questo generò la prima ondata di malumori perché si pensava a qualcuno del posto, che conoscesse la situazione. E poco contava che anche l’inquilino precedente fosse forestiero, o che il nuovo avesse studiato bene la situazione. Ché oltre a tempo e pazienza, anche la memoria è una fonte facilmente esauribile.
Sapeva di dover lavorare e molto, sull’immagine dell’Appartamento, cancellando ogni traccia di degrado ed incuria che si manifestava in intonaco ormai più a terra che sui muri, finestre divelte dove tutto poteva passare, il pavimento marcio ed i topi ovunque. Pensava a quanto fosse incredibile che ancora quella casa volesse essere abitata da qualcuno, e che qualcuno invitasse ospiti che accettavano di buon grado l’invito, gozzovigliando tra cibo costoso e ratti enormi.
Ma era, e senza esagerazioni, letteralmente sconvolto dal fatto che tutti gli altri inquilini, dai vicini di muro ai dirimpettai, avessero atteso così tanto per stancarsi, per decidere di provare a ricominciare da capo.

Ogni giorno, però, si scrollava di dosso questi pensieri e lavorava, sbagliava e riprovava, cominciando a sistemare qualche finestra, coprendo momentaneamente i buchi in terra con dei giornali. Gli stessi giornali che cominciavano ad additare la sua lentezza, il suo essere troppo spesso fuori casa per comprare altri attrezzi e trovare persone competenti che si occupassero ognuna di un aspetto dell’Appartamento, che era però urlato come un abbandono, una noncuranza, un preferire l’aria aperta. E così anche i condomini cominciarono sempre più a mugugnare, malelingue come nemmeno nei peggiori paesi fatti di suocere e nuore che si odiano ma che in piazza si salutano sempre.

Cominciò a trovare la porta scardinata, scritte irripetibili sui muri, i vetri delle finestre rotti senza schegge all’interno. Segno che erano rotti da dentro, che qualcuno si introduceva in casa sua per sabotarlo, per farlo ricominciare ogni volta. I famosi dieci passi indietro dopo averne fatto mezzo in avanti.
Di sicuro c’era anche la sua ingenuità, il suo voler far vedere agli stessi che gli mettevano il bastone tra le ruote che poteva farcela senza mettere una porta blindata, o qualche sensore nell’Appartamento. Era ogni giorno più debole e solo, ma sempre più convinto di potercela fare.

Tutto precipitò quando colse in fragrante due dei suoi vicini, più precisamente l’amministratore di condominio che tanto spinse per farlo insediare ed il portinaio, che al contrario era il primo detrattore del nuovo inquilino. Trovò il primo con una mano ben fasciata, intento ad infrangere ogni superficie trasparente e riflettente che trovava. Il secondo, meno nobilmente, urinava camminando, così da poter marcare più muro possibile.
Non ebbe nemmeno il tempo di dire qualcosa che da dietro comparvero tutti i restanti condomini, più i dirimpettai e persino gente che in Via Roma nemmeno ci abitava. Una folla silenziosamente inferocita, di cui si sentiva un solo respiro così profondo che quando l’aria uscì dai polmoni spazzo vià giornali e fece cadere gli ultimi frammenti di finestre dagli infissi.
Capì che era finita quando la folla si aprì come un corridoio, indicandogli senza cenni l’uscita.

Prese le sue poche cose (uno zainetto, i suoi occhiali da vista e la sua dignità) e prima di uscire si girò una sola volta, e senza parlare provò a far capire a tutti l’errore che stavano commettendo.

Ma non ci riuscì.

[fine seconda parte]

L’Appartamento di Via Roma

palazzo

L’appartamento di Via Roma era il più bello della città. Negli anni tanti altri stabili avevano provato ad imitarne stile ed abitudini, fatte di feste piene di gente importante ed incontri segreti con persone ancora più importanti. Ma nessuno era mai riuscito a prendere i suoi tempi, le fortuite coincidenze ed i proprietari furbi, e per questo è da sempre l’Appartamento, con la “Capital A”, come dicono gli americani che l’Apartment lo hanno sempre frequentato.

Tutto il resto del condominio che ospitava l’Appartamento era contento della situazione, ché nonostante alcuni loschi figuri ed il rumore praticamente continuo e quel benedetto ascensore che spesso non ce la faceva a fare tutti e sette i piani, la sola presenza di quella casa portava prestigio e molte, alte offerte all’entrata, che venivano poi distribuite tra tutti gli occupanti del palazzo.

