“Solo Due Passi Fuori”

Andiamo?

Andiamo?

[post liberamente ispirato ad una traccia di Mecna, che vi invito ad ascoltare mentre leggete che ‘ste cose fanno (facevano?) un sacco figo]

Ero pronto a scrivere di quanto vorrei farmi trovare sotto casa tua con un cesto pieno di vino (bianco) e patatine al lime e pepe rosa. Citofonarti, allontanarmi dal portone e farmi trovare davanti la finestra della cucina con le braccia larghe, la mia solita maglietta simpatica ed un sorriso a bocca chiusa della serie “e dai vieni con me a farti una passeggiata”.
Ero pronto ad immaginarmi la camminata prima di arrivare, con i passi svelti e le cuffie a palla, i pensieri accavallati uno sull’altro che si spingono manco fosse una giornata di fuori tutto al Trony. Mi immaginavo a tirar su la testa e a chiudere gli occhi, verso il sole, a prendermi un po’ di calore che speravo di poter poi sostituire col tuo.
Ero pronto a prenderti per mano e portarti in un prato, uno qualunque, anche solo un’isola pedonale con due fiori in croce. Sai che belli che saremmo stati? In mezzo a tutti ed allo stesso tempo da soli, io e te, a prenderci in faccia tutti i tubi di scarico di Roma.
Amore puro.
Ero pronto, prontissimo ad affrontare ogni tuo dubbio, domanda, pronto a rispondere alle tue incertezze. E non con il fare di un testimone di Geova che non molla fino a quando si trova costretto a rifiutare una trasfusione di sangue per poi (giustamente) morire. L’avrei fatto con l’attenzione di un prete, la premura di un amico, la passione di un amante. Ti avrei regalato occhi ed orecchie, fino a quando non ti saresti fermata e mi avresti guardato con gli occhi tipo “ed ora?”.
E sarei stato pronto a dirti “ed ora riproviamoci”.

Ero pronto a smettere di pensare a te come a lei che era testarda, sperando in un piccolo spiraglio da cui poter sbirciare per capire veramente cosa avremmo potuto fare.

Ero pronto, semplicemente, a darti quello che ti ho sempre dato. Niente promesse spaziali, niente giuramenti di sangue. Solo dimenticare che spesso fa male se ciò che hai perso sai che non può ritornare, rimanere sorpreso del fatto che saresti stat lì, a dirmi che ok, brutto pazzo bastardo, proviamoci.

Ero pronto a riaccendere la musica, insomma, perché tutto si spegne se la musica si abbassa.

Ero pronto.
Prontissimo.
Era l’effetto che m’hai fatto tu, ed ora mi tocca sperare che passi presto.

Come una sbronza, come un lutto, come un treno, come una Domenica noiosa, come un’influenza, come un temporale, come la noia, come la pubblicità prima dei film al cinema, come quello prima di me in una partita a poker quando ho un’ottima mano, come il mio compagno di squadra quando sono solo davanti alla porta.

E dire che volevo solo invitarti a  fare due passi fuori.

Qui Si Fa La Storia

Mio nonno materno lo chiamavano tutti Cipì. Ma tutti. Lui si chiamava Carlo, ma tutti hanno cominciato a chiamarlo Cipì da quando Sofia Loren sposò Carlo Ponti, produttore cinematografico che dal dopoguerra in poi portò al cinema pellicole di Fellini, De Sica e Godard. E visto che la Loren ha il vizio di chiamare tutti come se fossero dei cuccioli di chihuahua, il marito lo chiamava CP, per le sue iniziali.
E quindi niente, ‘sta cosa alla mia famiglia piaceva così tanto che cominciarono a chiamarlo, appunto, Cipì, anche se il cognome di nonno era Salvati.
Ciesse non suonava bene, in effetti.

Non l’ho mai conosciuto, Cipì. O meglio, ci siamo conosciuti ma è morto quando avevo poco più di un anno, il che significa che non ho memoria di lui. Qui però pesco dalla sacca dei cliché e dico che per quanto me ne hanno raccontato è come se lo avessi conosciuto.
Una persona buona, che nonostante moltissimi problemi in famiglia è cresciuto con un cuore enorme. Sempre disponibile con tutti, legato da un fortissimo affetto con mio padre, venerato (e venerante) dalla moglie e dalle sue figlie.
Quell’anno in cui ci siamo sfiorati, me lo descrivono come un nonno impeccabile, presente e pronto allo scherzo, nonostante il cancro lo stesse devastando.
E sorrideva, sempre. Tutte le foto che ho visto, intrecciate con i racconti, lo stampano nella mia mente come un sorriso con un uomo attaccato dietro.