Certo, la sua fama era dovuta soprattutto a quello che succedeva tra le persone, visto che la facciata esterna così come i servizi interni erano stati ormai abbandonati per secchi di acqua di una sorgente lontana e a cibo portato da località remote, di poco costoso quanto il trasporto, ed enormi teli con il palazzo disegnato sostituivano la vernice secca ed i cornicioni crepati. Ma l’importante, non dimentichiamolo, era quello che succedeva dentro: mani che si stringevano nel nome di vecchie amicizie, mani che portavano doni ai padroni di casa, mani che si lavavano via lo sporco con quell’acqua che tanto aveva viaggiato. L’intonaco cadeva, ma i rapporti si saldavano sempre più, e poco altro contava.

Un giorno però, arriva un nuovo inquilino. Perché sotto sotto tutti i condomini si erano stufati di quella situazione. Ok il prestigio e la fama, ma gli anni erano passati e bisognava assolutamente curare l’immagine, far riprendere i servizi, sistemare quell’ascensore troppo lento, se non spesso rotto.
Il nuovo inquilino si insediò perché il vecchio fu mandato via per voto quasi unanime da parte dei condomini. “Quasi”, perché alcuni avrebbero preferito vedere il palazzo crollato, pur di continuare a farsi un loro gruzzoletto.
Il nuovo coinquilino decise di fermare le feste, gli incontri, i secchi d’acqua ed il cibo esotico. Si rimboccò le maniche ed insieme ad alcuni fidati amici iniziò a sistemare l’Appartamento. Armati di pennelli, carta vetrata, giornali e tanti attrezzi. Voleva l’aiuto di pochi ma esperti colleghi, senza interferenze dei condomini né tantomeno di chi passando per strada, in memoria dei vecchi tempi di bagordi, provava a strizzare l’occhio ed a porgere la mano sporca e piena di soldi.
Niente da fare: il nuovo inquilino chiedeva solo tempo e pazienza da parte di tutti.

Ma si sa bene che tempo e pazienza sono due risorse che vanno via molto in fretta. I soldi, ed i rancori, si possono accumulare.
E queste cose lui non le sapeva.

[fine prima parte]

Confessioni di una Mente tra Riso e Rosa

mente

Ciao, mi chiamo Jacopo, ho 31 anni e mezzo compiuti e sì, mi piace tanto scherzare.
Mi piace ridere ed impazzisco di gioia quando faccio ridere.
Fosse per me, metterei due giorni obbligatori di risata libera ogni settimana.
Mi piace scrivere e far ridee scrivendo. Certo, dal vivo è tutt’altra cosa, ma sapere che quello che scrivo fa fare anche una piccola, breve ma sincere smorfia di riso, io sono contento.
Adoro la battuta e cerco di affrontare temi seri mettendoci sempre del cazzeggio.

Questo non vuol dire che non riesca ad essere serio, solo che preferisco evitarlo.
Poi ci son momenti che devo esserlo, e allora mi metto l’anima in pace.

Però ridere è bello, ed anche volersi bene.
Chi mi conosce mi dice che sono una femmina mancata, tanto sono sensibile, ed io sono il primo ad ammetterlo e pure a bullarcisi sopra.
Sono sensibile alle pubblicità coi bimbi ed ai film strappa cuore, come sono sensibile nel capire le persone, o almeno il loro sentimenti. Generalmente mi basta poco per provare empatia per una persona.
Non tutti eh. Un minimo di parametri di normalità e cuore devi averli, ché una testa di cazzo rimane una testa di cazzo, e non voglio certo star lì a provare testadicazzaggine.
Mi piace tanto parlare quanto ascoltare, e faccio entrambe le cose molto volentieri. A volte esagero con la prima ma, tant’è, nessuno è perfetto. Queste due cose però mi hanno aiutato tanto, fino ad ora, perché c’è tutto da imparare e molto da consigliare, a ‘sto mondo, e sono due cose per me molto importanti. Due cose strettamente legate, che si alimentano a vicenda e che smuovono, almeno secondo me, gran parte di ‘sto mondo.

Insomma, credo di essere una persona buona, che ha fatto sicuramente soffrire tanta gente ma che in generale non l’ha mai fatto apposta. Ed ho imparato negli ultimi anni a chiedere scusa, a parlare dei problemi che ritengo tali, a mettermi in gioco quando la situazione lo richiede.

Mi chiamo Jacopo, ho 31 anni e mezzo compiuti, e mi sono rotto il cazzo.
Perché i buoni, o ritenuti tali, in questa città non sopravvivono.
La maleducazione imperante, perenne, sempre più grave imperversa nelle strade, sui mezzi, nelle auto, in ogni angolo di questa città altro non c’è che gente sgarbata e sguardi incarogniti.

Ho creduto in un sindaco che è stato fatto fuori dal suo partito, con qualche spintarella di chi Roma sapeva di prendersela a mani basse, una volta avuta la piazza pulita.
E Roma se la sono presa, ma solo per usarla come tetrino di una politica che nulla ha di nuovo, se non i volti.
Come sempre.

Vedo una città senza una politica sociale, senza un progetto, che ora dice solo no e da la colpa agli altri. A chi c’era prima così come chi c’è ora,siano i poteri forti o il vicino di casa.
Lo scaricabarile fatto quotidianità, lo schivare accuse facendole andare addosso a quello dietro.
Nessuno sa più prendersi la colpa o chiedere scusa, se non per additare qualcun altro subito dopo.
Nessuno, dal sindaco incompetente al passante che ti da la spallata, sa più dire «scusa».
Nessuno vuole più prendersi una responsabilità, che non sia qualcosa di già pronto e fatto, magari da quelli prima di lui.

Mi chiamo Jacopo, ho 31 anni e mezzo compiuti, e sto disperatamente cercando di capire cosa, e come.
Cosa voglio, cosa devo fare per averlo, come farlo, come affrontare la pigrizia e cosa andare a scardinare dentro di me per fare il passo dopo, sapendo che mai come in questo momento è importante prendere decisioni importanti.

Per fortuna so che l’essere un po’ simpatico, sensibile, ascoltatore, insomma di base quell’essere buono di cui sopra, mi regala delle persone bellissime intorno, persone che mi vogliono bene per quelo che sono, e che stanno lì con le bracci aperte pronte ad abbracciarmi.

E questo, alla fine, è tutto quello che serve per ridere ancora.

(mal)Educazione Romana

U

Qualche giorno fa ero, come sempre, in metro. Da tempo ormai, da quando ho cominciato a riprenderla regolarmente, ho preso l’abitudine di non sedermi se c’è posto. Sto seduto tutto il giorno e c’è sempre chi ha più bisogno di me di riposare gambe e chiappe, quindi preferisco poggiarmi in testa o in coda a seconda di dove devo scendere, apro il mio libro e mi metto buono buono a leggere. O almeno a provarci.
Quel giorno dopo qualche fermata di tragitto si accende una discussione fra due signore intorno ai 40: la prima, seduta, non aveva evidentemente lasciato il posto alla seconda, con un bimbo in braccio. La mamma parlava a voce sostenuta con una persona accanto di quanto la gente fosse maleducata, con chiari riferimenti alla prima che visibilmente colpita nell’orgoglio e aizzata dal senso di colpa, ha cominciato a rispondere e così via, fino a che una delle due è scesa.
Inutile dirvi chi secondo me avesse torto.

Esatto, entrambe.

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No?

Provo a spiegarmi.

Partiamo subito da una grossa premessa: io sono stato e sono tuttora, per quanto possa ormai valere, un sostenitore di Ignazio Marino. Uno di quelli obiettivi, o almeno credo, che sa bene le cazzate che ha fatto ma conosce anche il quadro generale, e tirando le somme alla fine «ha fatto anche cose buone».
Allo stesso tempo, sono un informato detrattore del Movimento Cinque Stelle, e di conseguenza non sono proprio un estimatore di Virginia Raggi. Credo che dall’alto al basso ci siano talmente troppe cose da sistemare che alla fine sarebbe meglio lasciar perdere tutto il baraccone che hanno tirato su, prima che faccia danni ancor più seri.
Ma non sarà un continuo e precocemente già visto paragone tra i due, tranquilli.
Ok?
Fine premessa.