Tra le tante storie che mi sono state raccontate, quella sulla sua prigionia in un campo di lavoro mi ha sempre affascinato tantissimo.
Ricordavo molto poco, così qualche settimana fa ho chiesto a mia madre di parlarmene un po’, più dettagliatamente, approfittando del fatto che ci fosse anche mia zia per avere più punti di vista possibili. Parlando, mamma si è ricordata di avere ancora dei documenti e lettere di quel periodo. Mi si sono illuminati gli occhi e, finalmente dopo quasi un mese, posso scriverne.

Tutto quello che segue (date, luoghi, ruoli) è dannatamente vero.

12 Settembre 1943.

Cipì è un soldato dell’undicesimo reggimento Autieri di Udine, e cioè gli autisti dei mezzi militari. Il suo certificato di idoneità alla guida di motocicli lo vedeva in sella ad una Benelli 500. Mi piace pensare che fosse questo modello qui:

Molto Indiana Jones.

Molto Indiana Jones.

Ha compiuto vent’anni cinque giorni prima, e lo vedo festeggiare con i suoi commilitoni a suon di vino e grappa, o magari era astemio e allora giù di buon cibo e chiacchiere da ragazzi.

Ha vent’anni e cinque giorni nel momento in cui lo catturano.
Hai venti anni e ti ritrovi nelle mani del nemico.
Che a vent’anni i nostri, di nemici, erano il capitalismo ed i genitori rompicoglioni.

Tra i vari documenti, c’è quello delle “date ricordative”:

"Ricordative" è da brividi.

Ricordative è da brividi.

Lo so, si legge poco, vi trascrivo sotto quelle più ricordative (sì mi piace proprio tanto come termine):

8 Settembre 1943 Fine della guerra in Italia
10 Settembre 1943 partenza da Sussak (cittadina croata all’epoca appartenente al Regno d’Italia, ndJ)
11 Settembre 1943 Arrivo a Pola (altra città croata con una storia travagliata, ndJ)
12   ”       ”       ”       Prigionieri dai Tedeschi

[passa circa un mese di viaggio verso il campo di lavoro]

11 Ottobre 1943 Arrivo a Putbus (una delle cittadine più importanti di Rügen, la più grande isola tedesca)

[poi tutto si ferma per quasi un anno]

10 Settembre 1944 Passaggio da prigionieri a civili

[dopo altri mesi, finalmente]

4 Maggio 1945A Arrivo dei Russi a Putbus
8  ”       ”       ”      Fine totale della Guerra
13 ”       ”       ”      Partenza per il rientro in Patria (Patria, con la P maiuscola, ndJ)

E qui Cipì torna a casa, dopo altri quattro mesi di viaggio.
Il documento che attesta la sua “licenza straordinaria perché reduce dalla prigionia” lo vede rimpatriato il 15 Settembre 1945.
A ventidue anni e dieci giorni, mio nonno è un reduce.
Due anni e tre giorni lontano dall’affetto dei cari, in un campo del nord Europa a fare il fabbro, lui che poi sarebbe tornato per fare il bigliettaio sui mezzi pubblici (che fico che era).
Sempre col suo sorriso stampato in faccia.

Ci sono anche delle lettere, che però voglio ancora tenere per me.
Magari, un giorno.

Però vi lascio con un aneddoto che mi farà per sempre ridere e ricordare chi era mio nonno.
Durante la prigionia, dove comunque diceva di trovarsi bene e di esser stato trattato nei limiti della decenza, era appunto un fabbro. Ogni giorno andava in officina, e si metteva a lavorare.
Erano ovviamente costantemente piantonati dai tedeschi, che però erano sempre gli stessi e alla fine quasi si creava un rapporto tale da potersi permettere qualche battuta.
Perché quando mio nonno entrava, la guardia lo salutava con un “Guten morgen!!”, e mio nonno di tutta risposta gli sparava un “mortacci tua”, sempre col suo sorriso. Dopo un po’, la guardia chiede a Cipì cosa volesse dire, e lui fa “significa buon giorno, in italiano!!”.
Sorriso.

Il giorno dopo, la guardia lo vede arrivare verso l’officina, alza la mano e tutto contento fa “Carlo!! Mortàsci ttua!!”. Cipì lo guarda, alza la mano a sua volta mentre si avvicina e fa “e de tu nonno!!”.

Sorriso.