Da quando la Raggi si è insediata, si è cominciato a palesare uno scenario inquietante: un’attesa infinita prima dell’annuncio della giunta con parecchi nomi aberranti all’interno (vedi la Muraro che individua nei pedoni una delle cause per cui si creano ingorghi), ed altri forse peggiori, fortunatamente scartati.
(ciao Lo Cicero. Ciao).
Le comparsate a Tor Bella Monaca dove si prende il merito della pulizia di un pezzo di ciclabile, senza citare l’Associazione 21 Luglio ed il Chentro Sociale per la pulizia di buona parte della zona rimanente.
Il silenzio sul fatto che sia indagata per mancata dichiarazione su quanto ricevuto in seguito a degli incarichi alla ASL di Civitavecchia, evento da lei liquidato con un «ho chiarito ogni aspetto».
Per ultime l’infelice uscita di Marcello De Vito sul taglio delle auto blu dei consiglieri che non hanno auto blu a disposizione, quella dell’immeritato merito sul reintegro di più di mille insegnanti e la prima vera mancata promessa elettorale, con il voto contrario a 300.000€ di fondi destinati ai centri antiviolenza.
Queste ultime tre cose le ho messe insieme perché sono successe tutte oggi, in un solo giorno.

Mano

Ora, come dicevo e come mi sono sforzato di fare, non voglio paragonare le due giunte.
Ci sarebbero già i i presupposti, ma eviterò di farlo.

C’è solo un fatto che mi fa più male di altri, per motivi prima personali e solo dopo più sociali, e cioè la decisione di aumentare lo smaltimento giornaliero di rifiuti nell’impianto di Malagrotta, cosa che ha in queste ore all’annuncio di dimissioni di uno dei migliori presidenti che AMA abbia avuto, che si sta giustamente opponendo al dover accettare per imposizione di far lavorare e guadagnare ancor di più uno che è ancora indagato per la mala gestione dei rifiuti.

Fa male perché chi ha iniziato e concluso queste trattative è chi si è battuto per anni per la chiusura definitiva della discarica. Persone che volevano abbattere il Supremo Avvocato Cerroni, e che si ritrovano praticamente a stringergli la mano unta di soldi sporchi e sangue dei morti di cancro, dicendo pure che gli è pesato tanto farlo.
E la loro giustificazione per me è il centro di tutta ‘sta pippa che vi sto attaccando: dicono che per porre fine all’emergenza, bisogna scendere a compromessi.

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Roma sarà sempre in emergenza, con questo ragionamento. Se messa sotto scacco da chi da sempre ci mangia sopra, sarà sempre ricattabile.
E di conseguenza tornerà, come sta facendo già ora alle vecchie, corrotte abitudini.
A Roma i problemi non bisogna risolverli con i compromessi, con effimere soluzioni materiali ed immediate.
A Roma i problemi si risolvono cambiando la mente dei romani stessi, educandoli, informandoli ed anche sanzionandoli.

Mi viene da ridere quando mi dicono (ed a volte mi ritrovo a pensarlo anche io) che all’estero “funziona tutto, stanno proprio avanti”. Mi viene da ridere perché poi realizzo che loro stanno esattamente dove una qualunque capitale del mondo civilizzato e sviluppato dovrebbe stare, in un perfetto equilibrio di diritti e doveri, venutosi a creare dopo decenni di educazione civica costante, ragionata, sensata.

Noi romani invece abbiamo solo diritti.
Prima di tutto il diritto a fare come fanno tutti, che è un po’ come il vecchio adagio “e ma se ti dicono di buttarti al fiume, tu che fai?” e via, tutti giù.
Poi abbiamo il diritto di scendere dai mezzi prima di tutti, ma anche quello di salire senza far scendere gli altri, così come dalle porte centrali dei bus non si sale “però oh, che faccio, fino alla porta davanti devo arrivare?”.
Ovviamente tutti abbiamo il diritto alla nostra privacy, ma anche quello di urlare al telefono le ultime vicissitudini di nonna Mariuccia e delle sue indomabili emorroidi.
Qualcuno per caso vuole negarci il sacrosanto diritto di ascoltare della musica? Sia mai, soprattutto se ho il diritto tutto mio di sentire l’ultimo singolo di Enrique Iglesias feat. un tipo con la fisarmonica feat. Pitubull.
Senza auricolari ma anzi, con l’altoparlante bluetooth nello zaino.

Il fatto è che non basterebbe solo sanzionare, anche se mi piacerebbe far parte di una ronda che spacca i cellulari alla gente fastidiosa, o manganella sulle rotule chi scende e sale le scale sbagliate nella metro franandoti addosso.
Siete seri? Davvero dico, ci fate o ci siete?
È così difficile andare dove c’è scritto “Ai treni” senza avere paura che sia un punto di deportazione nazista?

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Il fatto è che bisognerebbe educare.
Lo so anche io, che è più facile buttare a terra la sigaretta spenta che tenersi un comodo posacenere portatile che santiddio te li regala l’AMA.
Comprendo benissimo la questione “quanto è comodo abbandonare qui questo sacchetto rigonfio della mia lurida immondizia anziché fare VENTI CAZZO DI METRI fino a quello dopo che è vuoto”.
E, davvero, quanto vorrei anche io lasciarmi andare a quella che deve essere una sensazione bellissima: saltare un tornello della metro o anche solo provare il brivido di salire su un bus senza biglietto. Mi viene la pelle d’oca nemmeno mi stessero sussurrando “Alberto Angela” nell’orecchio. E invece mi tengo strette per le notte peggiori le mie fantasie omoerotiche, e pago 250€ all’anno di abbonamento.
Sono un masochista.

E poi c’è bisogno di regole chiare, di controllo del rispetto delle regole e di sanzioni pecuniarie. Non di banali multe “che tanto c’ho l’amico vigile”, non di semplici rimproveri per un biglietto dell’ATAC evaso, non del vuoto di supervisione contro chi fuma nei parchi: ammetto che lo faccio persino io, è una cosa che proprio non è arrivata a nessuno, in nessun modo.
Non serve uno che ti strilli: al romano devi mettere le mani in tasca sulle cose quotidiane, sulle cattive abitudini.
Una multa da obbligatoria di 5€ colti sul fatto vale mille multe da 100€ inviate per posta.

In chiusura, un paragone con Marino permettetemelo.
Sono arrivato alla conclusione, sconfortante conclusione, che Marino sia stato sì cacciato per faide interne, avversari assolutamente scorretti, un pizzico di sfiga ed una spruzzata di ingenuità, ma che si sia attirato le ire dei cittadini (con la conseguente “rottura del rapporto con i romani” con cui Orfini si è masturbato per mesi davanti allo specchio) da una parte per l’ormai scontata ed abusata “insofferenza” di cui tra l’altro non si ha traccia oggi dopo oltre un mese di disastrosa amministrazione a 5 Stelle, ma anche e soprattutto per la sua volontà di cambiarne le abitudini.
I romani hanno visto nei pochi, positivi movimenti che l’ex sindaco è riuscito a fare, una valanga che avrebbe travolto tutto e tutti. Il famoso vento che ora si dice stia cambiando, ma che lascia solo puzza di monnezza, stava girando davvero.
Ha provato a rimuovere sistemi ormai in metastasi dimenticando però che questi sistemi sono fatti di dipendenti: ATAC, AMA, la Municipale, erano pozzi senza fondo dove soldi e tempo andavano via ogni giorno, tutti i giorni. Tempo e soldi che quando sono stati chiesti indietro a suon di licenziamenti, cartellini da timbrare ed obblighi a fare semplicemente il proprio lavoro, hanno provocato blocchi, proteste, minacce.
E questi dipendenti sono tantissimi, ed hanno famiglie sparse, e poi c’è la maleducazione innata, la mancanza di un rispetto probabilmente mai ricevuto.

Ed è per questo che secondo me le due signore all’inizio avevano entrambe torto.
Perché di certo la prima avrebbe dovuto alzarsi per educazione di base, ma l’altra avrebbe dovuto farlo notare con eleganza, per uscirne a testa alta.
Con l’arroganza, con la maleducazione, per me ti meriti di rimanere in piedi e sperare che tuo figlio non abbia memoria di questo, come dei futuri episodi che certamente avverranno.

Ignazio Marino è stato un po’ come il supplente alle elementari severo ma giusto che a sorpresa entra in classe e trova bambini in gabbia, arrampicati sul soffitto o che tirano le rane vive sul muro: fa la voce grossa, li zittisce, spiega perché è lì e cosa vuole fare. E proprio quando è riuscito ad avere la loro attenzione ed inizia a scrivere alla lavagna, suona l’ultima campanella.
E tutti quei bambini tornano a casa da genitori che urlano scandalizzati, “ma come si permette questo che non è nemmeno un vero maestro a strillare a mio figlio?!”.
E via di accuse, di denunce, e via il supplente.

Tanto domani torna il maestro vero, quello che si addormenta durante la lezione.
Cominciate a tirare fuori le rane.